COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio della IV Domenica del Tempo Ordinario (A)

IV Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 5,1-12a

Mt 5.jpg

Beati i poveri in spirito (Mt 5,1-12a) 

Il discorso della montagna è davvero un discorso rivoluzionario che, sebbene sia stato scritto quasi 2000 anni fa, è attualissimo. In questo discorso, Gesù denuncia l’ambiguità e l’illusoria consistenza della rappresentazione della felicità propagata da una società consumistica quale è la nostra. È un Vangelo, quello di questa IV domenica del tempo ordinario, che ci coinvolge tutti in prima persona perché ci propone l’essenza della identità cristiana rispetto a tutte le ideologie terrene.

Con le Beatitudini Gesù ci consegna una nuova interpretazione della Legge, data a Mosè, che non annulla la prima, ma la porta a compimento. Le nove beatitudini di Matteo ci consegnano così l’identikit di una fiducia e di una amore grande: la beatitudine, infatti, è la condizione di felicità che deriva non da doti personali o da attitudini particolari, ma dall’amore misericordioso di Dio che non si dimentica di chi vive con amore fecondo anche le proprie debolezze e fragilità.

vv.1-2: La cornice narrativa. Gesù sale sul monte per insegnare, intuendo le reali attese delle folle e parlando al loro cuore. Chi ama, infatti, vede e coglie persino i dettagli e, agli occhi di Gesù l’essere umano non è solo un corpo da guarire o uno spirito da consolare, ma un mondo interiore da ascoltare e da educare perché fiorisca in lui la grande bellezza per cui è stato creato. Sul monte delle beatitudini ciò che esce dalla bocca di Gesù non è una legge antica o nuova, ma una parola intrisa di sapienza che istruisce gli uomini e li attrae a Dio.

vv.3-12: Annunci di felicità. Gesù, nel Vangelo di Matteo, proclama beate nove categorie di persone. Sono dichiarazioni/annunci di felicità composte dalla dichiarazione di beatitudine (“beati”) e che proseguono con la presentazione di una categoria particolare di destinatari espressa con un nome (“poveri in spirito”) e si concludono con una frase che esplicita il motivo della loro felicità (“perché a loro appartiene il regno dei cieli”). Ma a che cosa servono le beatitudini? Le beatitudini rileggono il mondo alla luce del nuovo processo che Gesù ha avviato con la sua venuta e l’inaugurazione del suo regno, dove per regno si indica la mano di Dio che tocca la storia per comunicare la vita e la sua custodia. Una dichiarazione di novità paradossale, di capovolgimento della logica mondana che coinvolge l’uomo e la donna credenti rendendoli pienamente responsabili della storia.

v.3: la beatitudine della povertà. I poveri in spirito sono la prima categoria cui Gesù volge la sua attenzione, i primi a stargli a cuore. Una povertà che non si riferisce solo a qualcosa di materiale, ma anche a un aspetto dello spirito umano. Il povero, infatti, non è solo colui che non ha mezzi, ma chi è umile e sa fare spazio a Dio per accogliere il suo regno che viene. La felicità dei poveri è legata al sapersi amati da un Dio che si investe completamente per loro, dando loro il suo regno, cioè consegnandosi, mettendosi tutto dalla loro parte. E il regno è un processo dinamico di rinnovamento che avviene a partire dall’interno dell’uomo muovendo e risvegliando le coscienze all’amore.

v.4: la beatitudine delle lacrime: quelli che piangono sono quelli che, rifacendosi ad Is 61, 1-3, si trovano nel dolore a causa di un lutto. Da Gesù questo annuncio però viene riletto in chiave di promessa a favore di quanti sono afflitti e piangono non solo per le calamità naturali, ma anche per la cattiveria umana e aspettano la consolazione da Dio stesso. Gesù è venuto a rivelare la compassione di un Dio che non resta indifferente dinanzi al pianto dell’uomo, ma si coinvolge e piange con lui.

v.5: la beatitudine della mitezza: i miti sono le persone capaci di accoglienza e maturità che si rapportano agli altri con semplicità e serenità, senza mai ricorrere al conflitto. Essendo estranei alla violenza, i miti sono in grado di custodire i doni di Dio, per prima la terra (che è condizione di possibilità per la vita umana).

v.6: la beatitudine della passione per la giustizia: la giustizia è un tema centrale per il Vangelo di Matteo, una sorta di parola chiave nel Discorso della montagna. Gesù dichiara beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, quelli cioè che aspirano a vivere lo spirito della Torah, puntando alla comunione con Dio e con il prossimo, e si sforzano di raggiungere questo obiettivo costi quel che costi.

v.7: la beatitudine della misericordia: la misericordia è l’attributo divino che la Scrittura pone in coppia con la giustizia. I misericordiosi sono quelli che hanno trovano nello stile dell’amore il vero dinamismo della vita di fede, scoprendo che l’attenzione all’altro, la prossimità, il perdono concesso e l’offerta all’altro di possibilità nuove sono agli occhi di Dio atti molto più preziosi che i sacrifici e gli adempimenti di riti e precetti perché, se i sacrifici sono espressione dell’osservanza religiosa, la misericordia è un’opzione, un atto voluto, un investimento consapevole di volontà ed energie che promuove l’altro e rende manifesto il cuore stesso di Dio.

v.8: la beatitudine della purezza interiore: Gesù manifesta tutta la sua gioia per coloro che hanno il cuore puro, indicando non le leggi di purità tanto care al giudaismo, ma indica un tratto interiore, spirituale. I puri di cuore non sono quelli che si limitano alla purezza esteriore, ma sono quelli che curano i sentimenti, sapendo che dal cuore arrivano tutti i propositi dell’uomo e la loro trasparenza li rende semplici e capaci, come Mosè, di “vedere” Dio.

v.9: la beatitudine dell’impegno a favore della pace: riguarda tutta quella gente di buona volontà che si adopera per la pace sporcandosi le mani per scardinare strutture di potere che sono alimentate dai conflitti, quanti si investono personalmente fino a rischiare la vita per portare riconciliazione. La pace, quindi, non è solo dono divino, ma è anche responsabilità dell’uomo.

v.10: la beatitudine della persecuzione: la ricerca della giustizia si scontra con la persecuzione che è un’opposizione dettata dalla violenza. I perseguitati a causa della giustizia sono il bersaglio di chi è ostile alla legge di Dio e mette in grave pericolo l’equilibrio delle relazioni interpersonali. La persecuzione contro i giusti è l’escamotage cui i corrotti di tutti i tempi ricorrono per nascondere il proprio egoismo.

vv.11-12: la beatitudine della persecuzione a causa di Gesù: è l’ultima beatitudine e si presenta alla seconda persona plurale e dice “beati voi”, quasi fossimo più vicini a Gesù anche fisicamente. Qui si aggiunge l’insulto e la calunnia alla persecuzione e il nesso non è più espresso da una causa (perché), ma da una circostanza (quando). La causa è Gesù stesso (v11 – a causa mia). Gesù stesso viene identificato come la giustizia e seguirlo consiste nel percorrere sentieri di giustizia.

Madeleine Delbrel scriveva: “Non portiamo la parola di Dio in capo al mondo in una valigetta; la portiamo in noi. Non la mettiamo in un angolo in noi stessi, nella nostra memoria, come in uno scaffale di un armadio in cui l’avessimo sistemata. La lasciamo andare fin nel profondo di noi stessi, fino a quel cardine dove gira tutto il nostro essere. […] una volta che abbiamo conosciuto la parola di Dio, non abbiamo il diritto di non accoglierla; una volta che l’abbiamo accolta, non abbiamo il diritto di non lasciare che si incarni in noi, non abbiamo il diritto di conservarla per noi”. Ecco le beatitudini.

http://www.figliedellachiesa.org


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Questa voce è stata pubblicata il 26/01/2017 da in Anno A, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Tempo ordinario con tag , .

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