COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Riflessioni di Natale

Natal21

QUESTO E’ UN NATALE NUOVO

Sì, si è fatta troppa poesia sul Natale. Si è trasformata l’Incarnazione in un’orgia di consumo. Ma la saturazione del profano, la condanna del pretestuoso, dell’inutile sta diventando una conquista. Anche questo forse è un segno di nuovi tempi. Non è il caso di essere pessimisti. C’è tutta una gioventù cristiana che non ama più commuoversi a Natale. E il povero non si lascia più sedurre dal pacco di Natale. Provate voi a preparare il famoso pranzo per i poveri: certo, il barbone è sempre pronto ad approfittarne; ma perfino il barbone sa che deve mangiare tutto l’anno e non solo a Natale. Anche l’uomo della strada ormai conosce le cifre della vergogna. Lo sanno tutti che ogni anno nel mondo muoiono per fame milioni di uomini….
Allora? Quanti Natali nella tua vita!
Forse cinquanta, forse settanta, ottanta! Duemila Natali! Ma ai Suoi occhi mille anni sono come un giorno che è già passato. L’importante è che ogni anno succeda qualcosa e tu possa dire: ecco, questo è un Natale nuovo.
David Maria Turoldo

DIO È VICINO A CIÒ CHE È PICCOLO

Dio nella piccolezza: questa la parola rivoluzionaria, appassionata dell’avvento: ecco Maria, anzitutto, la moglie del carpentiere – noi diremmo: la povera donna di un operaio – sconosciuta, insignificante agli occhi degli uomini… proprio nella sua insignificanza, nella sua piccolezza agli occhi degli uomini, viene fatta oggetto dello sguardo e dell’elezione di Dio, per essere madre del salvatore del mondo. Non in virtù di qualche suo pregio umano, né per il suo pur grande timor di Dio; non a motivo della sua umiltà e neppure di una qualsivoglia sua virtù, ma solo ed esclusivamente perché la condiscendente volontà di Dio ama, elegge e fa grande ciò che è basso, insignificante e piccolo. Maria, la donna austera e timorata di Dio, che vive nell’antico testamento e spera nel suo redentore, l’umile donna di un operaio, la madre di Dio!
Dio non si vergogna della piccolezza dell’uomo, vi si coinvolge totalmente: sceglie un essere umano, lo fa suo strumento e compie il suo miracolo là dove meno lo si attende. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, spezzato. Quando giungiamo, nella nostra vita, al punto di vergognarci dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio, quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi, quando sentiamo Dio lontano come mai nella nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come mai; allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia.
Dietrich Bonhoeffer

SALVARE IL NATALE

Per salvare il Natale nel suo significato più profondo e umano: questo scoprirsi fratelli, tutti bisognosi di salvezza, bisognosi l’uno dell’altro. Questo non saperci più soli: che non possiamo stare bene finché non sta bene anche l’ultimo dei nostri fratelli. Questo sentire che l’umanità è una sola, unica; e che ci salveremo tutti insieme o tutti insieme ci perderemo: che perfino Dio non può stare da solo: perciò viene e si fa uomo; viene ad abitare in mezzo agli uomini, a nascondersi nell’ultimo di tutti. Per dire come i più poveri e scartati della terra sono uomini. Dobbiamo riscoprire la gioia del donare! Salvandoci dalla profanazione dello scialo, da questo sacrilegio: che poi è perfino un’offesa all’estetica, oltre che negazione di umanità.
Perché non si può festeggiare il Natale e offendere le cose di questo mondo: qui è tutta una follia e un degrado generale. Ma come si fa a vivere in verità un Natale in questa temperie e in queste circostanze di cronache nere, di mala vita dilagante, in uno stato permanente di alienazione dell’anima dalle sue più profonde motivazioni di vita?
Bisogna salvare il Natale, e sarà come intraprendere la via giusta per salvare noi stessi; sarà come riscoprire le più profonde ragioni dell’essere: la realizzazione dell’incontro dell’uomo con Dio.
Davide Maria Turoldo

IL NOSTRO POSTO PRESSO LA CULLA DI GESU’

Per essere presenti nel presepio non è necessario essere senza peccato. Anche la nostra miseria è uno stimolo all’amore di Dio. Occorre riconoscersi peccatori. Chi non sente la propria sconfinata miseria non può capire il mistero del Natale; né può capire la gioia d’essere un redento chi nulla ha da farsi perdonare da Gesù.
Poi ci vuole un po’ d’amore nel cuore. “Chi vede il fratello vede Gesù”. “Io avevo fame e tu non mi hai dato da mangiare: ero ignudo e non mi hai vestito….”
Per questo Gesù che nasce è ancora solo.
Ma perché togliergli perfino la compagnia di Maria, Giuseppe, Pastori e Magi?
Chi possiamo mettere al posto della Madonna, se tante nostre donne non sentono più la grandezza della maternità? Se hanno paura del “bambino” come di chi viene a guastare la loro piccola felicità?
Quali custodi al posto di Giuseppe, se i papà si scordano che i figli hanno l’anima oltre che lo stomaco? Se hanno case spalancate per tutto il male che c’è nel mondo?
E i Pastori… Anche noi poveri abbiamo dimenticato di guardare in alto, verso le notti stellate; non intendiamo più che il linguaggio del denaro…
E i Magi… Quelli che studiano hanno così rimpicciolito il mistero, hanno reso così brutto l’infinito, così pratico il sapere da farlo diventare un profitto più che una guida. Che può mai trovare tra le stelle chi non sa neppur leggere nei libri?
Gesù è ancora solo.
Venga presto il Natale dell’umanità, quando tutti gli uomini riprenderanno il loro posto presso la culla di Gesù: madonne, guardiani, pastori, magi di un avvento che sarà la festa del mondo.
Don Primo Mazzolari (1958)

CHI OSERÀ SPARARGLI CONTRO?

Se un giorno fra le trincee fosse passato un bambino, chi avrebbe osato sparare? Tra le trincee costruite dalla nostra cattiveria è passato e passa, non soltanto nel giorno di Natale, Gesù, che ha il volto, gli occhi, la grazia incantevole dei nostri bambini. Chi oserà sparargli contro?
Don Primo Mazzolari, Natale 1931

NATALE UNO STATO DI MENTE

Il Natale non è un periodo o una stagionalità, ma uno stato della mente. Deve portare tra la gente pace e buoni propositi. Essere pieni di misericordia significa avere il vero spirito natalizio. Se pensiamo a queste cose, dentro di noi rinascerà il Salvatore e su di noi brillerà il raggio di una stella che porterà un barlume di speranza per il mondo.
Calvin Coolidge

I PASTORI SI AFFRETTAVANO

I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.
Omilia di Benedetto XVI – Natale 2012

IL GIORNO DEI DESIDERI PIÙ COMUNI

Chi resta insensibile al Natale? I cristiani celebrano questa ricorrenza da circa diciassette secoli. Siccome per loro Gesù di Nazareth era il messia, il vero sole, vollero celebrarlo nel momento dell’anno in cui il sole ricominciava a vincere la notte e cessa il declinare all’orizzonte per sorgere vittorioso sempre più in alto. Sì, Gesù, quello che i cristiani credono inviato da Dio tra gli uomini, non è apparso miracolosamente, scendendo in gloria dai cieli, come negli schemi classici, ma è comparso come un neonato, venuto al mondo come ciascuno di noi. Il Dio eterno che si fa mortale, il Dio infinito che si fa piccolo, il Dio onnipotente che si fa debole e appare tra gli uomini come un bambino, nasce, cresce, come qualsiasi essere umano, minacciato dalla morte, vittima della malvagità di alcuni uomini: tutto questo ha immesso nella festa del Natale qualcosa che tocca tutti perché riguarda ogni uomo. Così il Natale è diventato la celebrazione della nuova vita che continua, è diventato il giorno in cui si osano manifestare i desideri più comuni e più umani: desiderio di amore, innanzitutto, di amare e di essere amati; desiderio di felicità, cercato da tutti come realtà che dà il senso primario alla vita; desiderio di pace che permette di pensare se stessi e la vita senza liti né inimicizie, senza violenza né ingiustizia. (…)
Forse, tradurre questa verità di fede in termini parlanti per gli uomini e le donne di oggi può apparire impresa ardua, eppure basta farsi carico del proprio essere uomo, basta farsi prossimo di chi è nel bisogno, partendo dalle realtà più quotidiane, dalle persone che ci stanno accanto, dal nostro comune bisogno di cibo, di affetto, di ascolto di pace, di perdono. In fondo la stessa consuetudine di scambiarci auguri e regali cosa significa se non cercare di dire all’altro che ci sta a cuore, che pensiamo a lui, che desideriamo che sia felice, che vorremmo essere nella gioia insieme, non l’uno senza l’altro, non l’uno contro l’altro?
Enzo Bianchi

UNO CHE HA CAMMINATO SULLE NOSTRE STRADE

La fede cristiana confessa che gli uomini sono fatti ad immagine di Dio; ognuno di essi è capace di fare il bene, è capace di amore, di comunicazione, di solidarietà: anche l’uomo più delinquente, più ostile agli altri uomini e nemico della convivenza civile, mantiene in sé questa capacità, che è solo umana, di amore per l’altro. E proprio per questo, perché gli uomini siano più uomini, Dio si è fatto uomo per insegnarci a vivere in questo mondo in un modo che canti la vita e sia lotta contro il potere della morte. Nella fede si contempla Dio diventato bambino, uno di noi, uno che ha camminato sulle nostre strade accanto a noi, come un viandante che offre la sua mano a chi vuole camminare con lui. Allora il Natale è festa nonostante le asprezze e le ferite che attraversano il cammino.
Enzo Bianchi

NATALE FESTA DI TUTTI

Il Natale è ormai una festa non riservata ai cristiani ma carica di una valenza antropologica. I valori della quotidianità, del tessuto della vita, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, la fraternità sono ormai legati a questo giorno al punto che anche là dove vi è contrapposizione tra credenti e non credenti, la festa rimane tale per tutti: magari, invece di “Buon Natale!” i non credenti si augurano un più generico “Buone Feste!”, ma il clima dell’incontro, della gioia, dell’intimità è da tutti condiviso. Il Natale è un’autentica occasione per riaccendere una speranza che riguarda l’umanità intera: in questo senso tutti noi sappiamo benissimo “cos’è” il Natale.
Enzo Bianchi

SIAMO ANCORA CAPACI DI FARE FESTA?

Arrivano le feste, ma con esse anche una domanda sempre più pertinente: siamo ancora capaci di fare festa? Riusciamo ancora a segnare un tempo come festivo, diverso dal feriale quotidiano? E, se e quando ci riusciamo, di cosa abbiamo bisogno per distinguerlo dalle ormai sempre più numerose occasioni che abbiamo per festeggiare, stimolati come siamo da un mercato che ci vuole sempre pronti a consumare tempo e denaro in beni fuori dall´ordinario? Finiamo per credere che ciò che caratterizza la festa debba essere l´eccesso, la ricchezza, il poter spendere per il superfluo, lo stordirci con lo straordinario.
In questo senso il Natale è divenuta la ricorrenza che più di altre mostra la contraddizione in cui ci troviamo e il conseguente paradosso di trovarci in ansia per la festa: siccome ha perso la preziosità che gli derivava del suo essere unica o quasi durante l´anno, ora sembra condannata a distinguersi dalle mille altre feste che ci siamo inventati attraverso un “di più” di tutto: più spese, più regali, più cibi, viaggi più lontani, adunate più affollate…
Eppure, il cuore e la mente ci dicono che per noi la vera festa è fatta di altro, di cose che non si pesano in quantità ma in qualità, che non si misurano in estensione ma in profondità: incontri autentici, momenti di condivisione, equilibri di silenzi e parole, tempo offerto all´altro nella gratuità. Se siamo onesti con noi stessi, il regalo più gradito non è quello che ci sorprende di più per la sua stranezza o per il suo prezzo, bensì quello che più è capace di narrarci il sentimento di chi lo porge. Come non ricordare la povertà dei regali negli anni del dopoguerra o, ancora oggi, in tante famiglie in difficoltà economiche? Eppure bastava e basta così poco per far risplendere il dono più umile: era e rimane sufficiente che il gesto che lo offre sappia al contempo porgere il cuore di chi dona, sappia parlare al cuore di chi riceve…
Enzo Bianchi

LA FEDE: UN BAMBINO DA PORTARE IN BRACCIO

Una porta si schiude da qualche parte sulla terra, quella di un povero alloggio dove brilla il fieno di una mangiatoia. Nello stesso istante una porta si schiude nel cielo, quella di una stella che trafigge la notte. Porta doppia e unica, solstiziale. Il sole è appena entrato nella fase ascendente del suo ciclo. Un bambino che è appena nato crescerà e illuminerà il mondo. La fede è un bambino che non concede riposo, che non si adatta a nessuna abitudine, soprattutto all’indolenza, alla tiepidezza, e che prova ripugnanza per ogni compromesso. È un bambino ribelle, tanto vulnerabile quanto temerario, tanto meditabondo quanto avventuroso. Un bambino nato in piena notte e destinato per sempre alla prova della notte, eppure incessantemente mosso dal desiderio della luce. Un bambino più leggero di una pagliuzza – basta un nonnulla a farlo volar via, svanire-, ma anche pesante quanto il mondo. Un bambino da portare in braccio, giorno dopo giorno, fino allo stremo delle forze, fino all’ultimo respiro.
Questa è la Natività: un invito a farsi carico del bambino dalla genealogia misteriosa e stupefacente, ad assicurare di salvarlo dalla furia delle tempeste, siano esse dentro o fuori. È assumersi la responsabilità affidata a Giuseppe, il primo a cui spettò. Infatti, nella notte della Natività, è chiesto a ognuno di dare il cambio a Giuseppe. La fede vive in un’infanzia perpetua, non può mai dichiararsi fatta e finita, sicura della sua forza e della sua resistenza; richiede sempre vigilanza e lavoro.
Sylvie Germain



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Un commento su “Riflessioni di Natale

  1. giuma56
    26/12/2015

    L’ha ribloggato su My Blog LeggiAmo La Bibbia.

    Mi piace

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