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FP.it 11/2016 Per una pedagogia della santità

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Per una pedagogia della santità
Piera Ruffinatto

Nel cuore della vita cristiana risplende il dono della santità come atto gratuito di amore di Dio che ci chiama ad entrare in intimità con il suo mistero trinitario, a divenire, in un processo di trasformazione continua, immagine di Gesù, suo Figlio. Realizzare questo grandioso progetto è lo scopo dell’esistenza, finalità che mentre va realizzandosi, libera, avvalora, perfeziona e impreziosisce la vita fino a trasformarla in un capolavoro di bellezza, in un canto di gioia.

I cristiani di tutti i tempi sono stati consapevoli di tale chiamata e di ciò fa fede l’immensa schiera di santi e sante, canonizzati o no, che come partitura dalle mille note, realizza una magnifica sinfonia che si sprigiona dal cuore della Chiesa. Tuttavia, un grande apporto, nella presa di coscienza di tale indeclinabile appello, è venuto dal Concilio Vaticano II quando ha ricordato con forza a tutto il popolo di Dio la sua chiamata alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità (LG 40). Tale sollecitazione, come ventata di aria primaverile, ha orientato il processo di rinnovamento postconciliare innervando di tale prospettiva i cammini formativi ed educativi di tutte le comunità cristiane e religiose.

All’inizio del terzo millennio dell’era cristiana questo richiamo è stato riproposto dal Beato Giovanni Paolo II che, nella Novo millennio ineunte, ha invitato le comunità ecclesiali e le famiglie cristiane a sentire personalmente l’invito ad impegnarsi nel cammino della santità inteso come la “misura alta della vita cristiana ordinaria” (n. 31). Così anche i recenti Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 dei vescovi italiani sottolineano la necessità di promuovere in tutti i cristiani un’autentica vita spirituale, cioè un’esistenza secondo lo Spirito, non come frutto di sforzo volontaristico, ma come “cammino attraverso il quale il Maestro interiore apre la mente e il cuore alla comprensione del mistero di Dio e dell’uomo” (n. 22).

In tempi di passioni tristi e di ideali ridimensionati, se non addirittura cancellati, parlare di santità ed educare alla santità non solo non è discorso riservato agli iniziati, ma è una sfida che prima di tutto interpella personalmente ciascuno a verificare la qualità della sua vita cristiana, e poi provoca coloro che sono adulti nella fede a sentire come proprio il compito di condurre le nuove generazioni nel cammino della santità facendosi per loro pedagoghi, ovvero accompagnatori esperti in questo indispensabile itinerario.

La santità: innamorarsi di Cristo

Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito (Antoine de Saint-Exupéry).

La sentenza del poeta non è fuori luogo se pensiamo al rischio sempre in agguato di trascurare quello che rende la santità ciò che deve essere, cioè di perdere di vista l’orizzonte affascinante che solo ha il potere di attivare le energie della mente e del cuore verso l’ideale. Tale orizzonte è l’amore. I santi, lo sappiamo, non erano perfetti, ma amavano Dio alla follia e, frequentandolo nell’intimità di una preghiera trasfigurata in esperienza mistica d’amore, hanno permesso alla grazia di trasformare la loro vita, di santificarla.

Secondo l’insegnamento di Benedetto XVI innamorarsi di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo significa aver fatto di lui e del suo Vangelo la realtà performativa della propria esistenza, ritenerlo come la Persona che dà alla propria vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel processo di innamoramento vi è una componente di spontanea e reciproca attrazione che, coltivata attraverso la frequentazione e la mutua conoscenza, si converte in modo progressivo in amore, cioè in dono di sé all’altro in una totalità sempre maggiore, fino a desiderare di “esserci per” l’altro. Di tale amore è intessuta la santità la quale, pertanto, non può che essere dinamica, così come lo è un rapporto tra due amanti che dal reciproco incontro traggono sempre nuovo alimento per il loro amore.

L’innamoramento, dunque, non è solo l’evento che ha dato inizio alla vita del cristiano, ma la linfa che ne sostiene il cammino secondo una logica che va dal meno al più, da un dono parziale alla consegna totale di se stessi a Cristo nell’abbandono fiducioso e confidente al suo amore.

Due azioni possono orientare questo compito sublime: rivestirsi e riempirsi di Cristo.

La prima, il rivestirsi, di squisito sapore battesimale, evoca l’abbandono dell’uomo vecchio per acquisire i tratti dell’uomo nuovo, santo e giusto, mirabilmente incarnato in Gesù Cristo. Secondo l’accezione tomista il termine habitus rimanda a quegli schemi comportamentali che si sono fusi in armonia nella personalità di chi compie determinate azioni. L’abito cessa così di essere un accessorio esterno per divenire uno “stile” di vita che procede dall’interno. Come avvenne in Paolo, rivestirsi di Cristo significa aver penetrato di lui i propri gesti e comportamenti, rendendo tale operazione naturale e spontanea.

Il riempirsi di Cristo evoca il pane eucaristico di cui ci si nutre costantemente e che poco a poco ci trasforma in Gesù, colui che in quel pane si nasconde e si fa dono totale; rimanda alla Parola di cui il discepolo innamorato sempre si alimenta perché sia luce degli occhi e fuoco nel cuore. In tempi nei quali le “cisterne sono screpolate” e le “giare vuote”, i santi ci ricordano che una sola cosa è necessaria: lasciare che l’acqua della giara – metafora della nostra vita – sia trasformata in Cristo, vino della nuova alleanza, attraverso la potente azione dello Spirito Santo, vero e unico pedagogo della santità.

Prima conseguenza della nostra riflessione, pertanto, è che la santità non si conquista né si raggiunge, ma la si accoglie esprimendo un atteggiamento che solo apparentemente è passivo in quanto, nella dinamica dell’amore, il “farsi da parte” per fare spazio all’Altro, è l’unico presupposto di fecondità e di nuova vita.

Una santità semplice e simpatica

“Un santo triste è un triste santo”, affermava san Francesco di Sales. In effetti, il fascino della santità non è solo legato all’amore, ma anche alla gioia, come dono che procede dalla vita di colui o colei che ha trovato il suo significato in Dio. Essendo all’origine di ogni vita come suo senso primo ed ultimo, Dio zampilla gioia, è in sé stesso pura gioia di esistere. Allo stesso modo i santi, rivestiti e riempiti di Dio, partecipano della sua gioia e ne diventano sorgente inesauribile.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: Come può succedere che l’annuncio della Chiesa sia pervaso a volte di morte e di tristezza anziché di gioia e di vita? Il rischio è di somigliare ai discepoli di Emmaus i quali “narrano la loro frustrazione e la loro perdita di speranza. Essi dicono la possibilità, per la Chiesa di sempre, di un annuncio che non dà vita, ma tiene chiusi nella morte il Cristo annunciato, gli annunciatori e i destinatari dell’annuncio” (cf. sinodo dei vescovi. xiii assemblea generale ordinaria, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, n. 2).

Forse la gioia, che sicuramente abita i figli e le figlie di Dio, ha bisogno di essere risvegliata, comunicata, annunciata. Lo esigono le nostre società intristite dalle preoccupazioni e dalle insicurezze. Di fronte a tale grido non ci è lecito rinchiudersi nelle retrovie per calcolo o paura. Urge perciò recuperare coraggio e autorevolezza ben consapevoli di avere tra le mani un tesoro che non ci è permesso né di nascondere, né di sperperare. San Giovanni Bosco, esperto educatore e conoscitore dell’animo giovanile, aveva trovato le parole convincenti per annunciare una santità semplice e simpatica, alla quale i giovani non sapevano resistere: “Miei cari giovani – diceva – io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiana, che sia nel tempo stesso allegro e contento, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, cosicché voi possiate dire col santo profeta Davide: serviamo al Signore in santa allegria”.

Il messaggio di gioia e di vita che viene dalla santità è ciò di cui più hanno bisogno gli uomini e le donne del terzo millennio. Ne sono affamati e assetati in particolare i giovani e le giovani, naturali “cacciatori” di gioia ai quali troppo spesso le nostre società opulente hanno risposto con dei surrogati deludenti.

Al contrario, la gioia del Vangelo, umile e potente, ha in sé un potere guaritore, liberante e santificante: scioglie le catene che tengono schiavi delle cose e delle apparenze; affranca gli ideali dalle proposte di corto respiro mediate dalla pubblicità e dal consumismo; dilata la ragione imprigionata dal relativismo e dal pessimismo antropologico con la luce della verità; restituisce al cuore ridotto alle sue emozioni nuova grandezza svelandogli il vero significato dell’amore.

Una vera pedagogia della santità altro non è che un autentico processo di umanizzazione, itinerario che, se compiuto, si trasforma in pedagogia della persona e per la persona, nella quale risplende con sempre maggior trasparenza e verità l’immagine di colui che l’ha creata e da sempre la sogna santa e perfetta nell’amore, a immagine del suo Figlio.

Piera Ruffinatto fma
Docente all’Auxilium
http://www.usminazionale.it


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Questa voce è stata pubblicata il 29/10/2016 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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