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Lo Curto, il «missionario della medicina»

La storia del medico dal ’78 accanto ai malati di cui nessuno si prende cura. Lombardo di origini siciliane, dal Brasile alla Mongolia porta la sua esperienza nei Paesi più poveri e difficili. La cura dei lebbrosi, l’incontro con Madre Teresa.

Lo Curto, il «missionario della medicina»

Da quasi quarant’anni la sua vita è divisa a metà: sei mesi in Italia, sei mesi nei luoghi più difficili del pianeta. Per mettere a disposizione le sue competenze dei più poveri, di quelli che non hanno accesso alle cure sanitarie, di coloro che agli occhi di molti non valgono niente. Il dottor Aldo Lo Curto è un “missionario della medicina”. Dal 1978 a oggi è stato in una cinquantina di Paesi, dove ha curato migliaia di ammalati, tra cui tenti lebbrosi. Assieme ad altri – sacerdoti, laici, uomini e donne – il dottor Lo Curto incarna uno dei molti modi di fare missione oggi.

Origini siciliane, trapiantato a Canzo, nel Lecchese, il dottor Lo Curto si sente a casa nel suo amato Brasile, così come in Mongolia da cui è appena tornato o nelle Isole Salomone dove si recherà il prossimo novembre. «Da qualche tempo ho “selezionato” sei Paesi che cerco di visitare annualmente per dare una certa continuità a un lavoro che non è solo di cura, ma soprattutto di prevenzione. Ormai sono convinto che sia questo il modo più efficace per operare in Paesi poveri e difficili, dove i sistemi sanitari sono estremamente fragili».

Tutto è cominciato in Togo, nel 1978, nell’ospedale di Afagnan dove operava, allora come oggi, uno straordinario medico-missionari, fra’ Fiorenzo Priuli dei Fatebenefratelli. «Dall’Africa al Brasile sono stato “catturato” dai lebbrosi di Marituba – racconta nella sua casa piena di foto e cimeli provenienti da tutto il mondo –. Anzi, per essere precisi, sono stato catturato prima da monsignor Aristide Pirovano del Pime che era venuto a farsi operare nell’ospedale di Erba, proprio mentre bazzicavo nel reparto di chirurgia come medico volontario».

Marituba è sinonimo di Amazzonia profonda. E di lebbrosi. Ma anche di straordinarie storie missionarie. Non solo quella di Aristide Pirovano, ma anche quella dell’industriale milanese Marcello Candia, l’“apostolo dei lebbrosi”, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. Ma Marituba significa anche una svolta nella vita di Aldo Lo Curto. Che, come ricordava lo stesso Pirovano, «da anni viene a passare le sue ferie annuali con noi, in Amazzonia, e a vivere con noi le angustie, i dolori ed anche la gioia e la serenità dei nostri lebbrosi e dei nostri poveri». Talmente il legame con quella terra diventa forte che il medico italiano si impegna a far riconoscere la sua laurea anche lì, cosicché dal 1990 è iscritto all’albo di Belém. Questo ha facilitato moltissimo il suo impegno in quel Paese e soprattutto gli ha permesso di aprirsi a una nuova realtà, quella degli indios, che ha cominciato a conoscere accompagnando un altro missionario del Pime, padre Nello Ruffaldi.

Ma un’altra grande e decisiva figura attraversa la vita del dottor Lo Curto: Madre Teresa di Calcutta. «La incontrai a Roma durante una visita in Italia – ricorda – e le chiesi se potevo fare un’esperienza nella sue case a Calcutta. Lei accettò e partii per la prima volta nel periodo di Natale del 1987». L’esperienza in India non fu esattamente quello che si aspettava: «La Madre mi mandò nella casa dei moribondi. “Ecco – mi disse – prenditi cura di loro: lavali, accudiscili, tienigli la mano, sorridigli…”. Io protestavo, ero un medico, avrei voluto poter curare gli ammalati, non accompagnare i morti. Ma per due anni fu così; solo il terzo mi permise di operare nella casa dei lebbrosi. Ma quella è stata una delle lezioni più importanti della mia vita: mi ha insegnato il senso vero della cura e l’importanza di dare a tutti una morte degna. Questo ha cambiato il mio atteggiamento anche nei confronti dei pazienti qui in Italia, specialmente dei malati terminali».

Il dottor Lo Curto conserva una sola foto con Madre Teresa, che è diventata compagna di tutti i suoi viaggi: una protezione e, in qualche situazione, un vero e proprio lasciapassare. Ma soprattutto una benedizione che ha accompagnato tutta la sua lunga vita al servizio degli altri.

ANNA POZZI
Avvenire mercoledì 19 ottobre 2016


 

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Questa voce è stata pubblicata il 31/10/2016 da in ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , , .

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