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Bibbia, madre di ogni letteratura

Un imponente studio francese analizza l’influsso del Libro dei libri sugli scrittori di tutte le epoche. Con molte sorprese

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Un particolare dall’incisione di William Blake «Ancient of Days»

Già solo i numeri danno l’idea della portata dell’opera: 400 specialisti coinvolti provenienti da 40 Paesi; 2340 pagine in due volumi; 700 voci diverse, 400 notizie su scrittori, 200 indagini su singoli Paesi e aree culturali; 7000 nominativi nell’indice dei nomi. Al momento è disponibile solo in francese. Ma si spera che questo poderoso La Bible dans les littératures du monde (Editions du Cerf, euro 210) possa un giorno vedere anche una traduzione in italiano. Il perché è presto detto: di opere che analizzino il rapporto tra Bibbia (e cristianesimo in generale) e produzione letteraria ce ne sono state, dalle nostri parti, ma ormai risultano un po’ datate. Due nomi su tutti: Charles Moeller e Ferdinando Castelli. Del primo Letteratura moderna e cristianesimo, cinque introvabili volumi per Vita e pensiero, riassunta nell’omonimo testo pubblicato nella collana Bur dei libri dello spirito cristiano; Volti di Gesù nella letteratura moderna, Paoline, tre tomi, a opera del secondo. Serviva (anzi serve) un’opera che rimettesse sotto gli occhi di esperti e appassionati di oggi il legame fecondo e vivo tra le lettere e la Bibbia. Inoltre, ed è il merito notevole del lavoro coordinato da Sylvie Parizet, docente di letteratura comparata all’università Paris Ouest Nanterre (da molti anni tieni corsi e seminari dedicati al tema di cui qui si tratta), questo grande dizionario propone un viaggio nella letteratura fino ai nostri giorni, con gli autori di maggior successo delle classifiche letterarie di oggi. Insomma, non si ferma ai grandi classici del Novecento tralasciando l’attualità, come spesso accade quando si analizza il legame tra spiritualità e lettere. Gli esempi di questo “contemporaneismo” sono numerosi. Ne facciamo alcuni.

Guardando all’Italia, balza all’occhio il nome di Erri De Luca: «Anche quando la Bibbia non è il suo soggetto principale, i riferimenti a quest’ultima sono onnipresenti nei suoi scritti, così come anche nei suoi saggi, nei romanzi e nella poesia – annota Nicolas Bonnet -. Da buon teologo, De Luca rifiuta di ridurre la carità cristiana a semplice etica. Il biblista non credente non si accontenta di un Vangelo secolarizzato e resta in attesa della rivelazione». Altro nome, quello di Henri Bauchau (tra i suoi ultimi libri Il compagno di scalata, e/o): «Gli scritti neotestamentari irrigano l’immaginario bauchaliano. La lettura dei Vangeli occupa un posto importante in questo scrittore, come testimoniano i suoi diari» annota Jeremy Lambert. Beatrice Trotignon dedica invece una breve nota ai lavori di Cormac McCarthy, nel quale (tra le diverse interpretazioni del romanziere edito da Einaudi) viene presentata anche quella di un «cristianesimo esistenziale» visto che «la presenza di Dio, del suo ritirarsi o della sua inesistenza, è sempre posta». Molti altri scrittori contemporanei vengono analizzati nel dizionario, tra i vari Eric-Emmanuel Schmitt, Marilynn Robinson, Naguib Mahfouz tra i romanzieri; poeti come Mario Luzi o Yves Bonnefoy, drammaturghi come Dario Fo.

«A tutti coloro che amano la letteratura resta solo di navigare in queste pagine. Per il piacere di scoprire nuovi scrittori o di rileggere le loro opere in altro modo», spiega la Parizet nella sua introduzione. La Bible dans les littératures du monde è concepita come un’indagine diacronica e al contempo sincronica. Ovvero, ad esempio, prende in esame i riflessi della Bibbia nelle letterature delle diverse nazioni (la letteratura russa, per esemplificare, viene suddivisa in cinque periodizzazioni e di ciascuna si approfondiscono gli echi biblici autore per autore) e approfondisce i rimandi scritturistici in molti narratori. Al contempo analizza come concetti, personaggi e situazioni bibliche (Caino, l’Eden, i profeti, Maria Maddalena, i midrash, Satana, i padri della Chiesa…) sono diventati spunti, riprese, fonti di polemiche e distanze, ispirazioni e assonanze nel corso degli anni per chi ha scritto romanzi, racconti e poesia. Un lavoro e un testo dunque che è una miniera di osservazioni interessanti, delle quali dar conto qui è praticamente impossibile, se non con un brevissimo assaggio (in attesa, come si diceva, e con l’augurio di una prossima traduzione italiana). Spigolature, dunque. Nelle undici pagine dedicate a Mosè, Yves Chevrel rintraccia i debutti “letterari” extrabiblici del personaggio dell’Esodo già in Diodorio di Sicilia e in Ezechiele il Tragico (200 a.c.), per poi farci assaporare come Mosè venga riletto da Dante, Girolamo Savonarola e Machiavelli e quindi farci atterrare ai nostri giorni, con gli echi del personaggio nel celebre romanzo di John Steinbeck Furore (in originale The Grapes of Wrath, guarda caso citazione di Apocalisse 14,19, «i grappoli dell’odio»).

Secondo Chevrel, nel caso di Furore siamo di fronte a «intertesti più discreti ma certamente portatori di senso» nel rapporto tra letteratura e Bibbia: un’annotazione che fa capire che l’indagine di questo dizionario non si ferma ai richiami biblici naturalmente evidenti, ma indaga anche i rimandi indiretti, le ispirazioni, le formulazioni di affinità o di contrasto. Insomma, non solo come la letteratura ha riletto la Bibbia, ma soprattutto come quest’ultima ha ispirato e fecondato in positivo la prima. Cosa che avviene anche in uno scrittore agnostico, anzi dichiaratamente ateo («C’è stato Auschwitz, quindi Dio non esiste») come Primo Levi: Enzo Neppi in due pagine a lui dedicate ne evidenzia rimandi sia del Pentateuco che di natura neotestamentaria. Il materiale biblico è una componente importante nella poesia di Derek Walcott, secondo l’analisi di Kathie Birat: «La Bibbia riveste un posto importante» nei suoi testi e «gli echi biblici segnalano un lungo apprendistato attraverso l’influenza dei grandi poeti della tradizione inglese, in particolare dei poeti metafisici, e al tempo stesso il desiderio del poeta di appropriarsi della forza mitica del racconto biblico per forgiare un altro mito degno del Nuovo mondo».

Qualcosa di simile si può dire per Michel Tournier: «Nei miei libri l’elemento religioso è sempre molto importante», ha affermato in un’intervista a Valeurs actuelles del 1994, citata da Arlette Bouloumié che vi dedica un contributo.Sicuramente curiose sono le incursioni in alcune letterature nazionali considerate “minori”, dalle quali emerge un debito anche culturale. Prendiamo la letteratura ceca, alla quale si dedica Xavier Galmiche: «Il posto che la Bibbia occupa in questa letteratura è legato alla formazione di un’identità nazionale all’interno di un Paese multiculturale: le Scritture e la loro tradizione partecipano al patrimonio linguistico che determina una letteratura scritta sia antica che, al contempo, intrisa di modernità». Così la Scrittura «serve come riserva di miti a disposizione di numerose opere che possiamo definire esistenzialiste: è il caso evidente, dopo la seconda guerra mondiale, di Bohumil Hrabal, che riconosce il debito del suo Caino verso Camus». Insomma, ce n’è per tutti i gusti, in questo dizionario. Per chi vuole (ri)scoprire come la Parola sia stata anche madre di tante parole.

Lorenzo Fazzini
Avvenire giovedì 2 febbraio 2017


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Questa voce è stata pubblicata il 04/02/2017 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , .

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