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Charles de Foucauld e l’islam. Fratello universale

Ampi stralci di un articolo uscito sull’ultimo numero dei «Documents Épiscopat» della Conferenza episcopale francese, interamente dedicato a Charles de Foucauld nel centenario della morte.

Charles de Foucauld.jpg

L’avventura di Charles de Foucauld, completamente immerso nel mondo musulmano, è appassionante. Il primo incontro, molto forte, è stato quello che ha vissuto durante il suo viaggio di esplorazione in Marocco: «L’islam ha prodotto in me uno sconvolgimento profondo… la vista di quella fede, di quelle anime che vivono nella continua presenza di Dio, mi ha fatto scorgere qualcosa di più grande e di più vero delle occupazioni mondane» (Lettera a Henri de Castries).

In Francia, a quell’epoca, il mondo musulmano non aveva il peso che ha oggi nello spazio socio-politico. Apparteneva al mondo delle colonie, lo si conosceva in modo molto superficiale con i soliti pregiudizi dei colonizzatori nei confronti dei colonizzati: «C’è forse da stupirsi che i musulmani si facciano false idee della nostra religione quando se ne hanno di così fantastiche delle loro credenze?» (Lettera a Henri de Castries, 14 agosto 1901). Foucauld parla «di un fardello di storie che si ascoltano ogni giorno lamentandosi» (ibidem). Solo personalità come Louis Massignon, grande conoscitore della religione e della cultura islamica, o François-Henry Laperrine, ufficiale dell’esercito colto ed aperto, fanno eccezione. L’ignoranza è reciproca. In una lettera a Suzanne Perret, nel luglio 1907, si rammarica che i musulmani nutrano per i cristiani «un grandissimo disprezzo, una grande ostilità, che li considerino come pagani dai costumi infami», il che non esclude comportamenti esemplari, come quello di Hadj Bourhim che gli ha salvato la vita in Marocco proteggendolo dai pericoli. Fratel Charles è stato affascinato dall’islam al punto che, per un momento, forse ha pensato di convertirsi a quella religione. Per Émile Félix Gauthier, che l’ha conosciuto a Béni Abbés, «il giovane esploratore stava quasi per passare al turbante», e fratel Charles in una lettera del 14 agosto 1901 confidava a Henri de Castries: «L’islamismo mi piaceva per la sua semplicità di dogma, semplicità di gerarchia, semplicità morale».

Dopo la sua conversione nella chiesa di Sant’Agostino a Parigi, sogna di ritornare in Marocco, stavolta non con il cappello da esploratore, ma con quello da missionario che vuole guadagnare alla causa di Gesù tutti gli uomini di buona volontà perché «anche loro hanno diritto a ricevere la buona novella» (Lettera a Gabriel Tourdes, 1902).

Nel corso della sua vita in Africa del Nord, Charles de Foucauld ha proceduto a tentoni circa il metodo da utilizzare. È passato da un approccio entusiastico — «Tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, i musulmani come gli altri» (30 giugno 1903); «I risultati molto consolanti ottenuti nella Cabilia dimostrano che i musulmani si convertono non appena ci si occupa di loro» (Lettera a Joseph Hours, 28 novembre 1911), convincendosi che occorre solo molto amore —, a un atteggiamento di prudente attesa: «La conversione dei musulmani: un’opera non di anni ma di secoli» (Lettera a Suzanne Perret, 25 luglio 1907).
Curiosamente gli storici hanno notato che il soggiorno di Charles de Foucauld nell’Hoggar ha coinciso con una fase d’intensa islamizzazione. Se si era dedicato soprattutto al mondo dei Tuareg (identità particolare nel mondo musulmano) era perché aveva notato che quel popolo era mal islamizzato e forse, a priori, poteva essere più disponibile ad accogliere una nuova religione.

Ma non vuole comunque forzare la conversione. Non c’è proselitismo in lui. «Bisogna bandire lo spirito militante» e costruire invece un rapporto di amicizia, praticare un apostolato della bontà: «Non si tratta di convertirli in un giorno e neppure con la forza, ma teneramente, con discrezione, con la persuasione, con il buon esempio» (Lettera a René Bazin, 29 luglio 1916). Che bel programma in prospettiva!

È nota la sua celebre frase: «Io voglio abituare tutti gli abitanti cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello, il fratello universale» (Lettera a sua cugina, Béni Abbés, 7 luglio 1902).

Nonostante i pregiudizi che comunque nutre, a salvarlo è l’amore che mette nel suo approccio con i musulmani. Le autorità musulmane lo riconoscono. Boubakeur, rettore della Grande Moschea di Parigi, fa sul suo conto la seguente dichiarazione: «È venuto tra noi povero, è morto povero ma ha lasciato una grande ricchezza, una ricchezza imperitura perché è stata segnata dall’amore». Siamo ben lontani dal soldato o dal missionario conquistatore, la sua umiltà gli ha fatto guadagnare la stima di quanti l’hanno conosciuto. Accetterà di non evangelizzare in modo più esplicito i Tuareg e si consolerà pensando che seguire la religione naturale può essere un cammino di santificazione, quindi di salvezza. Alla sua epoca era un’opinione molto diffusa: «Sono certo che il buon Dio accoglierà in cielo quelli che furono buoni e onesti senza bisogno che essi siano cattolici romani» (dichiarazione fatta al dottore Dautheville in servizio a Tamanrasset). Cercherà piuttosto di «portare i Tuareg a servire Dio secondo la legge naturale» (Lettera a Suzanne Perret, 25 luglio 1907). Ma le riserve sono dure a morire.

Ciononostante fa piacere ricordare il bel testo (vero brano di antologia) di Moussa, l’amenokal dell’Hoggar, scritto alla sorella di Charles pochi giorni dopo la sua morte: «Non appena ho saputo della morte del nostro amico, suo fratello Charles, i miei occhi si sono chiusi, tutto è buio per me; ho pianto, ho versato molte lacrime e provo grande dolore. La sua morte mi ha rattristato molto. Charles il marabù non è morto solo per voi, è morto anche per noi. Che Dio gli conceda misericordia e che possiamo rincontrarci in Paradiso».

Christine Lacroix
L’Osservatore Romano, 3-4 febbraio 2017


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Questa voce è stata pubblicata il 04/02/2017 da in ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , .

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