COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sulla Genesi 1-11 (VI Settimana del Tempo Ordinario)

GENESI capitoli  1-11

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INTRODUZIONE

Il Libro della Genesi è uno dei libri più affascinanti e discussi, quello che apre la Torah, la Legge, compendio e fondamento di tutta la Scrittura. Genesi è la traduzione (nella versione greca dei Settanta) della parola ebraica Bereshît (che vuol dire “in principio”) con la quale inizia il primo libro della Bibbia.

In principio Dio…: è l’inizio della Rivelazione, di quella catena ininterrotta di persone, fatti, parole, eventi che noi chiamiamo storia della salvezza. Essa risale a prima del tempo; entra poi nella storia dell’umanità e del popolo ebraico per sfociare in un nuovo inizio: In principio era il Verbo…(Gv 1).

Il Libro della Genesi ha per argomento le origini, gli inizi, il progetto ideale che ha ispirato la nascita del mondo, dei popoli, di Israele. Si rifà a dei comuni racconti mesopotamici sulle origini del mondo (epopee di Ghilgamesh, di Ziusudra, di Atrakhasis) per dare una spiegazione “filosofica” e “teologica” ad una serie di interrogativi che gli Ebrei si ponevano su Dio e sull’uomo, sull’origine del male e sul senso della storia, sul valore delle istituzioni e delle leggi morali, sulla sua elezione.

Il Libro della Genesi vuole annunciare delle verità di fede e delle interpretazioni sapienziali sul senso della vita e della storia (non delle certezze scientifiche sullo svolgimento dei fatti) e lo fa con il genere letterario della narrazione, cioè costruendo dei racconti simbolici (ricalcati su quelli già presenti nel suo contesto culturale) che illustrano in modo plastico questo messaggio.

La Genesi non è un libro di storia o un trattato scientifico sull’origine del mondo, ma una riflessione sapienziale e un annuncio di fede su Dio e il suo rapporto con l’umanità, sull’uomo e sul male che ha dentro, sui popoli e il loro inarrestabile degrado, su Israele e la sua elezione.

Molte discussioni e difficoltà (specie sui primi 11 capitoli) che hanno segnato dolorosamente la storia della Chiesa per molti secoli, hanno origine proprio dal non aver colto la finalità di questo libro (come di tutta la Bibbia) e aver confuso il piano della fede con quello della scienza: sono due piani diversi e si propongono finalità diverse. Non è un problema di farli “concordare”, ma che ognuno resti nel suo ambito di competenza. E’ ciò che ha ben chiarito il Concilio Vaticano Secondo nella Dichiarazione Dei Verbum quando afferma: “I libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, ha voluto veder consegnata nelle lettere sacre” (III, 11). Giovanni Paolo II, nelle catechesi del mercoledì sul libro della Genesi, disse: “Il livello del racconto è soprattutto di carattere teologico e nasconde in sé una potente carica metafisica”. Il testo, perciò, non vuole rispondere alla domanda: che cosa è successo alle origini del cosmo e dell’uomo? Risponde invece a quest’altra domanda: che senso ha l’uomo nel cosmo?

La Genesi (come del resto tutto il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia) è stata attribuita dagli Ebrei (e poi dai cristiani) alla stesura diretta di Mosè, sotto dettatura di Dio. Oggi c’è un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere il Pentateuco come il frutto di un lungo lavoro redazionale, compiuto durante l’esilio o subito dopo (500 a.C.), per unire varie tradizioni orali e vari documenti scritti (Jahvista, Eloista, Deuteronomista, Sacerdotale) in un testo ben strutturato e finalizzato ad un messaggio di fede sulle origini del mondo e del popolo ebraico.

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L’ARMONIA DISTRUTTA

I primi due capitoli della Genesi ci hanno presentato il progetto ideale di Dio e sono capitoli pieni di luce, di armonia, di pace. Ci sono anche il caos, il deserto, le tenebre, il vento impetuoso… ma sono dominati e superati dalla potenza e dalla sapienza di Dio. Resta però in sospeso quell’interrogativo inquietante che da sempre tormenta le persone più riflessive: se Dio è la forza del bene e ha fatto tutto con sapienza, perché nel mondo c’è il male? Da dove viene? I capitoli dal 3 all’11 cercano di dare una risposta a questi interrogativi. Sono dei racconti segnati dalle tenebre del male, dall’angoscia per il disastro che si rinnova incessantemente, dal caos che ritorna nel mondo, dalla maledizione che pesa sull’umanità e la trascina verso la distruzione, dal fallimento del progetto di Dio per colpa dell’uomo e dello spirito del male (serpente).

Ci sono anche delle luci, dei segni di speranza, delle persone fedeli a Dio, ma la luce prenderà definitivamente corpo solo dal capitolo 12, con Abramo e Sara e la benedizione per tutti i popoli racchiusa nella promessa che avvia il tempo dei patriarchi (1800 a.C.) e la storia della salvezza.

I due racconti di creazione sono “mitologici”, cioè illustrano le radici fondanti il senso della vita dell’uomo sulla terra e del suo rapporto con la natura; gli altri racconti sono “eziologici”, cioè partono dalla realtà come è di fatto e cercano di risalire alle cause che la spiegano. Gli ulteriori interrogativi ai quali questi racconti vogliono dare una risposta sono: perché nel mondo ci sono la sofferenza, la morte, i disastri naturali, le guerre, la violenza, la fatica del lavoro, i dolori del parto…? Perché l’uomo è sempre più cattivo e violento? Di chi è la colpa? Dio cosa fa? Il peccato originale (= che è all’origine di ogni peccato), la fonte e la causa di ogni male è la pretesa dell’uomo di sostituirsi a Dio, di elaborare un suo progetto alternativo, di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Questa pretesa dell’uomo crea disarmonia, disordine, caos e sconvolge tutti i rapporti dell’uomo con Dio (paura), con la donna (possesso), con la natura (violenza), con se stesso (sofferenza e morte). E’ la trama di fondo di questi racconti.

Il primo peccato (3,1-24)

Il racconto Jahvista di creazione con al centro l’uomo (cap. 2) continua nel cap. 3 con un brusco cambiamento nella serena armonia del giardino di Eden, provocato dalla presenza e dall’azione del serpente. E’ il nuovo protagonista introdotto dall’autore nel filo del racconto. Esso, però, non è una divinità (come nei culti antichi), ma una creatura fatta da Dio e già presente nel giardino. (…)

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Il secondo peccato (4,1-16)

Il racconto Jahvista della creazione dell’uomo e della sua ribellione a Dio continua con un terzo racconto (in origine autonomo) che presenta la realizzazione concreta della condanna causata dal peccato: lo scatenarsi della violenza con la morte della prima persona, inizio e simbolo di quella catena ininterrotta di violenze e di morti che segnerà la storia dell’umanità.

Il racconto è molto scarno, essenziale, ed è modellato sullo stile dei racconti precedenti, quasi a dire: ecco il secondo peccato! Poi ci sarà il terzo, il quarto… fino al diluvio; e poi di nuovo fino alla torre di Babele… Allo stesso modo dopo la trasgressione ci sarà l’interrogatorio da parte di Dio, la condanna e il segno di speranza. E’ la storia dell’umanità che si ripete continuamente.

In questo racconto il peccato, che è sempre ribellione all’ordine stabilito da Dio, passa dalla rottura del rapporto di coppia e con la natura, alla rottura del rapporto tra fratelli e nella società. I due fratelli, infatti, sono presentati come simbolo di due civiltà (pastorale e agricola), di due stili di vita (nomade e sedentario) e di due religioni in lotta fra loro. La disarmonia creata dal peccato va ad incidere su tutte le realtà della vita e il progresso ne aggrava i conflitti e le conseguenze.

http://www.laparolanellavita.com/files/Genesi.pdf

Il secondo peccato (4,1-16).png

ALL’ORIGINE DELLA DUPLICITÀ
Genesi 4,1-22
Lectio Divina a cura di Stella Morra

Il racconto delle origini

(…) Cominciamo dall’inizio; sembra banale, ma non lo è: cominciare dall’inizio è già una scelta, perché su questi problemi la tentazione è sempre di cominciare da dove siamo noi, dal nostro problema e poi cercare nella scrittura la giustificazione al luogo che abitiamo. Vorrei cominciare dall’inizio – questo è il motivo per cui c’è questo testo di Genesi – e vedere secondo la scrittura – nei primi capitoli di Genesi c’è questo disegno del progetto di Dio sull’umanità – che cosa si dice, non in modo generico sulla creazione dell’uomo e della donna, ma in concreto sulla fatica di tenere insieme cose diverse. Vedere che cosa si dice, nel progetto originario di Dio, quando ci si trova di fronte ad una duplicità, ad una duplice fedeltà. Per questo ho scelto questo testo del capitolo quattro; il contenuto lo conosciamo tutti, soprattutto conosciamo due o tre versetti, ma forse non abbiamo mai letto il testo nella sua interezza.

E’ il racconto delle origini; genere letterario mitologico. Per noi è molto strano perché ci ricorda un po’ la favola: ‘c’era una volta un re….’. Ma il genere letterario mitologico delle origini è molto efficace perché, esattamente come le fiabe, con alcune immagini semplici che colpiscono la fantasia, che ti fanno ‘vedere’, ti dà delle ‘costole’ dell’esperienza umana. Tutti ormai sappiamo che le fiabe lavorano sulle grandi paure dell’umanità, i grandi desideri – in tutte le fiabe c’è un desiderio d’amore, la principessa che vuole sposare il principe, c’è sempre una difficoltà, e poi c’è sempre un modo per combattere la difficoltà; la difficoltà non è l’ultima parola. Questa è una struttura fondamentale della nostra esistenza, la costola portante: un desiderio ti muove, la realtà può creare dei problemi, … non ti scoraggiare, vai.

I racconti mitologici hanno queste strutture: ci dicono con immagini degli assi portanti, delle questioni che ci riguardano tutti.

Che cosa ci dice questo racconto? Prima c’è il racconto della creazione, l’azione di Dio che crea tutto bello e buono. Questa bellezza e bontà, quest’armonia, questo mondo che funziona – dove la terra dà frutto senza fatica, dove il gregge sta insieme al leone, dove tutto è pacificato, che sarebbe il sogno infantile di ciascuno di noi che ci sia un grande papà, possibilmente onnipotente che…’ci pensa papà!’ e che ‘io faccio bene i compiti, mi danno dieci, la vita funziona, e alla fine…’passeggia nella brezza della sera’; si rilassa contento! Il grande sogno che nessuno di noi, nonostante le ferite narcisistiche, il realismo, il dolore, abbandona mai del tutto. Poi impariamo a farci i conti, … però in fondo, tutti speriamo che facendo tutto bene, impegnandosi, alla fine qualcosa si risolve. La scrittura ci dice che questo grande sogno infantile – che, guarda caso, nel linguaggio dei miti viene messo dalla parte dell’azione di Dio -, il nostro sogno infantile, ma anche il nostro desiderio vitale di bellezza e di bontà, o sta in mano a Dio oppure è una regressione. Se te lo aspetti da qualcun altro sarai deluso. Dio può fare questo e, Gesù ci dirà, lo farà, nell’ultimo giorno. Ma il tempo della storia non è il tempo di questo. Perché? Perché nel tempo della storia il soggetto non è più Dio. Usciti dal paradiso terrestre, abbandonato questo presepio dove ogni statuetta sta al posto suo, fa sempre lo stesso gesto e tutto è perfettamente in armonia, nessuno occupa lo spazio di un altro … Quando si esce da questo presepio? Quando Adamo ed Eva pensano che vorrebbero occupare lo spazio di Dio. Cioè gli umani non stanno fermi, vorrebbero sempre occupare lo spazio già occupato da qualcun altro.

Si esce da questo presepio ed arriviamo a questi capitoli, e la prima cosa che ci viene detta è “Adamo si unì ad Eva sua moglie la quale concepì e partorì…” prima Caino, poi Abele. L’azione creatrice si è spostata, il soggetto della storia non è più Dio. Dio ha fatto i corpi di fango di Adamo ed Eva, ha dato loro il soffio, questi si sono animati; dopo si partorisce; gli umani devono fare qualcosa anche loro perché ci sia ancora vita sulla terra.

Diventare grandi

Questo versetto – come al solito il primo versetto che noi generalmente saltiamo – è decisivo. Ci dice: non stiamo più parlando del nostro desiderio, ma delle cose come vanno, di quando tocca a noi; stiamo descrivendo laddove noi ci mettiamo all’opera, collaborando all’azione creatrice di Dio. Quando Dio, nel racconto di Genesi, caccia dal paradiso terrestre, non dice, vi schiaccio perché avete disobbedito, – la sua non è una violenza distruttrice; il tono è mitologico, violento, perché lui era un padre padrone, perché nel 1300 a.C. non avevano l’idea dei padri democratici; il padre era uno che alzava la voce, altrimenti non era padre; dunque Dio alza la voce – ma il contenuto della sua maledizione è buffo, non so se l’avete mai letto. Che cosa succede quando si è cacciati dal paradiso terrestre? Si diventa grandi, si prende casa da soli, si lavora, si fanno figli, si parla. Il contenuto della sua maledizione è: vi tocca diventare grandi! E qui stanno ‘diventando grandi’.

Ci sono Adamo ed Eva; Eva partorisce Caino, il primogenito, e poi Abele. E dice: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Per una che è appena stata cacciata dal paradiso, è una bella frase! Ma qui ci si sta dicendo che ciò che ci compete può essere più o meno faticoso – diventare grandi è abbastanza una rottura -, ma se vogliamo fare qualcosa per Dio, non abbiamo alternative, dobbiamo diventare grandi. Con l’assunzione di responsabilità, di dolori, di errori, di confusione, di uscita dal desiderio infantile che questo comporta, … ci tocca diventare grandi! E’ questo l’unico modo per ‘acquistare’ qualcosa per Dio. Detto in parole più del novecento, non abbiamo che questa vita, per vivere la fede; non ne abbiamo un’altra, una religiosa, una pulita…No, abbiamo questa; qui possiamo acquistare qualcosa per il Signore!

Nella scrittura il primogenito, che in quella cultura era l’oggetto dei privilegi, -erano culture dove le eredità non si dividevano, per mancanza del principio democratico, ma anche perché non sarebbero sopravvissuti se tutto fosse stato frammentato; la suddivisione dell’eredità in occidente comincia dopo il millesettecento, cioè dopo la grande moria per le pesti e le guerre, la guerra dei cent’anni, per un motivo molto banale: l’Europa è al suo minimo storico dal punto di vista demografico, praticamente disabitata e continuare con il criterio di dare tutto al primogenito e gli altri di fatto morivano di fame, non avrebbe garantito la ripresa demografica dell’Europa, per cui si studia questo nuovo sistema e le cose si dividono – ma fino ad allora il primogenito aveva tutto e gli altri niente. Dunque il primogenito era soggetto di privilegi.

Nella scrittura il primogenito è sempre il cattivo. Anche qui ci dice qualcosa: la storia dei privilegi era culturalmente accettata, ma non digerita; non esistono scorciatoie. Nel diventare grandi si può provare a percorrere delle scorciatoie, ma si diventa cattivi. Se la via per diventare grandi è quella del privilegio, la scrittura dice: diventerete cattivi. Non si dice: vi andrà male – qui è andata peggio al secondogenito –; non si dice: se scegliete la scorciatoia dei privilegi, invece di diventare grandi, vi andrà male; magari vi va anche bene, ma diventate cattivi.

La complessità del reale

“Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo”. Queste due cose sono tutto, nella cultura che produce questo testo; si possono fare due cose: essere pastore o agricoltore e così sono Abele e Caino, sono tutta la complessità del reale. E’ ovvio che rispetto ad oggi è una complessità piuttosto semplice. Questo testo, non a caso, finirà con il padre di suonatori di flauto e di cetra, il padre dei fabbri… la complessità si moltiplica immediatamente, in dieci versetti. Figurarsi da allora ad oggi. La prima regola del diventare grandi è rendersi conto che il mondo è complicato; non solo, ma che noi siamo tante cose, tanti pezzi, alcuni biecamente materiali: pastori e agricoltori, altri un po’ più creativi: suonatori di flauti e di cetre, qualcuno già del terzo settore, il fabbro, quello non produce niente di suo, ma serve a fare gli attrezzi per quelli che producono.

Poi ci sono questi versetti, dal tre al sette, che sono terribili; la cosa drammatica è il totale, assoluto, ‘apparente’ disinteresse alla realtà da parte di Dio. Tutti e due, Caino e Abele, offrono i primogeniti del gregge o le primizie dei frutti, e Dio gradisce uno e non gradisce l’altro. Non ci è detto da nessuna parte per quale motivo. Infatti, quando si racconta questo fatto ai bambini, si dice: perché Caino aveva offerto frutti marci, mentre Abele aveva offerto i più begli agnelli. Ma nella Bibbia non c’è: è una giustificazione che noi troviamo perché non possiamo pensare che Dio sia così senza ragione da gradire uno e non l’altro. E questo è davvero un dato inquietante; tradotto in linguaggio moderno: ma perché la vita a volte funziona e a volte no? Perché sembra che a qualcuno vada tutto bene, tutto funziona e ad un altro tutto va storto? Di chi è la colpa? La domanda permane. Al capitolo nove di Giovanni i discepoli, vedendo un cieco nato, chiederanno: “Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?” perché bisogna trovare un motivo. Pensate quante energie mettiamo noi a cercare il colpevole di fronte a qualsiasi problema. E ci rassegniamo a fatica di fronte all’idea che non ci sia un colpevole.

Qui non si sta parlando di Dio, della scelta di Dio – di Dio, che crea, si parla nei primi tre capitoli – qui si sta parlando di noi, di quello che c’è nella storia, è descrittivo, e si dice: la storia è ambigua, a volte funziona, a volte no. A volte riceviamo benedizioni, a volte no, e ci sono dei motivi, ma non un motivo radicale; non è necessario sbagliare qualcosa perché le cose non funzionino; cioè qui si dice: voi non siete Dio. Diventare grandi significa sapere che le cose a volte funzionano e a volte no. Uno fa del proprio meglio, si impegna, ce la mette tutta e magari non raggiunge il risultato; o se volete ancora, il criterio non è la giustizia astratta, ma il criterio della vita è la realtà; è diverso. Questa è una lezione durissima, per noi, quasi intollerabile.

“Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto”. E Dio gli dice: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta…”. Noi leggiamo questa situazione, dicendo: sei abbattuto perché hai peccato. Qui dice esattamente il contrario: se ti deprimi peccherai. Nella nostra lettura di tipo moralistico c’è un’inversione molto grave; diciamo: perché sei cattivo, perché sei scocciato che Dio non abbia accettato la tua offerta, perché hai il volto abbattuto? Perché sei un peccatore, dunque gli avrai offerto frutti marci. E dunque, se io non offro mai frutti marci, devo essere sempre benedetto. Questo è il nostro ragionamento. Ma qui si dice: se tu hai fatto quello che dovevi fare, se hai agito bene, perché devi aspettare sempre un’approvazione, una benedizione? Perché non ti basta l’aver fatto ciò che dovevi fare? Se non ti basta aver fatto quello che dovevi fare…alla tua porta è accovacciato il peccato. Avere pace o non avere pace nella vita, non è un dato morale, ma è sicuro che, se non ti dai pace, prima o poi diventi anche cattivo.

Qui il peccato non è la causa, ma è il sintomo; e se noi riuscissimo solo a capire questo – ed è ciò che Gesù verrà per ridirci, ma è già scritto fin dalle origine del rapporto di Dio con Israele – il peccato non è la causa di tutti i mali, ma il sintomo che ci mostra laddove la causa è il nostro non poter stare a volto alto con noi stessi, il nostro non aver fatto pace con la nostra stessa vita! Per millecinquecento anni queste due cose hanno coinciso, perché avendo solo un linguaggio religioso, come si poteva dire ‘far pace con la propria vita?’. Con il linguaggio delle virtù e dei vizi…

Noi non lo diciamo più così, parliamo in termini psicanalitici, psicologici, con i modelli sociali, culturali… Usiamo totalmente altri modelli per dire ‘far pace con la nostra vita’ e abbiamo un mondo che è ‘come faccio pace con la mia vita’, e un mondo religioso dove c’è il peccato. A quel punto non sappiamo più cos’è il peccato; anzi il peccato è trasgredire a delle norme. Chi ha stabilito delle norme? La risposta è: la chiesa. E queste norme hanno senso? Qualcuna sì, per esempio non uccidere, altre molto meno e quindi per quelle che hanno senso, va beh, me ne faccio un problema. La norma di andare a messa tutte le domeniche, avrà poi tanto senso? Sarà un peccato grave? Ma no…Capite cosa ci succede? Ma il problema è che è esattamente il contrario: il peccato accovacciato alla tua porta vuol dire: se non fai pace con la tua vita, sei non sei in grado di stare nella tua vita a volto alto, indipendentemente dalla benedizione ricevuta o no, dal fatto che ciò che hai fatto sia stato riconosciuto o no – se è riconosciuto è meglio, dà più gioia ma anche certe volte non accade e devi far pace lo stesso con la tua vita -; se non hai fatto pace con la tua vita ti accadrà che cominci ad entrare in una spirale in cui la violenza nutre la violenza, in cui il peccato nutre il peccato, in cui la guerra che fai a te stesso, per essere nutrita, chiede continue energie e più metti energie a lottare con te stesso, più massacri te stesso e gli altri. E’ come quando si racconta una piccola bugia, poi devi raccontarne una un po’ più grossa, per non essere scoperto, e in pochissimo hai costruito un grande castello da cui non sai più come uscire perché dovresti ammettere di aver fatto un groviglio inestricabile e alla fine sostieni con forza delle cavolate pazzesche. La catena è quella: il peccato è accovacciato alla tua porta; tu racconti una piccola bugia a te stesso, su te stesso, a un certo punto della tua vita non hai il coraggio di fare verità; poi, per reggere quella bugia che ti dà inquietudine, devi metterne una un po’ più grossa e fare un altro spostamento, poi farne uno ulteriore, poi devi negare la verità sempre di più e alla fine ti trovi che ti sei confuso e non sai perché.

L’istinto del male …dominalo

“…verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo”. Leggiamo con attenzione questo versetto: verso di te è l’istinto del peccato, ma tu dominalo. Il male è diffusivo di se stesso, e ha piacere ad allargarsi; sta a noi dominarlo, compiere atti a volto aperto, fare verità.

Caino invece mette la toppa peggiore del buco e dice ad Abele: “Andiamo in campagna!” e lo uccide. Il peccato accovacciato alla sua porta l’ha avuta vinta: inquieto, non avendo il coraggio di tenere il volto alzato, trova la soluzione di fare una cosa ancora peggiore, che così è ancora più maledetto, … e qui con un buon motivo.

“Dov’è Abele, tuo fratello?”. Caino ha scelto la via facile della riduzione della complessità: siamo in due, percepisco lui migliore di me; se lo elimino, rimango da solo. La riduzione è la nostra via facile, è la grande tentazione. E questo funziona a trecentosessanta gradi: in politica, in economia, ecclesialmente, nelle vite personali, di rapporto … la riduzione è sempre la via facile. Uno ha l’impressione che se semplifica un po’ paga un prezzo minore, perché è faticoso prendere sul serio tutta la realtà, si fa un piccolo sconto e lì comincia una valanga; immediatamente questo piccolo sconto comincia a richiedere l’esigenza di una negazione degli altri.

L’esito di tutta questa operazione … la collaborazione all’opera di Dio, partorendo un figlio, la complessità – allevatori e agricoltori -, l’inquietudine di fronte al mondo che non funziona, all’ambiguità della storia e la necessità di fare la propria battaglia e di diventare grandi a volto aperto, la scelta della menzogna e della riduzione come scorciatoia … l’esito di tutta questa questione, non è né un giudizio, né una condanna da parte di Dio – quello stesso Dio che pochi capitoli prima ha maledetto duramente… – che dice: Dov’è tuo fratello Abele? L’esito è una domanda. Il soggetto non è più Dio. Nella scrittura Dio è il soggetto nei primi tre capitoli e basta, dal quarto in poi – è lui il soggetto reale, ma … – il territorio raccontato è il nostro, non è un trattato su Dio, è una storia della salvezza, ci racconta di noi. E dunque Dio pone una domanda, ed è la domanda antiriduzionismi: dov’è tuo fratello Abele? Dov’è l’altro pezzo? E la risposta di Caino “Sono forse il guardiano di mio fratello?” non vuol dire che i fratelli si devono tener sempre per mano; la risposta di Caino è: io non sono complesso, non ho bisogno dell’altro pezzo. Cosa c’entra l’altro pezzo con me? Ed è la grande menzogna: non ho bisogno degli altri pezzi, io rispondo della mia coscienza. In questo siamo tutti Caino. Non lo diremo così perché la citazione ci fa troppa impressione e non diremo mai ‘cosa c’entro io?’; ma la nostra grande tentazione nella storia è sempre quella di ‘pensare a noi’; non di pensare il noi. Tutte le volte che riusciamo per caso, per decisione, per bontà, per dono dello Spirito Santo, a pensare le cose in termini collettivi, per il bene di tutti, in genere siamo molto felici; quando accade socialmente sono tempi creativi; quando accade personalmente sono quelle volte in cui ti senti proprio bene, perché se riesci a non pensare solo al tuo ombelico, ti deprimi meno e alla fine te ne viene anche un bene – ma non era quello su cui eri concentrato. La pace di te ti arriva da altrove, come un dono – ma questo ci fa faticare in modo enorme: io, io, io… Io penso sempre a me. L’esperienza tipica è l’innamoramento, il dato biologico-ormonale in cui non possiamo pensare a noi, perché costretti a pensare l’altro. Per cui tutti dicono: quando uno è innamorato, sì, c’è dolore, fatica, ma poi hai un’energia, è un tempo creativo, bello.. E tutti abbiamo il rimpianto dei tempi di innamoramento; anche di fronte ad amori consolidati, ogni tanto ci viene la nostalgia di quando… ‘mi batteva il cuore’ ! Certo, perché quando tu sei innamorato, psichicamente, dal punto di vista degli ormoni … sei costretto a pensare l’altro, da cui dipendi, non puoi dire ‘non ho bisogno dell’altro’. E alla fine te ne viene comunque un bene, pur in mezzo a strazi, dolori e lacrime, in mezzo a mille fatiche. Ma alla fine sei vivo, sei vitale, abiti la tua vita, sei a fronte alta.

La benedizione della pluralità

Il Signore dice: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”. Dio non è insensibile alla ragione dei poveri, si mette da una parte, e sempre dalla stessa, dalla parte dei poveri. Dalla parte di chi subisce violenza; non si mette mai dalla parte di chi ottiene risultati per via di riduzione, per scorciatoie. Lo fa con tutti noi; non basta essere cattolici, credenti per avere Dio dalla propria parte, lo fa anche con noi. Ogni volta che nella nostra vita ci mettiamo dalla parte delle scorciatoie, Dio è dall’altra parte, non dalla nostra, anche quando lo facciamo per motivi religiosi.

E’ molto bella la sovrabbondanza dell’attenzione di Dio. Caino dice ‘troppo’! “Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono?” e in questo Dio riconosce che anche Caino è una vittima… di se stesso, e si mette dalla sua parte. “Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Dio sta sempre dalla parte delle vittime, dalla nostra quando siamo vittime di noi stessi. Ma sta dalla nostra parte vittima, non dalla nostra parte onnipotente.

La conclusione è che si costruiscono le città. Caino costruì una città e la chiamò Enoch. Poi la discendenza di Caino si pluralizza ulteriormente. Caino ha provato a ridurre; Dio si è messo dalla parte degli sconfitti, ma alla fine Caino non ha avuto ragione; ha avuto ragione Dio. Ha ricostruito una pluralità, ha ovviato alla riduzione. Era rimasto da solo? Bene, facciamo una città, poi, oltre ai pastori e agli agricoltori, facciamo pure i flautisti, i fabbri e altri. Più complesso di prima. La riduzione è solo apparente, non paga.

Questo mi pare sia l’orizzonte in cui la scrittura ci situa di fronte alla pluralità delle nostre appartenenze a all’abitare un tempo della storia che è ambiguo. L’ambiguità non è un peccato e nemmeno una malattia da guarire; l’ambiguità della storia è la sua ricchezza. Che la storia sia plurale e ambigua, è quella la benedizione, non è dividere il mondo in buoni e cattivi, ma che ci siano suonatori di flauti e di cetre, fabbri, agricoltori, città, pastori. E’ nell’ambiguità della storia che c’è la benedizione, non nella soluzione.

 Fossano, 11 ottobre 2008
(testo non rivisto dall’autore)
http://www.atriodeigentili.it

IL DILUVIO E LA NUOVA CREAZIONE.jpg

IL DILUVIO E LA NUOVA CREAZIONE

Con il capitolo 5 ritorna la Tradizione Sacerdotale con le sue genealogie e i suoi racconti ispirati ai miti mesopotamici. Questi racconti mitologici (presenti anche in tutte le altre culture antiche e fatti propri dal redattore della Genesi) conservano il riferimento ad una immaginaria età dell’oro dove gli uomini vivevano molto a lungo e dove avevano cercato di raggiungere la condizione divina (eroi, semidei, titani, giganti). L’autore biblico riporta questi miti nell’alveo del peccato e li lega alla pretesa dell’uomo di essere come Dio, di diventare immortale, di credersi onnipotente, un semidio.

La bassa statura e il limite della vita a 120 anni viene vista dall’autore sacro come una “condanna” dell’uomo a causa del suo orgoglio: voleva essere grande e si ritrova un nano; voleva scalare il cielo e si ritrova incatenato alla terra; voleva essere immortale e la sua vita è breve e insicura.

La corruzione universale (6,5-8)

Il peccato continua ad agire nel cuore delle persone e si aggrava con il succedersi delle generazioni in un crescendo di violenza che alcune figure di uomini giusti (Enoch) non possono contrastare.

Si giunge così all’amara constatazione (ripetuta varie volte in questi capitoli): Il Signore vide che nel mondo gli uomini erano sempre più malvagi e i loro pensieri erano di continuo rivolti al male.

Il male genera altro male, la violenza chiama altra violenza, l’arroganza suscita nuova arroganza in una catena che trascina verso il basso le singole persone e le comunità. Tragicamente la storia continua ad insegnare quanto questo sia vero per ogni nuova generazione, che poco sa imparare dagli errori di quelle che l’hanno preceduta.

Di fronte a questa situazione Dio non resta indifferente! Con un linguaggio molto colorito e umano l’autore mette in luce quattro reazioni-atteggiamenti di Dio: 􀂾 Si pentì di aver fatto l’uomo. Sembra quasi l’ammissione di aver fatto un errore, di non aver previsto e calcolato le conseguenze del suo gesto d’amore creativo. E’ una reazione istintiva che ritornerà altre volte nei testi biblici a sottolineare la partecipazione passionale di un Dio non indifferente e lontano nel cielo, ma vicino e coinvolto nella storia umana.

􀂾 Fu tanto addolorato. La rabbia iniziale lascia posto al dolore di un padre che soffre per il tradimento dei figli. Dio non è un giudice, un freddo calcolatore, ma un padre che soffre.

􀂾 Sterminerò dalla terra l’uomo. Il giudizio negativo di Dio sul male si manifesta con un castigo, qui espresso in forma attiva (sterminerò), ma che in realtà diventa poi la scelta di abbandonare l’uomo a se stesso, a quell’istinto di violenza che lo porta all’autodistruzione.

􀂾 Ma Noè incontrò il favore del Signore. Pur nel dilagare del male c’è sempre un segno di salvezza. Dio non smentisce se stesso; il bene, anche se piccolo, è presente dovunque.

Dio non resta impassibile di fronte al degrado della convivenza umana: si adira, soffre, condanna, reagisce, si fa carico… ma soprattutto cerca di salvare, coinvolgendo nel suo progetto le persone che si fidano di lui, che credono nella forza della vita e del bene.

Noè il giusto (6,9-22)

Più che soffermarsi a descrivere la corruzione generale, i fatti di violenza, lo sfruttamento della natura, gli imperi che si sono succeduti nel mondo (e le nefandezze da loro operate), la Genesi si concentra su Noè, descritto con queste belle parole: Noè era un uomo giusto, senza difetti e si comportava come piace a Dio. Con lui Dio è in confidenza (come con Adamo prima della trasgressione), gli confida le sue amarezze e le sue scelte. Gli dà fiducia e lo rende partecipe del suo progetto di salvezza. Noè obbedisce prontamente e senza fare obiezioni, come si addice ad un vero credente. Anche in un mondo di miscredenti, arroganti e sanguinari, c’è sempre qualche persona umile e di fede che sa capire e fare ciò che piace a Dio.

Certamente dai suoi contemporanei sarà stato giudicato un sognatore, un esaltato, un visionario, un povero pazzo, un profeta di sciagure; sarà stato contrastato, deriso, emarginato; ma lui vedeva più lontano, più in profondità. Era una persona critica, alternativa, diversa dalla maggioranza; credeva profondamente nel bene, difendeva la vita, aveva speranza nel futuro e ha impegnato tutte le sue risorse per realizzare il suo progetto, per affrontare il giudizio di Dio (e della natura) e superarlo. Si è preparato ad affrontare la violenza del male per non restarne schiacciato, sommerso.

Noè è diventato per questo simbolo di tutti i “giusti tra le nazioni”, di tutte le persone di fede e di speranza presenti in ogni popolo, di tutte le persone che lottano e vincono il male.

L’arca (cesta, cassa) richiama la cesta che ha salvato Mosè dalle acque, i barconi che trasportavano le statue delle divinità lungo i fiumi, l’arca dell’Alleanza che ha accompagnato gli Ebrei nell’Esodo.

Diventa un mezzo e insieme un simbolo dell’impegno di Noè di contrastare il male con un progetto alternativo: non sfruttare la natura, ma proteggerla; non accumulare beni per sé, ma metterli a servizio di tutti; non mangiare, bere e divertirsi (Mt 24,37) ma essere responsabile del futuro.

Le misure iperboliche dell’arca (impossibili da realizzare in quel tempo e da far galleggiare) e la finalità universale (salvare ogni specie vivente) la rendono ancor di più simbolo di un progetto alternativo per la salvaguardia della natura e della vita.

Il diluvio (7,1-24)

La memoria di un diluvio è presente in tutte le culture antiche e ci sono arrivati dei racconti che hanno molte somiglianze con quello biblico. Tutti si riferiscono ad una possibile grande piena dei fiumi Tigri ed Eufrate che ha sommerso tutta la pianura (simile ad una eccezionale piena del Nilo in Egitto). Questo evento catastrofico naturale viene assunto nel mito come simbolo di ogni disastro naturale che minaccia la sopravvivenza dell’umanità. I vari racconti sono finalizzati a spiegare le cause di questi fatti (capriccio degli dèi o castigo per la ribellione degli uomini) e tutti narrano sempre la salvezza di qualche persona che fa ripartire la vita e la speranza.

Il racconto biblico si colloca nella linea di tutte le narrazioni precedenti ed è frutto dell’unione di due Tradizioni (Jahvista e Sacerdotale) messe insieme dal redattore finale (es.: un racconto dice che il diluvio dura 40 giorni, l’altro un anno; per uno nell’arca entra una copia di animali per ogni specie, per l’altro sette; uno manda fuori il corvo, l’altro la colomba; per uno è un’alluvione causata da piogge abbondanti, per l’altro un ritorno al caos iniziale col mescolarsi delle acque superiori e inferiori…). Senza voler ricercare inutili concordanze dei testi (o i resti dell’arca sul monte Ararat), è importante capire il messaggio su Dio e sull’uomo racchiuso in questi racconti.

La Tradizione Sacerdotale aveva messo nel capitolo 1 come azione creatrice di Dio la separazione delle acque superiori da quelle inferiori (fissando dei limiti ad entrambe) per realizzare un rapporto di armonia con la terra abitata. La tutela di questa armonia era stata poi affidata all’uomo. Ma la cupidigia degli uomini e il crescente sfruttamento della natura portano a rompere questo equilibrio, intaccano questa convivenza armonica. Il diluvio viene descritto, nel racconto di questa Tradizione, come un ritorno al caos iniziale: le acque sotterranee uscirono con violenza da tutte le sorgenti e le riserve del cielo si spalancarono. Le acque superiori e quelle inferiori tornano ad unirsi nel caos primordiale portando distruzione e morte: Morì tutto quel che prima aveva vita sulla terra asciutta.

L’autore sembra dire: ecco a cosa porta l’orgoglio dell’uomo, la sua pretesa di mettersi al posto di Dio, di conquistare il cielo e di dominare come un tiranno sulla terra.

Il fragore dell’uragano che si scatena dal cielo e delle acque dei fiumi che invadono la terra ci richiama ai disastri naturali che colpiscono ancora oggi il pianeta e alle non poche responsabilità degli uomini nel progressivo degrado ambientale al quale stiamo assistendo.

La dimensione di distruzione “universale” attribuita a questo fenomeno ci richiama al rischio ecologico-nucleare che si configura oggi come una possibile nuova distruzione dell’umanità.

Nonostante le responsabilità umane resta però un senso di mistero, di sproporzione, di impossibilità di spiegare questi eventi solo legati al peccato dell’uomo: perché tanta sofferenza? Perché tante vite innocenti travolte dagli eventi catastrofici e dai ricorrenti olocausti?.

La Tradizione Jahvista riprende il tema dei capitoli 2-3: centralità dell’uomo nella creazione e sua pretesa di elaborare un progetto alternativo a quello di Dio sulla terra. Così l’uomo coinvolge nel suo fallimento anche la natura. Il crescere progressivo e lento delle acque fino a sommergere tutto indica il lento degrado della società che va verso la sua autodistruzione. Al posto del fragore dell’uragano qui domina il silenzio irreale che avvolge la terra per 6 mesi. Più che un giudizio severo di Dio sull’operato degli uomini, questo racconto diventa un invito per il lettore a fare un esame di coscienza per capire la tremenda portata del male causato dall’uomo e perché l’umanità arriva a tanta stoltezza, senza mai fare tesoro delle esperienze del passato.

L’immagine però di Dio che si preoccupa di chiudere bene la porta dell’arca perché Noè e la sua famiglia siano al sicuro, è un segno di speranza che getta un po’ di luce sulle tenebre della storia, così come l’arca che galleggia sulle acque diventa simbolo di un amore misericordioso che non si lascia mai sopraffare dal male, ma che fa sempre rinascere la vita anche dalle situazioni più nere.

Dio si ricordò di Noè (8,1-22)

Il caos primordiale è tornato a impossessarsi della terra e l’unico segno di speranza sta andando alla deriva in un silenzio irreale di morte. Dio dov’è? Cosa fa? Si è dimenticato dell’uomo? La Tradizione Sacerdotale annuncia la fine del diluvio con un verbo che ritornerà tantissime altre volte nella Bibbia: Dio si ricordò di Noè…Il “ricordarsi” di Dio non è solo un “fare memoria”, ma è un “fare qualcosa”, è intervenire, portare aiuto (vedi le donne sterili; gli Ebrei schiavi; gli esiliati).

Dio non abbandona mai i suoi figli, anche se i suoi figli spesso si dimenticano di lui, tradiscono il suo patto e non osservano i suoi comandamenti. Dio è fedele alla sua promessa, non si dimentica del suo amore (Is 49,15; Sal 27,10) verso ogni creatura vivente.

La fine del diluvio viene poi descritta come una “nuova creazione”, sulla falsariga del capitolo1: • vengono chiuse le cateratte del cielo e le sorgenti dell’abisso per separare di nuovo le acque superiori da quelle inferiori, mentre il vento fa evaporare l’acqua; • appaiono le cime dei monti e la terra diventa asciutta ricreando il confine tra terraferma, mari, fiumi e laghi; • sulla terra tornano a germogliare le piante, l’erba e il corvo o la colomba possono posarsi; • gli animali tornano a popolare la terra e a moltiplicarsi con la benedizione di Dio.

Anche se il mondo è percorso da catastrofi impressionanti e dal rischio di una distruzione totale, c’è sempre un segno di stabilità, c’è una forza di vita che torna e fa ripartire tutto. Dio è più forte del male e la vita è più forte della morte. Per questo l’immagine della colomba con nel becco un ramoscello d’ulivo è diventata un simbolo universale di speranza e di pace.

L’armonia ritrovata con Dio e con la natura viene sigillata e celebrata con l’offerta di un sacrificio di ringraziamento che viene odorato da Dio in segno di gradimento. Così la nuova umanità che riparte a popolare la terra è nel segno di Abele e non di Caino (il cui sacrificio non era stato odorato con simpatia da Dio).

In questo clima di serenità conviviale l’autore inserisce un soliloquio di Dio, dove egli sembra quasi fare “autocritica” su come ha agito in un momento d’ira.

E’ l’immagine del padre che, dopo aver castigato il figlio, si interroga sul modo migliore di educarlo e sul valore delle punizioni: Non maledirò mai più il mondo a causa dell’uomo. E’ vero che fin dalla giovinezza egli ha in cuor suo solo inclinazioni malvagie. L’uomo è fatto così e Dio promette a se stesso di accettarlo com’è, garantendo lo scorrere sereno della vita nell’avvicendarsi degli anni e delle stagioni.

Dio interverrà ancora nella storia dell’umanità di fronte al dilagare del male, ma sempre per riportare gli uomini sulla via del bene; interverrà non con castighi o miracoli, ma attraverso persone di fede e attraverso suo Figlio, venuto non per condannare il mondo, ma per salvarlo (Gv 3,17).

L’alleanza con tutti i viventi (9,1-11)

Come nel racconto della prima, anche la nuova creazione si conclude con la benedizione dell’uomo (qui è Noè e i suoi figli, visti come capostipiti di tutti i popoli della terra) e il rinnovo della missione a lui affidata: riempire la terra, dominare sugli animali e sulle piante, trasformare e abbellire il mondo. L’uomo resta al vertice della creazione, nonostante i disastri che ha fatto e continuerà a fare con ricorrente insensatezza.

Questa alleanza comporta una concessione da parte di Dio: l’uomo non sarà più solo vegetariano (come nella prima creazione), ma potrà mangiare anche carne. Questa concessione è unita però ad una proibizione: non mangiare il sangue degli animali, perché il sangue è la sede della vita e solo Dio ne è il padrone.

La proibizione viene subito allargata al divieto di spargere il sangue dell’uomo, cioè di uccidere qualsiasi persona, perché nell’uomo c’è l’immagine di Dio e solo lui può dare e togliere la vita.

Nessuno, neanche lo Stato o la Chiesa, può togliere la vita ad un uomo! Questo precetto così radicale, racchiuso nell’alleanza di Noè, sarà ripreso nell’alleanza del Sinai con il comandamento non uccidere, espresso sempre in forma assoluta e senza eccezioni.

La storia successiva dell’umanità ha interpretato invece in modo vario (e spesso contraddittorio) questa proibizione (dalla carne “sacher” di ebrei e mussulmani, al rifiuto delle trasfusioni di sangue dei Testimoni di Geova; dalla condanna della caccia per divertimento, alla regolamentazione della vendetta personale; dai codici civili che autorizzano la pena di morte, alla nonviolenza assoluta di Gesù e di Gandhi). Nonostante sia ancora oggi disattesa nella legislazione di molti popoli della terra e non sia accettata nella mentalità della maggioranza delle persone, il rifiuto della pena di morte (e della guerra) resta iscritto nell’alleanza universale di Dio con l’umanità a contrastare quei geni di violenza che l’uomo si porta dentro “fin dalla nascita”.

L’alleanza viene proposta da Dio ed è unilaterale: è Dio che si impegna a non mandare più il diluvio sulla terra. Manderà Abramo, Mosè, Elia, Buddha, Confucio, Geremia, Gesù, Maometto, Gandhi… Dio farà altre alleanze e le rinnoverà ogni volta che gli uomini le tradiranno. Dio sarà sempre alleato e sostegno dell’umanità nel suo sforzo di creare la pace e l’armonia sulla terra.

Il segno di questa alleanza è l’arcobaleno, simbolo multicolore di pace che unisce il cielo alla terra e che viene a sancire la fine delle tempeste. E’ un segno per Dio, per richiamargli la sua promessa, e un segno di fiducia per l’uomo che si sente protetto da Dio.

I molteplici simboli di pace disseminati in questi capitoli così tragici vogliono ricordarci che l’unico modo di contrastare il male è la nonviolenza attiva. Oggi è un messaggio estremamente importante nel rifiorire di integralismi fanatici, cultori della violenza e della morte, e di reazioni poliziesche e militariste che aggravano gli odi e le ingiustizie.

torre-di-babele

GLI UOMINI DELLA TORRE
E GLI UOMINI DELLA PROMESSA

Anche nei capitoli 9-11 si mescolano le due Tradizioni Jahvista e Sacerdotale. Alla Tradizione Jahvista sono attribuiti l’episodio di Cam che umilia il padre ubriaco e il racconto della torre di Babele, che continuano il tema peccato-castigo già sviluppato nei capitoli precedenti. Alla Tradizione Sacerdotale sono attribuite le genealogie, con i lunghi elenchi di nomi che riportano i 72 popoli della terra allora conosciuti, fatti risalire ai tre figli di Noè. Il tema è: tutto viene da Dio ed è finalizzato al bene dell’umanità, nell’impegno di armonizzare le differenze e metterle nel giusto rapporto tra loro. Dio ha un progetto sulla storia e l’uomo è chiamato a capirlo e a condividerlo. (…)

Babilonia e il grande impero (11,1-9)

L’ultimo racconto della Tradizione Jahvista è incastonato nella lunga trama delle generazioni dei capitoli 10-11 (Tradizione Sacerdotale). Riprende il tema del peccato-castigo toccando questa volta i rapporti sociali, incarnati nel progetto di realizzare un grande impero mondiale simboleggiato dalla costruzione di una torre sacra alta fino al cielo. Il punto di partenza del racconto è la giustificazione della nascita di una fiorente civiltà nella Mesopotamia (pianura di Sennaar) e dell’uso del mattone per le costruzioni al posto del legno o della pietra. Il messaggio del racconto è invece la pretesa dell’uomo di raggiungere il cielo, di sfidare Dio con un progetto di unità fondato sulla tirannia.

Come simbolo di questo “peccato sociale” viene presa una città (Babilonia) e un popolo che erano diventati un incubo per gli Ebrei, perché avevano distrutto il tempio di Gerusalemme. I Babilonesi avevano realizzato un impero molto organizzato e violento, con pretese di dominio su tutta la mezzaluna fertile. A Babilonia era stata realizzata una ziggurat alta 90 metri, chiamata “fondamento del cielo e della terra”, mentre il tempio eretto sulla sua sommità era chiamato “casa che alza la testa”. La simbologia era evidente e senza bisogno di tante spiegazioni: l’impero sfida Dio! Il progetto degli uomini di Babele ha due dimensioni: una verticale, rivolta verso Dio e il rapporto con lui; una orizzontale, rivolta verso gli altri popoli e legata al senso della politica.

La dimensione verticale è quella tipica di ogni peccato: diventare come Dio, essere liberi di decidere cosa è bene e cosa è male. Questa pretesa di mettersi al posto di Dio è espressa con due formule: facciamoci un nome, che indica il mettere “il proprio nome” (quello dell’imperatore) da onorare e lodare, mentre il primo comandamento dice di non avere altro Dio e di onorare solo il suo nome; facciamo una torre che arrivi fino al cielo, cioè una religione che entri nella sfera di Dio, che si arroghi la pretesa di parlare a nome di Dio, con autorità divina. L’impero diventa così l’incarnazione di Dio sulla terra e l’imperatore il suo unico rappresentante con pieni poteri su tutto, anche sulla fede, la vita personale, la morale. E’ la “religione civile” a servizio del potere.

La dimensione orizzontale si traduce nella pretesa di unificare tutti i popoli sotto un unico potere centrale, con un’unica capitale, una sola lingua, un’unica cultura, un’unica religione, un’unica economia, un unico esercito, un unico capo… Unire il mondo in un grande impero! Questo progetto mira a compiere “grandi imprese” su tutti i piani della vita sociale perché “l’unione fa la forza”, l’obbedienza cieca favorisce l’efficienza e il comando unificato la rapidità di decisione. Ma il prezzo da pagare è la perdita della libertà e la forzata oppressione della maggioranza delle persone.

La sfida lanciata verso Dio si trasforma subito in oppressione e schiavitù del fratello! Babele è il simbolo di ogni imperialismo che si è sviluppato lungo i millenni della storia umana; è il simbolo plastico e inquietante anche dell’ultimo impero mondiale che si sta oggi consolidando: quello del mercato globalizzato che tende ad annullare ogni differenza tra i popoli, ad assorbire le diverse culture nel consumismo materialista, ad annullare le religioni con l’ideologia della libertà individuale, ad unificare le lingue nell’inglesismo di internet, delle televisioni e degli sms.

L’intervento di Dio (descritto nello stile di un sovrano orientale che “scende” a visitare il suo regno e compie un’inchiesta per verificare se i suoi ordini sono eseguiti) sottolinea il contrasto netto tra il progetto di Babele e quello iniziale della creazione: l’armonia nel mondo si realizza con una giusta separazione tra le diverse realtà, non dalla loro forzata unione in una artificiosa uniformità.

Il progetto di potenza degli uomini di Babele è destinato a portare nel mondo caos, lotte di potere, ribellioni, rivoluzioni, repressioni, violenze… fino alla disgregazione finale dell’impero (come di fatto è successo ad ogni impero e dittatura che si sono succeduti nella storia).

Non c’è bisogno che Dio compia un miracolo per confondere la loro lingua: i germi della disgregazione sono già presenti in ogni forma di imperialismo che ha la pretesa di essere un assoluto e di rendere tutte le persone dei numeri al suo servizio. E’ ciò che capiterà anche a questo tipo di globalizzazione solo mercantilistica e dominata dai poteri economici forti. Ne stiamo già vedendo le avvisaglie, anche se spesso rifiutiamo di ammetterlo per paura di perdere i privilegi che questo sistema garantisce ai popoli dominanti.

Il progetto di Dio illustrato nella creazione, ripreso nell’alleanza di Noè, proseguito da Abramo, codificato da Mosè, purificato dai profeti e portato a compimento da Gesù di Nazaret, sarà rilanciato da Luca con il racconto (pure simbolico) della Pentecoste (Atti 2,1-11), dove lo Spirito scende sulle donne, sui Dodici e sui 120 discepoli riuniti nella prima comunità di Gerusalemme. In quel mattino di festa lo Spirito di Cristo affida alla neonata comunità cristiana la missione di portare nel mondo l’annuncio della salvezza in modo che ognuno lo senta annunciare nella sua lingua.

L’unica fede, l’unica salvezza, l’unico Dio sono proclamati, accolti e vissuti “in tante lingue”, cioè in tutte le forme, culture, religioni, stili di vita, modi di esprimersi dei popoli della terra.

Noi oggi viviamo un tempo di forti contraddizioni: da un lato sentiamo ancora la spinta all’apertura, al dialogo, alla tolleranza che grandi uomini del secolo scorso hanno immesso nella cultura della nostra società, mentre dall’altro l’integralismo fanatico di varia matrice religioso-politica sta portando alla rinascita di derive autoritarie e di chiusure intransigenti ed escludenti.

Il Concilio Vaticano Secondo ha rimesso in moto, però, (speriamo in modo definitivo) un processo di revisione di quell’uniformità centralista romana della Chiesa cattolica che l’aveva resa più simile a Babele che a Pentecoste. Il movimento ecumenico e il dialogo interreligioso stanno cercando di dare corpo nel nostro tempo al progetto originario di Dio sull’umanità.

La genealogia di Abramo (11,10-32) Tutto il capitolo 10, e parte del capitolo 11, sono frutto della Tradizione Sacerdotale che descrive l’armonia della storia umana nello scorrere delle generazioni e il formarsi nel tempo dei 72 popoli allora conosciuti. Le diversità tra di essi sono considerate in modo positivo, come sviluppo del progetto di Dio espresso nella benedizione rivolta a Noè e ai suoi figli. I nomi (in gran parte a noi sconosciuti) sono nomi di nazioni o di città famose ai tempi del redattore. L’attribuzione ai tre figli di Noè segue la distribuzione geografica dei popoli, ormai consolidata al tempo della redazione della Genesi (Asia = semiti; Africa = camiti; Europa = iafetiti).

Dopo il racconto simbolico della torre di Babele, l’attenzione viene focalizzata sui semiti e viene riproposta la genealogia di Sem (in parte con nomi diversi) per concentrarsi poi su Terach (visto come un nuovo Noè) e i suoi tre figli, di cui il primogenito è Abram (che diventerà poi Abramo).

Con Terach la Tradizione Sacerdotale prepara il passaggio dall’epopea delle origini alla storia dei patriarchi, beneficiari e custodi della promessa. E’ il passaggio dai racconti “mitici” dei primi 11 capitoli, alle vicende “storiche” della nascita del popolo ebraico. Siamo intorno ai secoli 1900–1700 a.C. L’inizio della storia del popolo ebreo non è da collocare in una regione remota e inospitale, ma si configura come una migrazione (volontaria o imposta da sconvolgimenti politici o da crisi economica?) dalla capitale di uno dei più fiorenti regni della Mesopotamia (Sumeri).

Già nel DNA del popolo ebreo c’è il senso della fede come ricerca, l’esperienza di essere un popolo in cammino. Ma Terach (come poi Mosè) non arriverà alla terra promessa. Il suo viaggio sarà proseguito dal figlio primogenito Abram e dal nipote Lot, con le rispettive famiglie. Dal capitolo 12 inizia la storia dei patriarchi con una serie di “cicli di racconti” incentrati su delle figure che hanno segnato in modo particolare la storia di Israele e delle tre grandi religioni monoteiste.

http://www.laparolanellavita.com/files/Genesi.pdf

 

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