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FPit 2/2017 Nomadi verso la vita, c’è di più?

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Nomadi verso la vita, c’è di più?
LECTIO DIVINA – Genesi 18: 1-15
A cura di Stella Morra

E’ il primo incontro di un nuovo percorso di lectio e ci auguriamo a tutti un buon cammino, con queste parole di Sant’Efrem siro: “Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori perché ciascuno di noi trovi la ricchezza in ciò che contempla”.

Premessa

Come sempre, l’inizio di un percorso di lectio è, almeno per me, un po’ ambivalente. Da una parte sono curiosa di vedere dove andrà a finire: è ovvio, io penso al percorso, scelgo i testi, ma poi nell’interazione che si realizza qui, e con la Parola di Dio che soffia dove vuole, succedono sempre strane cose; dall’altra sono sempre un po’ intimidita e preoccupata, come se non mi fidassi fino in fondo del fatto che, dopo tanti anni, la Parola di Dio possa fare ancora lo stesso effetto. (…)

Quest’anno ci piacerebbe spostare un po’ il fuoco, non guardarci solo addosso, ma tentare di chiederci un po’ di più che cosa Dio dice e chiede alla nostra esistenza. Così, ragionando, è venuto fuori questo titolo: Solo un Dio ci può salvare: la vita, la fede, l’incontro.

Ci sembra che, senza ingenuità, l’aspetto più positivo e propositivo delle nostre vite sia nel non essere delle vite chiuse, ma delle vite che incontrano gli altri, la storia, il tempo, Dio. Essere delle vite che ci danno delle occasioni, che si aprono al non sé, a qualcosa d’altro e che questa sia la grande dimensione prospettica, costruttiva, quella che ci sorprende ancora rispetto al tran tran quotidiano, alle scelte, a ciò che uno ha fatto. Capita sempre, ad un certo punto della vita, un evento, una realtà che si mostra con qualcosa in più. Questa dimensione dell’incontro e dell’incontro con Dio come la dimensione che struttura l’esperienza di fede.

I primi due testi che affronteremo sono dell’Antico Testamento e sono il tentativo di descrivere la fenomenologia, cioè come funziona la dinamica dell’incontro nell’esperienza umana, ed è soprattutto l’Antico Testamento che ci aiuta a descrivere come funzioniamo e poi ci sono cinque testi del Nuovo Testamento che dovrebbero condurci a guardare un po’ oltre noi stessi.

In testa al programma c’è una poesia (…) di D. Walcott, che è stato anche premio Nobel per la letteratura, e dice così (D. Walcott, Amore dopo amore):

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa: la tua vita è in tavola.

Questa poesia mi piace molto perché mi sembra dica bene come ci sia un vero, solo, grande incontro importante nella nostra esistenza: l’incontro con noi stessi. E come tutta la nostra vita ci sia data perché uno si possa incontrare con sé. E abbiamo tempo, da parte di Dio, per arrivare alla fine della nostra vita e sentire, come la Maddalena, il nostro nome pronunciato da Dio che ci viene restituito. E possiamo riconoscerlo dicendo sì, sono io in quello specchio! Ma insieme ci sono tutti gli incontri e il tempo della vita che ci è dato per farcela ad amare quello straniero che sono io, a riconoscere e riuscire ad imbandire una festa … “La tua vita è in tavola”. Mi sembra che questa poesia ci dica fino in fondo, con un’immagine molto bella, che il giorno in cui riusciremo ad offrire vino e pane allo straniero che ci ha amato tutta la vita e che spesso abbiamo mal tollerato in noi stessi, in cui riusciremo a fare questa ‘eucaristia’, allora il Signore ci renderà a noi stessi, secondo l’immagine e somiglianza che ci ha posto nel cuore nella creazione, e sarà davvero festa.

Dietro a questo tema dell’incontro c’è questa immagine, almeno per me. Spesso diciamo che l’esperienza della fede è l’incontro con Dio, perché siamo preoccupati del rischio di soggettivismo – ed è vero – ma la fede è l’esperienza di incontrare se stessi rinati, perché Dio ci dona questo, ci dona noi, restituiti a noi stessi nella forma gloriosa, nell’immagine posta in noi alla creazione. Certo, è rischioso dire solo questo perché uno può pensare che è tutta una questione interiore, narcisistica, di guardarsi solo dentro. Non è così, perché bisogna passare attraverso tutti gli incontri e in primo luogo all’incontro con quel Dio totalmente altro, radicalmente diverso da noi. Ma il tempo che ci è dato, così almeno ci dice la scrittura, è quello di meritare di diventare ciò che siamo, cioè figli, figli di Dio, e poterlo diventare come una festa, non semplicemente come una ascesi, una disciplina.

Questo è un po’ l’orizzonte che sta dietro a tutto il percorso ed io spero vivamente che, un passo alla volta ci possiamo arrivare, discuterlo, ragionarci.

L’incontro con la vita

Questa sera ci soffermiamo su Genesi, 18,1-15. E’ un testo molto conosciuto, lo abbiamo già commentato, ma mi sembrava adatto per cominciare. E’ chiamato normalmente l’apparizione di Mamre. Fa parte della storia di Abramo e racconta questo misterioso incontro di Abramo e Sara alla tenda con tre personaggi. E’ un episodio molto rappresentato – abbiamo tutti negli occhi l’icona di Rubliev. E’ un testo denso, per alcuni versi inquietante e, dunque, un testo che ha sempre colpito la fantasia, l’immaginazione di poeti, pittori …

Questo racconto, molto famoso, è stato scelto mesi fa come il primo dei testi perché mi pare metta in ballo la prima e anche l’ultima delle questioni che cercavo di accennare prima: la questione è l’incontro con la vita. Non è l’incontro con Dio, come se Dio fosse un’entità astratta, uno strano essere verso cui non sappiamo bene cosa significa incontrarlo, quanto giocano le nostre proiezioni, dove lo troviamo, se lo troviamo dentro di noi,… è sempre un po’ macchinoso. La prima questione è l’incontro con la vita, un incontro molto complesso, come sa chiunque abbia più di dodici anni. Non è un incontro scontato, – uno si sveglia al mattino, respira, è vivo, dunque ha la vita a disposizione. O, poiché uno frammenta la propria giornata in mille azioni, allora incontra la vita perché ha qualcosa da fare ogni cinque minuti, dunque la vita c’è!? Se è per questo ognuno di noi è perfettamente in grado di riempirsi l’esistenza senza troppa fatica, di farsi prendere dalla routine. L’incontro con la vita è una questione seria che non passa solo dalla testa. Per secoli, per millenni, la figura dell’incontro con la vita è stata quella dei figli. L’immagine dell’avere figli, dell’augurare figli, del generare la vita è stata, per secoli, l’immagine del senso primo ed ultimo dell’esperienza umana, cioè dell’incontrare la vita. E per questo, per esempio, si sono costruiti tabù millenari sulle donne. Intere culture si sono strutturate intorno a questo nucleo.

Ma la Scrittura, e qui ce lo dice molto bene, è sapiente e ci chiede di non confondere la figura con la sostanza. Conosce che l’esperienza umana passa in modo primario ad incontrare la vita attraverso un’altra vita che misteriosamente è la stessa dei genitori, perché sono loro che la mettono al mondo ma, contemporaneamente, è una vita diversa, che ha una sua autonomia, e dunque ci pone di fronte a un dato di fatto, inevitabile. Ma, per esempio, la Scrittura ha sempre raccontato storie, e spesso messo al centro, storie di vite senza figli. E il cristianesimo farà di più: esalterà la verginità. Questo per dirci: attenzione, non confondete la figura con la sostanza. La questione di fronte a cui ciascuno è posto – e oggi noi diremmo che non è questione biologica – è la questione di incontrare una vita. La propria, innanzitutto e la vita di tutti. E questa è una questione sacra. E’ solo in questa questione si può incontrare l’autore di ogni vita, che è Dio. Senza questa questione anche l’incontro con Dio è fasullo.

La prima questione, dunque dell’incontro con la vita, è il presupposto che noi non siamo la nostra vita; c’è una differenza tra me e la mia vita; quando io dico ‘io’ dico un insieme di cose belle, importanti, la mia storia, la mia identità, le mie scelte, la mia coscienza, la mia consapevolezza, le cose che desidero, le cose che vorrei cambiare, il mio impegno… ma che la mia vita è di più. E questo è il nucleo fondante dell’esperienza di fede, di ogni esperienza di fede possibile. Senza questo non c’è possibilità di fede, perché alla base di ogni ragionamento di fede c’è la convinzione che la mia vita è nelle mani di Dio, non nelle mie! E dunque è di più di me, è più grande, ha più spazio, ha più forza, più possibilità, più capacità di cambiamento, di innovazione.

Vi chiederei davvero di ragionare molto su questa questione che sembra molto scontata: la non identità tra noi e la nostra vita! Credo che questo sia uno dei problemi di quello che normalmente si chiama secolarizzazione. Per secoli la non identità tra noi e la nostra vita passava attraverso l’impotenza. Non si poteva fare tutto, curare tutto… le culture per secoli hanno detto, di fronte a ciò che era impossibile dal punto di vista tecnico, scientifico, medico,… è la volontà di Dio. In modo molto semplice dicevano: la vita è più grande di noi. Noi siamo in un tempo in cui abbiamo la sensazione che possiamo decidere su tutto – tutto tutto non ancora, al novantanove per cento … ma è solo questione di tempo!!! Ciò che oggi non si può ancora curare, si curerà. Siamo tutti in questa logica assoluta di non riconoscimento e, addirittura, abbiamo trasformato l’esperienza di fede all’interno di questa questione: la fede è scegliere. Scelgo di credere; scelgo di non credere: una forma di autogoverno. Peraltro la più raffinata, perché, mentre io scelgo le cose concrete della vita e ne ho delle conseguenze, – se scelgo di fare un mutuo, poi alla fine del mese devo pagare la rata e se non ci riesco, devo chiedermi qualcosa!- se uno sceglie di credere o di non credere, apparentemente non succede niente. E il delirio di onnipotenza è a tremila! Riflettere sulla differenza tra noi e la nostra vita, è una condizione previa fondamentale.

La Scrittura sa che l’immagine è troppo unidimensionale: s’incontra la propria vita nei figli e nella direzione del tempo, che va in avanti, come nei propri genitori, col tempo all’indietro. Ma la scrittura ci dice che gli incontri con la nostra vita non sono solo in una direzione, sono a trecentosessanta gradi. E questo racconto lo mostra bene.

La distinzione… il luogo… la fatica… la pluralità… lo squilibrio…

In questi due versetti c’è una mirabile struttura di base di come inizia ogni incontro con la nostra vita: “Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra…”

“Il Signore apparve a lui…”, cioè ci vogliono due soggetti, ci vuole il senso di una DISTINZIONE: il Signore e lui, – certo per incontrarsi bisogna essere in due, uno che incontra e uno che è incontrato, è chiaro, sembra lapalissiano. Il problema è che, spesso, se noi non cogliamo la distanza tra noi e la nostra vita, non la incontriamo mai! Se non c’è una distinzione, se non siamo due, se io penso che ho la mia vita, la possiedo… non la incontro mai, perché manca questo primo elemento. E allora riusciamo a dire che incontriamo gli altri, – perché gli altri rimangono sempre diversi da noi, e ce lo ricordano in ogni occasione – e Dio perché, diciamo, Dio non sai mai dove aspettarlo. Però rimane sempre abbastanza distante, così distinto, così diverso, che anche lui riusciamo abbastanza ad evitare di incontrarlo. Rimangono solo gli altri –c’è anche nel vangelo: i poveri li avrete sempre con voi, cioè, quello che rimane a portata di mano sono gli altri. Ma, forse per arricchire un po’ questa situazione, bisogna ricordarsi che da una parte bisogna distinguere noi e la nostra vita, bisogna essere in due, io e la mia vita, per poterci incontrare; dall’altra bisogna riavvicinare un po’ Dio e me per poterci incontrare perché ci vogliono tutti e tre gli elementi.

“Il Signore apparve a lui…”. La distinzione è il punto di partenza di ogni incontro. Si potrebbero fare molti ragionamenti in termini concreti. Per esempio gli psicologi insegnano che il meccanismo di proiezione è una delle cose che creano più caos nel rapporto con gli altri, perché proiettare significa non accettare la distinzione – io vedo l’altro, lo trasformo nella mia testa uguale a me, e dunque, alla fine, prima o poi, andiamo a scontro.

“… Alle querce di Mamre …”. C’è un LUOGO concreto, che poi in realtà così concreto non è. Gli archeologi biblici non sono ancora riusciti a definire con precisione il luogo geografico, ma la scrittura ci dà spesso indicazioni di luogo, nel primo versetto di ogni episodio, per dirci che la situazione è molto concreta, è particolare, un luogo specifico, non è… ‘ovunque’: non è come dire ‘c’era una volta un re…’ E’ dire: ‘quel signore che si chiamava…, in quel posto lì…’ Per noi è anche un’altra cosa: sappiamo dove siamo? Se dovessimo mettere oggi qui il cartello di indicazione di dove siamo in questo momento – non materialmente, ma dove ognuno è rispetto alla propria vita, saremmo in grado di dire ‘sono qua?’. Perché, per potersi incontrare, bisogna darsi un appuntamento. Uno deve sapere dove si trova per poter dire all’altro dove lo può raggiungere.

“… Mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno”. Questo è il terzo elemento, attraverso cui appare il realismo della Scrittura. Non c’è vita senza una FATICA, senza un’ora calda. E gli incontri non avvengono mai appena siamo usciti da una clinica di bellezza o dopo una settimana di vacanza, rilassati e con tutte le nostre energie a disposizione, con il massimo della disponibilità ad incontrare qualcuno, avendo il meglio di sé da offrire. Di solito avvengono nell’ora più calda del giorno, perché, lo vedremo subito dopo, è l’ora in cui siamo sbilanciati. L’ora della fatica è quella in cui non siamo totalmente organizzati, autodeterminati.

“Appena li vide, corse loro incontro …”. Il gesto di Abramo è un gesto di SQUILIBRIO. Abramo è in sintonia con questa struttura: corre, si squilibra dall’essere seduto. Subito prima si dice: “Egli alzo gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Questa è l’immagine che colpisce sempre di questo brano. Il gesto dello stare in piedi è signorile e servile contemporaneamente. Dopo, Abramo resterà in piedi vicino a loro che, seduti, mangiano; è l’attitudine del servo, di colui che ha cura. Ma coloro che, arrivando in un luogo sconosciuto stanno in piedi, sono coloro che non si inchinano di fronte all’autorità altrui, ma esprimono la propria. I tre sono signorili, e sono il Signore che apparve a lui, e tre! La tradizione cristiana vede in questo particolare già tutta la dottrina della Trinità, Dio uno e trino. Certo c’è una profonda esperienza di ciascuno di noi, e cioè, nessuno di noi è mai uno, siamo tutti un po’ plurali. Quando siamo troppi, e ce lo raccontano i brani evangelici, diventiamo legione, che è un po’ pericoloso. Quando il demonio viene cacciato dice: ‘Il mio nome è legione’ Troppi è pericoloso; uno solo attiene solo a Dio; noi siamo in mezzo: tre, cinque, sette…. Ma nessuno di noi è abitato da un’anima sola e, dunque, nessuno di noi incontra mai un altro come uno solo. C’è una pluralità nell’incontro.

Questi due versetti hanno una struttura di base: c’è una distinzione necessaria, c’è un luogo necessario, c’è una fatica inevitabile, c’è una PLURALITÀ signorile che riconosce l’altro come un soggetto, che sta in piedi, e c’è uno sbilanciamento che mette in moto la storia. Se Abramo non corre, non si sbilancia, non succede niente. In tutti gli incontri, nella Scrittura, c’è la descrizione di alcune premesse e poi c’è uno che cammina, o corre, uno che rompe l’equilibrio; e allora la storia comincia.

Abramo, però, fa un gesto non signorile: si prostra fino a terra. Di fronte ai tre in piedi non rimane in piedi anche lui. Riconoscere la soggettività dell’altro implica anche mettersi in condizione di debolezza, che è uno dei nostri problemi – lo dico a livello degli incontri umani, ma vale a tutti i livelli – se io riconosco che l’altro è un soggetto, libero a tutti gli effetti, che la mia vita è più grande di me, questo mi rende più fragile ai suoi occhi. Di solito ognuno di noi si difende rimanendo in piedi e cercando di far prostrare l’altro! Qui, però, per incontrare davvero l’altro, bisogna accettare uno spazio di debolezza, di fragilità, bisogna mostrare un fianco, bisogna scoprire l’armatura, perché altrimenti non si incontra l’altro. Questo vale anche rispetto alla nostra vita, che è dunque un’esperienza spesso dolorosa, perché di solito non avviene che io mi scopro, mi indebolisco e l’altro mi tratta benissimo; a volte sì, ma a volte io mi scopro e l’altro mi dà una mazzata; io non sono difeso, e mi faccio male. Non è detto che vada sempre bene. Oppure, io mi scopro rispetto alla vita perché le do fiducia, e mi arriva una roba che vivo come una mazzata, e, siccome io ho tolto lo scudo, mi fa molto male; e tutti pensiamo che sarebbe stato meglio rimanere più difesi.

La vita ci visita per grazia

“ …Si prostrò fino a terra, dicendo. ‘Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”.

Dunque Abramo si prostra e fa questo discorso stranissimo: acqua per lavarsi, cibo e ‘rinfrancatevi il cuore’. Ogni esegeta spiegherà che questo è probabilmente ritagliato da un’altra tradizione, che rimanda a tutta una serie di usi dell’ospitalità – tutto vero, come diagnosi: spiega il perché di questo linguaggio. Ma noi crediamo che la parola di Dio è parola per noi così com’è, nel risultato della sua elaborazione storica.

Dunque qui ci viene detto che misteriosamente, senza un motivo apparente, senza che ci sia stata una richiesta, senza che questi abbiano ancora aperto bocca, Abramo riconosce in questa vita che lo visita, il desiderio di trovare grazia “…è ben per questo che siete venuti”. La vita ci visita per grazia. Prima che questi abbiano detto qualsiasi parola… E mi piace pensare che questo è uno degli elementi per cui San Paolo dice che Abramo è giustificato per la fede. La sua fede ‘prima’ è la fede in questa vita che lo visita e nella scommessa che la vita che lo visita è una vita di benedizione; c’è una grazia in attesa, è per questo che la vita lo visita. Ed è certo, la fede che accompagna tutto il suo racconto. Ma, mentre per noi è molto immediato, perché consono alla nostra cultura, l’idea di Abramo che esce dalla sua terra, lascia tutto – e ci sembra un gran gesto di fiducia perché capiamo che mollare e mettersi in viaggio… è un’immagine che ci suona bene, che riconosciamo – riconosciamo con maggior difficoltà che l’esperienza della fede di Abramo è l’esperienza della fede in una vita potente, in una vita che è grazia e benedizione. La ritroveremo in un altro degli episodi che in genere non ci piacciono della storia di Abramo, che è il sacrificio di Isacco. Anche lì, di fronte ad una parola apparentemente di assoluta morte, quell’unico figlio della vecchiaia, viene chiesto in sacrificio! Per noi è troppo. Anche lì lui ha fiducia che la vita che lo visita è una vita di grazia, di benedizione. Questa è l’esperienza della fede. Non è facile! Nessuno ha mai detto che la fede sia un’esperienza facile. Come abbiamo detto tante volte, è abitare poggiando i propri piedi sul pezzo che non governiamo.

L’esperienza della fede non è credere in Dio come un concetto – credo che Dio esista; potrei dire allo stesso modo, credo che Dio non esista, è uguale, è sempre un’affermazione di tipo intellettuale. Il problema non è se, intellettualmente, credo un elenco di verità, quanto piuttosto se io vivo appoggiato su quella grazia e benedizione della vita che non sta in mio potere, che mi visita e a volte mi visita sotto il segno del contrario, per esempio di una vita come quella di Isacco, in attesa, poi arrivata, e che mi viene chiesta indietro. E Abramo riesce a rimanere faticosamente, senza smettere di borbottare, da quella parte, a non ritirarsi nel pezzo della vita che lui governa e decide.

“… Se ho trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre senza fermarti…”. Ci sono due espressioni, una è questa, l’altra è una preghiera antica della tradizione cristiana che anche sant’Ignazio riprende, che io amo molto perché, almeno secondo la mia sensibilità, dicono molto bene l’esperienza profonda della fede cristiana: non passare oltre senza fermarti e che io non sia mai separato da te. Sono le due invocazioni di chi attende, e di chi cerca di raccogliere ciò che è un dono, ciò che non può decidere da solo. Sono il correre incontro, l’essere totalmente sbilanciato da sé. Credo che spesso noi fatichiamo ad incontrare Dio, la nostra vita, i fratelli perché raramente sappiamo chiedere ‘non passare oltre senza fermarti’.

Poi Abramo organizza un’ospitalità adatta al tempo e al luogo, mette a frutto le cose che sa, che capisce, quelle che ha in mano, non fa ragionamenti astratti, mette mano a Mamre e all’ora calda, a quello che ha. Non sta a chiedersi cosa vorrà Dio da me, qual è la mia vocazione, cosa devo fare per fare la sua volontà, ma semplicemente fa il meglio che può in quella situazione di fronte a chi ha l’apparenza di un pellegrino e dice: acqua, cibo, e riposo, ‘rinfrancatevi il cuore’. Sono queste le cose in suo potere, il pezzo della vita che gli appartiene, quello su cui lui deve decidere, muoversi, alzarsi, mettere in moto il meccanismo. E’ paradossale come noi spesso rovesciamo le due cose: decidiamo su ciò che non ci compete e poi siamo tutti seduti, calmi e tranquilli su ciò che ci competerebbe.

In fretta

“Allora Abramo andò in fretta…”. Sapete che questa è una delle mie ossessioni. Se uno facesse la recensione di quante volte c’è scritto in fretta nella Scrittura, ne rimarrebbe colpito: è una delle parole più costanti, che compare continuamente. C’è sempre un’urgenza, una fretta, un punto del racconto in cui si deve fare in fretta! C’è tutta la storia della salvezza, dura quattromila anni, Dio ha grande pazienza, le cose sono tirate per le lunghe… e poi c’è un punto in cui … allora in fretta … andarono al sepolcro, …si alzò in fretta e andò da Elisabetta, … Ho sentito una volta la spiegazione di un rabbino che parlava delle prescrizioni per la Pasqua in cui si dice: mangerete con i calzari cinti, il pane non lievitato… perché non avrete avuto tempo, siete partiti in fretta… E il rabbino si domandava: ma se le prescrizioni per la Pasqua sono state date molto prima che accadesse, avrebbero avuto tutto il tempo per far lievitare il pane! Cosa vuol dire in fretta? Perché questa simbologia del dover fare in fretta? E la sua spiegazione: ‘Perché, per quanto ci prepariamo, la salvezza ci prende sempre alla sprovvista!!’.

Non c’è modo di non essere presi alla sprovvista dalla grazia di Dio. E il segno della fretta, nella Scrittura, è sempre questo. Uno ha pensato, organizzato, e poi… è in ritardo. E questa è un’immagine che noi possiamo capire benissimo, perché il novanta per cento di noi campa in ritardo su qualsiasi cosa o per lo meno con la sensazione del ritardo. Spesso non è nemmeno vero che siamo in ritardo, ma viviamo sommersi, pensando sempre alle dieci cose che dobbiamo fare entro domani. Magari, poi, le facciamo in dieci minuti, ma abbiamo l’ansia perché le pensiamo tutte in fila. La salvezza è l’esatto contrario: per domani devi fare mezza cosa, hai tutto il tempo del mondo e comunque, quando quella mezza cosa sarà necessaria, la dovrai fare in fretta. Quindi, per intanto ti puoi riposare! Questo è il succo: fin che non arriva quel momento, è inutile agitarsi prima!

La custodia

Abramo prepara il pasto e, “mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono”. Questo versetto chiude la struttura dell’incontro. La seconda parte racconta una piccola storia. L’atteggiamento di Abramo che ha accolto la distinzione, sbilanciandosi nella corsa, si chiude con un atteggiamento di cura. Sbilanciarsi nell’incontro dell’altro non ha come finale, che dunque mi dicono bravo! Se io mi sbilancio nei confronti dell’altro, poi mi tocca prendermi a cuore i suoi mal di pancia. E questa è un’altra delle cose che a noi rimane un po’ indigesta, perché, va be’ io ho fatto il primo passo, adesso un po’ per uno! Invece sbilanciarsi nei confronti dell’altro, della vita, è mettere in moto il primo sassolino di una valanga. Dopo è peggio. Perché dopo non riesci più a liberarti della cura dell’altro. Sbilanciarsi è solo l’inizio della custodia dell’altro. Non è ancora il pranzo della festa, dove Abramo può festeggiare. Questo è il pranzo della custodia della diversità dell’altro, in cui la diversità dell’altro, la sua distinzione viene custodita. Infatti subito dopo, e per i buoni conoscitori della Scrittura, l’assonanza è immediata, la domanda è: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Immediatamente suona come “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Sono forse io il custode di mio fratello? La risposta è Sì. Questo atteggiamento di custodia ha immediatamente una domanda: Dove? Dov’è l’altro? –non tu, l’altro. E qui: dov’è Sara, tua moglie? E’ come se ogni incontro non potesse mai funzionare se non c’è una domanda su un altrove. Dov’è quello che manca qui? Dov’è tutto il resto della vita? Dove sono i poveri?

“Dov’è Sara, tua moglie? Rispose: ‘E’ là nella tenda”. E’ più preparato di Caino; Abramo che è uomo di fede, dice, lo so dov’è Sara, è nella tenda dove stanno le donne, è nel posto giusto dove deve essere. E dunque questo riconoscimento su un luogo produce una promessa nel tempo:

“Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Qui è l’immagine, la vita fiorirà, c’è una promessa di vita feconda. Ogni incontro è una promessa … in genere non mantenuta. Cioè, a noi sembra che ogni incontro è una promessa, poi però tutti ti deludono, perché non le mantengono. Infatti, il problema degli incontri non è mantenere le promesse, ma farle. Le promesse non sono fatte per essere mantenute. Le promesse della vita sono fatte perché uno possa vivere un altro anno!

Abramo e Sara erano vecchi, e c’è tutta la spiegazione parabiologica, ma, per un buon conoscitore della Scrittura, anche qui, l’immagine è quella del vecchio Tobi e il giovane Tobia. Il vecchio Tobi devoto, cieco, che seppellisce cadaveri, e il giovane Tobia che si mette in viaggio e trova moglie, discendenza, salute. Abramo e Sara, prima del passaggio di questi tre personaggi, erano il vecchio Tobi; dopo sono il giovane Tobia, cioè sono capaci di abbandonare tutte le tombe, i cadaveri … e di andare verso una festa.

“Allora Sara rise dentro di sé…”. Questi versetti sono bellissimi. C’è il battibecco sul ridere di Sara. Sapete che il nome Isacco viene spiegato, come etimologia fasulla, come figlio del sorriso, proprio in relazione a questo battibecco. Sara ride. “Perché Sara ha riso? … “non ho riso”... Come i bambini.

“… Sara negò: ‘Non ho riso!’, perché aveva paura”. La contiguità tra il ridere e la paura è strana. Sara ride un po’ isterica, evidentemente, ride d’imbarazzo, ride di incertezza rispetto a questa vita. Ma la sua risata provoca un’affermazione potente: “C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore?”. La sua risata ha un bel ruolo: non prendere troppo sul serio la faccenda, e dire: discorsi da uomini, – come avrà commentato Sara – provoca un’affermazione potente che chiude il cerchio con la distinzione dell’inizio. Il fatto che ciascuno di noi non sia la propria vita, non possa governare tutto della propria vita, dice forse che ciò che non governiamo non accade? No. Ciò che non è nelle nostre mani, fortunatamente, accade. E ciò che non è nelle nostre mani sarà benedizione. Nulla è impossibile. E l’esercizio della fede è l’esercizio di non smettere mai di abitare ciò che non è nelle nostre mani, per abitare la benedizione perché nulla è impossibile a Dio. Che non vuol dire che è superman che risolve tutti i problemi. Vuol dire che ciò che sta nella sua mano è fecondo di benedizione. E’ una vita che fiorisce.

DOMANDA: hai detto: le promesse non sono fatte per essere mantenute. E’ una cosa che mi è stata un po’ lì! …Il Signore ce ne ha fatte tante. Non le mantiene?

RISPOSTA: questo non lo possiamo sapere. Lo sapremo solo l’ultimo giorno. E probabilmente, quando lo sapremo, non ci importerà più.

Il problema di una promessa non è nel suo esito, ma nella storia che la promessa produce. E’ come chiedersi, per uno che va in montagna e va a camminare: E’ più bello camminare, o arrivare? E’ una domanda sbagliata. E’ vero che è bello arrivare; però se parti e dopo due passi sei arrivato, non c’è nemmeno gusto! Il bello dell’arrivare è il fatto che dietro ci sta una camminata, hai fatto fatica, hai visto delle cose… Il bello di una camminata in realtà è fare la camminata, e poi anche arrivare. Il bello di una promessa è la storia che quella promessa mette in moto. E quando uno dice: starò con te per tutta la vira, ti amerò per sempre. Non è detto che questo accada, non sappiamo se sarà per tutta la vita. Peraltro, per sempre non può accadere, perché … siamo mortali. Ma è vero che quella promessa è il poi di tutti i giorni, di una vita giocata insieme. Dio non è credibile perché compie le sue promesse, ma perché ci fa vivere nelle sue promesse. Perché le sue promesse tessono una storia che ci consente di continuare a vivere con lui. Così come noi non siamo amabili per Dio perché l’ultimo giorno fa la somma e abbiamo più opere buone che peccati. Siamo amabili per Dio perché abbiamo vissuto ogni giorno la nostra vita più felicemente, o confusamente, o faticosamente, con lui. E dunque alla fine ci sarà detto: Vieni servo buono e fedele. In questo senso la promessa della fecondità della vita non vuol dire che, allora, da domani andrà tutto bene. La promessa sulla fecondità della vita è la possibilità di continuare ad appoggiarsi su quel pezzo di vita che ancora non so, non vedo, non è fiorito …nella certezza che fiorirà … fino all’ultimo giorno; nel dire: c’è ancora uno spazio.

Fossano, 13 ottobre 2007
(testo non rivisto dall’autore)
http://www.atriodeigentili.it


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Questa voce è stata pubblicata il 23/01/2017 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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