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Esodo (2) Il grido che ci fa ricchi

Le levatrici d’Egitto/2
Riflessione di Luigino Bruni sul libro dell’Esodo.

In cammino di Esodo (2) lavoranti-egizi1

Il grido che ci fa ricchi:
Il nostro è un Dio che ascolta

Svégliati! Perché dormi, Signore?
Déstati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto,
dimentichi la nostra miseria e oppressione? La nostra gola è immersa nella polvere,
il nostro ventre è incollato al suolo. Àlzati! (Salmo 44)

La prima preghiera che incontriamo nella Bibbia è un grido, un urlo verso il cielo che si alza da un popolo oppresso. Per fare l’esperienza della liberazione occorre prima aver sentito il bisogno di essere liberati, e poi gridare, credendo o sperando che di là, o lassù, ci sia qualcuno a raccogliere quel grido. Se invece non ci sentiamo oppressi da nessun faraone, o se abbiamo perso la speranza che qualcuno ascolti il nostro grido, non abbiamo ragioni per gridare e non siamo liberati.

Mosè inizia la sua vita pubblica uccidendo un uomo: “Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’Egiziano e lo sotterrò nella sabbia” (2,11-12). Mosè, l’annunciatore della Legge “non uccidere”, diventa assassino. In questo incipit della storia di Mosè, misterioso e per noi un po’ sconcertante, ritorna una delle leggi più profonde della Bibbia. I patriarchi e i profeti biblici non sono eroi né modelli di virtù. Ci si mostrano come donne e uomini tutti interi, talmente umani da includere nel loro repertorio persino il gesto omicida di Caino. È sulla loro umanità a tutto tondo che arrivano le loro immense vocazioni, che iniziano e terminano le loro grandi esperienze spirituali e sempre umane. Solo se prendiamo su di noi la loro umanità tutta intera, può accadere che le loro storie di salvezza diventino anche le nostre, nostre le loro speranze e le loro liberazioni.

Dopo quell’omicidio, Mosè ha paura e fugge dall’Egitto, e arriva nella terra di Madian come straniero (2,15). Gli anni che Mosè trascorre dai madianiti separato dal suo popolo, sono anche l’immagine dell’eclisse di Dio che Israele sta vivendo in Egitto. L’oppressione del popolo, le levatrici d’Egitto, Mosè salvato dalle donne e dalle acque, si svolgono dentro un orizzonte di silenzio di Dio, in una notte dell’Alleanza. Dio in Egitto tace, come se avesse dimenticato la sua Alleanza. La promessa si è abbuiata, il popolo dell’Alleanza è oppresso e schiavo in una terra straniera. Ma il popolo oppresso riesce a trovare la forza per gridare, e sarà il suo urlo a porre fine a questa notte: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne prese cura” (2,24-25).

Fino a questo grido, nella preistoria e storia di Israele abbiamo incontrato steli, altari e sacrifici che i patriarchi hanno alzato verso il cielo per ringraziare. Ma per trovare la prima preghiera siamo dovuti scendere in Egitto, e arrivare fino ai campi di lavoro forzato. Da lì si è alzata verso il cielo la prima preghiera d’Israele, che fu urlo collettivo di un intero popolo schiavo. E come quando Dio udì nel deserto il pianto del bambino di Agar (Gen 21,17), anche ora ascolta un pianto-preghiera di oppressi. E risponde. Il Dio biblico non è il dio dei filosofi: YWHW si commuove, si dimentica, si indigna, ha orecchie per poter ascoltare il grido dell’oppresso; si ricorda, si prende cura.

In questo grido che sale e che trova ascolto si nasconde allora qualcosa di prezioso. Se anche Dio può ‘dimenticarsi’ del patto, e se le grida del popolo oppresso sono riuscite a fargli ricordare le promesse fatte, allora gridare è molto importante. È importante sempre, ma è essenziale quando si eclissa un patto e siamo abbandonati da chi aveva stabilito con noi un’alleanza, quando siamo lasciati da qualcuno con cui ci eravamo fatti delle promesse. Se le urla di dolore dei poveri fecero terminare il silenzio del cielo e poi aprirono il mare, allora anche noi possiamo e dobbiamo gridare quando chi è legato a noi da un patto di reciprocità ci dimentica e ci lascia schiavi in Egitto.

Se Dio si dimenticò del suo patto e il grido del povero glielo ricordò, allora Marco può, deve, gridare quando Giovanna, dimenticando il suo patto matrimoniale, è uscita di casa e non è tornata. Possiamo e dobbiamo gridare quando Franco, con cui avevamo coltivato e costruito il sogno di una cooperativa con e per i poveri, ha seguito i miraggi dei molti guadagni, e ci ha lasciati. Possiamo e dobbiamo gridare quando chi abbiamo mandato in parlamento e nelle amministrazioni pubbliche dimentica il patto politico per il Bene comune e lascia i poveri morire sotto l’oppressione degli imperatori dell’azzardo o delle armi.

Quando un’alleanza si spezza e, senza colpa, finiamo ai lavori forzati sotto gli imperi, la prima cosa che dobbiamo fare è gridare, urlare. Queste grida che salgono verso chi si è dimenticato della sua alleanza con noi, sono il primo passo di una possibile riconciliazione, perché dicono a noi e agli altri che siamo coscienti di trovarci ingiustamente in Egitto, che soffriamo e vogliamo uscire da quella schiavitù.

Gridare, però, non è sempre facile. La prima condizione per poter gridare è credere che chi ci ha abbandonato può essere raggiunto dal nostro dolore, commuoversi per il nostro pianto, ricordarsi del patto e voler continuare l’alleanza. Si grida quando si crede che l’altro ci può ancora ascoltare, e può ricominciare. Il popolo ebraico gridò perché credeva ancora nell’Alleanza e nella promessa, e credeva che il cielo verso cui gridare non fosse vuoto. Quando, invece, si perde la fede-speranza che ricominciare è ancora possibile, il grido si spegne in gola, non si grida più, e il non-grido è il primo segno che in noi è morta la fede-speranza in quel rapporto.

Le persone, le comunità, popoli interi, hanno imparato a pregare gridando. Si scopre che il cielo non è vuoto quando lo chiamiamo forte chiedendo, implorando, che ci ascolti. Quando esauriti gli sguardi laterali e frontali, all’improvviso e con stupore senti che te ne resta ancora uno: lo sguardo si alza verso il cielo, occhi e voce assieme. Ed inizia il tempo della preghiera vera.

Ci sono tanti patti che muoiono e non risorgono perché qualcuno non vuole o non riesce ad ascoltare il nostro grido di dolore. Gridiamo, urliamo, e nessuno risponde. Di questi non ascolti delle nostre grida è piena la terra. Ma ci sono altri patti che non vengono risanati perché non riusciamo a gridare. Non ci riusciamo per mancanza di fede-fiducia in quel patto spezzato, per orgoglio, o per il troppo dolore che ci ha tolto il fiato. Non avendo gridato, nessuno l’ha ascoltato, il liberatore non è arrivato per mancanza del grido di dolore. E così non sapremo mai se dall’altra parte c’era invece qualcuno che non aspettava altro che udire il nostro grido per ricominciare, e che magari continua ancora ad attenderlo. Non riusciamo a curare i nostri patti spezzati se perdiamo la fede che chi ci ha abbandonato (o che sembra averlo fatto) può ancora ascoltare il nostro grido, commuoversi, e forse ricominciare. C’è poi anche chi è certo che l’altro non ascolterà e non risponderà, ma grida ugualmente; e non è raro che la fede-fiducia torni dopo questo grido disperato. Gridare può essere un canto d’amore, anche quando è una preghiera-disperata.

I poveri continuano a soffrire. Qualche volta riescono a gridare, ogni tanto qualcuno raccoglie il loro grido, e arrivano le liberazioni. Per essere liberati e fare l’esperienza della liberazione, occorre però essere poveri, sentire qualche forma di indigenza. Anche se può apparire paradossale a chi della vita conosce soltanto il lato dei consumi e dei piaceri, l’assenza di grida può essere una grave forma di povertà. I ricchi e i potenti non gridano, e così non possono essere liberati: restano schiavi nelle loro opulenze, e non fanno l’esperienza della liberazione, che è tra le più grandi e sublimi che la terra conosca. La grande indigenza della nostra società è indigenza di liberazioni, perché le ricchezze fittizie di merci ci stanno convincendo di non aver più bisogno di essere liberati. Siamo schiavi in altri lavori forzati, ma le nuove ideologie dei nuovi faraoni riescono a non farci sentire il bisogno di liberazione. Non c’è schiavitù più grave di chi non avverte la propria condizione di schiavo. È una schiavitù peggiore di quella di chi, sentendosi oppresso, non grida più perché crede che nessuno lo potrà ascoltare e liberare (che pur sono abbondanti nelle nostre città mute). Oggi i ‘popoli’ più poveri sono quelli opulenti che non gridando non vedono o non riconoscono Mosè, e non assistono al miracolo di un mare che si apre verso una terra dove ‘scorre latte e miele’.

I lavori e i non-lavori forzati continuano a crescere nel mondo, ma dai nostri campi di lavoro non si elevano più grida verso il cielo. È solo tornando indigenti di liberazioni che ritroveremo la forza di gridare insieme, vedremo arrivare nuovi Mosè, e ci metteremo in cammino per attraversare il mare.

di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 17/08/2014

 

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Questa voce è stata pubblicata il 10/03/2017 da in Bibbia, ITALIANO, Le levatrici d'Egitto.

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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