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La castità nelle relazioni umane

Osservatore Romano
9 febbraio 2017
di ENZO BIANCHI

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Castità è una parola quasi sempre non compresa, anzi misconosciuta e derisa, soprattutto perché è confusa con l’astinenza sessuale, con il celibato. L’etimologia ci suggerisce che è casto (castus) colui che rifiuta l’incesto (in-castus). L’incesto avviene ogni volta che non si vive la distanza e non si rispetta l’alterità, che non è solo differenza. Non è casto chi cerca la fusione, l’attaccamento, il possesso: segno di tale ricerca è l’aggressività che, in questi casi, facilmente si accende e si manifesta.

La sessualità — ne sono convinto più che mai dopo una vita vissuta osservandola, contemplandola, vivendola nella pace e nella fragilità — sta nello spazio del dono, perché richiede di dare e di ricevere e si colloca sempre nella relazione tra due soggetti. La sessualità non si riduce alla genitalità, e dunque la capacità di dono e di accoglienza è più ampia di quella esercitata nella genitalità: investe, infatti, l’intera persona e le sue relazioni. Per questo la sessualità è cosa buona e bella, ma il suo uso può essere intelligente o stupido, amante o violento, legato all’amore o semplicemente alla pulsione. La sessualità ci spinge alla relazione con l’altro, ma dipende da noi cercare, in questa relazione, l’incontro o il possesso, la sinfonia o la prepotenza, lo scambio e la condivisione o il narcisistico possedere l’altro.

Potremmo dire che la castità è l’arte di non trattare mai l’altro come un oggetto, perché in questo caso lo si “consuma” e lo si distrugge. Arte difficile e faticosa, che richiede tempo: non si nasce casti ma al contrario — va detto con chiarezza — si nasce incestuosi, e l’esercizio di separazione e di distinzione ci conduce verso una soggettività vera e autonoma. La castità conferisce alle relazioni umane una trasparenza che permette alle persone di riconoscersi nel rispetto del loro essere più intimo.

Si pensi all’incontro sessuale dei corpi nella loro nudità e all’intimità che ne deriva. Quando i corpi nella nudità si incontrano e si intrecciano, si accende una conoscenza reciproca che non è comparabile a quella che possono avere l’uno dell’altro anche gli amici più intimi. Condividere il corpo, condividere il respiro, condividere il letto crea un’unione che è “conoscenza unica”, è — oserei dire, citando Giovanni Paolo ii — «liturgia dei corpi», è conoscenza di una profondità unica. Quando si tocca un corpo, non si tocca qualcosa, ma una persona, che non è un oggetto di piacere, che non può essere consumata, ma che è possibilità di comunione autentica. Senza questa comunione non è possibile la castità, ma solo l’obbedienza alla pulsione, all’estro, al possesso. Scriveva Rainer Maria Rilke: «Non c’è nulla di più arduo che amarsi: è un lavoro, un lavoro a giornata… L’amore è difficile e non è alla portata di tutti».

L’atto sessuale, compiuto nei tempi e nei modi che gli amanti sanno discernere come belli, buoni e «giusti», è conoscenza, e non si deve avere paura di affermare che proprio il piacere sommo dell’atto sessuale incendia tale conoscenza. Ma non è facile distinguere questo piacere sommo dell’incontro dei corpi, dei cuori, delle intelligenze, dalla pulsione. Sì, la pulsione da sola, con la sua prepotenza, può creare l’inferno, eppure essa ci abita, e, se non ci fosse, non saremmo naturalmente capaci di darci e di accoglierci. La pulsione da sola può addirittura portare a un’unione dei corpi che conosce solo l’attimo fuggente e a un’eccitazione dei sensi che conosce la senescenza precoce dei sensi stessi. Non è anche per questo che sovente le storie d’amore, anche sigillate pubblicamente, conoscono la fine e dunque il fallimento dell’amore? L’amore tra due persone è un lungo cammino che solo la misericordia di Dio può far leggere come cammino possibile senza interruzioni: da parte degli amanti c’è sempre un venir meno, un non essere adeguati all’altro, un’incapacità di essere sinfonici. L’amore deve vincere sempre, ogni giorno, su tutte le forze che gli sono contrarie perché obbediscono solo alla pulsione, la quale non vuole il bene dell’altro, anche se autorizza a dire che all’altro si vuole bene.

Quando, di fronte all’altro soggetto, non si sa stare con rispetto, come davanti a un mistero, a una trascendenza; quando non si è capaci di inchinarsi di fronte all’altro e di farlo per amore; quando non si percepisce il segreto dell’altro, che sfugge alla nostra presa, allora non si è capaci di castità. Ecco la difficoltà della castità, quasi impossibile, invivibile si potrebbe dire; Gesù, del resto, ci ha messi in guardia: «Chiunque guarda una donna per bramarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Matteo  5,28). Guardare una donna per bramarla non è vederla in quanto donna, ma è ridurla a un oggetto, dunque non percepire in lei la persona “altra”; significa passare accanto a una possibile relazione autentica, per percorrere altre vie che non portano alla comunione.

Ma proprio mettendoci di fronte a questa esigenza, comprendiamo le nostre fragilità, le nostre incapacità, e misuriamo la dominante animale che è in noi e che non sempre siamo capaci di sottomettere e di ordinare. Proprio per questo — io credo — Gesù ha annunciato il mistero della sessualità e l’ha legato in modo escatologico al regno di Dio veniente. La castità è un lungo tragitto, e si sarà casti veramente solo se si accetterà di morire, se si sarà capaci di fare della morte un atto, un atto di scioglimento di legami.

Noi cantiamo troppo facilmente il celibato che fa professione di castità, dimenticando che il celibato è una situazione che si vive, mentre la castità è a un altro livello: non è una situazione, ma una dinamica che non raggiunge mai pienamente il suo obiettivo. Noi umani siamo così deboli, conosciamo così poco le nostre profondità, non abbiamo presa sulle profondità delle nostre profondità e siamo abitati da pulsioni e desideri non sempre distinguibili. Proprio per questo, oso dire che chi fa professione di celibato, può promettere davanti a Dio ed esprimere con i voti questa situazione, mentre la castità non dovrebbe essere una promessa, perché a essa il soggetto può tendere, ma mai viverla senza incrinature né contraddizioni.

Il celibato cristiano richiede di cercare la castità ma non si identifica con essa. Del celibato si può dire che è “grandezza”, ma si deve dire che è anche “miseria”, quella miseria che ognuno conosce nelle sue contraddizioni alla castità: contraddizioni a livello di pensieri, parole, azioni e anche omissioni, perché a volte la castità vera esige di omettere, soprattutto nel rapporto con il Signore, un investimento di ciò che deve essere investito solo nella relazione sessuale tra umani. La magia è anche volere con Dio rapporti che il Signore ha voluto soltanto tra umani: rapporti buoni e belli, ma umani! Ecco perché io penso che non si possa vivere il celibato senza credere, accogliere e vivere la misericordia del Signore. Maior est Deus corde nostro (1 Giovanni 3,20).

Pubblicato su: Osservatore Romano


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Questa voce è stata pubblicata il 10/02/2017 da in ITALIANO, Vocazione e Missione con tag , .

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