COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio della VIII Domenica del Tempo Ordinario (A)

VIII Domenica del Tempo Ordinario (A)
Non preoccupatevi del domani (Matteo 6,24-34) 

Matteo 6,24-34.jpg

Lectio

Con questa VIII Domenica concludiamo la prima parte del tempo ordinario e, sulla scia delle Domeniche precedenti, ci lasciamo istruire dagli insegnamenti di Gesù, pronti ad intraprendere l’ormai prossima ardua battaglia della Quaresima, dove l’anima vivrà l’eterno vivificante scontro tra se stessa e il deserto, il silenzio.

L’evangelista Matteo conferisce una portata programmatica all’odierna predicazione di Gesù che trova spazio nel discorso della montagna, nel succedersi coinciso, martellante, strutturato in maniera sapienziale, di una serie di detti, di insegnamenti, quasi a voler trasmettere l’urgenza di tramandare un testamento spirituale, che parli di giustizia, di regno dei cieli; quasi a voler salvare l’uomo, a volerne rinnovare il cuore, agganciandolo ad una dottrina nuova, non più quella antica del giudaismo. Per questo Matteo pone sul monte Gesù stesso come esegeta, il quale annuncia: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,16). L’evangelista è consapevole che, per riorganizzare quella piccola Chiesa, deve ripartire da un insegnamento chiaro, che parli di una netta presa di posizione per Dio, che inviti a porre in Lui la propria speranza presente e futura.

Questo avviene anche eliminando ogni pretesa di giudizio, sia su se stessi che su gli altri. Le dichiarazioni di Paolo nella lettera ai Corinzi sono molto chiare. Non importa da quale tribunale umano si verrà giudicati; esiste il giudizio di Dio che trascende i pensieri degli uomini e che è un giudizio equo perché supera le categorie umane del giusto e dell’ingiusto. Non è chiesto neppure di giudicare se stessi, perché anche questo giudizio non sarebbe pienamente veritiero. Solo la Parola di Dio può giudicare e fare luce, “svelare i segreti delle tenebre, manifestare le intenzioni dei cuori” (1Cor 4,5) perché è lei che “è viva ed efficace” (Eb 4,12). Ciò che viene chiesto è di essere fedeli nelle cose che Dio ha chiesto di amministrare, oggi, incarnando lo stile del servo, come viene anche indicato dall’apostolo Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4,10). È il vivere la quotidianità con fedeltà agli impegni, ai misteri di Dio, agli altri, che metterà in pace il nostro cuore, senza che esso possa rimproverarci nulla.

Dall’assunzione di questo atteggiamento nasce la serenità preannunciata nella prima lettura dal Secondo Isaia, attraverso lo svelamento del volto materno e tenero di Dio, che si prende cura del proprio figlio, che lo ama al punto da commuoversi nelle viscere, nel suo grembo di madre; infatti il termine utilizzato è l’ebraico “rahamim”, ovveroviscere materne”. Come una mamma è segnata nelle viscere dalla presenza del figlio, così nelle viscere di Dio resta inciso il passaggio dell’uomo. “Mai” è l’avverbio utilizzato. “Mai” significa che l’abbandono non rientra nelle categorie di Dio. Nemmeno sulla croce quando Cristo grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, nemmeno lì Dio abbandona e abita quel grido straziante. Dio sta nella promessa scalfita sulla croce, nuovo grembo da cui nasce la vita, che quella morte non è la fine di tutto. “Sempre” è l’avverbio di Dio e significa che Lui c’è e che teneramente mi offre il suo grembo, le sue ginocchia, su cui poggiare il mio capo. Sempre. Non mai.

A chi si pone davvero in Ascolto, il Vangelo odierno apre un orizzonte di grande serenità. Stempera il bisogno di controllo che spesso gli uomini hanno sulla propria vita, richiedendo il coraggio di non aver paura e l’umiltà di fidarsi di Colui che orienta le esistenze.

24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.

L’uomo libero è colui che non è servo, né degli uomini né delle cose. È colui che non ha padroni. Prestiamo, però, attenzione. Non è bandita la ricchezza ma, affinché l’uomo diventi davvero libero, deve mutare la relazione tra lui e la ricchezza. Il salmista offre un giusto consiglio: “Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore” (Sal 61,11). Cosa fare della ricchezza dunque? Come utilizzarla? Nel Talmud si racconta un dialogo tra il governatore romano Rufo e un prigioniero, il rabbino Aqivà. Rufo chiede al rabbino: “Se il vostro Dio ama i poveri, perché non procura loro il sostentamento?”. Risponde Aqivà: “Perché noi, per mezzo loro, si possa essere salvati dal decreto della Gehenna” (TB Baba Bathra 10a). Alla luce di ciò analizziamo il termine ricchezza, traendolo dal greco “μαμωνᾷσ”, rivestendolo di un significato neutrale in quanto non è accompagnato da alcun aggettivo qualificante, anche se molti commentatori prediligono l’accezione negativa traducendolo in “ricchezza ingiusta”. La ricchezza, lungi dall’essere vista come peccaminosa, può diventare il nostro modo di rispondere ai bisogni del mondo, rendendoci intermediari e corresponsabili, nel nome e per conto di Dio, della salvezza degli altri. Bisogna permettere un capovolgimento: dal servire la ricchezza al servirsi della ricchezza. Si delinea così l’identità del cristiano impegnato, servo sì, ma non di un padrone, piuttosto di un Padre, nella misura in cui il suo servizio è un atto d’amore incondizionato.

25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?

“Non preoccupatevi” è il ritornello cadenzato che detta un tempo “andante rasserenante” a questo brano. “Non preoccupatevi”. Mi fermo e respiro.

Gesù fa riferimento ai bisogni primari: il mangiare, il bere, il vestirsi. Dobbiamo “occuparci” di queste cose, non dobbiamo “pre-occuparci”, dare ad esse più della necessaria e sufficiente importanza. Il “pre” distoglie dal godere pienamente la vita, ancorandoci solo alla terra. Si ripete la storia di Marta e Maria, torna lo stesso verbo, lo stesso moto del cuore: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,41-42).

26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.

A compensare i “non preoccupatevi” che attraversano il brano, i versetti seguenti ci sollecitano con due imperativi positivi: “Guardate gli uccelli del cielo”, “osservate come crescono i gigli del campo”. Fermatevi. Guardate le cose belle. Respirate. Non restate curvati sulla terra. Guardate il cielo, guardate i fiori, le cose semplici, individuate il positivo. Ringraziate per ciò che avete. Non affannatevi. Perché contate più di tanta bellezza!

29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

“Gente di poca fede”: è l’acme di un climax ascendente di richiami all’uomo. Dio apostrofa l’uomo perché vuole fargli prendere consapevolezza di quanto sia un essere amato. Bene ci dice il libro dei Proverbi: “il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (3,12). E ancora negli Atti degli apostoli si legge: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (3,19). L’amore è la condizione di ogni suo agire.

Sotto un altro punto di vista qui il“pre” è segno della tracotanza, dell’orgoglio dell’uomo, (della sua ὕβϱις, direbbero gli antichi greci), del suo istinto a non voler abbandonare l’ansia di tenere tutto sotto controllo. È segno di una mancata umiltà che spinge a confidare più nelle proprie forze anziché nell’azione di Dio. Di conseguenza, quando gli eventi non si svolgono secondo quanto programmato, ecco la paura, l’angoscia. Ecco che si diventa come i discepoli nel mare in tempesta. Terrorizzati, angosciati, irrigiditi. Eppure sulla loro stessa barca c’era Gesù!

31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 

Questa chiusa riprende le immagini del mangiare, del bere, del vestire con cui Gesù aveva iniziato questa parte del suo discorso. È chiaro, lineare, Gesù. Non vuole lasciare dubbi. L’espressione “andare in cerca”, riferita ai pagani, deriva dal verbo ἐπιζητέω che significa ricercare, bramare, sentire la mancanza ed esprime dunque una sfumatura ancora più forte del precedente “preoccuparsi”. Gesù lascia questa brama ai pagani. Vuole sradicarla dai suoi affinché essi si affidino ad un Padre che provvede il cibo al tempo opportuno, non magicamente, ma predisponendo gli eventi di modo che nulla manchi a loro.

33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

Come si cercano il regno di Dio e la sua giustizia? Amando ogni giorno ciò che custodiamo. Il cosmo, gli eventi, tutto si inchina davanti alla nostra ricerca appassionata dell’Amore. Non è astrattezza o un’immagine effimera e lontana nel tempo e nello spazio, ma è storia quotidiana dell’uomo che decide di donare e donarsi in abbondanza, senza calcolare ricavi e perdite di questo suo essere dono.

Chiediamo la grazia di comprendere, credere e vivere ciò che quotidianamente, nella Celebrazione Eucaristica, durante il rito di comunione, il sacerdote invoca anche per noi: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni; e con l’aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento”. Questa verità cammini dentro il nostro cuore e ci faccia cantare col salmista:

“Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: non potrò vacillare.

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.
Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;
davanti a lui aprite il vostro cuore

(Sal 61)

Maria Chiara Zulato 
http://www.figliedellachiesa.org


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