COMBONIANUM – Formazione Permanente

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II Settimana di Quaresima – Meditazioni di Papa Francesco

II Settimana di Quaresima – Meditazioni di Papa Francesco
Meditazione mattutina nella Messa a Santa Marta

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Lunedì della II settimana di Quaresima
Dn 9,4-10   Sal 78   Lc 6,36-38: Perdonate e sarete perdonati

Misericordiosi come il Padre

Abbiamo ascoltato il brano del Vangelo di Luca (6,36-38) da cui è tratto il motto dell’Anno Santo straordinario: Misericordiosi come il Padre. L’espressione completa è: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (v. 36). Non si tratta di uno slogan ad effetto, ma di un impegno di vita. Per comprendere bene questa espressione, possiamo confrontarla con quella parallela del Vangelo di Matteo, dove Gesù dice: «Voi dunque siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). Nel cosiddetto discorso della montagna, che si apre con le Beatitudini, il Signore insegna che la perfezione consiste nell’amore, compimento di tutti i precetti della Legge. In questa stessa prospettiva, san Luca esplicita che la perfezione è l’amore misericordioso: essere perfetti significa essere misericordiosi. Una persona che non è misericordiosa è perfetta? No! Una persona che non è misericordiosa è buona? No! La bontà e la perfezione si radicano nella misericordia. Certo, Dio è perfetto. Tuttavia, se lo consideriamo così, diventa impossibile per gli uomini tendere a quella assoluta perfezione. Invece, averlo dinanzi agli occhi come misericordioso, ci permette di comprendere meglio in che cosa consiste la sua perfezione e ci sprona ad essere come Lui pieni di amore, di compassione, di misericordia.

Ma mi domando: le parole di Gesù sono realistiche? È davvero possibile amare come ama Dio ed essere misericordiosi come Lui?

Se guardiamo la storia della salvezza, vediamo che tutta la rivelazione di Dio è un incessante e instancabile amore per gli uomini: Dio è come un padre o come una madre che ama di insondabile amore e lo riversa con abbondanza su ogni creatura. La morte di Gesù in croce è il culmine della storia d’amore di Dio con l’uomo. Un amore talmente grande che solo Dio lo può realizzare. È evidente che, rapportato a questo amore che non ha misura, il nostro amore sempre sarà in difetto. Ma quando Gesù ci chiede di essere misericordiosi come il Padre, non pensa alla quantità! Egli chiede ai suoi discepoli di diventare segno, canali, testimoni della sua misericordia.

E la Chiesa non può che essere sacramento della misericordia di Dio nel mondo, in ogni tempo e verso tutta l’umanità. Ogni cristiano, pertanto, è chiamato ad essere testimone della misericordia, e questo avviene in cammino di santità. Pensiamo a quanti santi sono diventati misericordiosi perché si sono lasciati riempire il cuore dalla divina misericordia. Hanno dato corpo all’amore del Signore riversandolo nelle molteplici necessità dell’umanità sofferente. In questo fiorire di tante forme di carità è possibile scorgere i riflessi del volto misericordioso di Cristo.

Ci domandiamo: Che cosa significa per i discepoli essere misericordiosi? Viene spiegato da Gesù con due verbi: «perdonare» (v. 37) e «donare» (v. 38).

La misericordia si esprime, anzitutto, nel perdono: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (v. 37). Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana, tuttavia ricorda ai discepoli che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. È il perdono infatti il pilastro che regge la vita della comunità cristiana, perché in esso si mostra la gratuità dell’amore con cui Dio ci ha amati per primo. Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella propria vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare. Lo recitiamo tutti i giorni nel Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati; perdona i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori”. Cioè perdonare le offese, perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati da tante offese, da tanti peccati. E così è facile perdonare: se Di ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio? Questo pilastro del perdono ci mostra la gratuità dell’amore di Dio, che ci ha amato per primi. Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione.

Alla sua Chiesa, a noi, Gesù indica anche un secondo pilastro: “donare”. Perdonare è il primo pilastro; donare è il secondo pilastro. «Date e vi sarà dato […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Dio dona ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi. Gesù non dice cosa avverrà a coloro che non donano, ma l’immagine della “misura” costituisce un ammonimento: con la misura dell’amore che diamo, siamo noi stessi a decidere come saremo giudicati, come saremo amati. Se guardiamo bene, c’è una logica coerente: nella misura in cui si riceve da Dio, si dona al fratello, e nella misura in cui si dona al fratello, si riceve da Dio!

L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. Dobbiamo perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore. Questo amore permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre. Nell’amore che essi praticano nella vita si riverbera così quella Misericordia che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,1-12). Ma non dimenticatevi di questo: misericordia e dono; perdono e dono. Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fanno il cuore piccolo, che si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra o un cuore pieno di amore? Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!

(Udienza Generale, Mercoledì, 21 settembre 2016)

Chi sono io per giudicare?

Chi sono io per giudicare gli altri? È la domanda da fare a se stessi per dare spazio alla misericordia, l’atteggiamento giusto per costruire la pace tra le persone, le nazioni e dentro di noi. E per essere donne e uomini misericordiosi bisogna anzitutto riconoscersi peccatori e poi allargare il cuore fino a dimenticare le offese ricevute.

È proprio sulla misericordia che il Papa ha centrato la sua omelia. Richiamandosi ai passi del libro del profeta Daniele (9,4-10) e del Vangelo di Luca (6, 36-38), il Santo Padre ha spiegato che (…) «Per essere misericordioso sono necessari due atteggiamenti». Il primo è «la conoscenza di se stesso». Nella prima lettura Daniele racconta il momento della preghiera del popolo che confessa di essere peccatore davanti a Dio e dice: «Noi abbiamo fatto questo, ma tu sei giusto. A te conviene la giustizia, a noi la vergogna». Così, «la giustizia di Dio davanti al popolo pentito si trasforma in misericordia e perdono». E interpella anche a noi, invitandoci a «dare un po’ di spazio a questo atteggiamento». Dunque il primo passo «per diventare misericordioso è riconoscere che noi abbiamo fatto tante cose non buone: siamo peccatori!». Bisogna saper dire: «Signore, mi vergogno di questo che ho fatto nella vita». Perché, anche se «nessuno di noi ha ammazzato nessuno», abbiamo commesso comunque «tanti peccati quotidiani». Così «riconoscere di aver fatto qualcosa contro il Signore e vergognarsi davanti a Dio è una grazia: la grazia di essere peccatore!». È semplice — ma al tempo stesso «tanto difficile» — dire: «Sono peccatore e mi vergogno davanti a te e ti chiedo il perdono».

«Il nostro padre Adamo ci ha dato un esempio di quello che non si deve fare». È lui infatti che dà alla donna la colpa per aver mangiato il frutto e si giustifica dicendo: «Io non ho peccato», è lei «che mi ha fatto andare su questa strada!». Ma lo stesso fa poi Eva, che dà la colpa al serpente. Invece è importante riconoscere di aver peccato e di aver bisogno del perdono di Dio. Non si devono trovare scuse e «scaricare la colpa sugli altri». Magari «forse l’altro mi ha aiutato» a peccare, «ha facilitato la strada per farlo: ma l’ho fatto io!». E «se noi facciamo questo, quante cose buone ci saranno: saremo uomini!». Inoltre «con questo atteggiamento di pentimento siamo più capaci di essere misericordiosi, perché sentiamo su di noi la misericordia di Dio». Tanto che nel Padre Nostro non preghiamo soltanto: «perdona i nostri peccati», ma diciamo: «perdona come noi perdoniamo». Infatti «se io non perdono sono un po’ fuori gioco».

Il secondo atteggiamento per essere misericordiosi «è allargare il cuore». Proprio «la vergogna, il pentimento, allarga il cuore piccolino, egoista, perché dà spazio a Dio misericordioso per perdonarci». Ma cosa significa allargare il cuore? Anzitutto, nel riconoscersi peccatori, non si guarda a cosa hanno fatto gli altri. E la domanda di fondo diventa questa: «Chi sono io per giudicare questo? Chi sono io per chiacchierare di questo? Chi sono io, che ho fatto le stesse cose o peggio?». Del resto, «il Signore lo dice nel Vangelo: non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo». Questa è la «generosità del cuore» che il Signore presenta attraverso «l’immagine delle persone che andavano a prendere il grano e allargavano il grembiule per riceverne di più». Infatti «se tu hai il cuore largo, grande, tu puoi ricevere più!». E un «cuore grande non s’immischia nella vita degli altri, non condanna, ma perdona e dimentica», proprio come «Dio ha dimenticato e perdonato i miei peccati».

Per essere misericordiosi bisogna dunque invocare al Signore — «perché è una grazia» — e «avere questi due atteggiamenti: riconoscere i propri peccati vergognandosi» e dimenticare i peccati e le offese degli altri. Ecco che così «l’uomo e la donna misericordiosi hanno un cuore largo largo: sempre scusano gli altri e pensano ai propri peccati». E se qualcuno dice loro: «ma hai visto cosa ha fatto quello?», hanno la misericordia per rispondere: «ma io ne ho abbastanza di ciò che ho fatto io».

È questo «il cammino della misericordia che dobbiamo chiedere». Se «tutti noi, i popoli, le persone, le famiglie, i quartieri, avessimo questo atteggiamento, quanta pace ci sarebbe nel mondo, quanta pace nei nostri cuori, perché la misericordia ci porta la pace!».

«Ricordatevi sempre: chi sono io per giudicare? Vergognarsi e allargare il cuore, il Signore ci dia questa grazia!».

(2014-03-17 L’Osservatore Romano)

Martedì della II settimana di Quaresima
Is 1,10.16-20   Sal 49   Mt 23,1-12: Dicono e non fanno.

Cristiani senza trucco

Il cristiano che pensa di potersi salvare da solo «è un ipocrita», un «cristiano truccato». La quaresima è il tempo opportuno per cambiare vita e per avvicinarsi a Gesù chiedendo perdono, pentiti e pronti a testimoniare la sua luce prendendosi cura dei bisognosi.

«Questo della quaresima è un tempo per avvicinarci di più al Signore». Del resto, lo dice la parola stessa, poichè quaresima significa conversione. E proprio con un invito alla conversione che «comincia la prima lettura di oggi (Is 1,10.16-20). Il Signore infatti chiama alla conversione; e curiosamente chiama due città peccatrici», Sodoma e Gomorra, alle quali rivolge l’invito: «Convertitevi, cambiate vita, avvicinatevi al Signore». Questo «è l’invito della quaresima: sono quaranta giorni per avvicinarsi al Signore, per essere più vicini a lui. Perchè tutti noi abbiamo bisogno di cambiare la vita». Ed è inutile dire: «Ma padre, io non sono tanto peccatore…», perchè «tutti abbiamo dentro qualche cosa e se guardiamo nella nostra anima troveremo qualche cosa che non va bene, tutti».

La quaresima dunque «ci invita ad aggiustare, a sistemare la nostra vita». Ed è proprio questo che ci consente di avvicinarci al Signore. Ed è pronto a perdonare. «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve».

«“Io ti cambio l’anima”: questo ci dice Gesù. E cosa ci chiede? Di avvicinarsi. Di avvicinarsi a lui. Lui è Padre; ci aspetta per perdonarci. E ci da un consiglio: “Non siate come gli ipocriti”». «Lo abbiamo letto nel vangelo: questo tipo di avvicinamento il Signore non lo vuole. Lui vuole un avvicinamento sincero, vero. Invece cosa fanno gli ipocriti? Si truccano. Si truccano da buoni. Fanno la faccia da immaginetta, pregano guardando al cielo, facendosi vedere, si sentono più giusti degli altri, disprezzano gli altri». E si vantano di essere buoni cattolici perché hanno conoscenze tra benefattori, vescovi e cardinali.

«Questa è l’ipocrisia. E il Signore dice no», perchè nessuno deve sentirsi giusto per suo giudizio personale. «Tutti abbiamo bisogno di essere giustificati e l’unico che ci giustifica è Gesù Cristo. Per questo dobbiamo avvicinarci: per non essere cristiani truccati». Quando l’apparenza svanisce «si vede la realtà e questi non sono cristiani. Qual è la pietra di paragone? Lo dice il Signore stesso nella prima lettura: “Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male e imparate a fare il bene”». Questo è l’invito.

Ma «qual è il segno che siamo sulla buona strada? Lo dice sempre la Scrittura: difendere l’oppresso, avere cura del prossimo, dell’ammalato, del povero, di chi ha bisogno, dell’ignorante. Questa è la pietra di paragone». «Gli ipocriti non possono fare questo, perchè sono tanto pieni di se stessi che sono ciechi per guardare agli altri». Ma «quando uno cammina un po’ e si avvicina al Signore, la luce del Padre fa vedere queste cose e va ad aiutare i fratelli. E questo è il segno della conversione».

Certo questa «non è tutta la conversione; perchè essa è l’incontro con Gesù Cristo. Ma il segno che noi siamo con Gesù è proprio questo: curare i fratelli, i più poveri, gli ammalati come il Signore ci insegna nel Vangelo».

Dunque la quaresima serve per «cambiare la nostra vita, per aggiustare la vita, per avvicinarsi al Signore». Mentre l’ipocrisia è «il segno che noi siamo lontani dal Signore». L’ipocrita «si salva da se stesso, almeno così pensa»; mentre il segno che ci siamo avvicinati al Signore con spirito di penitenza e di perdono «è che noi ci prendiamo cura dei fratelli bisognosi». Da qui la conclusione: «Il Signore ci dia a tutti luce e coraggio: luce per conoscere cosa succede dentro di noi e coraggio per convertirci, per avvicinarci al Signore. È bello essere vicini al Signore».

(2014-03-18 L’Osservatore Romano)

Tra il fare e il dire

Non serve a nulla autoproclamarsi cristiani, perché «Dio è concreto» ed è per «il fare», non certo per «la religione del dire».

«La liturgia della parola oggi ci introduce nella dialettica evangelica fra il fare e il dire» ha subito osservato Francesco, riferendosi al passo del libro del profeta Isaia (1, 10. 16-20). «Il Signore chiama il suo popolo a fare: “Venite, discutiamo”. Discutiamo e “cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”». Insomma «fate, fate cose», perché «Dio è concreto».

Lo stesso Gesù, del resto, ha detto: «Non quelli che mi dicono: “Signore, Signore” entreranno nel regno dei cieli: ma quelli che hanno fatto!». Dunque «non quelli che dicono» e basta, ma quelli «che hanno fatto la volontà del Padre». Così il Papa ha ricordato che «il Signore ci insegna la strada del fare». E, ha aggiunto, «quante volte troviamo gente — anche noi — tante volte nella Chiesa» che proclama: «Sono molto cattolico!». Ma, viene da chiedere, «cosa fai?». Ad esempio, ha fatto notare Francesco, «quanti genitori si dicono cattolici, ma mai hanno tempo per parlare ai propri figli, per giocare con i propri figli, per ascoltare i propri figli». Forse, ha proseguito, «hanno i loro genitori in una casa di riposo, ma sempre sono occupati e non possono andare a trovarli e li lasciano abbandonati». Però ripetono: «Sono molto cattolico, eh! Io appartengo a quell’associazione…».

Questo atteggiamento, ha affermato il Papa, è tipico della «religione del dire: io dico che sono così, ma faccio la mondanità. Come questi chierici dei quali parlava Gesù». A loro «piaceva farsi vedere, piaceva loro la vanità, ma non la giustizia; a loro piaceva farsi chiamare maestro; a loro piaceva il dire, ma non il fare».

Una realtà richiamata anche dal passo evangelico della liturgia, tratto dal capitolo 23 di Matteo (1-12). «Pensiamo — ha detto il Papa — a quelle dieci ragazze che erano felici, perché quella sera dovevano andare ad aspettare lo sposo. Erano felici! Ma cinque avevano fatto quello che si doveva fare per aspettare lo sposo; le altre cinque erano sulle nuvole». E così, ha proseguito, quando «è arrivato lo sposo mancava loro l’olio: erano stolte».

«Dire e non fare è un inganno» ha messo in guardia il Pontefice. Ed «è un inganno che ci porta proprio all’ipocrisia». Proprio «come Gesù dice di questi chierici». Ma «il Signore va oltre: cosa dice il Signore a quelli che si avvicinano a lui per fare?». Le sue parole sono: «Su, venite e discutiamo! Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana».

Dunque, ha spiegato Francesco, «la misericordia del Signore è nel fare». Tanto che a «quelli che bussano alla porta e dicono: “Ma, Signore, ti ricordi io ho detto…”», egli risponde: «Non ti conosco!». Invece, a coloro «che fanno» dice: «Sei peccatore come lo scarlatto, tu sarai bianco come la neve». Così «la misericordia del Signore va incontro a quelli che hanno il coraggio di confrontarsi con lui, ma confrontarsi sulla verità, sulle cose che io faccio o quelle che non faccio, per correggermi». E «questo è il grande amore del Signore, in questa dialettica fra il dire e il fare».

Ecco che, ha rilanciato il Papa, «essere cristiano significa fare: fare la volontà di Dio». E «l’ultimo giorno — perché tutti noi ne avremo uno — cosa ci domanderà il Signore? Ci dirà: “Cosa avete detto su di me?”. No! Ci domanderà delle cose che abbiamo fatto». Ci chiederà, insomma, «le cose concrete: “Io ero affamato e mi hai dato da mangiare; ero assetato e mi hai dato da bere; ero ammalato e sei venuto a trovarmi; ero in carcere e sei venuto da me”». Perché «questa è la vita cristiana». Invece «il solo dire ci porta alla vanità, a quel fare finta di essere cristiano. Ma no, non si è cristiani cosi!».

Nel pieno del tempo che ci avvicina alla Pasqua, «in questa strada di conversione quaresimale», Francesco ha proposto un esame di coscienza, suggerendo alcune domande da rivolgere a se stessi: «Io sono di quelli che dicono tanto e non fanno niente o faccio qualcosa? E cerco di fare di più?». L’obiettivo, ha rimarcato, è «fare la volontà del Signore per fare il bene ai miei fratelli, a quelli che mi sono vicini».

In conclusione, prima di riprendere la celebrazione eucaristica, il Papa ha invitato a pregare perché «il Signore ci dia questa saggezza di capire bene dov’è la differenza fra il dire e il fare e ci insegni la strada del fare e ci aiuti ad andare su quella strada, perché la strada del dire ci porta al posto dove erano questi dottori della legge, questi chierici, ai quali piaceva vestirsi ed essere proprio come se fossero dei reucci». Ma «questa non è la realtà del Vangelo!». E allora ecco la preghiera affinché «il Signore ci insegni questa strada».

Martedì, 23 febbraio 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.044, 24/02/2016)

Mercoledì della II settimana di Quaresima
Ger 18,18-20   Sal 30   Mt 20,17-28: Lo condanneranno a morte.

Geremia: anche “discutere” con Dio “è preghiera”

Essere veri, non fare finta di fare la volontà del Signore. Piuttosto, “discutere” con Lui perché “anche questo è preghiera”. E alla fine dirgli il nostro “Eccomi”. Quando Cristo viene nel mondo, dice: “Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato. Ecco, io vengo a fare la Tua volontà”. Questa parola di Gesù chiude una storia di “eccomi” concatenati, ed è “la storia della salvezza”. Dopo Adamo, che si nasconde perché aveva paura del Signore, Dio comincia a chiamare e a sentire la risposta di quegli uomini e donne che dicono: “Eccomi. Sono disposto. Sono disposta”. Dall’Eccomi di Abramo, Mosè, Elia, Isaia, Geremia, fino ad arrivare al grande “Eccomi” di Maria e all’ultimo “Eccomi”, quello di Gesù. “Una storia di ‘Eccomi’, ma non automatici”, perché “il Signore dialoga sempre con quelli che invita a fare questa strada e a dire l’eccomi. Ha tanta pazienza”. La vita cristiana è “un eccomi continuo”.

La liturgia odierna esorta a riflettere sul proprio “Eccomi” al Signore: “Vado a nascondermi, come Adamo, per non rispondere? O, quando il Signore mi chiama, invece di dire ‘eccomi’ o ‘cosa vuoi da me?’, fuggo, come Giona che non voleva fare quello che il Signore gli chiedeva? O faccio finta di fare la volontà del Signore, ma soltanto esternamente, come i dottori della legge che Gesù condanna duramente? Facevano finta”. No alla finzione! Mentre “discutere” con Dio non solo è possibile, ma “è preghiera”. “A Lui piace discutere con noi. Qualcuno mi dice: ‘Ma, Padre, io tante volte quando vado a pregare, mi arrabbio con il Signore…’: ma anche questo è preghiera! A Lui piace, quando tu ti arrabbi e gli dici in faccia quello che senti, perché è Padre! Ma questo è anche un ‘Eccomi’”.

(Santa Marta, 24 gennaio 2017)

Giovedì della II settimana di Quaresima
Ger 17,5-10   Sal 1   Lc 16,19-31: Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali.

Chi non ha nome

C’è una parola «più che magica», capace di aprire «la porta della speranza che neppure vediamo» e restituire il proprio nome a chi l’ha perduto per aver confidato solo in se stesso e nelle forze umane. Questa parola è «Padre» e va pronunciata con la certezza di sentire la voce di Dio il quale ci risponde chiamandoci «figlio».

L’invito a «confidare sempre nel Signore» viene, ha detto il Pontefice nell’omelia, dai testi della liturgia. Infatti «la prima lettura di oggi (Geremia 17, 5-10) incomincia con una maledizione: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”». Anche «in altri passi della Bibbia c’è la stessa maledizione, forse con altre parole», come per esempio: «Maledetto l’uomo che confida in se stesso». Sempre viene definita «maledetta la persona» che confida solo nelle proprie forze, «perché porta dentro di sé una maledizione».

Invece, ha proseguito il Pontefice rimarcando «la contrapposizione», è «benedetto l’uomo che confida nel Signore», perché — come si legge nella Scrittura — «è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».

Proprio «questa immagine — ha spiegato — ci fa pensare a quelle parole di Gesù sulla casa: è felice l’uomo che edifica la sua casa sulla roccia, sul sicuro. Invece è un infelice quello che edifica sulla sabbia: non ha consistenza». Dunque «la parola di Dio oggi ci insegna che soltanto nel Signore è la nostra sicura fiducia: altre fiducie non servono, non ci salvano, non ci danno vita, non ci danno gioia». Anzi, «ci danno morte, siccità».

È un insegnamento chiaro che ci trova tutti d’accordo, ha puntualizzato il Pontefice. «Ma il nostro problema è che il nostro cuore è infido», come dice la Scrittura. E così, anche se sappiamo di sbagliare, comunque «ci piace confidare in noi stessi o confidare in quell’amico o confidare in quella situazione buona che ho o in quella ideologia», assecondando «quella tendenza» a decidere noi stessi dove porre «la nostra fiducia». Con la conseguenza che «il Signore resta un po’ da parte».

Ma, si è chiesto il Papa, «perché è maledetto l’uomo che confida nell’uomo, in se stesso? Perché — è stata la risposta — quella fiducia lo fa guardare soltanto a se stesso; lo chiude in se stesso, senza orizzonti, senza porte aperte, senza finestre». Finisce così per essere «un uomo chiuso in se stesso» e «non avrà salvezza», perché «non può salvare se stesso».

Il Pontefice ha poi fatto riferimento al passo evangelico di Luca (16, 19-31), che racconta la storia di «un uomo ricco che aveva tutto, indossava vestiti di porpora, mangiava tutti i giorni grandi banchetti, e si dava alla buona vita». Ed «era tanto contento che non si accorgeva che alla porta della sua casa, coperto di piaghe, c’era un tale Lazzaro: un poveretto, un barbone, e come un buon barbone con i cani». Lazzaro «era lì, affamato, e mangiava soltanto quello che cadeva dalla tavola del ricco: le briciole». E, ha aggiunto, «forse quando Gesù raccontava questo, si è ricordato della cananea, di quella donna che aveva chiesto la salute per la figlia: chiedeva soltanto le briciole» che si danno ai cagnolini.

Il brano del Vangelo, ha detto il Santo Padre, propone una riflessione: «Noi sappiamo il nome del barbone: si chiamava Lazzaro. Ma come si chiamava quest’uomo, il ricco? Non ha nome!». Proprio «questa è la maledizione più forte» per la persona che «confida in se stessa o nelle forze o nelle possibilità degli uomini e non in Dio: perdere il nome!». Tanto che alla domanda «come ti chiami?» risponde non con il proprio nome ma con «il conto numero tale nella banca tale», oppure indicando «tante proprietà, tante ville» o «le cose, gli idoli».

E «guardando queste due persone» proposte nel Vangelo — «il povero che ha il nome e che confida nel Signore e il ricco che ha perso il nome e che confida in se stesso» — noi «diciamo: è vero, dobbiamo confidare nel Signore!». Invece «tutti noi abbiamo questa debolezza, questa fragilità di mettere le nostre speranze in noi stessi o negli amici o nelle possibilità umane soltanto. E ci dimentichiamo del Signore». È un atteggiamento che ci porta lontano dal Signore, «sulla strada della infelicità», esattamente come il ricco del Vangelo che «alla fine è un infelice perché si è condannato da se stesso». E questo è, dunque, il significato autentico dell’espressione biblica: «Benedetto quello che confida nel Signore; maledetto quello che confida in se stesso o nelle possibilità umane».

Si tratta di una meditazione particolarmente adatta alla quaresima, ha puntualizzato il Papa. Così «oggi ci farà bene domandarci: dov’è la mia fiducia? È nel Signore o sono un pagano che confido nelle cose, negli idoli che io ho fatto? Ho ancora un nome o ho incominciato a perdere il nome e mi chiamo “io”?», con tutte le varie declinazioni: «me, con me, per me, soltanto io: sempre nell’egoismo, io!». Questo, ha ribadito, è un modo di vivere che certo «non ci dà salvezza».

Riferendosi ancora al Vangelo, Papa Francesco ha indicato che, nonostante tutto, «c’è una porta di speranza per tutti quelli che si sono piantati nella fiducia nell’uomo o in se stessi, che hanno perso il nome». Perché «alla fine, alla fine, alla fine sempre c’è una possibilità». E lo testimonia proprio il ricco, che «quando si è accorto che aveva perso il nome, aveva perso tutto, alza gli occhi e dice una sola parola: “Padre!”. La risposta di Dio è una sola parola: “Figlio!”». E così è anche per tutti coloro che nella vita puntano ad «avere fiducia nell’uomo, in se stessi, finendo per perdere il nome, per perdere questa dignità: c’è ancora la possibilità di dire questa parola che è più di magica, è di più, è forte: “Padre!”». E sappiamo che «lui sempre ci aspetta per aprire una porta che noi non vediamo. E ci dirà: “Figlio!”».

A conclusione il Pontefice ha chiesto «al Signore la grazia che a tutti noi ci dia la saggezza di avere fiducia soltanto in lui e non nelle cose, nelle forze umane: soltanto in lui». E a chi perde questa fiducia, Dio conceda «almeno la luce» di riconoscere e di pronunciare «questa parola che salva, che apre una porta e gli fa sentire la voce del Padre che lo chiama: figlio».

(2014-03-20 L’Osservatore Romano)

Il nome e l’aggettivo

Siamo aperti agli altri e capaci di misericordia o viviamo chiusi in noi stessi schiavi del nostro egoismo? La parabola evangelica di Lazzaro e dell’uomo ricco, presentata dalla liturgia, ha guidato Papa Francesco in una riflessione sulla qualità della vita cristiana. Richiamando l’antifona d’ingresso tratta dal salmo 139 (23-24), il Pontefice ha sottolineato l’importanza di chiedere al Signore «la grazia di conoscere» se percorriamo «una via di menzogna» o quella «della vita».

Siamo, ha spiegato Francesco, sul tracciato della riflessione portata avanti nei giorni precedenti quando si parlava della «religione del fare» e della «religione del dire». Lo spunto viene dato dai due personaggi evangelici: l’uomo ricco, descritto come uno «che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo» e che «ogni giorno si dava a lauti banchetti». Una caratterizzazione anche un po’ forzata che vuole, cioè, mostrarci una persona che «aveva tutto, tutte le possibilità». Di fronte a lui c’è «un povero, di nome Lazzaro» che «stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe».

Il Papa ha analizzato la descrizione dei personaggi e ha evidenziato come il ricco — lo «si vede proprio nel dialogo finale col padre Abramo» — fosse «un uomo di fede», che «aveva studiato la legge, conosceva i comandamenti» e che «sicuramente tutti i sabati andava in sinagoga e una volta all’anno al tempio»; insomma: «proprio un uomo che aveva una certa religiosità». Allo stesso tempo dal racconto evangelico emerge come egli fosse anche «un uomo chiuso, chiuso nel suo piccolo mondo, il mondo dei banchetti, dei vestiti, della vanità, degli amici». Chiuso nella sua «bolla di vanità», costui «non aveva capacità di guardare oltre» e non si «accorgeva di cosa accadesse fuori del suo mondo chiuso». Ad esempio, «non pensava ai bisogni di tanta gente o alla necessità di compagnia degli ammalati», pensava invece solo a se stesso, «alle sue ricchezze, alla sua buona vita: si dava alla buona vita». Era — ha concluso così la sua analisi il Pontefice — un uomo «religioso, apparente». Di fatto, un perfetto esempio «della religione del dire».

Il ricco epulone «non conosceva alcuna periferia, era tutto chiuso in se stesso». Eppure «proprio la periferia» era «vicina alla porta della sua casa», ma lui «non la conosceva». Questa, ha spiegato Francesco, «è la via della menzogna» dalla quale nell’antifona si chiede al Signore di liberarci.

Di fronte a tale descrizione, il Pontefice si è addentrato nell’analisi interiore dell’uomo ricco, una persona che «si fidava soltanto di se stesso, delle sue cose», e «non si fidava di Dio»; assolutamente lontano dall’«uomo beato che confida nel Signore» che gli viene contrapposto nel salmo responsoriale tratto dal salmo 1. «Quale eredità — si è chiesto allora il Papa — ha lasciato quest’uomo?». Sicuramente, ha detto citando ancora il salmo responsoriale, «non è come un albero piantato lungo i corsi d’acqua», ma «come pula che il vento disperde».

Quest’uomo aveva una famiglia, dei fratelli, nel racconto evangelico si legge che egli chiede al padre Abramo di inviare loro qualcuno per avvisarli: «Fermatevi che questa non è la strada!». Ma lui morendo, ha spiegato Francesco, «non ha lasciato eredità, non ha lasciato vita, perché soltanto era chiuso in se stesso».

Un’aridità di vita sottolineata, ha puntualizzato il Pontefice, da un particolare: parlando di quest’uomo il Vangelo «non dice come si chiamava, soltanto dice che era un uomo ricco». Dettaglio significativo, perché «quando il tuo nome è soltanto un aggettivo, è perché hai perso: hai perso sostanza, hai perso forza». Allora di qualcuno si dice: «questo è ricco, questo è potente, questo può fare tutto, questo è un prete di carriera, un vescovo di carriera…». Succede spesso, ha spiegato il Papa, che siamo portati a «nominare la gente con aggettivi, non con nomi, perché non hanno sostanza». Questa era la realtà del ricco del racconto odierno.

A questo punto Francesco si è posto una domanda: «Dio che è Padre, non ha avuto misericordia di questo uomo? Non ha bussato al suo cuore per commuoverlo?». E la risposta è stata immediata: «Ma sì, era alla porta, era alla porta, nella persona di quel Lazzaro». Lazzaro, lui sì che aveva un nome. «Quel Lazzaro — ha aggiunto il Papa — con i suoi bisogni e le sue miserie, le sue malattie, era proprio il Signore che bussava alla porta, perché quest’uomo aprisse il cuore e la misericordia potesse entrare». E invece il ricco «non vedeva», «era chiuso» e «per lui oltre la porta non c’era niente».

Il brano evangelico, ha commentato il Pontefice, è utile a tutti noi, a metà del cammino quaresimale, per sollecitarci alcune domande: «Io sono sulla strada della vita o sulla strada della menzogna? Quante chiusure ho nel mio cuore ancora? Dove è la mia gioia: nel fare o nel dire?», e ancora: la mia gioia è «nell’uscire da me stesso per andare incontro agli altri, per aiutare», oppure «la mia gioia è avere tutto sistemato, chiuso in me stesso?».

E mentre pensiamo a tutto questo, ha concluso Papa Francesco, «chiediamo al Signore» la grazia «di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore» e quella di «uscire da noi stessi con generosità, con atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore».

Giovedì, 25 febbraio 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.046, 26/02/2016)

Venerdì della II settimana di Quaresima
Gen 37,3-4.12-13.17-28   Sal 104   Mt 21,33-43.45: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!

La parola imprigionata

Umiltà e preghiera, nella Chiesa, sono l’antidoto contro le alterazioni della parola di Dio e la tentazione di impadronirsene, interpretandola a proprio piacimento e ingabbiando lo Spirito Santo. È la sintesi della meditazione proposta dal Pontefice nella messa celebrata venerdì mattina, 21 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta.

Proprio «durante questi giorni di quaresima il Signore si fa vicino a noi e la Chiesa ci conduce verso il triduo pasquale, verso la morte e risurrezione di Gesù» ha detto il Papa riferendosi alla due letture della liturgia. Nella prima, tratta dalla Genesi (37, 3-4.12-13.17-28), si racconta la storia di «Giuseppe che è una profezia e un’immagine di Gesù: venduto per venti monete dai suoi fratelli».

E poi il Vangelo di Matteo (21,33-43.45) presenta «questa parabola che lo stesso Gesù dice alla gente e ai farisei, ai sacerdoti, agli anziani del popolo per far capire dove sono caduti». Siamo davanti, ha spiegato, al «dramma non del popolo — perché il popolo capiva che Gesù era un grande profeta — ma di alcuni capi del popolo, di alcuni sacerdoti di quel tempo, dei dottori della legge, degli anziani che non erano con il cuore aperto alla parola di Dio». Infatti essi «sentivano Gesù ma invece di vedere in lui la promessa di Dio, o invece di riconoscerlo come un grande profeta, avevano paura».

In fondo, ha notato il Pontefice, è «lo stesso sentimento di Erode». Anche loro dicevano: «Quest’uomo è un rivoluzionario, fermiamolo in tempo, dobbiamo fermarlo!». Per questo «cercavano di catturarlo, cercavano di metterlo alla prova, perché cadesse e potesserlo catturare: è la persecuzione contro Gesù». Ma perché questa persecuzione? «Perché questa gente — è stata la risposta del Papa — non era aperta alla parola di Dio, erano chiusi nel loro egoismo».

È proprio in questo contesto che «Gesù racconta questa parabola: Dio ha dato in eredità un terreno con una vigna che ha fatto con le sue mani». Si legge infatti nel Vangelo che il padrone «piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre». Sono tutte cose che «ha fatto lui, con tanto amore». E poi ha dato «la vigna in affitto a dei contadini».

Esattamente quello che «Dio ha fatto con noi: ci ha dato la vita in affitto» e con essa «la promessa» che sarebbe venuto a salvarci. «Invece questa gente — ha fatto notare Papa Francesco — ha visto un bel negozio qui, un bell’affare: la vigna è bella, prendiamola, è nostra!». E così «quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, sono andati i servi di questo signore a ritirare il raccolto. Ma i contadini, che già si erano impadroniti della vigna, hanno detto: no, cacciamoli via, questo è nostro!».

La parabola di Gesù, ha spiegato, racconta precisamente «il dramma di questa gente, ma anche il dramma nostro». Quelle persone infatti «si sono impadronite della parola di Dio. E la parola di Dio diventa parola loro. Una parola secondo il loro interesse, le loro ideologie, le loro teologie, al loro servizio». A tal punto che «ognuno la interpreta secondo la propria volontà, secondo il proprio interesse». E «uccidono per conservare questo». È quanto è successo anche a Gesù, perché «i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro quando avevano sentito questa parabola» e così «cercarono di catturarlo e farlo morire».

Ma in questo modo «la parola di Dio diventa morta, diventa imprigionata». E «lo Spirito Santo è ingabbiato nei desideri di ognuno di loro. Lo stesso succede a noi, quando non siamo aperti alla novità della parola di Dio, quando non siamo obbedienti alla parola di Dio». Ma disobbedire alla parola di Dio è come voler affermare che «questa parola non è più di Dio: adesso è nostra!».

Come «la parola di Dio è morta nel cuore di questa gente, può anche morire nel nostro cuore». Eppure, ha affermato il Santo Padre, la parola «non finisce perché è viva nel cuore dei semplici, degli umili, del popolo di Dio». Infatti quanti cercavano di catturare Gesù ebbero paura del popolo che lo considerava un profeta. Era «la folla semplice, che andava dietro Gesù perché quello che Gesù diceva faceva bene e scaldava il cuore». Questa gente «non usava la parola di Dio per il proprio interesse» ma semplicemente «sentiva e cercava di essere un po’ più buona».

A questo punto il Papa ha suggerito di pensare a «cosa noi possiamo fare per non uccidere la parola di Dio, per non impadronirci di questa parola, per essere docili, per non ingabbiare lo Spirito Santo». E ha indicato due semplici strade: quella dell’umiltà e quella della preghiera.

Non era certo umile, ha notato, «questa gente che non accettava la parola di Dio ma diceva: sì, la parola di Dio è questa, ma la interpreto secondo il mio interesse!». Con questo modo di fare «erano superbi, erano sufficienti, erano i “dottori” fra virgolette»: persone che «credevano di avere tutto il potere per cambiare il significato della parola di Dio». Invece «soltanto gli umili hanno il cuore disposto per ricevere la parola di Dio». Ma bisogna precisare, ha rilevato, che «c’erano anche buoni e umili sacerdoti, umili farisei che avevano ricevuto bene la parola di Dio: per esempio i Vangeli ci parlano di Nicodemo». Dunque «il primo atteggiamento per ascoltare la parola di Dio» è l’umiltà, perché «senza umiltà non si può ricevere la parola di Dio». E il secondo è la preghiera. Le persone di cui parla la parabola infatti «non pregavano, non avevano bisogno di pregare: si sentivano sicuri, si sentivano forti, si sentivano dei».

Dunque «con l’umiltà e la preghiera andiamo avanti per ascoltare la parola di Dio e obbedirle nella Chiesa». E «così non succederà a noi ciò che è accaduto a questa gente: non uccideremo per difendere quella parola che noi crediamo essere la parola di Dio» ma che invece è divenuta «una parola totalmente alterata da noi».

In conclusione il Pontefice ha chiesto «al Signore la grazia dell’umiltà, di guardare Gesù come il Salvatore che ci parla: parla a me! Ognuno di noi deve dire: parla a me!». E «quando leggiamo il Vangelo: parla a me!». Da qui l’invito ad «aprire il cuore allo Spirito Santo che dà forza a questa parola» e a «pregare, pregare tanto perché noi abbiamo la docilità di ricevere questa parola e obbedirle».

(2014-03-21 L’Osservatore Romano)

Sabato della II settimana di Quaresima
Mi 7,14-15.18-20   Sal 102   Lc 15,1-3.11-32: Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

Il Padre Misericordioso

Vogliamo riflettere oggi sulla parabola del Padre misericordioso. Essa parla di un padre e dei suoi due figli, e ci fa conoscere la misericordia infinita di Dio.

Partiamo dalla fine, cioè dalla gioia del cuore del Padre, che dice: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (vv. 23-24). Con queste parole il padre ha interrotto il figlio minore nel momento in cui stava confessando la sua colpa: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio…» (v. 19). Ma questa espressione è insopportabile per il cuore del padre, che invece si affretta a restituire al figlio i segni della sua dignità: il vestito bello, l’anello, i calzari. Gesù non descrive un padre offeso e risentito, un padre che, ad esempio, dice al figlio: “Me la pagherai”: no, il padre lo abbraccia, lo aspetta con amore.  Al contrario, l’unica cosa che il padre ha a cuore è che questo figlio sia davanti a lui sano e salvo e questo lo fa felice e fa festa. L’accoglienza del figlio che ritorna è descritta in modo commovente: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v. 20). Quanta tenerezza; lo vide da lontano: cosa significa questo? Che il padre saliva sul terrazzo continuamente per guardare la strada e vedere se il figlio tornava; quel figlio che aveva combinato di tutto, ma il padre lo aspettava. Che cosa bella la tenerezza del padre! La misericordia del padre è traboccante, incondizionata, e si manifesta ancor prima che il figlio parli. Certo, il figlio sa di avere sbagliato e lo riconosce: «Ho peccato … trattami come uno dei tuoi salariati» (v. 19). Ma queste parole si dissolvono davanti al perdono del padre. L’abbraccio e il bacio di suo papà gli fanno capire che è stato sempre considerato figlio, nonostante tutto. E’ importante questo insegnamento di Gesù: la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Nessuno può toglierci questa dignità.

Questa parola di Gesù ci incoraggia a non disperare mai. Penso alle mamme e ai papà in apprensione quando vedono i figli allontanarsi imboccando strade pericolose. Penso ai parroci e catechisti che a volte si domandano se il loro lavoro è stato vano. Ma penso anche a chi si trova in carcere, e gli sembra che la sua vita sia finita; a quanti hanno compiuto scelte sbagliate e non riescono a guardare al futuro; a tutti coloro che hanno fame di misericordia e di perdono e credono di non meritarlo… In qualunque situazione della vita, non devo dimenticare che non smetterò mai di essere figlio di Dio, essere figlio di un Padre che mi ama e attende il mio ritorno. Anche nella situazione più brutta della vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta.

Nella parabola c’è un altro figlio, il maggiore; anche lui ha bisogno di scoprire la misericordia del padre. Lui è sempre rimasto a casa, ma è così diverso dal padre! Le sue parole mancano di tenerezza: «Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando… ma ora che è tornato questo tuo figlio…» (vv. 29-30). Vediamo il disprezzo: non dice mai “padre”, non dice mai “fratello”, pensa soltanto a sé stesso, si vanta di essere rimasto sempre accanto al padre e di averlo servito; eppure non ha mai vissuto con gioia questa vicinanza. E adesso accusa il padre di non avergli mai dato un capretto per fare festa. Povero padre! Un figlio se n’era andato, e l’altro non gli è mai stato davvero vicino! La sofferenza del padre è come la sofferenza di Dio, la sofferenza di Gesù quando noi ci allontaniamo o perché andiamo lontano o perché siamo vicini ma senza essere vicini.

Il figlio maggiore, anche lui ha bisogno di misericordia. I giusti, quelli che si credono giusti, hanno anche loro bisogno di misericordia. Questo figlio rappresenta noi quando ci domandiamo se valga la pena faticare tanto se poi non riceviamo nulla in cambio. Gesù ci ricorda che nella casa del Padre non si rimane per avere un compenso, ma perché si ha la dignità di figli corresponsabili. Non si tratta di “barattare” con Dio, ma di stare alla sequela di Gesù che ha donato sé stesso sulla croce senza misura.

«Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi» (v. 31). Così dice il Padre al figlio maggiore. La sua logica è quella della misericordia! Il figlio minore pensava di meritare un castigo a causa dei propri peccati, il figlio maggiore si aspettava una ricompensa per i suoi servizi. I due fratelli non parlano fra di loro, vivono storie differenti, ma ragionano entrambi secondo una logica estranea a Gesù: se fai bene ricevi un premio, se fai male vieni punito; e questa non è la logica di Gesù, non lo è! Questa logica viene sovvertita dalle parole del padre: «Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 31). Il padre ha recuperato il figlio perduto, e ora può anche restituirlo a suo fratello! Senza il minore, anche il figlio maggiore smette di essere un “fratello”. La gioia più grande per il padre è vedere che i suoi figli si riconoscano fratelli.

I figli possono decidere se unirsi alla gioia del padre o rifiutare. Devono interrogarsi sui propri desideri e sulla visione che hanno della vita. La parabola termina lasciando il finale sospeso: non sappiamo cosa abbia deciso di fare il figlio maggiore. E questo è uno stimolo per noi. Questo Vangelo ci insegna che tutti abbiamo bisogno di entrare nella casa del Padre e partecipare alla sua gioia, alla sua festa della misericordia e della fraternità. Fratelli e sorelle, apriamo il nostro cuore, per essere “misericordiosi come il Padre”!

(Udienza Generale, Mercoledì, 11 maggio 2016)

 

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Questa voce è stata pubblicata il 12/03/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

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