COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Manoppello, il mistero di un Volto

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«Vogliamo vedere Gesù». È la domanda che viene rivolta a Filippo da alcuni greci il giorno dell’entrata trionfale a Gerusalemme (Gv 12, 20-22). Una richiesta, quella di vedere il volto del Signore, che riecheggia più volte nelle Scritture. A quel punto Filippo si rivolge ad Andrea. Poi, entrambi, vanno da Gesù. Come annota il cardinale Angelo Scola nel suo intervento a Belluno il 3 aprile 2004 in un incontro sul tema ‘Cristo destino dell’uomo’, il semplice desiderio di vedere Gesù mette in moto un sistema di relazioni che, nei fatti «è la trama stessa dei rapporti fra gli uomini». Ma – si chiede il cardinale – com’è possibile realizzare questo desiderio, riconoscere Gesù e quindi poterlo vedere? La risposta la coglie dal cuore del Messaggio redatto da Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della gioventù di quello stesso anno che, appunto, aveva per titolo e tema: ‘Vogliamo vedere Gesù’.

In quel messaggio il Santo Pontefice trova la risposta alla domanda dei Greci a Filippo ribaltando il concetto: «Per vedere Gesù occorre lasciarsi guardare da lui». È un po’ l’esperienza del pellegrino al santuario di Manoppello, in Abruzzo, per accostarsi all’immagine del Volto Santo che è sull’altare. Un volto a grandezza naturale, impresso su un telo sottilissimo e trasparente al punto che lo si può osservare da entrambi i lati. Dopo averlo visto dalla navata, salendo sulla scala dietro l’altare, ci si può fermare faccia a faccia. Per guardare o, se si vuole, per essere guardati. È forse questa la ragione intima della precoce apparizione nella Chiesa di immagini sacre cosiddette acheropite, cioè non dipinte da mani d’uomo, capaci di rispondere all’esigenza di vedere Gesù, ma anche di essere guardati da lui. Del resto la stessa vocazione di Filippo, ma anche quelle di Andrea e di suo fratello Simone (Gv 1,38-44), nascono nel momento in cui accolgono lo sguardo di Gesù su di loro.

 A causa della lunga opposizione teologica alla raffigurazione di Dio, abbiamo notizie documentate di queste immagini solo a partire dal IV secolo. È il periodo dei primi contrasti nella Chiesa fra coloro che reputavano le immagini un segno di idolatria e chi invece, come Basilio di Cesarea (per fare un esempio), le considerava necessarie «per gli occhi così come la Parola lo è per gli orecchi». Una disputa che esploderà nel-l’VIII secolo e verrà risolta col Concilio Costantinopolitano IV secondo il quale due sono i linguaggi del sacro, uno verbale e uno visivo. Dicevamo delle immagini acheropite di Cristo. Ne parla con efficacia descrittiva il volume Il Volto ritrovato. I tratti inconfondibili di Cristo che le edizioni In Pagina hanno ristampato nel 2016 (pp 219, euro 16) per il santuario del Volto Santo di Manoppello in occasione del Giubileo della Misericordia. Dai vari testi giunti fino a noi, emerge che in Oriente nel V secolo si conoscevano due acheropite. I documenti più antichi (V secolo) fanno riferimento alla cosiddetta Camulia, dal nome della piccola città della Cappadocia dove questa immagine si trovava. Già Gregorio di Nissa, che muore nel 394, ne parla in un’omelia definendo quella piccola città come «la nuova Betlemme».

Di quella acheropita su stoffa non abbiamo immagini; sappiamo però, fra le altre cose, che nel 574 Giustino II la fa traslare a Costantinopoli e che Teofilatto Simocatta nel VII secolo la descrive come «l’immagine del Dio Incarnato», che non sembra né tessuta né dipinta (caratteristica del Volto Santo di Manoppello). Con la controversia iconoclasta, in avvio dell’VIII secolo, le notizie sulla Camulia cessano definitivamente. La seconda immagine conosciuta in Oriente è il Mandylion di Edessa, l’attuale Urfa in Turchia. Si dice che il re Abgar V (4 a.C. – 50 d.C.), ammalato di lebbra, manda un tale Anania, pittore, da Gesù a Gerusalemme, coi compiti di eseguirne un ritratto e consegnargli una lettera in cui lo invita a Edessa, anche per sfuggire ai giudei che vogliono il suo male. Anania consegna la lettera ma non riesce a dipingere il volto di Gesù perché emana una luce troppo intensa. Comprendendo la sua difficoltà, Gesù imprime il suo volto su un telo che affida ad Anania con una lettera in cui promette ad Abgar di mandare in sua vece il discepolo Taddeo. Nei fatti la storia dice che Abgar introdusse il cristianesimo nel suo regno dopo la predicazione di Taddeo, uno dei 70, inviato a Edessa da Tommaso. Da notare che nelle fonti di origine sira gli emissari di Abgar sono identificati con i greci che chiedono a Filippo: «Vogliamo vedere Gesù».

Il primo documento ufficiale che parla di un’immagine acheropita di Cristo che si conserva a Edessa è del 590. Ma la storia intorno al Mandylion si accende dopo la chiusura della controversia iconoclasta con gli imperatori bizantini interessati a sottrarla ai musulmani. A Costantinopoli arriva nel 944 e c’è chi comincia a parlarne come di un’immagine di Gesù impressa durante l’agonia nell’Orto degli Ulivi. Anche il Mandylion, come la Camulia, sparisce dai documenti. Succede con la quarta crociata (1204) e col sacco di Costantinopoli. Più o meno nello stesso periodo, a Roma, acquista corpo la devozione della Veronica (in quegli anni prende forma definitiva anche la leggenda della donna che offre il telo a Gesù sulla via del Calvario). Nel 1208 una bolla di Innocenzo III istituisce una processione con l’immagine da farsi la domenica dopo l’ottava di Epifania. Da quel momento e per quasi quattro secoli intorno alla reliquia romana (mostrata a ogni Anno Santo) del volto di Cristo ruota buona parte della spiritualità in Occidente.

Nelle sue opere Dante ne parla almeno due volte: nella Vita Nova per dire dei pellegrini che passavano da Firenze per andare a Roma a «vedere quella immagine benedetta la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esempio della sua bellissima figura»; poi in due terzine del XXXI canto del Paradiso. Anche Petrarca parla della Veronica nel Canzoniere dopo essersi recato in San Pietro per il Giubileo del 1350. Le cose cambiano col sacco di Roma del 1527. Il sudario scompare. Forse perché trafugato, forse perché nascosto. Fatto sta che quando l’immagine riappare anni dopo sembra non essere più la stessa. Nel 1581 Michel de Montaigne la descrive come «un viso macerato e di colore cupo e oscuro». Evanescente, più meno come nelle riproduzioni di Francisco de Zurbaran realizzate nel 1658 su concessione vaticana perché il sudario dal 1606, racchiuso in una cassa, è collocato in uno dei quattro pilastri (detto della Veronica) che sorreggono la cupola michelangiolesca della nuova San Pietro. In questi anni nel piccolo e sconosciuto borgo di Manoppello, al di là degli Appennini, inizia una nuova vicenda. Anche qui la storia si intreccia col racconto.

Nel 1638 il medico Antonio De Fabritiis cede ai cappuccini di Manoppello un’immagine del volto di Cristo vivo segnato da percosse, impressa su un velo trasparente (in piena luce si vede attraverso), che non sembra dipinta, ugualmente visibile da entrambi i lati e, secondo come viene illuminata, sorridente o sofferente. Anni dopo il frate Antonio da Bomba redige una ricostruzione storica: l’immagine sarebbe giunta a Manoppello nei primi anni del XVI secolo misteriosamente consegnata da un pellegrino a un uomo di nome Giacomo Leonelli. Rimasta di proprietà della sua famiglia per un secolo, sarebbe stata trafugata e poi ceduta a De Fabritiis. Da fine ’600 l’immagine è esposta alla devozione popolare, che per tre secoli rimane prettamente locale. La svolta (per la notorietà e l’importanza spirituale) si ha quando nel 1999 lo storico dell’arte e docente di iconologia alla Gregoriana, padre Heinrich Pfeiffer, pubblica uno studio che mostra la sovrapponibilità fra il Volto di Manoppello e quello della Sindone e sostiene, documenti storici e iconografici alla mano, la corrispondenza fra la Camulia e il Volto Santo, passando per la Veronica romana. In questa logica va probabilmente collocata la lunga sosta in preghiera di Benedetto XVI davanti al Volto Santo di Manoppello il 1° settembre 2016 e la breve catechesi rivolta ai fedeli riuniti lì per l’occasione, chiusa con la benedizione secondo la formula biblica di Nm 6,24-26: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di voi e vi sia propizio. Il Signore rivolga su di voi il suo volto e vi conceda pace».

Roberto I. Zanini
Avvenire 23 ottobre 2016


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Questa voce è stata pubblicata il 24/10/2016 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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