COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Battesimo del Signore (A) Commento

Battesimo del Signore
Anno A
Matteo 3,13-17

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In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
(Letture: Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti 10,34-38; Matteo 3,13-17)

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà
 Ermes Ronchi

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento. Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.
Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).
Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure!
Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.
La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio.
La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.
Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

Particolare del piviale di san Nicola raffigurato da Gentile da Fabriano nel Polittico Quaratesi, 1425..jpg

Particolare del piviale di san Nicola raffigurato da Gentile da Fabriano nel Polittico Quaratesi, 1425.

Gesù, in fila con i peccatori
di ENZO BIANCHI

Brevi note sulle altre letture bibliche
Isaia 42,1-4.6-7

Nella profezia di Isaia sono presenti, come perle su un tessuto, quattro poemetti chiamati “canti del Servo del Signore” (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12), i quali presentano un’ora della vita di un uomo anonimo, autentico e radicale schiavo del Signore, che, chiamato da lui, compie fedelmente la missione assegnatagli. Il testo odierno è tratto dal primo canto, che delinea il profilo di questo eletto di Dio sul quale dimora lo Spirito del Signore. È un profeta che parlerà a nome di Dio e si presenterà mite e umile, ma con una missione universale: diventare “alleanza del popolo e luce delle genti”, liberazione di tutti i prigionieri delle tenebre. Ben presto i credenti in Gesù Cristo hanno individuato in questo Servo i tratti del profeta Gesù che nell’umiltà si fa immergere da Giovanni nel Giordano.

Atti degli apostoli 10,34-38

Negli Atti degli apostoli l’apostolo Pietro fa un annuncio del Vangelo in casa di Cornelio, centurione pagano, sintetizzandolo così: Dio ha inviato ai figli di Israele una parola, la buona notizia della pace per mezzo di Gesù Cristo, che è il Kýrios, il Signore di tutta l’umanità. Di tale parola Pietro è testimone, perché ha seguito Gesù dal battesimo di G iovanni fino alla sua morte e resurrezione: Gesù è stato tra gli uomini, ha operato solo il bene, ha risanato e liberato chi stava sotto il potere del male, perché Dio lo aveva unto nello Spirito santo ed era sempre con lui. Sì, lo Spirito presente sul Servo del Signore unge Gesù come Messia e scende su di lui nel battesimo di Giovanni, per dimorare sempre in lui (cf. Gv 1,32-34).


Matteo  3,13-17

Abbiamo celebrato a Natale la manifestazione-epifania del Salvatore ai poveri, all’Epifania la manifestazione alle genti: oggi, con il battesimo di Gesù, celebriamo la sua manifestazione a Israele, concludendo così il tempo delle epifanie dell’incarnazione.

C’è stato un lungo silenzio dall’infanzia di Gesù fino a quest’ora. Dove Gesù ha vissuto la sua giovinezza? Dove ha imparato a leggere le sante Scritture? Dove è diventato un uomo maturo di circa trent’anni (cf. Lc 3,23)? I vangeli non ci danno risposte. Possiamo solo dire che, negli anni immediatamente precedenti al battesimo, Gesù è stato discepolo del Battista nel deserto di Giuda, come Giovanni stesso ci testimonia nella sua predicazione messianica: “Chi viene dietro a me (opíso mou), chi è alla mia sequela è più forte di me” (Mt 3,11; Mc 1,7).

È in questa sequela che Gesù chiede a Giovanni, il suo rabbi, di ricevere l’immersione nelle acque del Giordano, mettendosi in una fila di peccatori che vogliono professare la volontà di conversione, di ritorno a Dio. Questa è la scena, è l’atto di presentazione di Gesù adulto, il suo primo atto pubblico. Gesù è il Messia, l’Unto del Signore, è il Salvatore di Israele, è il Figlio di Dio venuto nel mondo, ma la sua prima manifestazione è nell’abbassamento, nello svuotamento, senza presentare le sue prerogative divine. Sì, in questa immersione di Gesù, che non ha bisogno di battesimo per la remissione dei peccati, essendo senza peccato (cf. 2Cor 5,21; Eb 4,15), si annovera tra i peccatori, come accadrà anche nella sua morte in croce tra due malfattori (cf. Mt 27,38; Mc 15,27). Ecco perché dico che Gesù è “il Messia al contrario o paradossale”, perché contraddice ogni immaginazione umana, ogni logica che vuole che la venuta di Dio avvenga nello splendore, nella gloria, nella potenza. Egli fa la sua prima apparizione pubblica tra i peccatori e sarà chiamato “amico dei peccatori” (Mt 11,19; Lc 7,34), poiché vivrà tra loro senza allontanarli da sé: perché non abbiamo mai pensato che “amico dei peccatori” sia un titolo cristologico?

Giovanni però, che per rivelazione e soltanto per fede conosce la vera identità di Gesù, annunciandolo come “colui che è più forte di lui”, si rifiuta di immergere Gesù nelle acque del Giordano. Anzi, nel racconto di Matteo confessa: “Io ho bisogno di essere immerso da te, e tu invece vieni a me e chiedi di essere immerso?”. Poi però obbedisce silenziosamente alle parole di Gesù, che gli ricorda l’obbedienza che entrambi devono fare alla missione ricevuta: entrambi devono “adempiere ogni giustizia”, cioè corrispondere puntualmente alla volontà di Dio. Occorre mettere in risalto che questa è la prima parola di Gesù nel vangelo secondo Matteo, dunque un’espressione di importanza capitale, che definisce la sua missione: Gesù deve compiere, realizzare (pleróo), come Giovanni e insieme a lui, ciò che è giusto, ciò che corrisponde alla volontà di Dio e che non è voluto, desiderato, sognato personalmente, anche a costo di contraddire il proprio io, la propria volontà, il proprio progetto. Dal canto suo Giovanni, l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo profeta del Nuovo, lascia a Gesù ogni decisione, lascia fare a Gesù: egli sa di dover solo predisporre tutto affinché la volontà di Dio, ormai espressa autorevolmente da Gesù, si compia.

Gesù viene dunque immerso da Giovanni nel Giordano, e mentre esce dalle acque dopo essersi identificato con l’umanità peccatrice – avendo compiuto questo momento pasquale di morte, affogamento, deposizione dei peccati, discesa nel profondo e risalita dalle acque, resurrezione a vita nuova, profezia della sua passione-Pasqua –, ecco giungere su di lui, proprio allora, la parola definitiva di Dio. Si aprono i cieli, cioè avviene una comunicazione tra mondo celeste e mondo terrestre, tra Dio e la terra; lo Spirito santo scende dai cieli come una colomba, dolcemente, su di lui; e una voce proclama: “Questi è il mio Figlio, l’amato: in lui ho posto tutta la mia gioia”. Questa dichiarazione della voce di Dio venuta dall’alto è una rivelazione:

Tu sei mio Figlio, come sta scritto nel Sal 2,7, cioè il Messia regale;
ma sei anche il Figlio amato, come Isacco nell’ora del sacrificio (cf. Gen 22,2);
e sei anche il Servo nel quale il Signore si compiace e sul quale effonde lo Spirito (cf. Is 42,1)

Commenta Cirillo di Gerusalemme, in modo lapidario: “Perché ci sia un Unto, un Christós, occorre qualcuno che lo unga, il Padre, e qualcuno che sia unzione, lo Spirito santo. Ecco il senso del nome di Cristo”. Questa teofania è ricca di significato: come sulle acque primordiali, nell’in-principio della creazione, aleggiava lo Spirito di Dio (cf. Gen 1,2), così sulle acque del Giordano scende lo Spirito, inaugurando la nuova creazione nel nuovo Adamo, Gesù Cristo. E la parola di Dio dice la sua identità di Figlio di Dio stesso, Figlio unico e amatissimo, Figlio di cui Dio, vedendo lo stile da lui assunto e le azioni da lui compiute, come quel battesimo, può attestare: “Io mi rallegro di te, sei amatissimo da me, mi compiaccio di te, per come vivi e agisci, in piena conformità alla mia volontà”.

Queste parole di Dio all’inizio di ogni vangelo sinottico (cf. Mc 1,11; Lc 3,22) sono anche per ciascuno di noi, che dovrebbe sentirle rivolte a sé: sì, Dio mi dice che sono suo figlio, che sono da lui amatissimo. Ciascuno di noi dovrebbe sperare che Dio gli possa dire: “Di te mi compiaccio, di te mi rallegro!”, ma forse, conoscendo le nostre rivolte verso Dio, i nostri peccati, non riusciamo a crederlo possibile. Noi esitiamo, eppure dovremmo esserne convinti: queste sono le parole che Dio vorrebbe dirci e che ci dirà se speriamo in lui, non in noi, nella sua misericordia, non nelle nostre giustificazioni.


Particolare del piviale di san Nicola raffigurato da Gentile da Fabriano nel Polittico Quaratesi, 1425.

Questo polittico si pone in continuità cronologica con la pala dei Magi presentata per l’Epifania. L’autore è lo stesso: Gentile da Fabriano. L’attenzione di questo polittico è tutta indirizzata verso san Nicola. Il santo è infatti posto in posizione preminente al fianco della vergine Maria che occupa la tavola centrale. Tutte le storie della predella al di sotto dei santi sono tutti episodi e miracoli attribuiti a san Nicola. Anche questo polittico, nello stile di Gentile, è ricco e prezioso con una attenzione al dettaglio che rileveremo. Così tanta attenzione da non tralasciare davvero nulla. Ho indicato nella composizione i santi raffigurati, le storie narrate e in giallo la collocazione attuale delle tavole del polittico.San Nicola è vestito con un ricco piviale e gli attributi vescovili: mitra e pastorale. Reca nella mano destra tre sfere d’oro che fanno riferimento ad un episodio agiografico del santo: il miracolo della dote. Tre giovani e povere fanciulle non potevano sposarsi per mancanza di dote, il santo nella notte viene in loro soccorso lanciando dalla finestra tre sfere d’oro in modo da garantire a tutte e tre un buon matrimonio.

Una ulteriore storia narrata, che ci porta allo specifico dell’immagine scelta è quella che attribuisce al santo di aver ridato vita a tre giovani fanciulli. Questi tre erano stati avventori di una locanda e l’oste li aveva uccisi, fatti a pezzi e messi nelle botti con il sale. Una storia un po’ forte che ha fatto guadagnare a san Nicola l’attributo di protettore dei bambini. Il passaggio nella cultura popolare di protettore dell’infanzia ha fatto si che nel piviale del santo vescovo venissero rappresentati i passaggi principali narrati dal vangelo dell’infanzia di Gesù.

Presento solo una particolarità di questa successione di episodi per essere breve e farmi perdonare dal lettore per la scorsa presentazione artistica davvero lunga. In tutti gli episodi, tranne la presentazione al tempio, c’è una scelta stilistica di Gentile: nello sfondo c’è un albero che svetta, questo serve sia a dare un senso prospettico all’immagine, ma dal punto di vista simbolico definisce un chiaro riferimento al legno della croce. Gli osservatori dell’epoca di Gentile erano molto avvezzi a questo tipo di richiami.

I Magi

Fuga in Egitto

Strage degli innocenti

Presentazione al Tempio

Battesimo di Gesù


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Questa voce è stata pubblicata il 05/01/2017 da in Anno A, Festività, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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