COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Settimana delle ceneri – meditazioni di Papa Francesco

Papa Francesco
Meditazione mattutina nella Messa a Santa Marta

mercoledi-delle-ceneri13

MERCOLEDÌ DELLE CENERI
Gl 2,12-18; Sal 50; 2 Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

La Parola di Dio, all’inizio del cammino quaresimale, rivolge alla Chiesa e a ciascuno di noi due inviti.

Il primo è quello di san Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Non è semplicemente un buon consiglio paterno e nemmeno soltanto un suggerimento; è una vera e propria supplica a nome di Cristo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (ibid.). Perché un appello così solenne e accorato? Perché Cristo sa quanto siamo fragili e peccatori, conosce la debolezza del nostro cuore; lo vede ferito dal male che abbiamo commesso e subìto; sa quanto bisogno abbiamo di perdono, sa che ci occorre sentirci amati per compiere il bene. Da soli non siamo in grado: per questo l’Apostolo non ci dice di fare qualcosa, ma di lasciarci riconciliare da Dio, di permettergli di perdonarci, con fiducia, perché «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20). Egli vince il peccato e ci rialza dalle miserie, se gliele affidiamo. Sta a noi riconoscerci bisognosi di misericordia: è il primo passo del cammino cristiano; si tratta di entrare attraverso la porta aperta che è Cristo, dove ci aspetta Lui stesso, il Salvatore, e ci offre una vita nuova e gioiosa.

Ci possono essere alcuni ostacoli, che chiudono le porte del cuore. C’è la tentazione di blindare le porte, ossia di convivere col proprio peccato, minimizzandolo, giustificandosi sempre, pensando di non essere peggiori degli altri; così, però, si chiudono le serrature dell’anima e si rimane chiusi dentro, prigionieri del male. Un altro ostacolo è la vergogna ad aprire la porta segreta del cuore. La vergogna, in realtà, è un buon sintomo, perché indica che vogliamo staccarci dal male; tuttavia non deve mai trasformarsi in timore o paura. E c’è una terza insidia, quella di allontanarci dalla porta: succede quando ci rintaniamo nelle nostre miserie, quando rimuginiamo continuamente, collegando fra loro le cose negative, fino a inabissarci nelle cantine più buie dell’anima. Allora diventiamo persino familiari della tristezza che non vogliamo, ci scoraggiamo e siamo più deboli di fronte alle tentazioni. Questo avviene perché rimaniamo soli con noi stessi, chiudendoci e fuggendo dalla luce; mentre soltanto la grazia del Signore ci libera. Lasciamoci allora riconciliare, ascoltiamo Gesù che dice a chi è stanco e oppresso «venite a me» (Mt 11,28). Non rimanere in sé stessi, ma andare da Lui! Lì ci sono ristoro e pace. (…)

C’è un secondo invito di Dio, che dice, per mezzo del profeta Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore» (2,12). Se bisogna ritornare è perché ci siamo allontanati. È il mistero del peccato: ci siamo allontanati da Dio, dagli altri, da noi stessi. Non è difficile rendersene conto: tutti vediamo come facciamo fatica ad avere veramente fiducia in Dio, ad affidarci a Lui come Padre, senza paura; come è arduo amare gli altri, anziché pensare male di loro; come ci costa fare il nostro vero bene, mentre siamo attirati e sedotti da tante realtà materiali, che svaniscono e alla fine ci lasciano poveri. Accanto a questa storia di peccato, Gesù ha inaugurato una storia di salvezza. Il Vangelo che apre la Quaresima ci invita a esserne protagonisti, abbracciando tre rimedi, tre medicine che guariscono dal peccato (cfr Mt 6,1-6.16-18).

In primo luogo la preghiera, espressione di apertura e di fiducia nel Signore: è l’incontro personale con Lui, che accorcia le distanze create dal peccato. Pregare significa dire: “non sono autosufficiente, ho bisogno di Te, Tu sei la mia vita e la mia salvezza”. In secondo luogo la carità, per superare l’estraneità nei confronti degli altri. L’amore vero, infatti, non è un atto esteriore, non è dare qualcosa in modo paternalistico per acquietarsi la coscienza, ma accettare chi ha bisogno del nostro tempo, della nostra amicizia, del nostro aiuto. È vivere il servizio, vincendo la tentazione di soddisfarci. In terzo luogo il digiuno, la penitenza, per liberarci dalle dipendenze nei confronti di quello che passa e allenarci a essere più sensibili e misericordiosi. È un invito alla semplicità e alla condivisione: togliere qualcosa dalla nostra tavola e dai nostri beni per ritrovare il bene vero della libertà.

«Ritornate a me – dice il Signore – ritornate con tutto il cuore»: non solo con qualche atto esterno, ma dal profondo di noi stessi. Infatti Gesù ci chiama a vivere la preghiera, la carità e la penitenza con coerenza e autenticità, vincendo l’ipocrisia. La Quaresima sia un tempo di benefica “potatura” della falsità, della mondanità, dell’indifferenza: per non pensare che tutto va bene se io sto bene; per capire che quello che conta non è l’approvazione, la ricerca del successo o del consenso, ma la pulizia del cuore e della vita; per ritrovare identità cristiana, cioè l’amore che serve, non l’egoismo che si serve. Mettiamoci in cammino insieme, come Chiesa, ricevendo le Ceneri – anche noi diventeremo cenere – e tenendo fisso lo sguardo sul Crocifisso. Egli, amandoci, ci invita a lasciarci riconciliare con Dio e a ritornare a Lui, per ritrovare noi stessi.

(Mercoledì, 10 Febbraio 2016)

GIOVEDÌ DOPO LE CENERI
Dt 30,15-20; Sal 1; Lc 9,22-25
Fermarsi e scegliere

Nella fretta della vita bisogna avere il coraggio di fermarsi e di scegliere. E il tempo quaresimale serve proprio a questo. Nella messa celebrata a stamattina, a Santa Marta, Papa Francesco ha posto l’accento sulla necessità di porsi quelle domande che sono importanti per la vita dei cristiani e di saper fare le scelte giuste. Commentando le letture del giovedì dopo le Ceneri (Deuteronomio 30, 15-20; Salmo 1, Luca 9, 22-25), il Pontefice ha spiegato che «all’inizio del cammino quaresimale, la Chiesa ci fa riflettere sulle parole di Mosè e di Gesù: “Tu devi scegliere”». Si tratta quindi di riflettere sulla necessità che tutti noi abbiamo di fare delle scelte nella vita. «E Mosè — ha sottolineato Francesco — è chiaro: “Vedi, io pongo ciao oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male: scegli”». Infatti «il Signore ci ha dato la libertà, una libertà per amare, per camminare sulle sue strade». E così noi siamo liberi e possiamo scegliere. Purtroppo però, ha avvertito il Papa, «non è facile scegliere». È più comodo «vivere lasciandosi portare dall’inerzia della vita, delle situazioni, delle abitudini». Per questo «oggi la Chiesa ci dice: “Tu sei responsabile; tu devi scegliere”». Ecco allora gli interrogativi sollevati dal Pontefice: «Tu hai scelto? Come vivi? Il tuo modo di vita, il tuo stile di vita, com’è? È dalla parte della vita o dalla parte della morte?».

Naturalmente la risposta dovrebbe essere quella di «scegliere il cammino del Signore. “Io ti comando di amare il Signore”. E così Mosè ci fa vedere la strada del Signore: “Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, perirete”. Scegliere fra Dio e gli altri dei, quelli che non hanno il potere di darci niente, soltanto piccole cosine che passano». Ritornando sulla difficoltà di scegliere, Francesco si è detto consapevole che «noi abbiamo sempre questa abitudine di andare un po’ dove va la gente, un po’ come tutti». Ma, ha proseguito, «oggi la Chiesa ci dice: “Fermati e scegli”. È un buon consiglio. E oggi — ha suggerito il Papa — ci farà bene fermarci e durante la giornata pensare: com’è il mio stile di vita? Per quali strade cammino?».

Dal resto, nella quotidianità noi tendiamo all’atteggiamento opposto. «Tante volte — ha ricordato — viviamo di corsa, viviamo in fretta, senza accorgerci di come sia la strada; e ci lasciamo portare avanti dai bisogni, dalle necessità del giorno, ma senza pensare». Da qui l’invito a fermarsi: «Incomincia la Quaresima così con piccole domande che aiuteranno a pensare: “Come è la mia vita?”». Il primo interrogativo da porsi — ha spiegato il Papa — è: «Chi è Dio per me? Io scelgo il Signore? Com’è il rapporto con Gesù?». E il secondo: «Com’è il rapporto con i tuoi; con i tuoi genitori; con i tuoi fratelli; con la tua sposa; con tuo marito; con i tuoi figli?». Infatti, bastano «queste due domande, e sicuramente troveremo cose che dobbiamo correggere».

Successivamente il Pontefice si è anche chiesto «perché noi andiamo così di fretta nella vita senza sapere su quale strada camminiamo». E anche su questo Francesco è stato esplicito: «Perché vogliamo vincere, vogliamo guadagnare, vogliamo avere successo». Ma Gesù ci fa pensare: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Infatti «una strada sbagliata — ha detto il Papa — è quella di cercare sempre il proprio successo, i propri beni, senza pensare al Signore, senza pensare alla famiglia». Tornano allora le due domande sul rapporto con Dio e con chi ci è caro, visto che «uno può guadagnare tutto, ma alla fine diventare un fallito. Ha fallito. Quella vita è un fallimento». Anche quelle che sembrano aver avuto successo, quelle di donne e di uomini cui «hanno fatto un monumento» o hanno dedicato «un quadro», ma non hanno «saputo scegliere bene fra la vita e la morte».

E per ribadire il concetto, Francesco ha spiegato che «ci farà bene fermarci un po’ — cinque, dieci minuti — e farci la domanda: com’è la velocità della mia vita? Io rifletto sulle cose che faccio? Com’è il mio rapporto con Dio e con la mia famiglia?». In questo «ci aiuterà anche quel consiglio tanto bello del Salmo: “Beato l’uomo che confida nel Signore”». E «quando il Signore ci dà questo consiglio — “Fermati! Scegli oggi, scegli” — non ci lascia soli; è con noi e vuole aiutarci». E noi, da parte nostra dobbiamo «soltanto confidare, avere fiducia in Lui».

Riproponendo le parole del Salmo «Beato l’uomo che confida nel Signore» il Papa ha quindi esortato a essere consapevoli che Dio non ci abbandona. «Oggi, nel momento in cui noi ci fermiamo per pensare a queste cose e prendere decisioni, scegliere qualcosa, sappiamo che il Signore è con noi, è accanto a noi, per aiutarci. Mai ci lascia andare da soli. È sempre con noi. Anche nel momento della scelta». Da qui la duplice consegna conclusiva: «abbiamo fiducia in questo Signore, che è con noi, e quando ci dice “scegli fra il bene e il male” ci aiuta a scegliere il bene». E soprattutto «chiediamogli la grazia di essere coraggiosi», perché «ci vuole un po’ di coraggio» per «fermarsi e chiedersi come sto davanti a Dio, come sono i rapporti con la mia famiglia, cosa devo cambiare, cosa devo scegliere. E Lui — ha assicurato Francesco — è con noi».

(Giovedì, 19 febbraio 2015)

VENERDÌ DOPO LE CENERI
Is 58,1-9a; Sal 50; Mt 9,14-15
Digiuno dall’ingiustizia

«Usare Dio per coprire l’ingiustizia è un peccato gravissimo». Il severo monito contro le iniquità sociali, soprattutto quelle provocate da quanti sfruttano i lavoratori, è stato pronunciato da Papa Francesco (…)

Il Pontefice ha preso spunto dalla preghiera con cui all’inizio del rito è stata elevata al Signore la richiesta «di accompagnarci in questo cammino quaresimale, perché l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito». Cioè, ha chiarito, affinché «quello che noi facciamo esteriormente abbia una corrispondenza, abbia frutti nello Spirito»: insomma, «che quella osservanza esteriore non sia una formalità».

Per rendere più concreta la sua riflessione, Francesco ha fatto l’esempio di chi pratica il digiuno quaresimale pensando: «Oggi è venerdì, non si può mangiare carne, mi farò un bel piatto di frutti di mare, un bel banchetto… Io osservo, non mangio carne». Ma così — ha subito ribattuto — «pecchi di gola». Del resto, proprio «questa è la distinzione fra il formale e il reale» di cui parla la prima lettura liturgica, tratta dal libro del profeta Isaia (58, 1-9a). Nel brano la «gente si lamentava perché il Signore non ascoltava i suoi digiuni». Da parte sua il Signore rimprovera il popolo, con parole che il Pontefice ha così riassunto: «Nel giorno del vostro digiuno, voi curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui». Perciò «questo non è digiuno, non mangiare la carne ma poi fare tutte queste cose: litigare, sfruttare gli operai» e via dicendo.

Anche Gesù, ha aggiunto Francesco, «ha condannato questa proposta della pietà nei farisei, nei dottori della legge: fare tante osservanze esteriori, ma senza la verità del cuore». Il Signore dice infatti: «Non digiunate più come fate oggi, cambiate il cuore. E qual è il digiuno che io voglio? Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo, dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto, vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti, facendo giustizia». Questo, ha precisato il Papa, «è il digiuno vero, che non è soltanto esterno, un’osservanza esterna, ma un digiuno che viene dal cuore».

Successivamente il Pontefice ha fatto notare come «nelle tavole» ci siano «la legge verso Dio e la legge verso il prossimo», e come entrambe vadano insieme. «Io non posso — ha spiegato — dire: compio i tre primi comandamenti… e gli altri più o meno. No, sono uniti: l’amore a Dio e l’amore al prossimo sono un’unità e se vuoi fare penitenza, reale non formale, devi farla davanti a Dio e anche con il fratello, con il prossimo». Basti pensare a ciò che ha detto l’apostolo Giacomo: «Tu potrai avere tanta fede, ma la fede se non fai opere è morta; a che serve?».

Lo stesso vale per «la mia vita cristiana» ha commentato Francesco. E a chi cerca di mettersi a posto con la coscienza assicurando: «Io sono un gran cattolico, padre, mi piace tanto… Io vado sempre a messa, tutte le domeniche, faccio la comunione…» il Papa ha risposto: «Va bene. E com’è il rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi loro il salario giusto? Versi i contributi per la pensione? Per assicurare la salute e le prestazioni sociali?». Purtroppo infatti, ha notato, tanti «uomini e donne hanno fede, ma dividono le tavole della legge: “Sì, io faccio questo”. — “Ma fai elemosina?”. — “Sì, sempre io invio un assegno alla Chiesa”. — “Va bene. Ma alla tua Chiesa, a casa tua, con quelli che dipendono da te, siano i figli, siano i nonni, siano i dipendenti, sei generoso, sei giusto?”». In effetti, è stata la sua constatazione, non si possono «fare offerte alla Chiesa sulle spalle della ingiustizia» perpetrata nei confronti dei propri dipendenti. Ed è proprio quello che il profeta Isaia fa capire: «Non è un buon cristiano quello che non fa giustizia con le persone che dipendono da lui». E non lo è nemmeno «quello che non si spoglia di qualcosa necessaria a lui per dare a un altro che abbia bisogno».

Dunque «il cammino della Quaresima è doppio: a Dio e al prossimo». E deve essere «reale, non meramente formale». Francesco ha ribadito che non si tratta solo «di non mangiare carne il venerdì», cioè di «fare qualcosina» e poi lasciar «crescere l’egoismo, lo sfruttamento del prossimo, l’ignoranza dei poveri». Bisogna compiere un salto di qualità, pensando soprattutto a chi ha meno. Il Pontefice lo ha spiegato rivolgendosi idealmente a ogni fedele: «Come stai di salute tu che sei un buon cristiano?». — «Grazie a Dio bene; ma anche quando ho bisogno vado subito all’ospedale e siccome sono socio di una mutua, subito mi visitano e mi danno le medicine necessarie». — «È una cosa buona, ringrazia il Signore. Ma, dimmi, hai pensato a quelli che non hanno questo rapporto sociale con l’ospedale e quando arrivano devono aspettare sei, sette, otto ore?». Non è un’esagerazione, ha confidato Francesco, rivelando di aver ascoltato un’esperienza del genere da una donna che nei giorni scorsi ha atteso ben otto ore per una visita urgente.

Il pensiero del Papa è andato a tutta la «gente che qui a Roma vive così: bambini e anziani che non hanno la possibilità di essere visitati da un medico». E «la Quaresima serve» proprio «per pensare a loro»; per domandarci cosa possiamo fare per queste persone: «Ma, padre, ci sono gli ospedali». — «Sì, ma devi aspettare otto ore e poi ti danno il turno per una settimana dopo». Invece, ha fatto capire, bisognerebbe preoccuparsi soprattutto delle persone in situazioni di disagio e chiedersi: «Cosa fai per quella gente? Come sarà la tua Quaresima?». — «Grazie a Dio io ho una famiglia che compie i comandamenti, non abbiamo problemi…». — «Ma in questa Quaresima nel tuo cuore c’è posto per quelli che non hanno compiuto i comandamenti? Che hanno sbagliato e sono in carcere?» — «Ma, con quella gente io no…» — «Ma se tu non sei in carcere è perché il Signore ti ha aiutato a non cadere. Nel tuo cuore i carcerati hanno un posto? Tu preghi per loro, perché il Signore li aiuti a cambiare vita?».

Da qui la preghiera conclusiva rivolta da Francesco al Signore affinché accompagni «il nostro cammino quaresimale» facendo sì che «l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito».

(Venerdì, 20 febbraio 2015)

SABATO DOPO LE CENERI
Is 58,9b-14; Sal 85; Lc 5,27-32
Grazie, Signore (Lc 5,27-32) – don Tonino Bello

Signore, ti ringrazio perché mi hai messo al mondo:
aiutami perché la mia vita
possa impegnarla per dare gloria a te e ai miei fratelli.
Ti ringrazio per avermi concesso questo privilegio:
perché tra gli operai scelti, tu hai preso proprio me.
Mi hai chiamato per nome
perché io collabori con la tua opera di salvezza.
Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità,
è sorgente di amore.
Di amore per te, anche di amore per tutti i fratelli.
Signore, io seguo te più da vicino, in modo più stretto.
Voglio vivere in un legame più forte
per poter essere più pronto a darti una mano,
più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti
possano essere salutati da chi sta a valle.
Concedimi il gaudio di lavorare in comunione
e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Salvami, Signore, dalla presunzione di sapere tutto.
Dall’arroganza di chi non ammette dubbi.
Dalla durezza di chi non tollera i ritardi.
Dal rigore di chi non perdona le debolezze.
Dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.
Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita,
perché le parole, quando veicolano la tua,
non suonino false sulle mie labbra

(Don Tonino Bello)



 

 

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Un commento su “Settimana delle ceneri – meditazioni di Papa Francesco

  1. giuma56
    27/02/2017

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Questa voce è stata pubblicata il 27/02/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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