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Un Piano Marshall «con» l’Africa: non aiuti ma investimenti

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Nelle ore in cui il piano italo-libico per contenere i flussi di migranti viene lodato dalla Ue, ma incontra le forti critiche di molti organizzazioni umanitarie, vale la pena di evidenziare come altre strade siano possibili. E che tali strade, pur non prive di ombre, vengano proposte dagli stessi partner continentali.

Il ministro tedesco per la Cooperazione, Gerd Müller, ha infatti proposto di sostituire gli aiuti tradizionali all’Africa con una serie di investimenti finanziari e commerciali. È accaduto il 18 gennaio scorso in occasione della presentazione ufficiale di un documento che esprime a chiare lettere l’indirizzo impresso dal membro del governo di Berlino: “Fondamenti di un Piano Marshall con l’Africa”. Si tratta di una sorta di Road Map che affronta il delicato tema della ristrutturazione e riqualificazione della cooperazione economica nei confronti dei Paesi africani, affermando una logica che richiama la metafora “billclintoniana” Trade not Aid, commercio (non solo) aiuto.

L’intento è quello di andare al di là dell’approccio tradizionale donatore-beneficiario a favore di un partenariato economico basato sull’iniziativa imprenditoriale nelle sue molteplici espressioni. Questa strategia prevede, tra l’altro, la creazione di piccole e medie imprese, nella logica di una governance corporate. Secondo Müller, e non è il solo a rendersene conto, sarà impossibile contenere in modo efficace il flusso dei migranti verso l’Europa, senza affrontare il problema dello sviluppo economico in Africa. Questo piano vorrebbe inoltre condizionare l’erogazione di aiuti finanziari agli Stati africani all’adozione di riforme per il rafforzamento dello Stato di diritto, per la lotta alla corruzione e il rispetto dei diritti umani. Nell’agenda del ministro tedesco pare sia già in programma una visita a Pechino, con l’intento di promuovere un attivo partenariato tedesco/europeo con l’Impero del Drago sugli investimenti e i progetti da realizzare nel continente africano. Il governo tedesco, poi, ha annunciato che inserirà la “questione Africa” nell’agenda del G20 del prossimo giugno.

L’indirizzo impresso dal responsabile della Cooperazione tedesca non è ancora passato al vaglio dei Ministeri dell’Economia, del Tesoro e degli Affari Esteri di Berlino. Solo dopo questa concertazione il tema potrà essere discusso in sede comunitaria a Bruxelles. Se da una parte è vero che lo sviluppo dell’Africa dipende dagli investimenti – che, stando al Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), dovrebbero aggirarsi attorno ai 600 miliardi di dollari l’anno –, dall’altra occorre riflettere seriamente sulle ripercussioni degli investimenti stranieri già in atto, soprattutto nell’Africa sub sahariana. Infatti, le crescenti privatizzazioni degli asset strategici in molti Paesi, non solo ha determinato una svendita delle commodity (fonti energetiche in primis), ma ha acuito a dismisura il fenomeno del land grabbing (l’accapparamento di terra) da parte di potenze straniere e/o di multinazionali, con conseguenze devastanti dal punto di vista socio-economico per le popolazioni autoctone. Ecco che, allora, le ricchezze del continente vengono praticamente svendute con la complicità delle cleptocrazie di turno. E cosa dire degli Epa (Economic Partenership Agreements) imposti dall’Unione Europea al gruppo Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) che comprende 77 Paesi in via di sviluppo? Questi “accordi di libero scambio” delle merci, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, stanno indebolendo fortemente le economie africane.

Ma il dato più inquietante riguarda la crescita del debito aggregato africano, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie, stimato attorno ai 150 miliardi di dollari.

Nel corso degli ultimi dieci anni, si è passati dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity). Questa finanziarizzazione del debito ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria alle obbligazioni, sia pubbliche che private, da piazzare sui mercati aperti. Ecco perché un piano Marshall davvero in grado di contribuire a risollevare le sorti dell’Africa non potrà prescindere dalla definizione di regole che garantiscano una reale crescita del benessere delle popolazioni africane.

Giulio Albanese
Avvenire sabato 4 febbraio 2017


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Questa voce è stata pubblicata il 04/02/2017 da in Attualità, Società, Cultura, ITALIANO con tag , .

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