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Lectio divina sul Siracide (VII e VIII Settimana del Tempo Ordinario)

Lectio divina sul Siracide
VII e VIII Settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

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LA SAPIENZA ARTIGIANA
Introduzione alla lettura del libro di Siracide
Mario Russotto

1. Il sapere artigiano

Martin Buber nel suo libro I racconti dei ḥassidim riporta questo insegnamento di un rabbi ai suoi discepoli: «Voglio indicarvi il modo migliore per insegnare la Torah. Bisogna non sentire più affatto se stessi, non essere niente di più di un orecchio che ascolta ciò che il mondo della Torah dice in lui. Ma non appena si cominciano a sentire le proprie parole, si cessi».

Il libro del Siracide fa parte di quel gruppo di “scritti” o Ketubim dell’Antico Testamento, che intendono insegnare e consegnare la sapienza come arte del vivere alla luce della Torah, cioè della Parola trasmessa da Dio al popolo tramite Mosè.

La sapienza nella Bibbia è desiderio di conoscenza e amore del sapere. Così, infatti, recita il libro dei Proverbi: «Chi ama la disciplina ama la scienza, chi odia la correzione è stolto» (Prv 12,1).

Sapienza è anche assennatezza o sensatezza: «Un uomo è lodato per il senno, chi ha un cuore perverso è disprezzato» (Prv 12,8); «Chi sorveglia la sua bocca conserva la vita, chi apre troppo le labbra incontra la rovina» (Prv13,3). Il Siracide si propone di compiere una offerta di saggezza, cioè una educazione e una formazione delle giovani generazioni alla luce della Parola di Dio.

Sapienza è arte del creare sull’esempio di Dio e in obbedienza a Lui. Per questo la creazione, come opera d’arte divina, interpella l’homo sapiens: domanda contemplazione (cfr. Sal 8), intima rispetto e obbedienza alla Torah (cfr. Sal 19,8-14), denuncia il disordine dell’uomo (cfr. Sal 104,35), chiede collaborazione (cfr. Gen 1,15). Perché, come recita il Siracide, «il Signore ha creato la sapienza; l’ha vista e l’ha misurata, l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità, la elargì a quanti lo amano» (Sir 1,7-8).

L’opera d’arte per eccellenza è la vita dell’uomo; e solo con la morte l’opera resta compiuta (cfr. Sir 11,28). Modellare con decisioni piccole o grandi la propria vita è un’opera artigiana, una fatica piena di tentativi, errori, emendamenti. Il “mestiere di realizzare la propria vita come opera d’arte si può apprendere proprio alla scuola della sapienza, che elargisce la capacità di percepire, osservare, intendere, comprendere, conoscere, giudicare, prevenire; e dona giustizia, onestà, rettitudine, prudenza. E queste sono le condizioni per apprendere il sapere artigiano: avere senno e desiderio di imparare, non ritenersi saggi, non fidarsi di sè, non essere compiaciuti di sè, essere umili, ascoltare i consigli e accettare le correzioni.

La sapienza, dunque è la scienza pratica delle leggi della vita e del mondo basata sull’esperienza.

È arte di vivere espressa in sentenze, che esige una volontà tesa a chiarire e ad ordinare razionalmente il mondo in cui l’uomo si trova, a conoscere e fissare gli ordini negli avvenimenti della vita umana, dietro i quali c’è sempre l’agire di Dio. La grandezza di Israele consiste nel non aver separato la fede dalla «conoscenza», perchè le «esperienze» del mondo sono «esperienze» di Dio. Nel sapienza, come sapere artigiano fondato sull’esperienza e illuminato dalla Parola del Signore, Dio e l’uomo si incontrano nel mondo.

2. Il libro e la struttura

Il libro del Siracide è protagonista di un singolare paradosso: pur essendo molto amato dalla tradizione ebraica, non è entrato nel canone delle Scritture ebraiche e, pur essendo poco conosciuto e studiato dalla tradizione cristiana, fa parte dei libri riconosciuti ispirati dalla Chiesa. Il Siracide, dunque, appartiene al gruppo dei libri cosiddetti “deuterocanonici” dell’Antico Testamento insieme a Tobia, Giuditta, Maccabei, Baruc e Sapienza.

Il libro del Siracide è il più esteso dell’Antico testamento e anche uno dei più “disordinati”; consta di ben 51 capitoli ma non è semplice individuarne un preciso piano sistematico. È attraversato da un pathos entusiasta, fino a suscitare l’impressione di ingenuità, di fatto espressa da molti studiosi. Altri lo ritengono anche “noioso”, sia per l’eccessiva lunghezza senza tensione sia per l’eccessiva puntigliosità di molte sentenze in stile di proverbi.

Nella Chiesa antica il libro era molto letto. Il nome latino “Ecclesiastico” fu dato da San Cipriano e si riferisce, appunto, all’uso normale che ne faceva la Chiesa, quale manuale di disciplina, educazione e sapienza. In epoca recentissima tra gli studiosi si è acceso però un rinnovato interesse per il libro, soprattutto perché ci aiuta a meglio comprendere il rapporto tra giudaismo, ellenismo e cristianesimo nascente.

Fino a tempi recenti avevamo il testo del Siracide solo in greco, ma dal 1896 al 1900 nella gheniza del Cairo furono trovate varie pergamene con interi capitoli scritti in ebraico. Altri brani furono rinvenuti nell’Università di Cambridge, altri a Qumran e altri ancora nella fortezza di Masada. Dunque il Siracide originariamente fu scritto in ebraico e successivamente tradotto in greco.

Il libro del Siracide sembra essere un’antologia di testi di genere diverso: sentenze o detti, proverbi numerici, paragoni, inni e preghiere. Contiene anche una specie di manuale di comportamento morale o codice etico, valido per un pio giudeo del sec. II a.C. L’accumularsi disparato di argomenti fa supporre che il libro non sia frutto di una composizione di breve durata, ma di un lavoro disteso nel tempo e in più tappe redazionali.

Non è possibile, almeno in base agli studi compiuti finora, individuare una struttura ben chiara del Siracide condivisa dalla maggioranza degli studiosi. Tuttavia, a grandi linee possiamo dividere l’intero libro in quattro sezioni, precedute da un prologo e seguite da un epilogo.

  • Prologo: Sir 1,1-18;
  • Sezione prima: Sir 1-23: la sapienza di Dio nella vita dell’uomo;
  • Sezione seconda: Sir 24-42,14: autoelogio della sapienza (Sir 24) e vari insegnamenti sapienziali sull’uomo, la donna, l’amicizia;
  • Sezione terza: Sir 42,15-50,21: la sapienza di Dio nel creato e nella storia di Israele;
  • Sezione quarta: Sir 50,22-29: esortazione finale e conclusione con la firma dell’autore;
  • Epilogo: Sir 51: inno di ringraziamento.

Nel quadro generale di una grande ampiezza di orizzonti, si riscontrano la fedeltà alla tradizione e, al tempo stesso, una capacità di adattamento alle nuove correnti di pensiero. Siracide è, quindi, opera vasta e complessa in cui tradizione e innovazione si fondono in modo quasi “sinfonico”.

Si pensa, anche in base alle notizie contenute prima faci e nel prologo, che il libro sia stato composto originariamente in ebraico a Gerusalemme verso il 190 a.C. e sia stato tradotto in greco attorno al 130 a.C. in Alessandria d’Egitto dallo stesso nipote dell’autore.

Il primo capitolo del libro merita una speciale attenzione, perché costituisce quasi il portale d’ingresso di tutta l’opera: tale poema iniziale, infatti, è una bellissima composizione innica per guidare il lettore a prendere coscienza della propria condizione di creatura di fronte all’infinita grandezza di Dio. Per questo il timore del Signore è considerato l’elemento principale, essenziale e più importante della sapienza: non c’è sapienza senza timore del Signore.

Altro capitolo molto importante è Sir 24, che si trova proprio al centro del libro: esso contiene un autoelogio della stessa Sapienza, ispirato a quello di Proverbi 8. Nel caso del Siracide, però, si tratta di una specie di omelia tenuta nel tempio durante un’assemblea liturgica, per descrivere poeticamente la storia della sapienza: uscita da Dio, come la sua Parola, essa ha regnato sull’universo intero ma poi si è stabilita sulla collina di Sion, sulla quale sorge il tempio di Gerusalemme. Di fronte all’attrazione che la cultura greca ellenistica esercitava soprattutto sui giovani giudei, Ben Sirach, partendo dalla propria esperienza e dallo studio assiduo della Scrittura, esorta i giovani studenti a non vergognarsi della Torah, ma a riconoscere in essa la vera sorgente di vita.

Maestro nella riflessione ed esempio di maestria nello scrivere, Ben Sirach presenta nel finale della sua opera un grande dittico, poetico e mistico, per invitare il lettore a contemplare l’impenetrabile azione creatrice di Dio e ammirare il suo provvidenziale intervento nella storia di Israele: l’inno al Creatore e l’elogio degli antenati costituiscono così il vertice dell’opera, ricordandoci che la lode è l’autentico atteggiamento dell’uomo sapiente e credente.

3. L’autore

In Sir 50,27 l’autore ci fornisce il suonome: «Gesù figlio di Sirach, figlio di Eleazar, cittadino di Gerusalemme». Già qui si coglie una prima singolarità rispetto ai libri dell’Antico Testamento: la paternità esplicita dell’autore. Siracide è il primo caso di libro “firmato” nella Bibbia. L’autore ha trasmesso il nome del padre e poi del nonno. Nel prologo dice di aver tradotto in greco l’opera del nonno per gli ebrei residenti ad Alessandria d’Egitto. Tuttavia anche se conosciamo il nome, non sappiamo di lui nulla di più di quanto se ne possa dedurre dal libro stesso. Tutto ciò che sappiamo lo deduciamo soprattutto dal prologo che evidenzia alcuni tratti del temperamento del nonno, notando come egli abbia dedicato tutto se stesso allo studio della Bibbia animato dal desiderio di aiutare gli altri. Il testo parla poi di una triplice divisione della Bibbia in Legge, Profeti e altri Scritti. Ben Sirach si dedicò molto allo studio ma anche ai viaggi, godendo indubbiamente di grande reputazione.

L’autore è anche il testimone della vita sociale della Gerusalemme del suo tempo, prima che si acutizzasse la crisi dell’apostasia dalla fede tradizionale contro cui doveva insorgere la lotta dei Maccabei (166-134 a.C.). Questa crisi, provocata dal tentativo di imporre la cultura ellenistica, contiene in questo libro tutte le premesse. Infatti, è proprio il confronto tra il vento nuovo dell’ellenismo e la fedeltà ai valori della Torah lo sfondo in cui va collocata l’opera del Siracide. Il “novum” apportato da Ben Sirach sta in questa sintesi tra la fedeltà all’elezione d’Israele e un’apertura ai valori umani universali. Radicato nella sua fede, Ben Sirach si mostra, quindi, osservatore attento e partecipe della realtà del suo tempo.

Da un punto di vista letterario, il libro del Siracide è un insieme di “dispense scolastiche” ad uso dei discepoli. La sua opera, infatti, è un compendio di riflessioni e di insegnamenti dedicate ai giovani delle famiglie della “borghesia” emergente di Gerusalemme. La sua missione era proprio quella di trasmettere il patrimonio religioso di Israele alle nuove generazioni, che indubbiamente sentivano forte l’attrattiva della cultura ellenistica. Senza rifiutare aprioristicamente le idee innovative che andavano infiltrandosi nella società giudaica, il maestro voleva inculcare nei discepoli l’attaccamento alle antiche tradizioni e, soprattutto, una incondizionata fede nel Signore. Ben Sirach si pone, quindi, sul crinale di due mondi e mostra un profondo equilibrio tra fede ed esperienza, giudaismo ed ellenismo, eppure mai perde di vista la luce della Parola di Dio e l’intera tradizione di Israele.

Il suo ideale non consiste nell’essere “saggio per sé”, ma “per il popolo”: membro del governo o consigliere dei capi della sua città, stimatore dei viaggi e viaggiatore, Ben Sirach vuole fare sintesi tra fede e ragione, tra teologia e cultura. L’intento educativo che si propone mira così a far riconoscere un ordine nascosto nel mondo, per insegnare a dominare il contingente, spesso ambiguo e sfuggente.

Un altro fatto relativo alla biografia dell’autore riguarda la sua direzione di un’accademia per l’istruzione e l’educazione morale da lui stabilita a Gerusalemme verso la fine della sua vita: «Avvicinatevi, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia scuola» (Sir 51,23).

Due cose colpiscono in modo speciale circa l’autore:

– La profonda conoscenza che egli ha della natura umana e i consigli stupendi che, proprio per questo, è in grado di dare ai suoi lettori sui soggetti più svariati.

– La profondità del sentimento spirituale che egli aveva, le sue esortazioni ad osservare la Torah, il suo invito a lasciarsi guidare in ogni azione e in ogni pensiero dal timore di Dio, il suo invito a confidare in Dio e a chiedere la guida divina in ogni circostanza della vita.

Queste esortazioni tornano di continuo nel suo libro. Gesù ben Sirach era una persona ben radicata nella spiritualità del suo popolo; era un buon giudeo di antico stampo ma senza fanatismo e senza grettezze. Egli non ammette che Israele sappia ormai tutto e non abbia più nulla da imparare. Anzi, all’israelita che si applica a meditare la Torah egli consiglia: «Viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini » (Sir 39,4).

Il profilo dell’uomo è anzitutto quello di uno scriba, consigliere autorevole dei potenti. Gli studiosi pensano che si possa riconoscere una sorta di presentazione autobiografica nella descrizione che il libro stesso propone dello scriba (cfr. Sir 38-39). Il brano inizia così: «La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo?» (Sir 38,24-25).

Segue una sorta di lungo intermezzo, dove oltre alla vita “attiva” del contadino, sono descritte le diverse forme di vita “artigianale” (incisore, fabbro, vasaio). Esse sono lodate perché «Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare» (Sir 38,32). E tuttavia è detto chiaramente anche il limite della loro vita: «Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere… Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo, nell’assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice, non conoscono le disposizioni del giudizio. Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere» (Sir 38,31-34).

Gesù ben Sirach fornisce poi un ritratto del vero sapiente, quasi una sua personale autopresentazione: «Differente è il caso di chi si applica e medita la legge dell’Altissimo. Egli indaga la sapienza di tutti gli antichi, si dedica allo studio delle profezie. Conserva i detti degli uomini famosi, penetra le sottigliezze delle parabole, indaga il senso recondito dei proverbi e s’occupa degli enigmi delle parabole. Svolge il suo compito fra i grandi, è presente alle riunioni dei capi, viaggia fra genti straniere, investigando il bene e il male in mezzo agli uomini» (Sir 39,1-4).

Gesù ben Sirach apparteneva probabilmente al gruppo dei saggi pieni di devota religiosità (hasidim), che vengono celebrati nelle lodi dei padri.

La stessa descrizione della figura dello scriba, prosegue infatti sottolineandone la spiritualità: «Di buon mattino rivolge il cuore al Signore, che lo ha creato, prega davanti all’Altissimo, apre la bocca alla preghiera, implora per i suoi peccati. Se questa è la volontà del Signore grande, egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza, come pioggia effonderà parole di sapienza, nella preghiera renderà lode al Signore» (Sir 39,1-6).

La spiritualità dello scriba alimenta la sua stessa sapienza; perché la spiritualità ha la sua fonte primaria nella meditazione della Parola di Dio (Torah) e, più in generale, nel ricordo delle opere compiute da Dio lungo la storia di Israele. Dopo aver descritto l’opera del Creatore nella natura, l’autore infatti commenta: «Ci sono molte cose nascoste più grandi di queste; noi contempliamo solo poche delle sue opere. Il Signore infatti ha creato ogni cosa, ha dato la sapienza ai pii» (Sir 43,32).

E così comincia il suo elogio dei padri: i patriarchi, Mosè e Aronne, i profeti e i re, fino al sommo sacerdote Simone contemporaneo dell’autore. Per tratteggiare la fisionomia dell’autore è spesso utilizzata anche la denominazione di epigono, colui che viene dietro. Essa è suggerita soprattutto dal testo di Sir 33,16-18: «Io mi sono dedicato per ultimo allo studio, come un racimolatore dietro i vendemmiatori. Con la benedizione del Signore ho raggiunto lo scopo, come un vendemmiatore ho riempito il tino. Badate che non ho faticato solo per me, ma per quanti ricercano l’istruzione».

4. Tematiche principali

Per una maggiore comprensione del libro del Siracide, cercherò di offrirvi in sintesi alcune tematiche fondamentali di questo manuale di educazione alla sapienza.

4.1. La triade fondativa

Cominciamo con l’indicare la triade fondativa dell’insegnamento di Gesù ben Sirach, cioè le tre parole-chiave attorno alle quali si muove tutto il libro.

Esse sono: ḥokmah o sapienza, jir’at YHWH o timore del Signore, Torah o istruzione-legge.

– Ḥokmah (sapienza): insieme al timore del Signore e alla Torah costituisce una triade non disgiungibile, che rappresenta una sorta di sintesi di tutto il pensiero di Gesù ben Sirach: «La sapienza consiste nel timore del Signore; chi è saggio osserva la sua Torah» (Sir 19,18). La sapienza è, dunque, il criterio ispiratore di tutto il libro. L’originalità del Siracide sta proprio nell’aver identificato l’intera sapienza con la Torah, cioè con la Parola di Dio trasmessa da Mosè. Grazie a questa identificazione non c’è più discontinuità tra la sapienza che si può scoprire con l’intelligenza e l’esperienza umana e quella che si scopre nella rivelazione delle Sacre Scritture.

– Jir’at YHWH (timore del Signore): è il senso “religioso” della vita, cioè il vivere con amore evitando di dispiacere a Colui da cui sappiamo di essere amati. La locuzione “timore del Signore” viene ripetuta 60 volte nel libro. Il timore del Signore è la pienezza e il coronamento della sapienza (cfr. Sir 1,16-18), per cui non esiste sapienza senza timore del Signore, come recita il libro dei Proverbi: «Principio della sapienza è il timore del Signore, e conoscere il Santo è intelligenza» (Prv 9,10). Tale affermazione la troviamo anche nel nostro libro, ma Siracide aggiunge che questa sapienza deve percorrere la strada obbligata della lectio Verbi, cioè della lettura contemplativa della Parola di Dio (cfr. Sir 24). Il timore del Signore risulta quindi una strada a due sensi: per un verso conduce alla sapienza la quale, a sua volta, nutre colui che alla luce della Parola di Dio coltiva il timore del Signore.

– Torah (istruzione-legge): per Gesù ben Sirach Torah e Ḥokmah sono strettamente correlate. La Torah, in quanto insegnamento divino rivelato, non è una elencazione di precetti ma la luce che illumina la sapienza: «Se desideri la sapienza, osserva gli insegnamenti; allora il Signore te la concederà» (Sir 1,23). Gesù ben Sirach non fa altro che recuperare il concetto ebraico di Torah come rivelazione di Dio al suo popolo, rivelazione non primariamente di dottrine o verità bensì quale comunicazione personale di Dio al suo popolo, tramite Mosè e i profeti.

Proprio come reciterà oltre duemila anni dopo il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà… Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV, n. 2). Siracide, dunque, non è lo scriba legato ad un formalismo giuridico nell’osservanza dei precetti, perché egli legge la Torah con la mente del sapiente che sa interpretare il precetto nel suo significato globale: «Il suo pensiero è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso» (Sir 24,27).Come ha sottolineato il teologo tedesco Gerhard Von Rad: «Non è la sapienza che cresce all’ombra dell’onnipotente Torah, ma al contrario il Siracide si adopera a legittimare e interpretare la Torah sulla base delle prospettive del pensiero sapienziale».

4.2. Il pentagramma della sapienza

Oltre alla triade sapienza-timore del Signore- Torah, il Siracide presenta una sorta di pentagramma della sapienza, che possiamo racchiudere in questi cinque temi: Dio, l’aldilà, l’amore per Gerusalemme e il tempio, l’educazione, il contrasto fra sapienti e stolti.

  1. Dio: Gesù ben Sirach descrive il Dio dell’Esodo, cioè il Dio liberatore, Compagno di viaggio nel pellegrinaggio della vita, alleato dei poveri e degli oppressi. Il privilegio di Israele sta proprio nell’essere il popolo chiamato da Dio, che ha ricevuto il dono della Torah. Questo Dio dell’Esodo non viene meno alla sua parola e all’alleanza, non abbandona nella sofferenza chi lo teme e ricompensa il giusto e il sapiente con una vita felice.
  2. Aldilà: dal libro sappiamo che il nonno di Gesù ben Sirach era un proto-sadduceo e i sadducei negavano la risurrezione. Secondo loro dopo la morte le persone passano nello sheol, cioè in una condizione di semi-vita in cui non vi è alcun giudizio, il quale invece avviene già durante la vita terrena. Ma il nipote è fariseo e i farisei credono nella risurrezione dei morti, pertanto Gesù ben Sirach in alcuni passi corregge il testo ebraico del nonno introducendo il concetto di una vita oltre la morte.
  3. Amore per Gerusalemme e il tempio: non l’areopago di Atene né la biblioteca di Alessandria, ma il tempio di Gerusalemme è il centro della vera sapienza. Il tempio però non è visto come semplice luogo o spazio bensì come microcosmo del tempo. Leggiamo a mo’ di esempio Sir 24,9-12: «Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò; per tutta l’eternità non verrò meno. Ho officiato nella tenda santa davanti a lui, e cosi mi sono stabilita in Sion. Nella città amata mi ha fatto abitare; in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità».
  4. Educazione: compito del maestro è educare il giudeo autentico, coniugando Parola di Dio ed esperienza. Gesù ben Sirach non teme di declinare il suo comportamento anche nei minimi particolari.
  5. Contrasto fra sapienti e stolti: Gesù ben Sirach pone continuamente in evidenza una radicale opposizione tra colui che fa il bene secondo la Torah e colui che vive in balia dei suoi istinti e, di conseguenza, non ascolta e non segue gli insegnamenti della Torah. Lo stolto così dimostra di non conoscere la Torah né la “paideia”, per cui vive con arrogante ignoranza e non coltivazione di sé. Essere virtuosi, per Gesù ben Sirach, significa stare dalla parte della Torah. Essere virtuosi o ignoranti non riguarda la morale, e dunque il comportamento, bensì la sociologia, cioè l’appartenenza aduna certa classe sociale e culturale. Pertanto i borghesi farisei, che sapevano leggere e scrivere e avevano soldi per viaggiare e conoscere, erano ritenuti virtuosi mentre tutti gli altri venivano chiamati ‘am ha’arez, cioè “popolo della terra”, ignoranti e stolti. Gesù ben Sirach è il tipico fariseo della parabola lucana del fariseo e il pubblicano.

4.3. La vita nella libertà…in preghiera

Pur essendo un colto borghese che crede nella ricchezza e nel successo come premio di Dio per il sapiente che studia la Torah, Gesù ben Sirach è anche consapevole che la vita è fatica e a volte anche un giogo pesante da sopportare: «Una sorte penosa è disposta per ogni uomo, un giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della loro nascita dal grembo materno al giorno del loro ritorno alla madre comune…Da chi siede su un trono glorioso fino al misero che giace sulla terra e sulla cenere; da chi indossa porpora e corona fino a chi è ricoperto di panno grossolano, non c’è che sdegno, invidia, spavento, agitazione, paura della morte, contese e liti» (Sir 40,1-7).

Eppure l’uomo che cerca la sapienza nel timore del Signore e nella Torah, cioè in una profonda spiritualità e nella lampada della Parola di Dio, può sciogliere i nodi della vita e, percorrendo la via di una rigorosa disciplina educativa e morale, può respirare felicità con i polmoni della sapienza e della libertà educata: «Non dire: “Mi son ribellato per colpa del Signore”, perché ciò che egli detesta, non devi farlo. Non dire: “Egli mi ha sviato”, perché egli non ha bisogno di un peccatore… Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore, egli è onnipotente e vede tutto. I suoi occhi su coloro che lo temono, egli conosce ogni azione degli uomini. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare» (Sir 15,11-20).

E dunque, Dio non impone la sua iniziativa; l’uomo ha lo spazio della libertà per una risposta autentica. È affermata, così, la responsabilità morale dell’uomo, all’interno della quale compaiono i temi del peccato e della conversione: «Non arrossire di confessare i tuoi peccati… Non sottometterti a un uomo stolto, e non essere parziale a favore di un potente. Lotta sino alla morte per la verità e il Signore Dio combatterà per te. Non essere arrogante nel tuo linguaggio, fiacco e indolente invece nelle opere» (Sir 4,26-29).

In Gesù ben Sirach prevale l’intendimento etico, che considera la condotta pratica della vita nelle sue varie sfaccettature. E perciò egli raccomanda molto la prudenza nel parlare (cfr. Sir 5,9-6,1; 19,18-20,8.18-26), la moderazione nei cibi (cfr. Sir 31,12-31), nelle passioni (cfr. Sir 6,2-4; 22,27-23,6), nelle ambizioni (cfr. Sir 4,29-5,8) e anche nel dolore (cfr. Sir 38,16-23). Siracide esorta spesso all’armonia nella vita personale e sociale, evitando gli eccessi, la precipitazione e la forzatura degli eventi.

Spesso e in varie forme Gesù ben Sirach parla della preghiera. C’è la preghiera del povero ascoltata da Dio (cfr. Sir 35,14-26); c’è la supplica dell’intero popolo per la propria liberazione (cfr. Sir 36,1-22). L’uomo, infatti, non riesce a controllare tutto e perciò deve supplicare Dio e confidare in Lui, che tutto dirige con misteriosa sapienza. E allora il malato prega per la guarigione (cfr. Sir 38,9) e il medico per fare bene la diagnosi (cfr. Sir 38,14).

Un accento particolare è posto sulla preghiera che invoca il perdono dei peccati: «Quanto è grande la misericordia del Signore, il suo perdono per quanti si convertono a lui!» (Sir 17,24).

E ancora: la povertà dignitosa non è disonorevole (cfr. Sir 29,22), anzi se è unita alla buona salute è da preferire alla ricchezza (cfr. Sir 30,14-16). Il saggio, pertanto, non deve inorgoglirsi nella ricchezza e di essa deve pure ringraziare il Signore.

Un ultimo tema del Siracide, prima della conclusione, desidero accennare: il valore del tempo: «Non c’è da dire: Che è questo? Perché quello? Tutte le cose saranno indagate a suo tempo!» (Sir 39,16). I riferimenti al kairòs, al tempo opportuno nel quale soltanto si manifesterà il senso di tutte le cose, ricorre 60 volte nel libro. Perciò: «Figlio, tieni conto del tempo!» (Sir 4,20). Accade infatti che «dal mattino alla sera il tempo cambia, e tutto è effimero davanti al Signore!» (Sir 18,26).

Il tempo smaschera anche le vere intenzioni del cuore dell’uomo: «Molti considerano il prestito come cosa trovata e causano fastidi a coloro che li hanno aiutati. Prima di ricevere, ognuno bacia le mani del creditore, parla con tono umile per ottenere gli averi dell’amico; ma alla scadenza cerca di guadagnare tempo, restituisce piagnistei e incolpa le circostanze. Se riesce a pagare, il creditore riceverà appena la metà, e dovrà considerarla come una cosa trovata. In caso contrario, il creditore sarà frodato dei suoi averi e avrà senza motivo un nuovo nemico; maledizioni e ingiurie gli restituirà, renderà insulti invece dell’onore dovuto. Molti perciò, per tale cattiveria, rifiutano di prestare: hanno paura di perdere i beni senza ragione» (Sir 29,4-7).

E tuttavia Gesù ben Sirach esorta: «Chi pratica la misericordia concede prestiti al prossimo, chi lo soccorre di propria mano osserva i comandamenti. Dà in prestito al prossimo nel tempo del bisogno, e a tua volta restituisci al prossimo nel momento fissato (Sir 29,1-2).

E infine Gesù ben Sirach dà un’ultima sentenza a chi si inorgoglisce per il suo sapere e si chiude nella torre d’avorio della sua presunzione: «Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te troppo grandi. Bada a quello che ti è stato comandato, poiché tu non devi occuparti delle cose misteriose. Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti ha fatto smarrire la loro presunzione, una misera illusione ha fuorviato i loro pensieri» (Sir 3,21-24).

5. L’amicizia… per concludere

Per concludere questa non facile e poco articolata conversazione, desidero consegnarvi qualche insegnamento di Gesù ben Sirach sull’amicizia, per essere animati da quella «parola gentile (che) moltiplica gli amici», così da giungere a quel «dialogo cortese (che) fa stringere buone relazioni» (Sir 6,5).

Rinunciare all’amicizia significa rinunciare alla crescita della personalità umana e cristiana, all’equilibrio psicologico, affettivo e spirituale che da essa per buona parte deriva: chi manca di amici è una persona a rischio! Tutti, infatti, abbiamo bisogno di “sponde” su cui l’“onda” del mare della nostra vita possa riversarsi.

Amicizia è terra della profezia di Dio e della sua Presenza. Tant’è che qualcuno ha osato affermare che l’amicizia è un “sacramento”. Così si esprime Sorella Maria dell’eremo di Campello: «…Io credo proprio che il sacramento più possente sia quello dell’amicizia… Quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter contare sempre».

Nel disegno di Dio per l’umanità l’amicizia, ha un ruolo fondamentale. E il Signore stesso ha dato delle istruzioni a suo riguardo: «Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l’uno cade, l’altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi!» (Sir 4,9-10). E tuttavia occorre scegliere con attenzione gli amici, perché essi hanno grande influenza su di noi.

L’amicizia si nutre di fiducia. Nella crescita, il primo ostacolo che incontriamo è imparare a fidarci delle persone che ci circondano. Come potrebbe, infatti, una persona rivelare i propri pensieri e i sentimenti profondi se temesse di essere rifiutata o tradita? La fiducia e l’amicizia vanno di pari passo. E con esse cammina insieme anche la lealtà: «Se vuoi un amico, sceglilo al momento della prova, e non dargli fiducia troppo presto. Uno infatti può esserti amico quando gli fa comodo, ma non lo sarà quando le cose ti vanno male» (Sir 6,7-8). Nell’amicizia niente è più lodevole della lealtà, essa è la nutrice e la custode della vera amicizia: «Un amico fedele è come un rifugio sicuro, e chi lo trova ha trovato un tesoro. Un amico fedele è come possedere una perla rara: non ha prezzo, ha un valore inestimabile » (Sir 6,14-15).

Un aspetto particolare e importante dell’amicizia è la riservatezza. Fa molto male ascoltare qualcuno sciorinare segreti confidati ad un amico. Perciò: «Se pungi un occhio lo fai piangere, se tocchi qualcuno sul vivo reagirà duramente. Se tiri sassi agli uccelli scappano, se insulti un amico l’amicizia è finita… Se hai criticato un amico a tu per tu, non temere perché potete riconciliarvi; invece se l’hai insultato con arroganza, se hai tradito le sue confidenze o l’hai attaccato a tradimento, qualsiasi amico se ne andrà » (Sir 22,19-22).

E allora, per chiudere con le parole di don Primo Mazzolari: «Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo… ricordatevi che per Lui noi saremo sempre i suoi amici».

Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta


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San Daniele Comboni (1831-1881)

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