COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

I Settimana di Quaresima – Meditazioni di Papa Francesco

I Settimana di Quaresima
Meditazione mattutina nella Messa a Santa Marta

Lunedì della I Settimana di Quaresima.jpg

Lunedì della I Settimana di Quaresima
Lv 19,1-2.11-18 Sal 18   Mt 25,31-46:
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Guardare al giudizio finale per  vivere meglio il presente

Nel Credo noi professiamo che Gesù «di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». La storia umana ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani. Gesù, durante la vita pubblica, si è soffermato spesso sulla realtà della sua ultima venuta. Oggi vorrei riflettere su tre testi evangelici che ci aiutano ad entrare in questo mistero: quello delle dieci vergini, quello dei talenti e quello del giudizio finale. Tutti e tre fanno parte del discorso di Gesù sulla fine dei tempi, nel Vangelo di san Matteo.

Anzitutto ricordiamo che, con l’Ascensione, il Figlio di Dio ha portato presso il Padre la nostra umanità da Lui assunta e vuole attirare tutti a sé, chiamare tutto il mondo ad essere accolto tra le braccia aperte di Dio, affinché, alla fine della storia, l’intera realtà sia consegnata al Padre. C’è, però, questo “tempo immediato” tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo. In questo contesto del “tempo immediato” si colloca la parabola delle dieci vergini (cfr Mt 25,1-13). Si tratta di dieci ragazze che aspettano l’arrivo dello Sposo, ma questi tarda ed esse si addormentano. All’annuncio improvviso che lo Sposo sta arrivando, tutte si preparano ad accoglierlo, ma mentre cinque di esse, sagge, hanno olio per alimentare le proprie lampade, le altre, stolte, restano con le lampade spente perché non ne hanno; e mentre lo cercano giunge lo Sposo e le vergini stolte trovano chiusa la porta che introduce alla festa nuziale. Bussano con insistenza, ma ormai è troppo tardi, lo Sposo risponde: non vi conosco. Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo. Quello che ci è chiesto è di essere preparati all’incontro – preparati ad un incontro, ad un bell’incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio. La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!

La seconda parabola, quella dei talenti, ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30). Conosciamo bene la parabola: prima della partenza, il padrone consegna ad ogni servo alcuni talenti, affinché siano utilizzati bene durante la sua assenza. Al primo ne consegna cinque, al secondo due e al terzo uno. Nel periodo di assenza, i primi due servi moltiplicano i loro talenti – queste sono antiche monete -, mentre il terzo preferisce sotterrare il proprio e consegnarlo intatto al padrone. Al suo ritorno, il padrone giudica il loro operato: loda i primi due, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, perché ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato! Questo ci dice che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione – noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo. E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro. Nella piazza, ho visto che ci sono molti giovani: è vero, questo? Ci sono molti giovani? Dove sono? A voi, che siete all’inizio del cammino della vita, chiedo: Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato a come potete metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!

Infine, una parola sul brano del giudizio finale, in cui viene descritta la seconda venuta del Signore, quando Egli giudicherà tutti gli esseri umani, vivi e morti (cfr Mt 25,31-46). L’immagine utilizzata dall’evangelista è quella del pastore che separa le pecore dalle capre. Alla destra sono posti coloro che hanno agito secondo la volontà di Dio, soccorrendo il prossimo affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato – ho detto “straniero”: penso a tanti stranieri che sono qui nella diocesi di Roma: cosa facciamo per loro? – mentre alla sinistra vanno coloro che non hanno soccorso il prossimo. Questo ci dice che noi saremo giudicati da Dio sulla carità, su come lo avremo amato nei nostri fratelli, specialmente i più deboli e bisognosi. Certo, dobbiamo sempre tenere ben presente che noi siamo giustificati, siamo salvati per grazia, per un atto di amore gratuito di Dio che sempre ci precede; da soli non possiamo fare nulla. La fede è anzitutto un dono che noi abbiamo ricevuto. Ma per portare frutti, la grazia di Dio richiede sempre la nostra apertura a Lui, la nostra risposta libera e concreta. Cristo viene a portarci la misericordia di Dio che salva. A noi è chiesto di affidarci a Lui, di corrispondere al dono del suo amore con una vita buona, fatta di azioni animate dalla fede e dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, guardare al giudizio finale non ci faccia mai paura; ci spinga piuttosto a vivere meglio il presente. Dio ci offre con misericordia e pazienza questo tempo affinché impariamo ogni giorno a riconoscerlo nei poveri e nei piccoli, ci adoperiamo per il bene e siamo vigilanti nella preghiera e nell’amore. Il Signore, al termine della nostra esistenza e della storia, possa riconoscerci come servi buoni e fedeli. Grazie.

(Udienza generale, Piazza San Pietro, Mercoledì, 24 aprile 2013)

Martedì della I Settimana di Quaresima
Is 55,10-11 Sal 33 Mt 6,7-15: Voi dunque pregate così.
Il Padre Nostro è lo spazio della preghiera cristiana

Quando preghiamo il Padre Nostro arriviamo fino alle radici della nostra identità: Papa Francesco ha preso spunto dalla Lettura del Vangelo (Mt 6,7-15) per parlare della preghiera più importante per un cristiano, quella che ci ha insegnato direttamente Gesù.

“Questo Padre che ci dà proprio l’identità di figli. E quando io dico ‘Padre’ ma arrivo fino alle radici della mia identità: la mia identità cristiana è essere figlio e questa è una grazia dello Spirito. Nessuno può dire ‘Padre’ senza la grazia dello Spirito. ‘Padre’ che è la parola che Gesù usava nei momenti più forti: quando era pieno di gioia, di emozione: ‘Padre, ti rendo lode, perché tu riveli queste cose ai bambini’; o piangendo, davanti alla tomba del suo amico Lazzaro: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato’; o poi, dopo, alla fine, nei momenti finali della sua vita, alla fine”:

“Padre. E’ sentire lo sguardo del Padre su di me, sentire che quella parola ‘Padre’ non è uno spreco come le parole delle preghiere dei pagani: è una chiamata a Colui che mi ha dato l’identità di figlio. Questo è lo spazio della preghiera cristiana – ‘Padre’ – e poi preghiamo tutti i Santi, gli Angeli, facciamo anche le processioni, i pellegrinaggi… Tutto bello, ma sempre incominciando con ‘Padre’ e nella consapevolezza che siamo figli e che abbiamo un Padre che ci ama e che conosce i nostri bisogni tutti. Questo è lo spazio”.

“E’ buono che alcune volte facciamo un esame di coscienza su questo. Per me Dio è Padre, io lo sento Padre? E se non lo sento così, ma chiedo allo Spirito Santo che mi insegni a sentirlo così. Ed io sono capace di dimenticare le offese, di perdonare, di lasciar perdere e se no, chiedere al Padre ‘ma anche questi sono i tuoi figli, mi hanno fatto una cosa brutta… aiutami a perdonare’?. Facciamo questo esame di coscienza su di noi e ci farà bene, bene, bene. ‘Padre’ e ‘nostro’: ci dà l’identità di figli e ci dà una famiglia per ‘andare’ insieme nella vita”.

(16 giugno 2016 a casa Santa Marta)

Mercoledì della I Settimana di Quaresima
Gio 3,1-10 Sal 50 Lc 11,29-32:
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.
Dio delle sorprese

All’omelia il Pontefice si è soffermato soprattutto sul brano del Vangelo di Luca (11, 29-32) in cui Gesù apostrofa le folle che si accalcavano per ascoltarlo come «una generazione malvagia» perché «cerca un segno». Secondo il vescovo di Roma «è evidente che Gesù parla ai dottori della legge», che «parecchie volte nel Vangelo» gli chiedono «un segno». Essi, infatti, «non vedevano tanti segni di Gesù». Ma proprio per questo «Gesù li rimprovera» in diverse occasioni: «Voi siete incapaci di vedere i segni dei tempi», dice loro nel Vangelo di Matteo ricorrendo all’immagine dell’albero del fico: «Quando il suo ramo diventa tenero e germogliano le foglie è vicina l’estate; e voi non capite i segni dei tempi».

Papa Francesco ha esortato dunque a interrogarsi sul motivo per cui i dottori della legge non capivano i segni dei tempi, invocando un segno straordinario. E ha proposto alcune risposte: la prima è «perché erano chiusi. Erano chiusi nel loro sistema, avevano sistemato la legge benissimo, un capolavoro. Tutti gli ebrei sapevano che cosa si poteva fare, che cosa non si poteva fare, fino a dove si poteva andare. Era tutto sistemato». Ma Gesù li spiazza facendo «cose strane», come «andare con i peccatori, mangiare con i pubblicani». E questo ai dottori della legge «non piaceva, era pericoloso; era in pericolo la dottrina, che loro, i teologi, avevano fatto nei secoli».

In proposito il vescovo di Roma ha riconosciuto che si trattava di una legge «fatta per amore, per essere fedeli a Dio», ma era divenuta ormai un sistema normativo chiuso. Essi «semplicemente avevano dimenticato la storia. Avevano dimenticato che Dio è il Dio della legge», ma è anche «il Dio delle sorprese. E anche al suo popolo, Dio ha riservato sorprese tante volte»: basti pensare a «come li ha salvati» nel mar Rosso dalla schiavitù d’Egitto, ha ricordato il Papa.

Nonostante ciò, comunque, essi «non capivano che Dio è sempre nuovo; mai rinnega se stesso, mai dice che quello che aveva detto era sbagliato, mai; ma sorprende sempre. E loro non capivano e si chiudevano in quel sistema fatto con tanta buona volontà; e chiedevano» a Gesù di dar loro «un segno», continuando a non capire invece «i tanti segni che faceva Gesù» e rimanendo in un atteggiamento di totale «chiusura».

La seconda risposta all’interrogativo iniziale, ha fatto notare il Pontefice, va ricondotta al fatto che essi «avevano dimenticato che erano un popolo in cammino. E quando uno è in cammino trova sempre cose nuove, cose che non conosce. E queste cose dovevano assumerle in un cuore fedele al Signore, nella legge». Ma, anche in questo caso, «un cammino non è assoluto in se stesso, è il cammino verso un punto: verso la manifestazione definitiva del Signore». Del resto, tutta «la vita è un cammino verso la pienezza di Gesù Cristo, quando verrà la seconda volta. È un cammino verso Gesù, che tornerà nella gloria, come avevano detto gli angeli agli apostoli il giorno dell’ascensione».

Insomma, ha ribadito Papa Francesco ripetendo le parole del brano evangelico, «questa generazione cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona»: ovvero — ha chiarito — «il segno della risurrezione, della gloria, di quella escatologia verso la quale andiamo in cammino». Però molti dei suoi contemporanei «erano chiusi in se stessi, non aperti al Dio delle sorprese»; erano uomini e donne che «non conoscevano il cammino e nemmeno questa escatologia, al punto tale che quando in Sinedrio, il sacerdote domanda a Gesù: “Ma di’, tu sei il Figlio dell’uomo?” e Gesù dice: “Sì, e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza, venire sulle nubi del cielo”, questi si stracciarono le vesti, si scandalizzarono. “Ha bestemmiato! Bestemmia!”, gridavano». Il segno che Gesù dà per loro era una bestemmia.

Per questo motivo, ha spiegato il Papa, Gesù li definisce «generazione malvagia», in quanto «non hanno capito che la legge che loro custodivano e amavano era una pedagogia verso Gesù Cristo». Infatti «se la legge non porta a Gesù Cristo, non ci avvicina a Gesù Cristo, è morta». E per questo Gesù rimprovera i membri di quella generazione «di essere chiusi, di non essere capaci di conoscere i segni dei tempi, di non essere aperti al Dio delle sorprese, di non essere in cammino verso quel trionfo finale del Signore», al punto «che quando lui lo esplicita, essi credono che sia una bestemmia».

Da qui la consegna finale a riflettere su questo tema, a interrogarsi sui due aspetti, chiedendosi: «Io sono attaccato alle mie cose, alle mie idee, chiuso? O sono aperto al Dio delle sorprese?». E ancora: «Sono una persona ferma o una persona che cammina?». E in definitiva, ha concluso, «io credo in Gesù Cristo e in quello che ha fatto», cioè «è morto, risorto… credo che il cammino vada avanti verso la maturità, verso la manifestazione di gloria del Signore? Io sono capace di capire i segni dei tempi ed essere fedele alla voce del Signore che si manifesta in essi?».

(Domus Sanctae Marthae Lunedì, 13 ottobre 2014)

Una preghiera per ogni dito della mano.jpg

Giovedì della I Settimana di Quaresima
Est 4,17k-u   Sal 137   Mt 7,7-12: Chiunque chiede, riceve.
Una preghiera per ogni dito della mano

Quando era Arcivescovo di Buenos Aires, Papa Francesco scrisse una bellissima preghiera sulle dita di una mano: in verità più che una preghiera vera e propria, si tratta di una guida alla preghiera che utilizza le dita della mano per ricordare i passaggi fondamentali necessari nella preghiera.

Il POLLICE è il dito più vicino a te. Inizia quindi a pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone che più facilmente tornano nei nostri ricordi. Pregare per le persone a noi care è “un dolce obbligo”.

Il dito seguente è l’INDICE. Prega per chi insegna, educa e medica, quindi per maestri, professori, medici e sacerdoti. Questi hanno bisogno di sostegno e saggezza affinché possano indicare la via giusta agli altri. Non dimenticarli mai nelle tue preghiere.

Il dito seguente, il MEDIO, è il più alto. Ci fa ricordare i nostri governatori. Prega per il presidente, per i parlamentari, per gli imprenditori e per gli amministratori. Sono loro che dirigono il destino della nostra patria e che guidano l’opinione pubblica. Hanno bisogno della guida di Dio.

Il quarto dito è il dito ANULARE. Nonostante possa sorprendere i più, è questo il nostro dito più debole, e qualunque insegnante di pianoforte lo può confermare. Bisogna ricordarsi di pregare per i più deboli, per coloro che hanno tanti problemi da affrontare o che sono affaticati dalle malattie. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Non saranno mai troppe le preghiere per queste persone. Inoltre ci invita a pregare per i matrimoni.

E per ultimo c’è il nostro dito MIGNOLO, il più piccolo tra tutte le dita, piccolo come bisogna sentirsi di fronte a Dio e agli altri. Come dice la Bibbia “gli ultimi saranno i primi”. Il mignolo ti ricorda che devi pregare per te stesso. Solo quando avrai pregato per gli altri quattro gruppi, potrai vedere nella giusta ottica i tuoi bisogni e pregare meglio per te.

Venerdì della I settimana di Quaresima
Ez 18,21-28   Sal 129   Mt 5,20-26: Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.
Anche la lingua può uccidere

La collera e l’insulto al fratello possono uccidere. Lo ha ricordato Papa Francesco nella messa a Santa Marta, commentando il brano del vangelo di Matteo (5, 20-26) della liturgia del giorno, dove si narra che chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. (…)

Ricordando San Giovanni che a proposito di chi esprime risentimento e odio verso il fratello in realtà, nel suo cuore, già lo uccide, il Papa ha sottolineato la necessità di entrare nella logica del perfezionamento, quella cioè «di rivedere la nostra condotta». Evidentemente, si richiama il tema «dello screditare il fratello a partire dalle nostre passioni interiori. È in pratica il tema dell’insulto». D’altra parte, il Pontefice ha fatto notare ironicamente, quanto sia diffuso «nella tradizione latina» il ricorso all’insulto, con «una creatività meravigliosa, perché ne inventiamo uno dopo l’altro».

Finché «l’epiteto è amichevole, passi pure» ha ammesso il Papa. Ma «il problema è quando c’è un altro epiteto» più offensivo. «Allora, ha detto, andiamo a qualificarlo con una serie di definizioni che non sono esattamente evangeliche». In pratica, ha spiegato, l’insulto è un modo per sminuire l’altro. Infatti «non c’è bisogno di andare dallo psicologo per sapere che quando uno sminuisce l’altro è perché non può crescere, ha bisogno che l’altro vada più in basso per sentirsi qualcuno. Sono meccanismi brutti». Al contrario, ha ricordato il Papa, Gesù con tutta semplicità dice: «Non parlate male degli altri, non sminuitevi, non squalificatevi. In fondo tutti stiamo procedendo per lo stesso cammino».

Questa riflessione trova ispirazione nel passo del vangelo del giorno, che, ha ricordato il Papa, è in continuità con il discorso della montagna. Gesù, ha detto, «annuncia la nuova legge. Gesù è il nuovo Mosè che Dio aveva promesso: darò un nuovo Mosè… E annuncia la nuova legge. Sono le beatitudini. Il sermone della montagna». Come Mosè sul monte Sinai aveva annunciato la legge, così Gesù è venuto a dire «che non viene a dissolvere la legge antecedente, ma a darle compimento, a farla avanzare, a farla maturare di più», per farla arrivare alla pienezza. Gesù, ha proseguito il Papa, «chiarisce molto bene che non viene ad abolire la legge fino a che l’ultimo punto e l’ultima virgola della legge siano compiuti». Anzi, è venuto per spiegare cosa sia questa nuova legge: «Evidentemente stava facendo un aggiustamento, stava adattandola ai nuovi parametri legali». È certamente una riforma; e tuttavia si tratta di «una riforma senza rottura, una riforma nella continuità: dal seme fino al frutto».

Quando Gesù fa questo discorso, ha proseguito il Pontefice, inizia con una frase: «La vostra giustizia deve essere superiore a quella che state vedendo ora, quella degli scribi e dei farisei». E se questa giustizia non sarà «superiore, si perderanno, non entreranno nel regno dei Cieli». Per questo, colui che «entra nella vita cristiana, colui che accetta di seguire questo cammino, ha esigenze superiori a quelle di tutti gli altri». E qui una puntualizzazione: «Non ha vantaggi superiori, no! Ha esigenze superiori». E proprio Gesù ne menziona alcune tra le quali «l’esigenza della convivenza», ma poi indica anche «il tema della relazione negativa verso i fratelli». Le parole di Gesù, ha sottolineato il Pontefice, non lasciano via di scampo: «Voi avete ascoltato che è stato detto nel passato: non ucciderai. Colui che uccide deve essere portato in tribunale. Ma io vi dico che ognuno che si adira contro il suo fratello merita di essere condannato e ognuno che lo insulta merita di essere castigato dal tribunale».

Riguardo all’insulto, ha fatto notare il Papa, Gesù è ancora più radicale e «va molto più in là». Perché dice che quando già «cominci a sentire nel tuo cuore qualcosa di negativo» contro il fratello e lo esprimi «con un insulto, con una maledizione, o con collera, c’è qualcosa che non funziona. Ti devi convertire, devi cambiare».

A questo proposito Papa Francesco ha ricordato l’apostolo Giacomo che dice che «una barca si guida con il timone e una persona la guida la lingua». Dunque, ha sottolineato il Santo Padre, se qualcuno «non è capace di dominare la lingua, si perde». È un punto debole per l’uomo. È una questione che viene da lontano, perché «quell’aggressività naturale che ebbe Caino nei riguardi di Abele si ripete lungo la storia. Non è che siamo cattivi; siamo deboli e peccatori». Ecco perché, ha proseguito, «è molto più facile risolvere una situazione con un insulto, con una calunnia, con una diffamazione, che risolverla con le buone, come dice Gesù». D’altra parte, Gesù è chiaro in proposito, quando invita a mettersi d’accordo con il nemico e ad arrivare a una intesa per non finire in tribunale. E va anche più in là. «Se vai a lodare il Padre tuo, ha aggiunto il Papa, e vai a presentare l’offerta all’altare e ti rendi conto che hai un problema con il tuo fratello, prima risolvi il problema».

In conclusione il Pontefice ha chiesto al Signore la grazia per tutti di «stare attenti un po’ di più alla lingua riguardo a quello che diciamo degli altri». È senza dubbio «una piccola penitenza, però dà buoni frutti». È vero che ciò richiede sacrificio e sforzo, perché è molto più facile gustare «il frutto di un commento saporoso contro l’altro»; Alla lunga questa «fame fruttifica e ci fa bene». Da qui la necessità di chiedere al Signore la grazia di «conformare la nostra vita a questa nuova legge, che è la legge della mansuetudine, legge dell’amore, legge della pace», cominciando a «potare un pochino la nostra lingua, a potare un pochino i commenti che facciamo sugli altri o le esplosioni che ci portano all’insulto, alla collera facile».

Messa a Santa Marta – Giovedì, 13 giugno 2013
(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 135, Ven.14/06/2013)

Sabato della I settimana di Quaresima
Dt 26,16-19   Sal 118   Mt 5,43-48: Siate perfetti come il Padre vostro celeste. L’ultimo scalino

Sulla strada del cristiano «non c’è posto per l’odio»: se, come «figli», i credenti vogliono «assomigliare al Padre», non devono limitarsi alla semplice «lettera della legge», ma vivere ogni giorno il «comandamento dell’amore». Fino ad arrivare «a pregare per i nemici»: cioè all’«ultimo scalino» che è necessario salire per guarire il «cuore ferito dal peccato». Così Papa Francesco, nella messa celebrata a Santa Marta martedì 14 giugno, ha sottolineato come Gesù, ribaltando l’idea di «prossimo», sia venuto per portare la legge alla «pienezza». Gesù infatti — ha detto — è «venuto non per cancellare la legge», colpa di cui era accusato dai suoi nemici, ma «per portarla alla pienezza». Tutta, «fino all’ultimo iota».

All’epoca, infatti, i dottori della legge ne davano «una spiegazione troppo teorica, casistica». Di fatto, ha spiegato il Pontefice, era una visione «in cui non c’era il cuore proprio della legge, che è l’amore» dato da Dio «a noi». Al centro non c’era più quello che nell’Antico testamento era il «comandamento più grande» — ovvero «amare Dio, con tutto il cuore, con tutte le tue forze, con tutta l’anima, e il prossimo come te stesso» — ma una casistica che cercava solo di capire: «Ma si può fare questo? Fino a che punto si può fare questo? E se non si può?».

Gesù, quindi, «prendendo spunto dai comandamenti», cerca di recuperare «il vero senso della legge per portarlo alla sua pienezza». Così, ad esempio, riguardo al quinto comandamento ricorda: «È stato detto “non uccidere”. È vero! Ma se tu insulti tuo fratello, stai uccidendo». Cioè spiega che «ci sono tante forme, tante maniere di uccidere». Così «va come raffinando la legge». E ancora: «Se tuo fratello ti chiede il vestito, dagli anche il mantello! E se ti chiede di andare per un chilometro con lui, ma va per due!». Gesù cioè, ha commentato il Papa, chiede sempre qualcosa di «più generoso», perché «l’amore è più generoso della lettera, della lettera della legge».

Questo «lavoro» di perfezionamento non serve solo «per il compimento della legge, ma è un lavoro di guarigione del cuore». Nei brani evangelici in cui Gesù porta avanti questa spiegazione dei comandamenti, ha detto Francesco, «c’è un cammino di guarigione di un cuore ferito dal peccato originale». Ed è un cammino proposto a tutti, perché «tutti noi abbiamo il cuore ferito dal peccato, tutti». E giacché Gesù raccomanda di essere «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», per «assomigliare al Padre», per essere davvero «figli», dobbiamo seguire proprio «questa strada di guarigione».

Riprendendo il brano evangelico proposto dal brano dalla liturgia tratto dal Vangelo di Matteo (5, 43-48) — nel quale Gesù ricorda: «Avete inteso che fu detto? Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico», e quindi aggiunge: «Ma io vi dico amate i vostri nemici!» — il Papa ha sottolineato che in questa strada «non c’è posto per l’odio». L’asticella si alza sempre più: Gesù prima «ci porta a dare più ai nostri fratelli, ai nostri amici», adesso anche «ai nostri nemici». Infatti «l’ultimo scalino di questa scala» verso la guarigione porta la raccomandazione: «Pregate per quelli che vi perseguitano».

Un comandamento — quello di «pregare per i nemici» — che ci può spiazzare, perché a noi, «per la ferita che tutti noi abbiamo nel cuore», ci viene naturale augurare «qualcosa un po’ brutta» a un nemico che, per esempio, sparla di noi. Invece «Gesù ci dice: “No, no! Prega per lui e fai penitenza per lui”».

In tal senso il Pontefice ha raccontato come quando era ragazzo sentiva parlare «di uno dei grandi dittatori che erano nel mondo nel dopoguerra», del quale si diceva: «Che Dio lo porti all’inferno il più presto possibile!». Se dal cuore usciva in maniera immediata questo sentimento, il comandamento nuovo invece chiedeva: «Pregate per questo». Certo, ha aggiunto Francesco, «è più facile pregare per uno che è lontano, per un dittatore lontano, che pregare per quello che me l’ha fatta brutta, brutta, brutta». Eppure è proprio questo che «ci chiede Gesù».

Verrebbe da chiedere: «Ma perché, Signore, tanta generosità?». La risposta la dà Gesù proprio nel brano evangelico: per essere «figli del Padre vostro che è nei cieli». Se così «fa il Padre», così siamo chiamati a fare per essere «figli». Questa «guarigione del cuore», cioè, «ci porta a diventare più figli». E cosa fa il Padre? «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni; fa piovere sui giusti e sugli ingiusti», perché «è Padre di tutti».

Altra obiezione: ma Dio è padre anche «di quel delinquente, di quel dittatore?». La risposta è chiara: «Sì è padre! Come è padre mio! Lui non rinnega mai la sua paternità!». E se vogliamo «assomigliare» a lui, dobbiamo andare «su questa via». Infatti Gesù conclude il discorso dicendo: «E voi siate perfetti come è perfetto il vostro Padre». Cioè, ha spiegato il Pontefice, ci viene proposta «una strada che non ha fine», perché «tutti i giorni dobbiamo fare qualcosa del genere».

A tale riguardo Francesco ha proposto a tutti «una cosa pratica», ovvero chiedersi: «io prego per i miei nemici o mi viene di augurare loro qualcosa di brutto?». Bastano «cinque minuti, non di più» per chiedersi: «Chi sono i miei nemici o quelli che mi hanno fatto del male o che io non amo o con i quali c’è una spaccatura fra di noi? Chi sono? Io prego per questi?». Ognuno, ha aggiunto il Papa, «dia la risposta». E ha concluso: «Che il Signore ci dia la grazia» di «pregare per i nemici; pregare per quelli che ci vogliono male, che non ci vogliono bene; pregare per quelli che ci fanno del male, che ci perseguitano», con «nome e cognome». E vedremo che questa preghiera porterà due frutti: al nostro nemico «lo farà migliorare, perché la preghiera è potente», e a noi «ci farà più figli del Padre».

Messa a Santa Marta – 2016-06-14 L’Osservatore Romano


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Questa voce è stata pubblicata il 05/03/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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