COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sulla Genesi 1-11 (V Settimana del Tempo Ordinario)

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GENESI capitoli  1-11

I capitoli  (1-11) costituiscono una introduzione necessaria alla storia dei Patriarchi, che a sua volta ci condurrà all’apice di tutta la narrazione dell’Antico Testamento: l’Esodo e l’Alleanza. In questi capitoli sono prevalenti due Tradizioni: Jahwista e Sacerdotale.

La “Creazione” e la “Caduta”, sono gli atti determinanti di ciò che seguirà: la graduale avversione a Dio da parte dell’uomo, e il definitivo intervento di Jahwè nella nuova creazione: quella del suo Popolo.

Anche se la Bibbia si apre col Libro della Genesi, Israele non ha scoperto Dio a partire dall’universo creato, bensì attraverso gli interventi di Jahwè nella storia del suo Popolo.

Dal Dio delle teofanie, dal Dio incontrato nella storia di Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè; dalla liberazione dall’Egitto, dalla conquista della terra promessa: da questo Dio, Israele è risalito al Dio Creatore.

Jahwè si è fatto conoscere prima come liberatore di un Popolo che ha fatto suo con l’Alleanza. Poi questo popolo ha scoperto che questo Dio Salvatore era anche il Dio Creatore, cioè Colui che aveva creato il cielo e la terra.

PRIMO RACCONTO DELLA CREAZIONE
(Genesi 1, 1 – 2, 4a)

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Questo primo racconto della Creazione è un Inno della Tradizione Sacerdotale, che scandisce ogni opera con un ritornello : “Dio vide che  ciò era buono”.

L’intenzione dell’autore è quella di inculcare nella mente del Popolo “il riposo del Sabato”, che era tradizione in Israele; perciò i sei giorni, si intendono come normali periodi di ventiquattrore.

La cosmologia primitiva del tempo dell’agiografo viene usata per insegnare che Dio ha creato tutte le cose, attraverso la Sua assoluta potenza e trascendenza.

Mentre i poemi epici descrivevano la Creazione come il risultato di una lotta tra gli dei e le forze del caos, il racconto biblico pone in risalto l’attività senza sforzo dell’unico Dio.

Le immagini prese in prestito da altre narrazioni, soprattutto babilonesi (per es. “sole” e “luna” vengono chiamati “luminari”, perché questi nomi semiti ricordavano gli dei pagani, adorati a volte dallo stesso Israele), diventano elementi di polemica dell’autore sacro contro i miti.

Il verbo “barà” = “creò”, usato esclusivamente per Dio, non suggerisce, qui, alcuna materia preesistente.

Paragonando le opere della prima metà, con quelle della seconda metà, scopriamo un parallelismo perfetto, nei sei giorni della Creazione: alla luce creata nel primo giorno, corrispondono il sole, la luna e le stelle, del quarto giorno.

Alla creazione del firmamento e delle acque superiori e inferiori nel secondo giorno, corrisponde la creazione degli uccelli e dei pesci del mare del quinto giorno.

Alla formazione della terra del terzo giorno, corrisponde la creazione degli animali nel sesto giorno.

Il parallelismo si vede ancora confrontando le due serie tra loro. Nella prima serie, Dio compie esclusivamente una “separazione” tra le cose create: nel primo giorno vengono separate la luce dalle tenebre; nel secondo giorno è separato il firmamento, dalle acque di sopra e di sotto (acque piovane e oceano); il terzo giorno c’è la separazione tra la terra e il mare.

Ad ogni separazione compiuta nella prima serie, corrisponde un “dominio”, cioè la “popolazione”, nella seconda serie: così i corpi celesti, dominano la luce e le tenebre; gli uccelli e i pesci si muovono nell’aria sotto il firmamento e nell’acqua; gli animali (bestiame e bestie selvatiche) popolano la terra.

IN SINTESI

Separazione Dominio
1 LUCE 4 SOLE, LUNA, STELLE
2 FIUMI, ACQUE 5 UCCELLI, PESCI
3 TERRA 6 ANIMALI

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Il firmamento veniva considerato come una calotta di metallo martellato, che tratteneva le acque che stavano sopra.

La Tradizione Sacerdotale fa notare che l’apice della Creazione è raggiunto nell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. I Semiti (così chiamati, perché discendenti di Sem), non conoscevano alcuna dicotomia (il concetto di corpo e anima fu introdotto dalla filosofia greca), quale la conosciamo noi: l’uomo intero, quindi, aveva l’immagine di Dio, che si manifestava soprattutto nella conseguente facoltà di dominare sulla creatura.

L’uomo, come immagine di Dio, è il Suo rappresentante sulla terra; a differenza degli antichi Re,  Jahwè non ha bisogno di controfigure; difatti in quelle regioni dell’Impero dove il Sovrano non poteva essere presente di persona, faceva innalzare delle statue che raffiguravano la sua persona. Per l’autore biblico, invece, nel volto di ogni uomo c’è l’immagine di Dio.

La Tradizione Sacerdotale aggiunge la convinzione che la distinzione dei sessi è di origine divina e pertanto buona.

Il pieno significato di “umanità” (‘adam) si realizza solamente quando vi sono l’uomo e la donna.

SECONDO RACCONTO DELLA CREAZIONE
(Genesi  2, 4b – 25)

La narrazione Jahwista differisce grandemente dalla Tradizione Sacerdotale. Il genere letterario è quello del racconto popolare, con elementi che hanno più stretta dipendenza da fonti extra-bibliche. Lo stile è più vivace e concreto; la presentazione di Dio più antropomorfica, la prospettiva è terrestre ed umana piuttosto che cosmica e divina.

La fusione Jahwè-Eloìm (Signore-Dio), è da attribuirsi al redattore finale.

Abbiamo visto che per la Tradizione Sacerdotale, il caos delle acque diluviali, viene sostituito da un cosmo ordinato; mentre per la Tradizione Jahwista, il caos della desolazione desertica sarà sostituito da un giardino fruttifero.

Mentre la Tradizione Sacerdotale inizia il racconto della Creazione, con il cielo, la terra, il firmamento, e solo alla fine fa apparire l’uomo; la Tradizione Jahwista, comincia subito il racconto con l’uomo;  dall’inizio alla fine è lui in primo piano.

La terra è presentata come una pianura spoglia, senza erbe o alberi e senza animali. Solo quando fu plasmato l’uomo col fango di questa pianura, in essere vivente, solo allora Dio piantò per l’uomo un “giardino” e dopo che l’uomo fu trasportato nel giardino, Dio modellò dal fango gli animali della terra e gli uccelli del cielo: tutto viene fatto esclusivamente per l’uomo.

L’uomo diventa “essere vivente” solo quando Dio “soffiò nelle sue narici un alito di vita

“Alito di vita”

Dall’ebraico “nishmah” rimanda al “soffiare” e “respirare”. Nell’A.T. questo termine indica la spiritualità dell’uomo,  cioè un dono che Dio fa all’uomo per permettergli di conoscere,  di entrare in relazione con gli altri e con Lui stesso. L’altro termine,  invece, “ruah” = “vento”, indica lo Spirito di Dio. Quest’alito di vita non designa   “l’anima” (termine sconosciuto all’autore sacro; infatti è stato introdotto tardivamente con la filosofia greca), ma qualcosa simile a ciò che noi chiamiamo “coscienza”.  L’uomo, perciò, è contemporaneamente legato a Dio (alito di vita) e al mondo (argilla-materia), e questa unità è la sua grandezza e la sua bellezza.

“ Il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo”

La creazione dell’uomo è rappresentata con l’immagine del vasaio che plasma la creta. Non per nulla in ebraico “uomo” è  “’adam” e la terra “adamah”. Adamo, perciò, non è un nome proprio, ma indica ogni uomo che è legato all’argilla (la parola ebraica “adamah” letteralmente indica qualcosa si “rossastro” come l’argilla), cioè alla materia. L’ebraico oltre al termine “adam” (che, abbiamo visto, indica l’essere umano nella sua totalità, oppure umanità), ha un altro termine che traduce la parola “uomo”, ed è il vocabolo “ish”, con il quale si vuole indicare l’essere umano “maschio” e spesso anche il “marito”. A questo termine corrisponde il femminile “isshàh”, cioè la “donna”, ma anche la “moglie”.

“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad Oriente”

“Giardino” è il senso originale ebraico: “gan”. L’antica versione greca della Bibbia, ha tradotto questo termine con “paràdeisos”, vocabolo di origine persiana, dal quale è derivato il nostro termine corrente ““Paradiso”. Il “giardino” non ha una collocazione precisa, ma è un’immagine che rappresenta il mondo in armonia con l’uomo e l’universo intero. L’autore biblico, infatti, fa diramare da quel punto i quattro fiumi che, come i quattro punti cardinali, definiscono tutto il mondo nella sua bellezza e fecondità. Il Tigri e l’Eufrate sono ben noti, come fiumi della Mesopotamia; gli altri due: Pison e Ghicon sono ignoti (l’Indo e il Nilo?). Il racconto al di là dei simboli e delle immagini, dice semplicemente che Dio ha creato l’uomo in una condizione di felicità, in un “paradiso”; questo termine però va inteso nel giusto senso: Dio ha creato la felicità, e il paradiso è nell’uomo stesso. Peccato, che abbiano voluto cercare il Paradiso su una carta geografica, in terre più o meno lontane: la felicità paradisiaca si trova nel cuore dell’uomo.

“Per coltivare e custodire”

I verbi qui usati sono molto importanti e frequenti nella Bibbia.

Il verbo “coltivare”, nell’originale ebraico (abàd), significa: “servire”, “lavorare”, ma è anche il verbo usato per indicare il “servizio” liturgico nel Tempio. Il verbo “custodire” (shamar), significa “osservare”, ed è riferito alla sentinella che vigila, ma anche e soprattutto al “custodire” e “osservare” la Legge e la parola del Signore. Il compito dell’uomo è, allora, quello di custodire il dono di Dio, il creato, riconoscendo in esso la Sua opera.

“L’albero della vita”

E’ l’albero di cui nell’antico mondo orientale, bisognava mangiare regolarmente i frutti per ottenere l’immortalità. Nell’Epopea di Ghilgamesch, il frutto dell’albero della vita è chiamato significativamente  “ il vecchio diventa di nuovo giovane”. Ghilgamesch è un eroe della mitologia babilonese, che va alla ricerca dell’albero della Vita per cibarsi dei suoi frutti e così evitare la morte. Mentre nell’Epopea di Ghilgamesch, l’albero della Vita è smarrito per circostanze esterne; il testo biblico pone l’accento sulla colpevole disobbedienza dell’uomo.

“L’albero della  conoscenza del bene e del male”

La “conoscenza” per la Bibbia, non è solo un’attività mentale, ma anche vitale e della volontà, è simile alla decisione. “Bene” e “male” sono le due facce della realtà morale. Quell’albero è, quindi, il simbolo delle scelte morali. E’ solo Dio che decide ciò che è bene e ciò che è male: questo è il senso di quel comando. Se violato, l’uomo sperimenterà la morte, che non è solo l’esperienza fisica del morire, ma soprattutto la separazione dal Dio della vita.

“Creazione della donna”

L’uomo nel giardino o “Eden” (= piacere) è solo. Questa solitudine è parzialmente superata con la creazione degli animali a cui l’uomo “impone il nome” (nella Bibbia significa dare un ordine a tutte le realtà; sottrarla al caos e al nulla e quindi poterla controllare e dominare per il proprio benessere; questo è il momento della scienza e della tecnica, del lavoro che trasforma e domina il mondo e le sue creature). Ma giunto a sera della sua giornata, l’uomo si sente ancora solo. Gli “animali” e le “cose” non sono “un aiuto degno di lui”. Egli allora entra in un sogno-visione, ove Dio, con la stessa materia di cui è costituito l’uomo (la “costola” in alcune lingue semite indica: “vita”, “femminilità”), forma una Nuova creatura umana fatta dalla stessa realtà, e dotata della stessa dignità. Il “sonno profondo” dell’uomo, suggerisce la natura altamente misteriosa ed importante dell’attività divina. “Osso delle mie ossa, carne della mia carne”. Tra i due si è stabilita una comunione profonda, così da essere una sola “carne”. Questa espressione rimanda non solo all’atto sessuale matrimoniale, ma anche all’unità della vita (la “carne” è simbolo dell’esistenza, nella Bibbia).L’autore conclude questa prima parte della sua narrazione, con un principio generale; l’unione matrimoniale e il suo carattere monogamico, sono voluti da Dio. Il primo atto del racconto si chiude con l’uomo e la donna nudi e sereni. La “nudità” nella Bibbia è segno dell’essere creatura: l’uomo non peccatore si accetta così, con serenità. Dopo il peccato, la “veste” sarà il tentativo di ritrovare la dignità perduta, perché allora l’uomo non potrà più accettarsi come egli è. La prima parte di questo nuovo racconto della creazione ha ribadito la bellezza della realtà uscita dalle mani di Dio. Essa è come un tessuto di armonie: l’uomo è in armonia con Dio, a cui è legato dall’alito di vita; è in armonia con la materia e gli animali a cui “impone il nome”; è in armonia con il suo simile, cioè la “donna”.

Don Antonio Schena
http://www.corsobiblico.it

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PAURA E REALTÀ
Genesi 3,1-13
Lectio Divina a cura di Stella Morra

Premessa

(…) Faccio una parentesi con una considerazione personale: mi pare che le generazioni dei quarantenni e degli adolescenti al di sotto dei vent’anni, si stiano congiungendo intorno al tema della paura; paure diverse, ma tema dominante per gli uni e per gli altri. E tutti stiamo cercando di sconfiggerla a modo nostro: i più grandi inventandoci un po’ di maschere; i più giovani con una serie di sciocchezze che sono all’ordine del giorno della cronaca. Forse si potrebbe ragionare un po’ sul perché i ventenni hanno tanta paura! I ventenni sono sempre una cartina di tornasole dello stato di salute di una società, mostrano, più platealmente, ciò che sta accadendo a tutti. Forse la caratteristica più grande degli adolescenti attuali è la paura, e per questo sono spesso così arroganti, sbruffoni, spericolati.

Parole per dire la paura

Perché, come occuparci di paura? Trovare delle parole per dire almeno a noi stessi la nostra paura, ci pare già un buon motivo per iniziare questo cammino!

Gli esseri umani hanno sempre avuto paura – il fatto che nella Bibbia ci sia così spesso questo tema vuol dire che c’è sempre stato – ma la percentuale della presenza attuale di questo tema, con le manifestazioni di ansia o di depressione, ci pare eccessiva. Su questo argomento stiamo diventando muti: non ci sono le parole per dire la paura da adulti. Studiamo molto la paura dei bambini, ma è quasi impossibile che un adulto riesca a dire ad un altro: ho paura; e se lo dice è come se dicesse qualcosa di molto imbarazzante ed impudico, per cui chi gli sta di fronte non sa bene come reagire. Cosa si può dire ad un adulto che ti confida: ho paura!? Devi avere una grande intimità, fraternità, conoscenza reciproca per poter, per esempio, essere capace di abbracciarlo e non dire nulla. Nella vita ordinaria, negli incontri comuni, nessuno darebbe voce alla propria paura, se non altro per non mettere in imbarazzo chi gli sta di fronte, oltre che se stesso, perché…gli adulti non hanno paura: è uno dei miti della nostra società; gli adulti sono preoccupati, nervosi, ma non hanno paura!!!

Inoltre ci pare che la paura soffra, almeno in questo tempo, di un’enorme menzogna. I temi un po’ imbarazzanti, come appunto la paura, sono stati spesso ridotti a questioni individuali. ‘Io sento paura’. La paura, il dolore, Dio… sono stati ridotti a caratteristiche dell’intimo del cuore, dunque indicibili. …‘Io sento questa cosa, ma non te la so spiegare’, diciamo spesso. Siamo sinceri dicendo di non saper spiegare, ma è grave, perché, se non sappiamo spiegare le cose profonde che ci muovono, vuol dire che non sappiamo parlarci. Penso che molte di queste cose siano state rese individuali per renderci muti, ma non sono individuali. La paura – come la stupidità, come Dio – è una faccenda relazionale, non individuale, non sta nel profondo del mio cuore, sta esattamente all’esterno, tra me e il reale, tra me e gli altri, tra me e le cose che accadono. Dunque è indispensabile avere, scambiare delle parole. Nessuno, individualmente, è stupido; dieci persone della stessa età, messe in una certa situazione, si comportano da stupidi. Nessun individuo è malvagio – questa considerazione veniva fatta, per esempio, a riguardo dei capi del movimento nazista, che erano molto buoni con i loro bambini, amavano gli animali e poi, con grande freddezza, sono riusciti a compiere delle atrocità inimmaginabili! La malvagità è una qualità relazionale e viene fuori in situazioni, occasioni comuni che la nutrono.

Penso che la paura sia un dato di questo genere: non un sentimento individuale; noi da soli possiamo fare fatica o meno, avere più o meno coraggio, provare dolore oppure no, ma solo in relazione agli altri, a ciò che ci aspettiamo, possiamo provare paura. Nel nostro percorso, dunque, il tema della paura sarà sviluppato per provare a smontare questa menzogna, per far vedere cosa vuol dire che la paura è un tema relazionale.

In terzo luogo la paura è un motore. Come gli ultimi temi che abbiamo trattato, – il conflitto e il potere – la paura di per sé è anche sana. Quando ci viene paura di fronte ad un pericolo è perché la nostra struttura fisica e psichica ci avverte di fare attenzione. C’è una paura che è il senso del proprio limite e del rischio che si sta correndo, dunque è una cosa seria che bisogna ascoltare. Il problema è: che ci facciamo con la paura?! Se è un motore che ci consente di affrontare il rischio, di calibrare le forze, di fermarci quando è il caso di farlo, di non pensare che l’unica cosa da fare sia andare sempre avanti, proseguire sempre e comunque le cose perché … se mi fermo chissà cosa succede…, la paura serve a dirci che possiamo anche fermarci e quindi è un elemento assolutamente positivo e vitale; contemporaneamente, però, può diventare una paralisi per cui mi fermo davanti a tutto; una distorta percezione di questi limiti mi fa diventare difensivo e aggressivo di fronte ad ogni cosa che viene dall’esterno.

La paura è un motore, una fonte di energia, né buona né cattiva, in sé; il problema è avere delle parole per sapere che cos’è, da dove viene, come funziona per poterla usare a favore nostro e di tutti nella logica di cui parlavamo prima: se il mio desiderio è bene, è buono per me, è lì e io non so come arrivarci, la paura è una delle fonti di energia che mi consente di arrivarci, se so come usarla. Questa è l’antica logica della sapienza, dell’essere sapienti su sé, sulle proprie capacità e possibilità.

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L’originale

Affrontando un testo della Genesi, oggi andiamo a cercare alle origini, non intese come origini cronologiche. Il racconto di Genesi non è storico, ma mitologico, non solo nel suo genere letterario che lo fa somigliare ad un racconto della mitologia greca, simile agli antichi modi di raccontare. Dire che non è storico non vuol dire che non è vero, ma che usa un certo linguaggio per dire una certa verità. Oggi abbiamo questa identificazione: storico uguale a vero; tutto il resto sono favole per bambini. Leggendo il libro della Genesi il problema è capire quale verità sta cercando di dire, capendo il suo linguaggio. Soprattutto non è un racconto storico nel senso di successione cronologica. Noi abbiamo l’abitudine di dire: prima – in termini di tempo – c’è il libro della Genesi, poi ci sono i patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, poi la liberazione dall’Egitto, come se questo racconto fosse il primo di una serie; e con questa logica si arriva fino all’Apocalisse, che sarebbe l’ultimo della serie. Invece sia Genesi che Apocalisse stanno fuori dalla serie: Genesi è prima dell’inizio della serie, Apocalisse dopo, quando la serie è finita. Quello che noi chiamiamo storia della salvezza in realtà comincia con la storia dei Patriarchi –anche quello non è un racconto storico, ma indica un tempo; poi seguono gli altri racconti, fino agli Atti degli Apostoli. Genesi ed Apocalisse stanno prima dell’inizio e alla fine, sono i titoli di testa e di coda. Sono la dichiarazione del tema e alla fine, nei titoli di coda, è ricordato chi ha contribuito, di chi è la musica. Certo, i titoli di testa e di coda fanno parte del film, ma per noi è chiaro che leggere i titoli di coda non ci emoziona particolarmente; il film è molto bello, i titoli di coda hanno un loro senso, ma non necessariamente sono, per esempio, dello stesso genere letterario del film.

Quando dico, andiamo a cercare alle origini, voglio dire che cerchiamo l’originale, la dichiarazione di intenti, il titolo, il regista. L’originale inteso non nel senso di originario, ciò che sta alle origini, ma di originale, ciò che non è una copia. La Bibbia, nei primi 11 capitoli di Genesi, ci dice: questa è la matrice, l’originale. Tutto quello che succede dopo, con un po’ di variazioni, spostamenti, rimescolamenti, è una copia; cioè, nella storia non succede altro se non continuamente la copia di questi primi capitoli. E’ questa la logica dei capitoli in cui diciamo “alle origini”; e noi, uomini e donne del novecento, siamo molto fortunati, perché, essendo cresciuti dopo la psicanalisi, sappiamo cosa vuol dire. La psicanalisi dice -lo traduco in cartoni animati- che siamo sottoposti alla coazione a ripetere, se non affrontiamo un problema; cioè, se ho un trauma, una questione irrisolta dentro di me e non l’affronto, continuo sempre a fare la stessa cosa. Se tu non ti rendi conto di quale situazione stai affrontando, continui sempre a ripetere gli stessi atti ed hai sempre lo stesso risultato, che può essere una delusione, una fregatura…Questo si chiama coazione a ripetere: fin che non affrontiamo la questione, continuiamo ad usare sempre lo stesso schema. Lo vediamo bene nei bambini piccoli quando imparano delle cose, fin che non imparano il passaggio successivo –la parola esatta o il movimento corretto- continuano a fare lo stesso errore.

Genesi ci dice che questa è la matrice, è la storia dell’umanità: tutti gli uomini e le donne sono sotto questa coazione a ripetere; fin che non riusciamo a smontare questo ‘ingranaggio’, fin che non riusciamo a fare noi le cose in un altro modo e succede un’altra cosa!

L’esperienza di confrontarci con i primi 11 capitoli del libro della Genesi in genere è un po’ strana perché noi oscilliamo tra due rischi. Il primo è nel dire che questi capitoli rappresentano il dover essere. Il disegno di Dio ci ha creati liberi, in uno splendido giardino, noi abbiamo fatto il peccato originale, si è ingarbugliato tutto e non ha più funzionato niente; di per sé ‘dovremmo essere come…” Si leggono questi capitoli come un “dover essere”, ma è un ragionamento che non torna perché …io nel giardino non c’ero, non ho fatto il peccato originale… Se il ragionamento è quello, io cosa c’entro; il peccato originale l’ha fatto Adamo, non c’entro niente io; non ho avuto un inizio della mia vita nel giardino, conciliato con tutti, poi ho fatto un po’ di caos…; no, io sono già nato nel caos! Dire questo “dover essere” è come dire: dovremmo pregare di più, dovremmo avere più carità…; sì, certo, e poi? Aumentiamo solo il nostro senso di colpa pensando che dovremmo essere come prima, come nel paradiso terrestre, l’uomo e la donna pienamente realizzati sono come Dio li ha creati…

L’altro rischio è nel dire: c’era l’età dell’oro, dovremmo tornare alle origini, tornare a togliere tutto ciò che la cultura, la storia , la storia del peccato hanno costruito. Sì, se sapessimo come fare, l’avremmo già fatto!! Se fosse possibile tornare a lavorare senza fatica, partorire senza dolore, avere un rapporto facile tra uomini e donne, senza incomprensioni, stare bene con gli animali e la natura, senza far danni ecologicamente, e morire senza fatica e dolore, … non avremmo nessun problema ad accettare! Tutti abbiamo una perenne nostalgia dell’infanzia, ci sembra che l’immagine più forte che abbiamo dell’innocenza del peccato originale, siano i bambini. Avremmo tutti voglia di essere prima del peccato originale, essere un po’ innocenti come i bambini e soprattutto affidati alla responsabilità di un altro, senza una responsabilità propria.

Questa è una duplice tentazione molto potente che fa torto a noi, ma anche alla Parola di Dio, perché Genesi non è posta lì per essere un ‘dover essere’, o ‘un’età dell’oro’. E’ posta lì perché funzioni da specchio sul nostro desiderio, perché siamo in grado di dare nomi ai nostri desideri, perché siamo aiutati a riconoscere quali sono i desideri che ci muovono! Ci è posto davanti come uno specchio, come la possibilità di guardare noi stessi e la nostra vita dentro quel testo.

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La differenza

Oggi leggiamo la metà del capitolo 3, i primi tredici versetti; nei successivi c’è tutto il tema delle condanne e mi sembrava troppo mettere in gioco anche questo tema.

Questo capitolo è preceduto dal racconto conosciutissimo della creazione dell’uomo e della donna, della differenza originaria. Su questo argomento sono stati scritti molti testi; io vorrei solo sottolineare che, se non altro, da questo racconto si dice che la forma originaria – prima del peccato originale, che non dipende dal peccato, ma è originaria – è una differenza seduttoria e attrattiva, cioè, in un mondo non segnato dal peccato originale, la diversità uomo donna sarebbe la forma di tutte le diversità: il diverso mi attrae e mi seduce, mi coinvolge, mi appassiona. Questa è la forma originaria, l’unica differenza di cui Genesi parla ‘prima del peccato’, è questa: uomo-donna, cioè la differenza erotica, appassionata. Tutte le altre differenze vengono dopo. Secondo la tradizione della scrittura, le differenze di razze, di colore della pelle, viene dai tre figli di Noè in poi; infatti uno dei figli era nero e sarebbe il capostipite di tutti i neri. Tutte le altre differenze vengono come la storia; questa invece, uomo-donna, sta prima.

L’ultimo versetto del capitolo 2 dice: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.

Questa è la conclusione della descrizione di una differenza seduttoria. Mi fermo un attimo su questo aspetto perché è centrale e tornerà nel nostro testo. La nudità, che richiede un pudore, e l’abito sono tra le strutture più importanti di tutte le culture umane, comprese quelle che sfidano il pudore, come la nostra, che si spogliano come provocazione. Provocazione, perché è una questione delicata, altrimenti non si giocherebbe lì la sfida. Noi abbiamo una esibizione dei corpi che è l’uguale e contrario del vittoriano coprirsi totalmente, ma stiamo sempre parlando di un rapporto tra nudità e abito che è un luogo delicato, che può essere seguito nel coprirsi totalmente o, provocatoriamente, spogliarsi completamente perché si va lì a cercare un punto che è una grande questione. Il versetto finale della creazione di questa differenza erotica sottolinea la presenza dell’uomo e della donna nudi che non provano vergogna.

Vi lascio due domande per la riflessione personale: Perché ci vestiamo? Che differenza c’è tra coprirsi e vestirsi? Credo che in una cultura come la nostra dovremmo di nuovo cominciare a pensare a queste cose che ognuno organizza secondo il proprio stile: dall’essere più o meno vittime della moda, all’essere un po’ ‘straccioni’ -ma non troppo, come spesso accade nei nostri ambienti di credenti, perché troppo straccioni porta inevitabilmente dentro la logica della moda…-, poi c’entrano i soldi…e molto altro.

Vi propongo una linea di riflessione che ho trovato preparando questo incontro e mi sembra interessante: l’abito è la nostra interiorità. Se l’interiorità è il luogo in cui noi possiamo incontrare l’altro, gli altri e la realtà, se è il luogo dove gli altri mi toccano e io tocco loro, allora l’interiorità non sta dentro, ma fuori; gli altri ci riconoscono da come noi ci ‘mascheriamo’, dai nostri abiti, per esempio, e ci incontrano nei nostri abiti; e noi, che ne siamo coscienti o no, incontriamo gli altri, li teniamo a distanza o li ‘invitiamo’ con il nostro modo di vestire. Mi sembra interessante.

Alla fine di questo racconto di creazione non c’è bisogno di abito, gli altri si incontrano sulla pelle e non c’è vergogna, come se i disturbi di trasmissione nella comunicazione tra gli esseri umani, causati dai troppi strati che mettiamo tra la nostra interiorità e l’altro, non ci fossero. Questo è un tema grosso che tornerà, perché la paura abita nella nostra interiorità, abita negli strati che noi mettiamo tra me e l’esterno, tra me e gli altri, tra me e la realtà.

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L’astuzia

Questo testo è costruito intorno ad una paura … “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…”

Proseguiamo versetto per versetto.

“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio”.

C’è un’interruzione: prima c’è il racconto della creazione dell’uomo e della donna, la frase che abbiamo letto prima: erano nudi e non ne provavano vergogna… ed ora ecco il serpente! Ci viene da chiederci che cosa c’entri, da dove arrivi… E’ un’interruzione, perché il testo sta passando dallo specchio del desiderio di cui abbiamo parlato, da questo racconto che ci serve da misura, a come vanno le cose, sta cambiando registro, sta descrivendo la realtà; passa dal desiderio alla storia, dallo specchio alla verità su di noi, e quindi interrompe il tono, il ritmo e c’è questo personaggio, uno dei più presenti nella Bibbia, uno dei più maltrattati, cui sono state attribuite tutte le cattive abitudini…E pensare che nel Vangelo un versetto dice che dobbiamo essere “semplici come colombe e astuti come serpenti”!!!

Tanto per spezzare un po’ questo tono moralistico: essere astuti non è un male! La questione del serpente non è che sia astuto; il problema è cosa ci fa con l’astuzia, come la usa, dove cerca di arrivare. Il serpente, che era il più astuto, cosa ci guadagna da questo seminar zizzania? E’ la malvagità pura, fa caos per separare; ma che astuzia è quella che non ti fa guadagnare nulla? Di che astuzia si sta parlando qui?

Faccio una traduzione molto libera, -qualsiasi esegeta mi contesterebbe- ma mi sembra efficace per capire di cosa stiamo parlando. L’astuzia di cui si parla qui è proprio quella che troviamo nel versetto del Vangelo: l’astuzia che, quando è senza la semplicità delle colombe, è quella delle cose del mondo che hanno un loro modo di sistemarsi, delle loro logiche, dei loro meccanismi, quelli della coazione a ripetere.Di per sé, come dicono i proverbi, l’acqua scende sempre verso il basso, alcune cose hanno una loro forza astuta, tendono a funzionare in un certo modo. Io credo che qui ci sia una delle origini più profonde del nostro silenzio e delle nostre paure: non ci rassegniamo mai che la realtà è più potente di noi; abbiamo sempre la questione che mi devo impegnare, che non ero abbastanza preparato, che in fondo se mi impegno organizzo, governo, tutto. Non è vero! Il mondo, la storia, le cose hanno una loro astuzia, una loro potenza ed io ho la possibilità di aggiungere la semplicità delle colombe all’astuzia delle cose, ma non sono mai totalmente in grado di controllarla tutta, da solo. Per questo siamo un popolo, perché abbiamo bisogno degli altri per mettere tutta la semplicità necessaria, insieme alle astuzie del mondo, per far sì che le cose cambino verso.

E’ vero che Dio ha detto non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”

Questa è la tipica frase dell’astuzia: i verbi servili, del dovere: si deve, non si deve, che uccidono chiunque, perché ‘si deve, non si deve’ sono verbi impersonali che implicano un vincolo senza dire come attuarlo. E noi, anche da cristiani, facciamo un uso smodato di questi verbi: si deve fare, non si deve; si deve dire così, non si deve. Di fronte ad una persona che ha sbagliato, se gli dici: non dovevi fare così, hai il risultato che gli stai un po’ più antipatico, perché sa già di aver sbagliato e gli dispiace; tu glielo fai notare, lui rimane con la consapevolezza di aver sbagliato, tu non capisci perché l’ha fatto, …

“E’ vero che Dio vi ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”.

Qui c’è un’altra delle strutture tipiche dell’astuzia con cui il mondo fa nascere la nostra paura, o con cui la facciamo nascere noi da soli. Il serpente non prende una posizione, non dice una cosa, fa una domanda, mette in cattiva luce Dio. Questa è un’operazione archetipica, che si rifà continuamente; quando qualcuno, invece di esprimere esattamente il suo pensiero, comincia a dire: è vero che quell’altro ha detto…? c’è già qualcosa che non funziona. Uno dei trucchi per non avere paura è rimanere piantati sui propri piedi e non fare questi giochi di sponda. La triangolazione su altri è sempre un gioco che confonde le carte.

E’ vero che Dio ha detto…?” Bisognerebbe rispondere al serpente: vai a chiederlo a Dio! Ma il serpente forse a Dio aveva chiesto: sei proprio sicuro che l’uomo e la donna ti obbediranno sempre? Come ci racconta il libro di Giobbe, del demonio che tenta Dio dicendogli: ma, il tuo servo Giobbe così fedele… facile essere fedele quando gli hai dato tutte le benedizioni! Prova a maltrattarlo, vedrai che non sarà più fedele! E’ sempre un gioco di sponda, perché la paura nasce dalla rifrazione, dal non guardare le cose di fronte, ma dal guardarle riflesse in cento altre facce.

L’innocenza e la menzogna

“Rispose la donna al serpente: ’Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete’.

La donna è ancora innocente e fa un’operazione giusta: dice la verità e mette davanti le cose buone dicendo: possiamo mangiare di tutto, abbiamo davanti un giardino intero! Mette in primo piano le cose che si possono fare, poi riconosce: sì, l’albero al centro non possiamo toccarlo, “…altrimenti morirete”. Perché c’è già la paura di morire quando non c’è ancora la morte che, secondo il racconto biblico, entrerà nel mondo a causa del peccato originale? Bisognerebbe ragionarci un po’.

“Ma il serpente disse alla donna: ‘Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

Qui c’è la radice di tutte le menzogne possibili, la matrice di cui tutte le menzogne sono copia. Primo, diventereste come Dio, cioè si azzererebbe la differenza. Noi crediamo in un Dio che è Uno e Trino, cioè un Dio in cui la differenza è interna alla stessa idea di Dio. E’ uno e tre, ha già dentro di sé il “diverso” da sé e per questo Dio ha creato l’uomo diverso da sé, come forma di perfezione. Il grande tentatore dice: no, non è una forma di perfezione, voi siete diversi perché siete un po’ meno; se mangiate il frutto “…diventerete come…”. I due, che stavano nudi, diversi, senza vergogna, cominciano ad entrare nella logica che la diversità è qualcosa che sminuisce e dunque sarebbe bello essere ‘come’…

“…conoscendo il bene e il male”.

E’ la seconda faccia della menzogna: cioè bastando a voi stessi, avendo ognuno dentro di sé la radice di ogni giudizio, di ogni conoscenza, di ogni sapienza, non avendo più bisogno degli altri, essendo ognuno l’inizio e la fine di ogni propria storia.

Queste sono le due grandi questioni in cui sta il peccato originale: l’azzeramento della differenza e l’autosufficienza, cioè il desiderio di poter dire: io comincio, io finisco, io giudico, tutto sta dentro di me.

“Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi…”.

E’ la perdita dell’innocenza. Non viene giù un fulmine dal cielo ad incenerirli, come nei racconti mitologici greci –forse noi avremmo scritto così questa storia! No, succede una cosa a loro, si aprono i loro occhi e si rendono conto di essere nudi, cominciano ad avere bisogno di proteggersi dall’altro. La somma di queste caratteristiche è la radice di ogni paura: cominciare con il dovere – si deve, non si deve-, proseguire mettendo davanti quello che non c’è rispetto a quello che c’è, credere, prendere sul serio la grande menzogna per cui la differenza è un insulto, e per cui tutto comincia e finisce in me stesso, e io non ho bisogno degli altri ……questa struttura fa rendere conto della nudità. Il movimento successivo è nascondersi … tra di loro: intrecciano delle foglie per coprirsi, e di fronte a Dio: odono i passi di Dio e si nascondono. Nascondersi è la prima forma della paura; la paura nasce sempre dal nascondere sé a se stessi, poi agli altri e a Dio.

2d

Dio chiama al dialogo, ad uscire da sé

A questo punto c’è un versetto bellissimo:

“Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?”.

Il movimento contrario al nascondersi è chiamar fuori. Dio fa il gesto opposto, Dio non ha paura! E dunque tira fuori, chiama, fa venir fuori. Non solo, ma Dio che è il creatore, ristabilisce il rapporto con l’uomo in un dialogo, chiamando fuori la verità dall’uomo, chiedendogli di non mentire, facendo in modo che siano le parole stesse dell’uomo che medichino la sua paura. E dialoga.

La risposta è. “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Questa è la grande paura originaria: ho avuto paura perché sono nudo, perché niente mi difende, non sono preparato, tra me e la realtà , tra me e gli altri, tra me e ciò che accade, tra il bene e il male che mi può accadere, non c’è nessuna corazza, sono esposto, sono totalmente fuori.

La paura nasce sempre dal sentimento di nudità, di esposizione, di essere in balìa di ciò che accade. E dall’anticipare il negativo piuttosto che il positivo di ciò che accade, di ciò che non c’è ancora e che dato che potrebbe essere, mi farà male! Questo è il grande meccanismo della paura.

“Riprese: ‘Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?”.

Come se fosse un problema di consapevolezza, come se, ‘se non lo avessi saputo, non avevo paura’. E’ esattamente così: per non aver paura bisogna distrarsi, pensare un’altra cosa, occupare la propria mente con un’altra questione. Più mi concentro su una cosa, più mi sale l’ansia e mi preoccupo; più ne faccio un’altra e, quando la cosa che attendo diventa realtà, non ho fatto in tempo a caricarmi di ansia e la affronto meglio.

La paura riguarda la consapevolezza. Le cose serie della vita –l’amore, l’essere figli di Dio, il salvarsi – non riguardano direttamente la consapevolezza; siamo amati anche quando non lo sappiamo e in genere, quando non lo sappiamo, ci lasciamo amare meglio, con la fiducia dei bambini che non sono consapevoli dell’amore che ricevono e possono gustarsene ogni secondo, vivendolo come il massimo, senza preoccuparsi. La paura, come altri sentimenti, riguarda invece la nostra consapevolezza.

Da questa domanda: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero…?” inizia il meccanismo che si ripeterà fino alla fine dei tempi, o meglio fino alla croce di Gesù, cioè lo squilibrio tra me e tutto ciò che non sono io. L’uomo scarica la propria responsabilità sulla donna; la donna sul serpente! Come ci si difende dalla paura, che è un disturbo della relazione tra me e tutto ciò che io non sono? Scaricando tutto quello che posso su ciò che io non sono!

Al versetto 21, dopo tutta la condanna, -porrò inimicizia tra te e la donna…- si concluderà questo racconto.

“Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì”.

Di fronte all’insensatezza dell’aver paura di essere nudi, Dio ha compassione della paura dell’uomo e lui stesso fa tuniche di pelli, li veste e li manda in giro per il mondo vestiti, non più nudi. Ha pietà della loro paura, sa che non ce la faranno più a sopportare il mondo senza un minimo di difesa, senza almeno un abito, e glielo fa.

Secondo me questo dice bene come la descrizione della realtà ha come ultima parola già qui, molto prima di Gesù Cristo, della sua morte, della salvezza, uno sguardo di compassione, che ha un gran peso.

Capire un po’ come funziona la nostra paura è importante, ma forse è più importante ricordare che l’ultimo sguardo è uno sguardo di compassione, anche sulla nostra stessa paura!

Fossano, 18 novembre 2006
(testo non rivisto dall’autore)
http://www.atriodeigentili.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 05/02/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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