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«Silence», il film di Scorsese sui martiri gesuiti in Giappone

Verso «Silence» di Scorsese. Giappone, teatro dei martiri

Giappone, teatro dei martiri.jpg

Lo storico Isgrò ricostruisce l’opera di evangelizzazione del Paese del Sol Levante cominciata da Francesco Saverio alla metà del XVI secolo fino alla feroce persecuzione anticristiana nel ‘600

Cominciamo dalla fine, dal tragico epilogo che, non fosse macabro anche soltanto pensarlo, potremmo considerare una involontaria eterogenesi dei fini dell’evangelizzazione gesuitica in Giappone. Una evangelizzazione che prese le mosse da una vera scenotecnica o teatro per così dire. Considerando la meditazione gesuitica, si potrebbe anche dire che fu una forma di rappresentazione sacra nata dalla pedagogia implicita negli Exercitia spiritualia di Ignazio. Ma anche un’anticipazione di quel destino della croce che toccò poi a molti. Una premonizione, cioè la rappresentazione di un evento futuro, e cruento. Qui ci soccorre il ferrarese Daniello Bartoli, gesuita pure lui, storico e scrittore grafomane, nei libri sul Giappone: «Correran sangue i tre ultimi volumi di questa istoria: che anche il Giappone ha avuti i suoi Neroni, i suoi Traiani, i suoi Diocleziani e più d’un Giuliano apostata e persecutore ». E avvisa che quanto sta scritto ripugnerà ai suoi lettori. Cristiani arsi vivi a gruppi, decine di teste recise di uomini, donne e bambini. Donne e giovinette costrette a denudarsi, a camminare «a guisa di bestie, a mani e piedi in terra» lungo le vie cittadine, esposte agli sguardi e al ludibrio di tanti divenuti attori di quel theatrum martyrum. E al culmine dell’orrore, aggiunge Bartoli indignato, «cacciar loro a forza per entro il corpo de’ turaccioli d’esca e, messovi fuoco, farlo così lento lento serpeggiar loro dentro le viscere…».

Siamo negli anni Trenta del Seicento, dopo alcuni decenni di evangelizzazione e di clima pacifico, la persecuzione anticristiana in Giappone, avviata già prima, raggiunge il suo acme. Di questo epilogo, ma anche dell’inizio felice, si occupa lo storico del Teatro e dello Spettacolo Giovanni Isgrò nel saggio L’avventura scenica dei gesuiti in Giappone (1549-1639) uscito per i tipi delle Edizioni di Pagina di Bari (pp. 160, euro 16; info@paginasc.it). Il libro nel chiudersi sugli orrori della persecuzione anticristiana, mette a fuoco il caso dell’eroica testimonianza del padre Giovanni Matteo Adami, originario di Mazara del Vallo, che resistette per giorni alle sevizie di un martirio crudelissimo. Appesi a testa in giù, chiusi dentro una fossa, con carenza d’aria, senza cibo e acqua, le vittime che non rinnegavano la loro fede morivano dopo giorni di fame e per i tormenti subiti (gli giravano intorno al corpo con una fune stringendola «accioché il sangue non iscorresse più affatto libero al soffogarli»).

Oggi la Chiesa di Mazara chiede la beatificazione di padre Adami, e Isgrò – prendendo come paragone il protagonista del film di Martin Scorsese, Silence, tratto dal romanzo di Shusaku Endo (riedito da Corbaccio) -, si chiede se, rispetto all’apostasia pronunciata nel 1633 dal gesuita Cristóvão Ferreira (che a Nagasaki si era speso per diffondere il cristianesimo) dopo appena poche ore di immersione nella fossa, la morte di padre Adami avvenuta dopo cinque giorni senza rinnegare nulla, non valga quella beatificazione che ancora manca. La storia cominciò a metà Cinquecento, quando Francesco Saverio mise i piedi sull’isola di Kyushu, era l’agosto del 1549. Spagnolo, amico della prima ora di Ignazio, con quale, assieme anche a Pierre Fevre, pose le prime basi della Compagnia di Gesù, Francisco in Giappone cominciò la predicazione basandosi dapprima su un commentario portoghese tradotto in un giapponese approssimativo. Ma la popolazione di rango più elevato lo guardava con diffidenza, e si prendeva gioco di lui. Francisco rimase a Kyushu due anni e mezzo, fino al novembre 1551 (morirà l’anno dopo sull’isola cinese di Shangchuan). Voleva farsi ascoltare, e sapeva che prima doveva comprendere il modo di essere e di pensare dei giapponesi. Il codificatore di questa strategia sarà poi il gesuita chietino Alessandro Valignano, secondo il principio adozionista, ovvero l’idea che debba essere il missionario ad adattarsi all’ambiente nel quale si trova a operare, assumendo il linguaggio e tenendo conto delle culture che va a evangelizzare (non aveva forse scritto Clemente Alessandrino, a proposito dell’evangelizzazione dei gentili: «Ti mostrerò il Logos e i misteri del Logos, descrivendoli in immagini a te familiari»?).

Francesco Saverio intuì che la sua predicazione doveva essere più ricca di fattori scenici, «perché si trovava – scrive Isgrò – nella necessità di attirare l’attenzione di un popolo che non conosceva il significato delle sue parole». E adottò a questo scopo un atteggiamento “giullaresco” «tipico degli artisti girovaghi », ovvero capì che doveva «mettere in atto una tecnica di cattura scenica». Si esibiva nelle “vie dei Signori”, per attirare l’attenzione dei giapponesi più altolocati e influenti. La “recita” si apriva con un gran segno di croce, enfatizzato – come se lo facesse un guitto alla Dario Fo – e subito dopo egli rivolgeva lo sguardo al cielo. Il grado di efficacia della sua messa in scena Francisco lo misurava con le conversazioni e le richieste di chiarimento che gli venivano alla fine della rappresentazione dagli spettatori. Molti giapponesi rimanevano sospettosi e poco favorevoli alla nuova proposta (come i pagani nell’areopago, insomma), lo consideravano un volgare guitto, «poveramente vestito di nero ». Però altri nobili «ascoltavano con interesse le sue disquisizioni sulla rotondità della terra e il movimento degli astri, sulle comete, sulla luna, ma anche sulle cause dei fenomeni meteorologici» (culto giapponese delle forze della natura). Capì dunque che «doveva mostrarsi vestito di seta e lasciare il suo abito trasandato». Come sempre succede, a seconda dei luoghi dove si recava Francisco trovava ostilità o favore.

Ma il seme era gettato. Dopo di lui, i suoi confratelli rimasti in Giappone affinarono sempre più la tecnica con nuove invenzioni. Poco alla volta, si formarono giovani catechisti, le conversioni crescevano, e ci si rese conto che per essere efficace questa pedagogia scenica doveva avvalersi stabilmente di canto e musica. Una svolta decisiva avvenne, quando venne costruito un grande ospedale a Funai gestito dai gesuiti e finanziato dal signore del posto. Nel cortile venne eretta una grande croce che divenne il centro della vita dei malati. Leggermente rialzata da alcuni gradini, evocava i “calvari” europei. Questo teatro sacro andò via via arricchendosi di soluzioni sceniche, secondo una catechesi che, legando la croce al tema dell’albero (caro alla religiosità giapponese), esprimeva la pedagogia della redenzione attraverso la sofferenza e l’espiazione. Ma questo entrava «in concorrenza » – nota Isgrò – con la ritualità sacrificale dei giapponesi, col loro culto della sofferenza come riscatto e onore (si pensi, nel Novecento, all’estetica del sacrificio e della crudeltà in Mishima); anche il cast scenografico allestito dai gesuiti, col Cristo morto e i carnefici, si avvicinava sempre più modelli del teatro Noh, e gli stessi giapponesi non convertiti provavano un senso di meraviglia vedendo la rappresentazione ricca di coup-de-théâtre e repentini cambi di scena. Si arrivò persino a una scarica di colpi a salve quando il Santissimo Sacramento entrava in Chiesa.

La più completa realizzazione del teatro gesuitico si ebbe nel 1560, quando padre Torres – uno di quelli che aveva raccolto di testimone di Francesco Saverio – allestì la scena del Natale a Funai dove, con varie scene, si risaliva fino ad Adamo ed Eva e al peccato originale. «Era una forma di teatro a spazio totale – scrive Isgrò nel quale, come nell’actio processionale, dominava l’idea del meraviglioso scenico sostanzialmente diversa rispetto al teatro orientale, notoriamente legato all’uso dell’unico fondale dipinto raffigurante l’albero sacro». E lo stesso Isgrò lamenta il fatto che nonostante la pregevolezza di queste soluzioni sceniche in ambito storiografico vi sia stata una «plurisecolare emarginazione del teatro gesuitico, anche europeo». Verso la fine del Cinquecento le cose cambiarono. Morti alcuni signori che proteggevano la Compagnia di Gesù, altri shogun, temendo che l’influenza del cristianesimo avrebbe soppiantato l’identità più profonda del Giappone, cominciarono a perseguitare le comunità cristiane. E il teatro di evangelizzazione mostrò il suo rovescio, il theatrum martyrum, dove la passio di Cristo si rivelò nuovamente nel sacrificio dei cristiani torturati e uccisi. Fu il sigillo di sangue alla cacciata degli occidentali dal Giappone.

Maurizio Cecchetti
Avvenire domenica 8 gennaio 2017


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Un commento su “«Silence», il film di Scorsese sui martiri gesuiti in Giappone

  1. wwayne
    29/01/2017

    Ho scritto una recensione di Silence: https://wwayne.wordpress.com/2017/01/29/inseguire-un-sogno/. Che ne pensa?

    Mi piace

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