COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

II Domenica del Tempo ordinario (A) Testi ‘patristici’

II Domenica del Tempo Ordinario (A)
Giovanni 1, 29-34

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo..jpg

Il mistero di Giovanni continua anche oggi

Io credo che il mistero di Giovanni si compia fino ai nostri giorni nel mondo. È necessario che lo spirito e la potenza di Giovanni vengano dapprima nell`anima di chiunque è destinato a credere in Gesù Cristo, per preparare al Signore un popolo perfetto, e spianare le strade e raddrizzare i sentieri nelle asperità dei cuori. Non è soltanto in quei tempi che le strade furono spianate e i sentieri raddrizzati, ma anche oggi lo spirito e la potenza di Giovanni precedono l`avvento del Signore e Salvatore.
(Origene, In Luc. 4, 6)

Andare innanzi al Signore, come Giovanni

È poi giustissimo dire che san “Giovanni andrà innanzi al Signore” (Lc 1,76), perché è nato come precursore, e come precursore è morto. E forse questo sacro mistero si potrebbe compiere in questa nostra vita, anzi oggi stesso. Effettivamente, quando ci disponiamo a credere in Cristo, un potente influsso di Giovanni va innanzi alla nostra anima, per preparare alla fede le vie dell`anima nostra, e fare delle tortuosità di questa vita le vie diritte del nostro passaggio, sí che non abbiamo a cadere nel percorso intricato dell`errore, e ogni valle della nostra anima possa produrre frutti di virtù, ogni cima di meriti profani curvarsi con trepida umiltà davanti al Signore, ben conoscendo che non può assolutamente esaltarsi ciò che è la debolezza in persona.
(Ambrogio, In Luc. 1, 38)

La complessa testimonianza del Battista su Gesù

La complessa testimonianza del Battista su Gesù parte in termini misteriosi e suggestivi: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete» (v. 26), che le successive affermazioni preciseranno; comunque già chiaramente messianica. Il contesto lo suggerisce: si attua in questo misterioso personaggio già presente eppure ignoto, ciò che inutilmente i Giudei cercano nel Battista («il Cristo», «Elia», «il profeta»: vv. 20-21; si noti soprattutto il rapporto fra i vv. 25 e 26).

La teoria popolare del «messia nascosto», di cui si ha un’eco anche nel quarto vangelo (7, 27), sta probabilmente alla base di questa suggestiva battuta iniziale del Battista: già presente, il Messia sarebbe stato riconosciuto all’improvviso solo successivamente. Proprio quello che è capitato allo stesso Battista (vv. 31-33). È un tema che affiora forse anche nella confessione sinottica di Cesarea (Mc 8, 27-30). Non è nemmeno da escludere una punta di polemica, anticipo di quanto succederà: questo «sconosciuto» essi rifiuteranno sempre di «conoscerlo» (8, 14.19). Comunque è l’altissima dignità di questo misterioso «sconosciuto» che il Battista vuol rivelare con gesti di venerazione suprema (v. 27; altro parallelo ai sinottici: Mc 1,7 e par.).

Ma è con la seconda proclamazione che la testimonianza del Battista raggiunge uno dei suoi culmini, presentando Gesù come «l’agnello di Dio … colui che toglie il peccato del mondo» (vv. 29.36). Per spiegare questo eccezionale titolo messianico, assente negli altri vangeli, presente in Giovanni solo in questo passo, sono state avanzate tutte le ipotesi possibili.

Sotto il profilo cultuale, si è pensato innanzitutto, con i Padri Latini, all’agnello pasquale, come anche all’agnello immolato quotidianamente nel tempio, mattino e sera (Es 29, 38-42; Nm 28, 3-8), segno dell’ininterrotta alleanza fra Dio e il suo popolo.

I testi profetici hanno portato spontaneamente a pensare, secondo le preferenze dei Padri Greci, al «Servo di Jahvè» cantato da Isaia «come agnello condotto al macello» per il suo popolo (Is 53, 7).

Anche la letteratura giudaica ha offerto punti di riferimento con la figura del vittorioso agnello apocalittico destinato a distruggere in nome di Dio il male del mondo.

Concezione a cui non sembra estranea la letteratura giovannea, come dimostra l’immagine dell’Agnello celeste e vincitore di Apocalisse 5, 7-13; 8, 10.17. Il quale tuttavia porta i segni della sua immolazione («un Agnello come immolato»: Ap 5, 6), e rimanda così alle immagini precedenti. Anzitutto al Servo di Jahvè «come agnello condotto al macello», che «ha consegnato se stesso alla morte… mentre portava il peccato di molti» (Is 53, 7.12). Le espressioni non sono del tutto identiche a quelle giovannee, ma il riscontro è talmente sorprendente che è impossibile interpretare questo passo di Giovanni senza riferimento alla celebre pagina di Isaia e al sacrificio del «Servo», che spesso nel Nuovo Testamento viene applicata a Gesù (At 8, 32; Mt 8, 17; Eb 9,28), come anche nella letteratura cristiana antichissima (prima lettera di Clemente l,16, uno scritto praticamente contemporaneo a Giovanni).

Tuttavia è forse soprattutto il ricordo dell’agnello pasquale a offrire lo sfondo più naturale alla proclamazione del Battista. Vi si richiama esplicitamente l’evangelista concludendo il suo racconto della passione di Gesù (19, 36); e probabilmente non è un caso che, nella sua particolare cronologia, la morte di Gesù avvenga proprio nell’ora in cui si immolavano gli agnelli (il pomeriggio della vigilia di Pasqua).

L’«immolazione» dell’agnello apocalittico giovanneo (Ap 5, 6), e il parallelo fra l’agnello pasquale e Gesù in altri scritti del Nuovo Testamento (ICor 5,7; IPt l, 19) lo confermano. Non si può nemmeno dimenticare che tutto questo racconto fa in un certo senso da preludio alla prima Pasqua (2, 13-21), dominata dal pensiero della morte e della glorificazione di Gesù. Questo titolo dunque, anche se vi confluiscono diversi influssi, tende in modo particolare a sottolineare l’aspetto «pasquale» (passione/risurrezione) della morte vicaria ed espiatrice di Gesù, capace di annientare «il peccato del mondo» e di riconciliare gli uomini con Dio. Concetto caro alla letteratura giovannea: «Voi sapete che egli è apparso per togliere i peccati e che in Lui non vi è peccato. Chiunque rimane in Lui non pecca» (1Gv 3, 5-6).

La successiva testimonianza del Battista, che non si esprime in un «titolo», ma in una descrizione dinamica – «viene un uomo che mi è passato davanti perché era prima di me» (v. 30) – riprende un tema caro alla teologia giovannea: quello della preesistenza di Cristo. Già affermato nel Prologo (1, 15: vedi commento), riaffiorerà a diverse riprese (6, 62; 8, 58) fino alle solenni e definitive affermazioni della «preghiera sacerdotale» (17, 5.24). Prendendo le mosse dalla cristologia primitiva (dignità sovrumana del Figlio) e portandola ai massimi sviluppi, probabilmente non è senza rapporti con certi filoni del pensiero giudaico-apocalittico (non rabbinico) del primo secolo. Però in Giovanni acquista, tenendo conto dei concetti del Prologo, una portata precisa e inequivocabile: quella della preesistenza divina del Messia venuto dal cielo. Lo spunto è storico – testimonianza del Battista -, ma è ormai la fede piena della comunità giovannea che vi si riflette. Ancora una volta, la prospettiva è quella dinamica della missione del Figlio, come appare dal contesto in cui è incluso.

Questo diventa subito chiaro dalla testimonianza che segue immediatamente: Gesù è colui sul quale «scende» e «si posa» (letteralmente «rimane») lo Spirito Santo (vv. 32.33). Dalla formulazione del passo («scendere come una colomba») è riconoscibile il riferimento all’episodio sinottico del battesimo di Gesù; che tuttavia Giovanni non racconta, probabilmente per motivazioni di linearità cristologica.

Quello della discesa dello Spirito di Dio sul Messia è un motivo classico nell’ Antico Testamento (Is 42, l; 61, 1) che sembra preparare persino la matura formulazione giovannea: «Su di lui si poserà lo Spirito del Signore» (Is 11, 2: il linguaggio però non è identico). Quanto ai contenuti però il quarto vangelo si pone molto più avanti, qualora si tengano presenti i passi analoghi:

Gesù possiede lo Spirito di Dio in modo permanente e pieno, sicché – strumento unico di salvezza nelle mani di Dio – potrà Lui stesso «donare» lo Spirito ai credenti (3,34; 7,37-39; 15,26; 16, 7). Come i testi appena citati affermano esplicitamente, questo suppone ancora il compiersi degli eventi pasquali.

La tensione dinamica («possiede e dà») viene indicata dalla testimonianza immediatamente seguente del Battista, che parla di Gesù come di «colui che battezza in Spirito Santo» (v. 33). Si ripete un fatto frequente in questa pagina del quarto vangelo: un richiamo «verbale» ai sinottici (Me 1, 8: parole del Battista). E come nei sinottici, anche qui la natura di questo «battesimo nello Spirito» non viene spiegata, almeno immediatamente. Il concetto però non resterà in sospeso: la lezione a Nicodemo – sempre nel contesto della prima Pasqua – sulla rinascita «da acqua e da spirito» (3, 5) ne rappresenterà poi l’interpretazione adeguata. In contrapposizione al battesimo provvisorio e rituale del Battista (v. 31), il battesimo offerto da Gesù opererà con la forza divina dello Spirito, facendo «rinascere dall’alto» i suoi discepoli, rendendoli cioè «figli di Dio», «generati da Dio» (Prologo: l, 12-13). Un’immersione nello Spirito dunque che pone gli uomini in profonda comunione con Dio, nell’esperienza della sua stessa vita divina. Si tratta insomma dell’opera della redenzione; già espressa al negativo con il titolo di «agnello di Dio» («toglie i peccati»), ora al positivo in questa proclamazione (porta gli uomini alla vita divina).

Nell’un caso e nell’altro sullo sfondo, evangelicamente, stanno sempre i misteri della salvezza pasquale: la morte e la risurrezione di Gesù. Impressionante la coerenza, anche dal punto di vista pastorale, di questa splendida pagina: «l’agnello» immolato libera il mondo dal peccato; il Messia, colmo di Spirito Santo, lo comunica ai credenti, offrendo loro la vita stessa di Dio; il Figlio «preesistente», inserisce i discepoli nel mondo del Padre, rendendoli «figli di Dio».

Con tutta naturalezza l’ultima testimonianza del Battista proclama Gesù «il Figlio di Dio» (v. 34). Viene ripreso – al solito – un tema impostato nel Prologo (1, 18), e sono anticipati gli sviluppi, anche i più audaci, del vangelo (soprattutto 10, 30-37). Così armoniosamente si conclude questa perfetta pagina di catechesi cristologica ricchissima di teologia, e insieme tesa al dinamismo dell’opera di salvezza. Molta della sua forza cadrebbe se si dimenticasse lo sfondo «battesimale» in cui si muove, e la tensione «pasquale» che la sorregge.
(Mauro Laconi, Il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, pp. 50-55)

Il peccato del mondo!

Il peccato del mondo! Quasi anticipando una presa di coscienza planetaria, oggi divenuta corrente, Giovanni il testimone non chiama alla confessione personale dei peccati, come i sinottici, né dà norme dettagliate per «raddrizzare il sentiero»: egli va direttamente allo stato di rottura in cui l’intera umanità si trova di fronte a Dio. Questo testo non si colloca al livello dell’esistenza peccatrice individuale, ma a quello di un disordine che intacca la società umana di cui noi facciamo parte.

«Il mondo è a pezzi» diceva Gabriel Marcel; si può riconoscere questo sconvolgimento nelle catastrofi, nelle guerre, nelle situazioni economiche e sociali intollerabili, nel male sotto tutte le forme, infine nella morte.

Si tratta di «peccato» in tutto ciò? La nozione ha perduto per noi i suoi contorni netti. Le scienze umane ci hanno insegnato a tener conto dei determinismi inconsci, delle carenze educative, delle pressioni sociali, dei fanatismi che accecano, ecc. Quanto al senso di «colpa», cui ha contribuito una morale ridotta al permesso e al proibito, esso appare per ciò che è: un doloroso ostacolo alla piena realizzazione degli esseri umani; da molto tempo però gli autori spirituali hanno messo in chiaro che esso non va confuso con il pentimento che si riferisce a una colpa reale e che è il rinnovamento della relazione con Dio nella libertà dell’amore.

È chiaro comunque che senza l’ammissione radicale di un legame tra lo stato presente del mondo e la non accoglienza di Dio, non è possibile afferrare la parola di Giovanni. Il peccato del mondo qui non viene attribuito a una colpa delle origini; sembra piuttosto riferirsi a una potenza sempre in azione, anonima per certi versi, e che risulta dalla proliferazione e dall’interazione di innumerevoli rifiuti – potremmo dire coscienti o no – opposti alla vita che il Creatore offre alla creatura.

Per il quarto vangelo il peccato fondamentale è il rifiuto della luce divina del Logos. Ora, dice il Battista, Dio viene mediante colui che è il segno vivente del suo perdono per «togliere il peccato del mondo».

L’opera dell’Agnello, compiuta in se stessa, non lo è nello spazio e nel tempo; essa attraversa indubbiamente il nostro mondo ferito, ma la lotta della luce contro la tenebra caratterizza ancora il presente. Per essere, a nostra volta, come discepoli, testimoni e attori della salvezza che Dio ha definitivamente offerto nel suo Figlio unico, l’essenziale sta nel seguire Gesù.
(Xavier Léon-Dufour, Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni, I. Ed. San Paolo, pp. 254-256)

Papa Francesco, Angelus del 19 gennaio 2014

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Con la festa del Battesimo del Signore, celebrata domenica scorsa, siamo entrati nel tempo liturgico chiamato “ordinario”. In questa seconda domenica, il Vangelo ci presenta la scena dell’incontro tra Gesù e Giovanni Battista, presso il fiume Giordano. Chi la racconta è il testimone oculare, Giovanni Evangelista, che prima di essere discepolo di Gesù era discepolo del Battista, insieme col fratello Giacomo, con Simone e Andrea, tutti della Galilea, tutti pescatori. Il Battista dunque vede Gesù che avanza tra la folla e, ispirato dall’alto, riconosce in Lui l’inviato di Dio, per questo lo indica con queste parole: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29).

Il verbo che viene tradotto con “toglie” significa letteralmente “sollevare”, “prendere su di sé”. Gesù è venuto nel mondo con una missione precisa: liberarlo dalla schiavitù del peccato, caricandosi le colpe dell’umanità. In che modo? Amando. Non c’è altro modo di vincere il male e il peccato se non con l’amore che spinge al dono della propria vita per gli altri. Nella testimonianza di Giovanni Battista, Gesù ha i tratti del Servo del Signore, che «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4), fino a morire sulla croce. Egli è il vero agnello pasquale, che si immerge nel fiume del nostro peccato, per purificarci.

Il Battista vede dinanzi a sé un uomo che si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare, pur non avendone bisogno. Un uomo che Dio ha mandato nel mondo come agnello immolato. Nel Nuovo Testamento il termine “agnello” ricorre più volte e sempre in riferimento a Gesù. Questa immagine dell’agnello potrebbe stupire; infatti, un animale che non si caratterizza certo per forza e robustezza si carica sulle proprie spalle un peso così opprimente. La massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé. L’agnello non è un dominatore, ma è docile; non è aggressivo, ma pacifico; non mostra gli artigli o i denti di fronte a qualsiasi attacco, ma sopporta ed è remissivo. E così è Gesù! Così è Gesù, come un agnello.

Che cosa significa per la Chiesa, per noi, oggi, essere discepoli di Gesù Agnello di Dio? Significa mettere al posto della malizia l’innocenza, al posto della forza l’amore, al posto della superbia l’umiltà, al posto del prestigio il servizio. È un buon lavoro! Noi cristiani dobbiamo fare questo: mettere al posto della malizia l’innocenza, al posto della forza l’amore, al posto della superbia l’umiltà, al posto del prestigio il servizio. Essere discepoli dell’Agnello significa non vivere come una “cittadella assediata”, ma come una città posta sul monte, aperta, accogliente, solidale. Vuol dire non assumere atteggiamenti di chiusura, ma proporre il Vangelo a tutti, testimoniando con la nostra vita che seguire Gesù ci rende più liberi e più gioiosi. (Papa Francesco, Angelus del 19 gennaio 2014)

http://www.figliedellachiesa.org


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