COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Avvento con papa Francesco (I settimana)



avvento7

OMILIE del Papa Francesco per l’Avvento
Prima Settimana 

Lunedì della I settimana Is 2,1-5   Sal 121    Mt 8,5-11:
Molti dall’oriente e dall’occidente verranno nel regno dei cieli.
Martedì della I settimana Is 11,1-10   Sal 71     Lc 10,21-24:
Gesù esultò nello Spirito Santo.
Mercoledì della I settimana San Francesco Saverio
Is 25,6-10a   Salmo 22     Mt 15,29-37:
Gesù guarisce i malati e moltiplica i pani.
Giovedì della I settimana Is 26,1-6   Sal 117     Mt 7,21.24-27:
Chi fa la volontà del Padre mio, entrerà nel regno dei cieli.
Venerdì della I settimana Is 29,17-24   Sal 26     Mt 9,27-31:
Gesù guarisce due ciechi che credono in lui.
Sabato della I settimana Is 30,19-21.23-26   Sal 146  Mt 9,35-10,1.6-8:
Vedendo le folle, ne sentì compassione.

Centurione_Vienna

Lunedì – 1° di Avvento
Liturgia: Is 2,1-5 (opp. 4,2-6); Sal 121; Mt 8,5-11

Natale è lasciarsi incontrare da Gesù col cuore aperto perché ci rinnovi la vita
Prepararsi al Natale con la preghiera, la carità e la lode: con un cuore aperto a lasciarsi incontrare dal Signore che tutto rinnova.

Commentando il passo del Vangelo del giorno in cui il centurione romano chiede con grande fede a Gesù la guarigione del servo, il Papa ha ricordato che in questi giorni “cominciamo un nuovo cammino”, un “cammino di Chiesa … verso il Natale”. Andiamo incontro al Signore, “perché il Natale non è soltanto una ricorrenza temporale oppure un ricordo di una cosa bella”: “Il Natale è di più: noi andiamo per questa strada per incontrare il Signore. Il Natale è un incontro! E camminiamo per incontrarlo: incontrarlo col cuore, con la vita; incontrarlo vivente, come Lui è; incontrarlo con fede. E non è facile vivere con la fede. Il Signore, nella parola che abbiamo ascoltato, si meravigliò di questo centurione: si meravigliò della fede che lui aveva. Lui aveva fatto un cammino per incontrare il Signore, ma lo aveva fatto con fede. Per questo non solo lui ha incontrato il Signore, ma ha sentito la gioia di essere incontrato dal Signore. E questo è proprio l’incontro che noi vogliamo: l’incontro della fede!”.

Ma più che essere noi ad incontrare il Signore è importante “lasciarci incontrare da Lui”: “Quando noi soltanto incontriamo il Signore, siamo noi – fra virgolette, diciamolo – i padroni di questo incontro; ma quando noi ci lasciamo incontrare da Lui, è Lui che entra dentro di noi, è Lui che ci rifà tutto di nuovo, perché questa è la venuta, quello che significa quando viene il Cristo: rifare tutto di nuovo, rifare il cuore, l’anima, la vita, la speranza, il cammino. Noi siamo in cammino con fede, con la fede di questo centurione, per incontrare il Signore e principalmente per lasciarci incontrare da Lui!”.

Ma occorre il cuore aperto: “Cuore aperto, perché Lui incontri me! E mi dica quello che Lui vuol dirmi, che non sempre è quello che io voglio che mi dica! Lui è il Signore e Lui mi dirà quello ha per me, perché il Signore non ci guarda tutti insieme, come una massa. No, no! Ci guarda ognuno in faccia, negli occhi, perché l’amore non è un amore così, astratto: è amore concreto! Da persona a persona: il Signore, persona, guarda me, persona. Lasciarci incontrare dal Signore è proprio questo: lasciarci amare dal Signore!”.

In questo cammino verso il Natale ci aiutano alcuni atteggiamenti: “la perseveranza nella preghiera, pregare di più; l’operosità nella carità fraterna, avvicinarci un po’ di più a quelli che hanno bisogno; e la gioia nella lode del Signore”. Dunque: “la preghiera, la carità e la lode”, con il cuore aperto “perché il Signore ci incontri”.

Martedì – 1° di Avvento
Liturgia: Is 11,1-9; Sal 71; Lc 10,21-24

Annunciare Cristo col sorriso: è impensabile una Chiesa senza gioia!

Pace e gioia. Papa Francesco ha svolto la sua omelia soffermandosi su questo binomio. Nella prima Lettura tratta dal Libro di Isaia, scorgiamo il desiderio di pace che tutti abbiamo. Una pace che, dice Isaia, ci porterà il Messia. Nel Vangelo, invece, “possiamo intravedere un po’ l’anima di Gesù, il cuore di Gesù: un cuore gioioso”:

“Noi pensiamo sempre a Gesù quando predicava, quando guariva, quando camminava, andava per le strade, anche durante l’Ultima Cena… Ma non siamo tanto abituati a pensare a Gesù sorridente, gioioso. Gesù era pieno di gioia: pieno di gioia. In quella intimità con suo Padre: ‘Esultò di gioia nello Spirito Santo e lodò il Padre’. E’ proprio il mistero interno di Gesù, quel rapporto con il Padre nello Spirito. E’ la sua gioia interna, la sua gioia interiore che Lui dà a noi”. “E questa gioia –è la vera pace: non è una pace statica, quieta, tranquilla”. No, “la pace cristiana è una pace gioiosa, perché il nostro Signore è gioioso”. E, anche, è gioioso “quando parla del Padre: ama tanto il Padre che non può parlare del Padre senza gioia”. Il nostro Dio “è gioioso”. E Gesù “ha voluto che la sua sposa, la Chiesa, anche lei fosse gioiosa”:

“Non si può pensare una Chiesa senza gioia e la gioia della Chiesa è proprio questo: annunciare il nome di Gesù. Dire: ‘Lui è il Signore. Il mio sposo è il Signore. E’ Dio. Lui ci salva, Lui cammina con noi’. E quella è la gioia della Chiesa, che in questa gioia di sposa diventa madre. Paolo VI diceva: la gioia della Chiesa è proprio evangelizzare, andare avanti e parlare del suo Sposo. E anche trasmettere questa gioia ai figli che lei fa nascere, che lei fa crescere”.

E così, contempliamo che la pace di cui ci parla Isaia “è una pace che si muove tanto, è una pace di gioia, una pace di lode”, una pace che possiamo dire “rumorosa, nella lode, una pace feconda nella maternità di nuovi figli”. Una pace “che viene proprio nella gioia della lode alla Trinità e della evangelizzazione, di andare ai popoli a dire chi è Gesù”. “Pace e gioia”. E quello che dice Gesù è “una dichiarazione dogmatica”, quando afferma: “Tu hai deciso così, di rivelarti non ai sapienti ma ai piccoli”:

“Anche nelle cose tanto serie, come questa, Gesù è gioioso, la Chiesa è gioiosa. Deve essere gioiosa. Anche nella sua vedovanza – perché la Chiesa ha una parte di vedova che aspetta il suo sposo che torni – anche nella sua vedovanza, la Chiesa è gioiosa nella speranza. Il Signore ci dia a tutti noi questa gioia, questa gioia di Gesù, lodando il Padre nello Spirito. Questa gioia della nostra madre Chiesa nell’evangelizzare, nell’annunziare il suo Sposo”.

Mercoledì – 1° di Avvento
Liturgia: Is 25,6-10a; Sal 22; Mt 15,29-37

Meditazione del giorno – http://vangelodelgiorno.blogspot.it

Chi incontra il Signore resta “stupito” della sua “compassione”. Ma oggi dire “ti compatisco” suona male, perché ci è penetrato dentro l’orgoglio di questa generazione prometeica, che ha fatto dell’uomo l’unico orizzonte e delle sue possibilità l’unica misura con cui valutare e giudicare. A scuola, al cinema, negli stadi, ovunque si ode l’encomio di chi si è fatto da solo, mentre si impone la nuova fede che incita a credere in se stessi, lottando per affermarsi a qualunque costo, come se ciò fosse l’unica terapia capace di curare i complessi. E se qualcuno osa “compatirmi”, beh, mi sento offeso e diverso. Non si possono compatire i portatori di handicap, men che meno si può avere compassione di chi segue gli impulsi della propria sessualità ferita dal peccato e da storie complicate, scendendo i gradini della perversione nel tripudio della “società civile”. Nietzsche diceva che “la misericordia è debolezza” e considerava miserabile un Dio di misericordia, perché la pietà è riservata agli uomini inferiori. E’ intollerante la compassione di Cristo che si piega sulla “folla” di “malati” per “abbracciare visceralmente” – secondo il significato originale di “splanchnizomai” – ogni loro sofferenza sino a farla sua; abbiamo, infatti, stravolto il significato del termine arrivando all’aberrazione di usarlo per giustificare l’omicidio perpetrato dall’eutanasia e dell’aborto. Tutto sotto l’astuta regia del menzognero fin dal principio, il demonio, che sta cambiando l’acqua della nostra vita assuefacendoci subdolamente alla dittatura del relativismo che non conosce compassione. Ma, in ogni generazione, c’è una folla di poveri che ha “recato con sé” le proprie infermità “deponendo ai piedi di Gesù” i suoi “zoppi, storpi, ciechi e sordi”, ed è ancora capace di “stupore” sperimentando in Lui l’unico che si fa carico sino in fondo di ogni sofferenza; è la Chiesa, l’assemblea che riunisce gli ultimi, i peccatori, i più deboli che “non devono aspettare nessun altro” per essere salvati, perché hanno riconosciuto in quel Rabbì di Nazaret il Messia del quale erano stati profetizzati proprio i segni che ha compiuto nella loro vita. L’amore che li ha raggiunti gratuitamente li fa “glorificare il Dio di Israele” divenendo così un segno di speranza per il mondo. Per questo lo seguono “rimanendo presso di Lui” durante “tre giorni”, immagine di quelli nei quali il Signore è stato “deposto” accanto a loro nella tomba com-patendo il dolore, per risvegliarli dalla morte e salvarli dal peccato.

Ma, anche se guariti, “non hanno da mangiare”, perché chi è stato resuscitato e perdonato ha bisogno di “un alimento e sostegno indispensabile per poter percorrere la via della vita, finché non giungiamo, dopo aver lasciato questo mondo, alla nostra vera meta, che è il Signore. Perciò egli disse: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete la vita in voi”. (San Gaudenzio da Brescia, Trattati, 2). Gesù ci conosce bene e sa che nessuno è confermato in Grazia; nonostante tante esperienze del suo amore, possiamo “svenire” di fronte alle tentazioni. A Gesù non basta “guarirci”, vuole “saziarci”. E per farlo, prende del poco che trova in noi, insufficiente come lo erano per gli apostoli e Gesù, “i cinque pani e i due pesci”. Ma Lui ha un modo originale per sfamarci: come fece Elia con la vedova di Zarepta, il Signore ci chiede tutto quanto abbiamo per vivere, perché l’abbondanza scaturisce dalla totale spoliazione. Avrebbe potuto operare diversamente creando dal nulla, ma ha voluto prendere tra le sue mani la fragile opera che aveva iniziato a ricreare: per “saziarci” ci conduce nell’umiltà che supera il dubbio sollevato dei discepoli: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. La domanda che sorge di fronte alla sproporzione tra il desiderio di infinito dell’uomo e la sua realtà di peccato e precarietà – alla quale il mondo risponde con la compassione assassina che “rimanda digiuni” coloro che non ha saputo guarire – trova in Gesù una risposta inaspettata, l’unica esatta. Lui guarda con compassione la nostra povertà: ai suoi occhi la debolezza, la malattia, le nevrosi, i complessi, il carattere, l’aspetto fisico, la nostra persona così com’è custodisce il germe di vita eterna che Egli stesso vi ha seminato e che attende solo di portare a maturazione e compimento. Noi siamo il “dove” poter trovare, in mezzo ai “deserti” dell’umanità, l’alimento necessario per “sfamare la folla” in mezzo alla quale viviamo. Basta l’umiltà che sa guardare con compassione alla propria storia e alla propria realtà, accettando i limiti e le malattie, senza difendere nulla con la scusa di essere inadatti o inesperti, per “deporre” con audacia, istante dopo istante, tutto noi stessi nelle mani del Signore. Nella sua compassione saprà trasformare la nostra vita come nell’”eucaristia” trasforma il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. Questo Avvento ci chiama a “sederci” nella liturgia e nella preghiera, per consegnare a Cristo le nostre ore, i nostri progetti, i nostri schemi perché siano “spezzati” dalle sue mani trapassate dai chiodi che lo crocifiggono alla nostra debolezza, e per questo moltiplicati in una fecondità che il mondo non conosce. Solo da una vita “spezzata” per amore, infatti, scaturisce una vita saziata, abbondante sino ad “avanzare sette sporte”, la pienezza capace di “sfamare” chi ancora non conosce l’amore di Dio.

Giovedì – 1° di Avvento
Liturgia: Is 26,1-6; Sal 117; Mt 7,21.24-27

Ascoltare e non mettere in pratica la Parola di Dio non solo non serve, ma fa anche male!

Chi pronuncia parole cristiane senza Cristo, cioè senza metterle in pratica, fa male a se stesso e agli altri, perché è vinto dall’orgoglio e causa divisione, anche nella Chiesa.

Ascoltare e mettere in pratica la parola del Signore è come costruire la casa sulla roccia. Gesù rimproverava i farisei di conoscere i comandamenti ma di non realizzarli nella loro vita: “sono parole buone”, ma se non sono messe in pratica “non solo non servono, ma fanno male: ci ingannano, ci fanno credere che noi abbiamo una bella casa, ma senza fondamenta”. Una casa che non è costruita sulla roccia:

“Questa figura della roccia si riferisce al Signore. Isaia, nella Prima Lettura, lo dice: ‘Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna!’. La roccia è Gesù Cristo! La roccia è il Signore! Una parola è forte, dà vita, può andare avanti, può tollerare tutti gli attacchi, se questa parola ha le sue radici in Gesù Cristo. Una parola cristiana che non ha le sue radici vitali, nella vita di una persona, in Gesù Cristo, è una parola cristiana senza Cristo! E le parole cristiane senza Cristo ingannano, fanno male! Uno scrittore inglese, una volta, parlando delle eresie diceva che un’eresia è una verità, una parola, una verità, che è diventata pazza. Quando le parole cristiane sono senza Cristo incominciano ad andare sul cammino della pazzia”.

E una pazzia che fa diventare superbi: “Una parola cristiana senza Cristo ti porta alla vanità, alla sicurezza di te stesso, all’orgoglio, al potere per il potere. E il Signore abbatte queste persone. Questa è una costante nella storia della Salvezza. Lo dice Anna, la mamma di Samuele; lo dice Maria nel Magnificat: il Signore abbatte la vanità, l’orgoglio di quelle persone che si credono di essere roccia. Queste persone che soltanto vanno dietro una parola, ma senza Gesù Cristo: una parola cristiana pure, ma senza Gesù Cristo, senza il rapporto con Gesù Cristo, senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo. Questo è quello che il Signore oggi ci dice: di costruire la nostra vita su questa roccia e la roccia è Lui”.

“Ci farà bene fare un esame di coscienza per capire “come sono le nostre parole”, se sono parole “che credono di essere potenti”, capaci “di darci la salvezza”, o se “sono parole con Gesù Cristo”: “Mi riferisco alle parole cristiane, perché quando non c’è Gesù Cristo anche questo ci divide fra di noi, fa la divisione nella Chiesa. Chiedere al Signore la grazia di aiutarci in questa umiltà, che dobbiamo avere sempre, di dire parole cristiane in Gesù Cristo, non senza Gesù Cristo. Con questa umiltà di essere discepoli salvati e di andare avanti non con parole che, per credersi potenti, finiscono nella pazzia della vanità, nella pazzia dell’orgoglio. Che il Signore ci dia questa grazia dell’umiltà di dire parole con Gesù Cristo, fondate su Gesù Cristo!”.

Venerdì – 1° di Avvento
Liturgia: Is 29,17-24; Sal 26; Mt 9,27-31

Pregare è dare “fastidio” a Dio perché ci ascolti, sempre sicuri del suo intervento.

Pregare con insistenza e con la certezza che Dio ascolterà la nostra preghiera. La preghiera ha due atteggiamenti: è “bisognosa” e allo stesso tempo è “sicura” del fatto che Dio, nei suoi tempi e nei suoi modi, esaudirà il bisogno.

La preghiera, quando è cristiana sul serio, oscilla tra il bisogno che sempre contiene e la certezza di essere esaudita, anche se non si sa con esattezza quando. Questo perché chi prega non teme di disturbare Dio e nutre una fiducia cieca nel suo amore di Padre. Cieca come i due non vedenti del brano del Vangelo di oggi, che gridano dietro a Gesù il loro bisogno di essere guariti. O come il cieco di Gerico, che invoca l’intervento del Maestro con una voce più alta di chi vuole zittirlo. Perché Gesù stesso ci ha insegnato a pregare come “l’amico fastidioso” che mendica del cibo a mezzanotte, o come “la vedova col giudice corrotto”:

“Non so se forse questo suona male, ma pregare è un po’ dare fastidio a Dio, perché ci ascolti. Ma, il Signore lo dice: come l’amico a mezzanotte, come la vedova al giudice… E’ attirare gli occhi, attirare il cuore di Dio verso di noi… E questo lo hanno fatto anche quei lebbrosi che gli si avvicinarono: ‘Se tu vuoi, puoi guarirci!’. Lo hanno fatto con una certa sicurezza. Così, Gesù ci insegna a pregare. Quando noi preghiamo, pensiamo a volte: ‘Ma, sì, io dico questo bisogno, lo dico al Signore una, due, tre volte, ma non con tanta forza. Poi mi stanco di chiederlo e mi dimentico di chiederlo’. Questi gridavano e non si stancavano di gridare. Gesù ci dice: ‘Chiedete’, ma anche ci dice: ‘Bussate alla porta’, e chi bussa alla porta fa rumore, disturba, dà fastidio”.

Insistenza ai limiti del fastidio, dunque. Ma anche una incrollabile certezza. I ciechi del Vangelo sono ancora di esempio. “Si sentono sicuri di chiedere al Signore la salute”, perché alla domanda di Gesù se credano che Egli possa guarirli, loro rispondono: “Sì, Signore, crediamo! Siamo sicuri!”:

“E la preghiera ha questi due atteggiamenti: è bisognosa ed è sicura. Preghiera bisognosa sempre: la preghiera, quando noi chiediamo qualcosa, è bisognosa: ‘Ho questo bisogno, ascoltami, Signore’. Ma anche, quando è vera, è sicura: ‘Ascoltami! Io credo che tu possa farlo perché tu lo hai promesso’”.

“Lui l’ha promesso”: ecco la pietra angolare su cui poggia la certezza di una preghiera. “Con questa sicurezza noi diciamo al Signore i nostri bisogni, ma sicuri che lui possa farlo”. Pregare è sentirci rivolgere da Gesù la domanda ai due ciechi: “Tu credi che io possa fare questo?”:

“Lui può farlo. Quando lo farà, come lo farà non lo sappiamo. Questa è la sicurezza della preghiera. Il bisogno di dirlo con verità, al Signore. ‘Sono cieco, Signore. Ho questo bisogno. Ho questa malattia. Ho questo peccato. Ho questo dolore…’, ma sempre la verità, come è la cosa. E Lui sente il bisogno, ma sente che noi chiediamo il suo intervento con sicurezza. Pensiamo se la nostra preghiera è bisognosa ed è sicura: bisognosa, perché diciamo la verità a noi stessi, e sicura, perché crediamo che il Signore possa fare quello che noi chiediamo”.

Sabato – 1° di Avvento
Liturgia: Is 30,19-21.23-26; Sal 146; Mt 9,35-38 – 10,1.6-8

Meditazione del giorno – Giovanni Paolo II Redemptoris missio, 86
«La messe è molta»

Se si guarda in superficie il mondo odierno, si è colpiti da non pochi fatti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma è, questo, un sentimento ingiustificato: noi abbiamo fede in Dio Padre e Signore, nella sua bontà e misericordia. In prossimità del terzo millennio della redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravvede l’inizio.

Difatti, sia nel mondo non cristiano come in quello di antica cristianità, c’è un progressivo avvicinamento dei popoli agli ideali e ai valori evangelici, che la chiesa si sforza di favorire. Oggi, infatti, si manifesta una nuova convergenza da parte dei popoli per questi valori: il rifiuto della violenza e della guerra; il rispetto della persona umana e dei suoi diritti; il desiderio di libertà, di giustizia e di fraternità; la tendenza al superamento dei razzismi e dei nazionalismi; l’affermazione della dignità e la valorizzazione della donna.

La speranza cristiana ci sostiene nell’impegnarci a fondo per la nuova evangelizzazione e per la missione universale, facendoci pregare come Gesù ci ha insegnato: «Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,10).

Gli uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso: gli spazi umani e culturali, non ancora raggiunti dall’annunzio evangelico o nei quali la chiesa è scarsamente presente. Sono tanto ampi, da richiedere l’unità di tutte le sue forze. Preparandosi a celebrare il giubileo del Duemila, tutta la chiesa è ancor più impegnata per un nuovo avvento missionario. Dobbiamo nutrire in noi l’ansia apostolica di trasmettere ad altri la luce e la gioia della fede, e a questo ideale dobbiamo educare tutto il popolo di Dio.


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Questa voce è stata pubblicata il 27/11/2016 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Lectio della Settimana con tag , .

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