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L’iconografia dei magi. La stella di Matteo

Cattedrale Francia

L’angelo sveglia i Re magi che devono andare a Betlemme. Cattedrale di San Lazzaro, Autun, Francia. Opera di Giselbertus.

(Fabrizio Bisconti) È estremamente complessa la decodificazione della personalità dei magi, la cui definizione greca, presumibilmente proveniente dal persiano o dal sanscrito, come ricorda Erodoto quando li considera appartenenti a una razza asiatica, serve a definire sacerdoti, astrologi e interpreti di sogni. Nell’Antico Testamento i “maghi” spuntano alla corte del Faraone di Egitto, ma anche a quella di Nabucodonosor, sempre con l’accezione di chiromanti e ipnotizzatori. Solo nel Nuovo Testamento la sfera semantica della figura dei magi cambia voltaggio per connotare la pietà e la sapienza di questi eccellenti sacerdoti persiani che, per il tramite della stella della Natività, che individuano come astro nascente, assurgono ad attori protagonisti della profezia messianica.

Il cammino dei magi verso Betlemme e l’adorazione del Bambino vengono rievocati soltanto nel vangelo di Matteo (2, 1-12), anche se il racconto non si ferma a ricordare i nomi, il numero o la presunta regalità, che spuntano solo negli scritti apocrifi, che si diffondono a partire dal VI secolo, o forse già nel V, con il Vangelo dell’Infanzia Armeno. Nello stesso frangente cronologico il Libro della Caverna dei Tesori, che trova la sua genesi in ambito orientale, narra il curioso e fantasioso “nascondimento” dei doni dei magi in una grotta segreta, scavata nel monte del Paradiso e individuata dai protoparenti. Nell’alto medioevo possiamo collocare la Cronaca di Zuqnin che traghetta in occidente quest’ultima narrazione, facendo trasparire lo scioglimento simbolico dei doni, ossia la regalità dell’oro, la divinità dell’incenso, la fine terrena, identificabile con il sacrificio del Cristo, della mirra. Anche alla stella viene attribuito un risvolto simbolico, che può essere riassunto con il corrispettivo teologico della grazia, che trasmette il senso cosmico, universale ed epocale del messaggio suggerito dal Vangelo, secondo quanto puntualizza Gregorio Magno.

La prima rappresentazione dei magi compare nella sommità dell’arcone centrale della cappella greca delle catacombe romane di Priscilla, negli anni centrali del III secolo, e mostra i tre uomini eccellenti, rappresentati mentre si recano verso la Madonna in trono con il bambino sulle ginocchia, adottando uno schema tanto semplice quanto incisivo che denuncia le peculiarità dell’abbreviazione iconografica, declinando il linguaggio figurativo verso i territori del repertorio simbolico, allusivo e docetico.

Nel patrimonio pittorico delle catacombe romane l’episodio dell’adorazione dei magi ritorna varie volte, ma propone un numero di magi variabile: agli esordi del IV secolo, nelle catacombe di Domitilla, diventano quattro, mentre nel cimitero dei Santi Pietro e Marcellino sono due e sono raffigurati in maniera speculare e simmetrica, dando luogo ad una sorta di “stemma iconografico”, di manifesto figurativo, ora meglio leggibile dopo un accurato restauro.

Questo solenne schema iconografico trae origine dal cerimoniale imperiale tardoantico e recupera la memoria figurativa dei popoli vinti che recano doni al principe, raffigurato come un personaggio avvolto da un’aura apoteotica e vittoriosa. I magi appaiono vestiti all’orientale, con berretto frigio, una breve tunica manicata e molto aderente, pantaloni stretti, definiti anaxyrides, e il corto mantello, secondo lo stesso abbigliamento che interessa i tre giovani ebrei nella fornace, condannati al vivicomburium dal re Nabucodonosor. I tre magi, definiti re, o meglio reges fere già da Tertulliano, nelle più antiche rappresentazioni catacombali, ma anche nei sarcofagi del IV secolo, recano i doni, spesso posati su piatti circolari, nella forma di corone o monete d’oro, di piccoli globi e in una pisside l’incenso, in un vasetto la mirra. La rappresentazione più singolare abbina, in una lastra incisa di età tetrarchica ora ai Musei Vaticani, l’adorazione alla profezia messianica. Qui, in questo epitaffio, dedicato alla defunta Severa, di cui viene riportato anche il ritratto, i tre re e un profeta indicano una stella, facendo dialogare la prefigurazione veterotestamentaria e il mistero del Natale.

Uno straordinario monumento della fine del IV secolo, conservato in situ in un mausoleo di Tolentino dedicato al nobile romano Catervio, propone uno schema alternativo, l’incontro dei magi con Erode, secondo una composizione, che prende spunto dalla storia dei fanciulli ebrei di Babilonia al cospetto di Nabucodonosor. In questo quadro i magi, vestiti all’orientale e provvisti di aste-scettro, additano la stella, mentre Erode, barbato, è in piedi tra due militi, dinanzi al suo busto sistemato su un pilastrino scanalato. Nello stesso frangente cronologico possiamo collocare un prezioso cratere in marmo nero di Palazzo Massimo a Roma, che mostra, nella decorazione a rilievo, oltre a un collegio apostolico, Maria regina tra i magi e i pastori, secondo uno schema che ricorda una delle facce della cappella argentea di san Nazaro, dello stesso periodo, presumibilmente sistemata da Ambrogio sotto l’altare della basilica cruciforme, fatta costruire come memoria apostolorum sulla via porticata, che conduce verso Roma, nell’hinterland milanese.

Se i temi dell’adorazione e del teso colloquio con Erode tornano nello splendido manifesto efesino commissionato da Sisto III (432-440) per il santuario romano di Santa Maria Maggiore, l’apice iconografico e storico-artistico del tema dell’ossequio dei tre re della terra al piccolo re del mondo trova la sua manifestazione solenne e sontuosa nei mosaici della parete sinistra della basilica ravennate di Sant’Apollinare Nuovo, da riferire al VI secolo e ormai provvista dei nomi Balthasar, Melchior, Gaspar che definiscono i tre uomini santi, che mostrano i caratteri somatici delle razze e delle età dell’uomo. Tutto ciò attribuisce al tema, che si diffonderà nell’arte di ogni epoca e territorio, la responsabilità narrativa, ma anche allegorica, della prima manifestazione esplicita, ma pure dell’incipiente ed esponenziale espressione divina del bambino di Betlemme e della sua Epifania.

L’Osservatore Romano, 5 gennaio 2016.

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Questa voce è stata pubblicata il 04/01/2017 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , , .

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