COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sugli Atti degli Apostoli (1)

Atti degli Apostoli (1)

Atti degli Apostoli1.jpg

LECTIO DIVINA – Padre Pino Stancari

 Si tratta di uno tra i grandi testi neotestamentari, a cui sempre il popolo cristiano ha fatto riferimento, nei tempi in cui si è imposta la necessità di una riforma della vita cristiana e della missione ecclesiale, in vista di una rinnovata evangelizzazione. A nessuno sfugge che questa è ancora l’urgenza da cui siamo incalzati nell’attualità della nostra vicenda storica e della nostra responsabilità di discepoli del Signore.

Non sarà possibile leggere il testo degli Atti per intero.
Lo scandaglieremo, però, in lungo e in largo, così da entrare in relazione con la sapienza teologica dell’evangelista Luca, che contempla la presenza feconda dell’evangelo nella storia umana. Il disegno della definitiva ed universale comunione ormai traspare per coloro che sono testimoni della “visita” di Dio nella storia umana e che ne accolgono l’”avvento” in ogni luogo e in ogni tempo (cfr. Lc 1,68.78 s.). A loro è affidato il dono e la missione di un saluto di “pace”, che illumina i percorsi, la profondità e l’orizzonte della vocazione umana, oggi e “per sempre” (cfr. Lc 1,55).

REDUCI E TESTIMONI

Dividiamo il testo in 3 sezioni:

la prima sezione vv. 1-5;
la seconda vv. 6-14,
quindi una terza sezione nei vv. 15-26.

Teofilo o degli amici di Dio

La prima sezione viene anche normalmente identificata come il prologo del nostro libro. Compare qui un personaggio che Luca, autore degli Atti, ci presenta come destinatario del suo scritto. Si tratta di un certo Teofilo

«Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelto nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo».

Anche il Vangelo secondo Luca era destinato a questo Teofilo. Richiamando adesso il primo discorso, il primo logos, dice il greco, Luca intraprende questa seconda opera letteraria, gli Atti degli apostoli, in vista di questo destinatario, sempre il medesimo Teofilo. Teofilo è il nome di un personaggio sconosciuto. In realtà è un nome proprio, ma è anche il titolo che serve a identificare il lettore di questo libro, così come già del vangelo secondo Luca: Teofilo vuol dire l’amico di Dio. Tutta l’opera letteraria del nostro evangelista Luca, il vangelo e gli Atti degli apostoli, è orientata a interpellare dei lettori come noi, ancora a distanza nel tempo, e avendo alle spalle tante e tante mediazioni di ordine culturale, ma comunque ancora noi, lettori di questo scritto, convocati come destinatari di una comunicazione che vuole aiutarci a riconoscere la nostra identità di amici di Dio: noi siamo gli amici di Dio.

E’ un programma, non a caso il prologo imposta una prospettiva programmatica. Gli Atti degli apostoli per Teofilo, gli Atti per noi, che siamo chiamati a prendere coscienza della relazione di amicizia che ci lega a Dio. Tra Dio e noi una comunicazione di amore che costituisce il riferimento determinante per quanto riguarda l’interpretazione del mondo, il senso della storia umana.

Il nostro evangelista Luca riporta tutto all’essenziale, e l’essenziale è già rivelazione di una potenza di amore che è entrata nella storia umana così da ricapitolarne tutto lo svolgimento e interpretarne in pienezza il significato.

Si è compiuta una visita. Questo è un termine che ritorna a più riprese nella rivelazione: la visita di Dio si è realizzata. E’ in questo modo che la storia degli uomini è stata attraversata da una forza di amore che ha ristabilito l’ordine della creazione: era stato sconvolto, ora l’ordine primigenio è ristabilito con la manifestazione di equilibri nuovi e entusiasmanti. Una forza di amore è entrata nel mondo in modo tale da ristabilire dalle fondamenta la stabilità dell’universo e la continuità della storia umana in obbedienza a quella volontà di amore che, manifestatasi all’inizio, fu rifiutata. Ora la volontà di amore che è rivelazione di Dio e delle sue intenzioni, si è realizzata, perché la nostra storia è stata visitata. La nostra storia si ricapitola per Luca, nell’evento che occupa il giorno per eccellenza, il giorno dell’incarnazione: è il giorno del Figlio che entra nella storia degli uomini, condivide la nostra condizione umana. Oggi, per voi, Cristo Signore. L’annuncio dell’angelo ai pastori in Lc 2,10. Questo è il giorno fatto dal Signore, così già annunciava il salmo 118: è il giorno della visita, la visita realizzata. Ecco questo giorno oramai costituisce nella storia degli uomini un riferimento pieno, autorevole, risolutivo, nel senso che tutto il resto della storia umana prende oramai senso in rapporto a questo giorno dell’incarnazione. Nel linguaggio di Luca questo giorno in realtà si distende dal momento in cui Gesù dà inizio alla sua attività pubblica; è quello che noi chiamiamo il giorno del battesimo, il giorno in cui si apre il cielo, fino al giorno della sua ascensione al cielo, il giorno in cui il cielo si chiude. Il cielo si apre, il cielo si chiude, il cielo si piega sulla terra, il cielo si china, bacia la terra: ecco si è aperto, si chiude. Dal battesimo all’ascensione: è il giorno del Figlio, in cui la visita si è compiuta, è il giorno in cui nella storia degli uomini è entrata la forza d’amore che oramai riempie tutto, spiega tutto pervade e attrae a sé ogni creatura.

Quaranta giorni

Qui nel v. 2 Gesù fece gesti, compì opere, insegnò, dal principio fino al giorno in cui fu assunto in cielo.

Questo giorno per eccellenza è illustrato poi nei vv. 3-5 attraverso l’immagine di una quarantena, sono quaranta giorni, più esattamente i quaranta giorni che Luca indica come sequenza temporale che intercorre tra passione morte e resurrezione del Figlio di Dio e la sua ascensione al cielo. C’è una connessione intrinseca tra quel giorno questi 40 giorni, quel giorno che poi in realtà è un periodo di tempo, il tempo della carne, del Figlio presente nella condizione umana, in cui il Figlio opera e insegna, fino a morire e risorgere. Quel giorno, adesso, offre attraverso i 40 giorni che separano la resurrezione dalla ascensione una possibilità di aggancio e di inserimento. E’ nel corso di questi 40 giorni che Gesù parla ai discepoli del Regno di Dio, dice il v. 3: «Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio».

«E mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo tra non molti giorni» (vv. 4-5).

Nel v. 3 Gesù parla del regno di Dio. I 40 giorni sono dedicati a illustrare come il disegno di Dio si sia oramai compiuto. Si chiama regno di Dio quel disegno realizzato in obbedienza all’autorità del Padre, come poi sarà dichiarato espressamente dallo stesso Gesù in obbedienza alla autorità, alla iniziativa, alla volontà del Padre, il Figlio che è morto ed è risorto ha instaurato il regno. Tutta la storia umana si dispone in obbedienza a questa iniziativa di Dio che si è realizzata mediante la Pasqua del Figlio, e dunque mediante la intronizzazione regale del Figlio. Quello che Gesù sta comunicando ai discepoli è il programma degli Atti degli apostoli, ma è il programma sempre attuale per quanto riguarda la nostra vocazione di uomini invitati, incoraggiati a rendersi conto di essere teofili, amici di Dio: è la nostra vocazione umana, noi siamo chiamati a cogliere l’amore di Dio e a corrispondere ad esso in modo che la pienezza della nostra vita, così come ci è stata donata, così come oramai siamo in grado di attuarla, si compia.

Questa nostra vocazione ad essere gli amici di Dio, si compie in forza del nostro inserimento in quella visita, in quel che è avvenuto quel giorno, in quella vicenda che si è realizzata come instaurazione del regno di Dio. E questo nostro inserimento costituisce la novità per eccellenza, quella novità che si chiama evangelo. L’evangelo è quella novità per cui noi siamo chiamati ad essere amici di Dio. Non solo siamo chiamati, ma siamo coinvolti in quella visita ormai avvenuta nel giorno della carne, così che il regno è stato instaurato. Noi siamo coinvolti nella definitiva instaurazione di quel regno così che tutto della nostra vita, tutto di quel mondo con il quale siamo in rapporto è trasformato. Noi siamo gli amici di Dio e tutto, nella nostra condizione umana, nel mondo con cui siamo in rapporto conferma che siamo amici di Dio.

Questo è quanto Gesù sta spiegando ai discepoli, è il programma. E’ vero che Gesù stesso accenna nei vv. 4-5 alla necessità di rimanere a Gerusalemme in attesa che si compia l’attesa del Padre, la promessa dello Spirito Santo. E’ importante considerare l’insistenza di Gesù su questa necessità di una immersione, un battesimo, una immersione in una corrente misteriosa che è potenza di Dio, presenza di Dio, sapienza di Dio, forza di Dio: lo Spirito Santo. Una corrente che pervade la creazione intera e che rincalza la storia degli uomini in modo da scandagliarne tutte le profondità visibili e invisibili, e in modo da ricapitolarla senza che nulla di ciò che è visibile e invisibile vada disperso, in rapporto al regno, quel regno che è stato instaurato dal momento che il giorno della visita si è compiuto, il cielo ha baciato la terra, il Figlio è disceso e risalito, è morto e risorto, il regno instaurato. Ed ecco: tutta la creazione appartiene a quel regno, si inscrive in quel regno e tutta la storia umana è ricondotta alla definitiva pienezza del disegno di Dio ormai compiuto.

Quella novità che Gesù qui sta annunciando ai discepoli, interpella noi, destinatari della scritto, come Teofilo. L’evangelo è esattamente questa straordinaria novità per cui noi siamo inseriti nella definitiva attualità del regno di Dio. Siamo amici di Dio. Gesù, come adesso abbiamo constatato, fa comunque riferimento alla necessità di una immersione. La corrente che pervade, che raccoglie, che rincalza, che scandaglia, che ricapitola, che preme, irrompe, trascina, la corrente dello Spirito di Dio, la corrente del Vivente. Noi siamo amici di Dio perché si compie la promessa in base alla quale per noi si rende necessario il tuffo nella corrente dello Spirito di Dio. E tuffarci in quella corrente non significa precipitare in un abisso, non significa sprofondare in chissà quale tumultuosa avventura: significa essere incastonati nella novità definitiva, quella che è pienezza di comunione nel Dio vivente e che oramai è pienezza di comunione che ci coinvolge per riportarci alla vita perduta.

I reduci

Rispetto a questi 5 vv. programmatici, il resto del testo degli Atti prosegue con alcune precisazioni. Il programma viene rielaborato in modo tale che tutti gli aspetti drammatici a cui esso già alludeva e di cui solo marginalmente ci siamo resi conto, vengono alla luce. Potremmo chiamare questa sezione dei vv. 6-14, i reduci. I reduci, siamo noi, gli amici di Dio. «Venutesi a trovare insieme gli domandarono: Signore è questo il tempo in cui ricostrituire il regno per Israele? (non: il regno di Israele)». I discepoli sono ancora condizionati da una questione che sta loro molto a cuore, che per loro è la questione risolutiva: dal loro punto di vista si tratta di precisare la consistenza di un disegno che certamente ha una portata universale, ma al centro del quale si impone il ruolo d’Israele. E’ una visione legittima delle cose, è una concezione teologica della storia umana. Ma Gesù rilancia la questione spostando i termini del discorso, in modo coerente con quanto già da parte sua aveva insegnato.

«Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta (autorità = exusia)». E’ l’autorità del Padre che dispone come il disegno si compie in modo da instaurare il regno. «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra. Detto questo fu elevato in alto». Conosciamo bene questa pagina. Non c’è dubbio: il regno è instaurato in obbedienza al Padre, dal momento che il Figlio è intronizzato. Questa precisazione, che per altro già avevamo acquisito leggendo i primi versetti degli Atti, diviene perentoria, ma allo stesso tempo instaura non soltanto la realtà di quel regno che è stato promesso e che adesso è stato realizzato, ma instaura la realtà di una distanza tra colui che è intronizzato, il Figlio dotato di dignità regale, e i discepoli che rimangono. E noi che rimaniamo così come loro, noi che siamo spettatori di una intronizzazione. Tra lui e i discepoli si delinea oramai una frattura sconcertante. E’ una linea che assume la configurazione drammatica di una distanza incolmabile per quel che appare nella immediatezza dell’evento: «Fu elevato in alto e una nube lo sottrasse al loro sguardo». L’immagine della nuvola è più che mai eloquente: è strumento di rivelazione. La nuvola sottrae la visibilità di colui che è stato intronizzato allo sguardo dei discepoli. Questo sguardo acquista una nota di mestizia. I discepoli sono per così dire raggelati sotto l’immagine di quel cielo che si chiude, là dove il Figlio è intronizzato oramai invisibile per loro, irraggiungibile per loro, avvolto dalla nube che contrassegna la sua gloria. I discepoli avvertono la realtà di un distacco, di uno strappo, di una frattura dolorosa e a suo modo angosciante. Per i discepoli, quello che dovrebbe essere il giorno definitivo, si dispiega come tempo senza data, un tempo che noi convenzionalmente interpretiamo come sequenza di giorni mesi, anni, secoli, millenni. Che giorno è oggi? Oggi dovrebbe essere il giorno della visita compiuta, il giorno del regno instaurato, il giorno del Figlio oramai intronizzato e il giorno del nostro inserimento in quella novità piena e definitiva. Ma se è il 5 novembre 2002 che giorno è oggi? Un tempo senza data. La convenzione banalizza, e anche gli spazi oramai tendono ad ampliarsi senza più limiti. Lo sguardo dei discepoli insegue il maestro e Signore che, intronizzato, è per loro irraggiungibile:

«E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo tornerà un giorno nello stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Proprio vero: non c’è più dato. Quando? Un giorno. Quel giorno nel quale la visita di Dio si è compiuta, il giorno della carne, il giorno del Figlio che è disceso fino a morire e risorgere, è un giorno che adesso si sposta in avanti, senza data, in vista del suo ritorno glorioso. Ma intanto per i discepoli, un giorno dopo l’altro, i tempi si succedono come se si dissolvessero nel vuoto. Sembra questo. E l’orizzonte acquista una ampiezza spaziale illimitata: come l’avete visto così lo vedrete. Ma noi l’abbiamo visto scomparire, l’abbiamo visto partire da noi, allontanarsi, coperto, avvolto … così lo vedrete.

Sembra proprio che qui si tratti di un affaccio su un orizzonte che senza più confini indecifrabili si amplia smisuratamente e angosciosamente. E’ un bel dramma. In realtà proprio ai discepoli Gesù aveva annunciato al v. 8: avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su si voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra.

Non c’è dubbio, i discepoli portano e poteranno sempre con loro le conseguenze di questo sgomento che hanno sperimentato all’improvviso, quando il Signore si è separato da loro, è asceso al cielo. Uno sgomento che li condiziona, conferisce ad essi la qualità di reduci. Portano con sé delle ferite, sono spaccati, scorticati, lacerati, strappati nel loro vissuto. Appartengono a un Signore, sono rivolti a colui che regna, sono chiamati a inserirsi nella realtà piena e definitiva che riguarda lui, eppure sono ancora alle prese con il 5 novembre 2002 e si affacciano su un orizzonte che è coperto di nuvole.

I testimoni

Questo significa per i discepoli assumere la qualità di testimoni. Così Gesù si esprimeva nel v. 8: lo Spirito Santo scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra. La prospettiva dilaga nello spazio e passa attraverso la sequenza di tempi inenarrabili, ma è anche vero che questa prospettiva non è proiettata verso il nulla, non è ripiegata su se stessa, come l’esperienza di un avvilimento che segna ancora una volta la sconfitta della nostra vocazione di creature. Noi siamo amati da Dio e siamo amati da Lui in modo tale da essere coinvolti in modo inesprimibile. Noi siamo in comunione con colui che è intronizzato nella gloria e la distanza che ci separa da lui è una distanza che ci interpella come testimoni. L’esperienza di questa distanza non fa di noi dei disperati, ma fa di noi dei reduci testimoni. E la testimonianza riguarda la scansione dei tempi. Questo 5 novembre 2002 appartiene a quel giorno, è inciso in quel giorno, in continuità con quel giorno. Oggi, 5 novembre 2002, è il giorno del Figlio, è il giorno della visita, è il giorno del regno: OGGI!

L’orizzonte coperto dalla nuvola, verso il quale è proiettato lo sguardo triste dei discepoli che hanno subito le conseguenze della separazione dal maestro e Signore, è scrutato con una insistenza instancabile. Quell’orizzonte ha le caratteristiche degli spazi visibili propri della condizione umana (mondo, creazione) , ma anche di quegli spazi invisibili, che sono nascosti nell’intimo del cuore, nelle vicende segrete e impalpabili della storia umana, così come essa si svolge, mettendo in gioco forze arcane e sempre sconcertanti. Non c’è orizzonte verso il quale lo sguardo dei discepoli non sia proteso che non sia oramai contemplato, scrutato nella certezza che il volto del Figlio intronizzato nella gloria. Sono i connotati del suo volto, è la presenza regale del Figli che ci viene incontro dappertutto e sempre. Qualunque affaccio nello spazio visibile e nello spazio invisibile, qualunque nuvola che chiude apparentemente l’orizzonte, acquista un valore sacramentale, un valore rivelativo, epifanico, apocalittico: è il volto che si manifesta, è il volto del Vivente, è il volto glorioso del Signore, è il volto di colui che regna.

I reduci sono testimoni, non sono dei disperati. E’ vero che sono dei reduci, ammaccati, malconci, provati scassati come dei reduci, è vero. Hanno a che fare con una novità definitiva nella storia degli uomini che ancora per loro è coperta dalla nuvola. Eppure appartengono a quella novità definitiva. Reduci e testimoni. Tutta la misteriosa stranezza della vita cristiana sta dentro a questa immagine. Colui che è salito al cielo se ne è andato e si è separato da noi? Ebbene tra Lui e noi è in atto una relazione che si chiama testimonianza. Non c’è attimo della nostra vicenda umana che non appartenga a quel giorno, non c’è attimo che non sia da intendere, vivere, soffrire, amare come in quel giorno l’amore ci è stato rivelato e per amore siamo stati chiamati a vivere. Oggi noi siamo sempre e dappertutto protesi verso la rivelazione del volto che attraverso la nuvola che l’ha reso invisibile diventa sacramento che ci illumina.

In 12-14 i discepoli del Signore rientrano a Gerusalemme e si raccolgono in un luogo appartato, vengono indicati i loro nomi, sono 11 nomi, ci sono anche alcune donne, c’è Maria, la madre di Gesù con i fratelli di lui. Erano assidui e concordi nella preghiera, un atteggiamento molto dimesso, di grande debolezza. D’altra parte non poteva che essere così: è proprio vero che sono dei reduci, sono frastornati, sono disorientati, non sanno cosa fare. E’ proprio vero, hanno sperimentato lo sgomento dell’abbandono, hanno acquisito il sentimento interiore della solitudine, ma tutto questo fa tutt’uno con quella testimonianza che a loro stessi è stata raccomandata dal Signore: la pazienza di una attesa e la custodia di una promessa. E’ il canto del vespro del primo giorno di una storia che si dilungherà nei secoli e nei millenni fino a noi ancora in questa epoca e poi per il tempo che verrà. Oggi tramonta il sole, è l’oggi del vespro, del Magnificat, della madre del Signore che canta, ma è l’oggi della chiesa che canta. E ogni vespro, ogni giorno che muore, ogni giorno che finisce, si consuma, passa, che precipita nella oscurità tenebrosa della notte, è quell’oggi del Figlio, è l’oggi della visita, è l’oggi del regno, è l’oggi nel quale l’amore di Dio si è rivelato e ha coinvolto noi e tutti gli uomini in una relazione di amore: OGGI!

D’altra parte non ci sono strumenti, modalità operative più persuasive per dedicarsi ad altro che a questa paziente celebrazione orante di una esperienza della sera che incombe e che pure è affrontata con il canto festoso della madre del Signore.

11 più uno

Nei vv-15-26 c’è un episodio particolare. «In quei giorni Pietro si alzò ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi)». Bisogna sostituire Giuda che è venuto meno. Sono 11 e non 12. Bisogna trovare un dodicesimo che sostituisca Giuda che è venuto meno in quanto è uno dei dodici. Qui c’è tutto un gioco letterario molto raffinato che serve a indicare attraverso il riferimento insistente al numero, ai numeri, una realtà teologica che ci aiuta a compiere un altro passo importante nella nostra ricerca. Uno dei 12 è venuto meno, perché in realtà i 12 sono sempre uno di meno, o, comunque, tendono sempre a diventare 11, e se sono 12 è perché sono 11+1, 11 con un’aggiunta. E’ sempre una realtà rabberciata, rammendata, ricucita, aggiustata. Sono 12 ma nel senso che sono 11+1 e potrebbero sempre diventare 12-1. In rapporto ai 120, 12, ma che sono così: zoppicanti, sconnessi, scomposti; una realtà che dovrebbe quadrare ed invece è sempre oscillante, esposta a chissà quali altre incertezze.

Vale qui la pena di ricordare quelle pagine del libro dei Numeri, là dove nei primi capitoli Mosè fa il censimento tribù per tribù. Tutti coloro che sono accampati presso il Sinai vengono censiti. C’è stato l’esodo, il grande evento della liberazione, il deserto e siamo al Sinai che significa alleanza. E lì il censimento: il popolo si conta e così viene anche predisposto l’ordine che dovrà essere seguito di tappa in tappa, quando il popolo si metterà in marcia (Num 10). Anche i discepoli sono accampati. Quella immagine è eloquentissima per rileggere in modo più penetrante degli Atti. Accampati in quanto sono loro che si stanno sistemando, organizzando, ricomponendo come meglio è possibile. Questa condizione di popolo accampato, così come illustra quel racconto di Numeri, indica due verità fondamentali.

La prima verità è che questo popolo appartiene al Signore, e ha una consistenza numerica e una identità che lo definisce, lo ritaglia, lo circoscrive sulla scena del mondo in quanto appartiene al Signore. Solo il Signore può censire il suo popolo. Questo è il motivo per cui quando nella storia del popolo ci fu qualcuno che tentò di fare il censimento, combinò pasticci, sempre, fino a quello dell’anno 15 di Tiberio Cesare, raccontato da Luca nel suo vangelo. Il popolo è numerato in quanto appartiene al Signore, in quanto il Signore, e lui solo, apre e chiude il corteo di coloro che si metteranno in movimento, e così di tappa in tappa. L’accampamento verrà spostato da una località ad un’altra e l’ordine della marcia sarà puntualmente determinato in modo tale che il Signore precede e il Signore segue, il Signore accompagna. E’ lui il pastore del suo popolo. E’ lui: pastore di un popolo che sta sperimentando tutti i disagi, le insufficienze, i limiti, i compromessi, i rischi della vita accampata. E d’altra parte il Signore è il pastore. Qui in 21:

«Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi testimone della sua resurrezione». Dove leggiamo: “il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi”, dobbiamo leggere: “il Signore Gesù è entrato e uscito in mezzo a noi”. E’ lui che è passato, è entrato ed uscito. Questo è il linguaggio con cui in Num 27, 17 si parla esattamente del Signore pastore del suo popolo che apre e chiude, che si prende cura dei suoi e li custodisce di accampamento in accampamento. Noi siamo degli accampati, appunto, sempre 11+1, con una propensione quasi istintiva a scivolare dalla dozzina, a decadere da quell’equilibrio per diventare 11, accampati ma il pastore apre e chiude la marcia, entra ed esce in mezzo a noi.

Seconda grande verità: quel popolo di accampati proprio perché è numerato è distinto dagli altri popoli, qualificato dalla sua particolare fisionomia, dotato di una identità autonoma. Proprio per questo motivo, quel popolo accampato è chiamato a rendersi conto di essere collocato sulla sponda di quell’oceano, sul limite, sul confine del mondo in cui gli spazi sono distribuiti con grandiosa generosità da Dio creatore dell’universo e Signore della storia umana. Questo popolo accampato, così circoscritto, è un popolo convocato per essere interiormente educato alla consapevolezza di una relazione singolare con il mondo, con la storia. E’ una responsabilità che gli compete nel momento stesso in cui lo circoscrive localmente e storicamente. Ha una responsabilità che gli compete in rapporto alla totalità delle creature di Dio e alla ampiezza davvero sbalorditiva della storia umana. Se qui Pietro interviene per fare in modo che il dodicesimo sia restituito al suo posto, è perché il popolo degli accampati sta assaporando nell’intimo di un vissuto carico di tante esperienze drammatiche, il gusto e anche la responsabilità di una presenza che coinvolge e attrae a sé, trascina nel corso della propria vicenda l’umanità intera. Siamo 11+1, 12, 120. In realtà alla fine di tutto questo, al v. 27, «gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli 11 apostoli». Il capitolo si chiude con questa ulteriore sottolineatura. Sono 11+1. Dunque 12: quel popolo accampato prende coscienza di sé perché non appartiene a se stesso, ma al pastore che entra e che esce, lo precede de lo segue, lo incalza e lo educa. E’ un popolo di accampati che sta assaporando nell’intimo delle proprie esperienze storiche il valore di un dono d’amore ricevuto che ha una fecondità universale, che vale per tutte le creature di Dio.

Questo libro è indirizzato agli amici di Dio. Questo è il programma. Questo programma è drammaticamente smentito dalla realtà di una situazione che ci separa da quel giorno in cui la visita si è compiuta e da colui che oramai regna nella gloria. Eppure è proprio questa separazione da lui che acquista le caratteristiche della testimonianza. Noi, gli amici di Dio perché oggi siamo i testimoni del Vivente, oggi accampati sulla scena del mondo, nel corso della storia umana, mentre gli spazi assumo dimensioni sempre più complesse e articolate. Oggi e qui siamo accampati sulla sponda del mondo intero per testimoniare che questo confine ha sacramentalmente e irrevocabilmente il valore di una sutura, di una cucitura, di un sigillo di comunione. Noi siamo gli amici di Dio, noi apparteniamo al Figlio che è risorto dai morti ed è entrato nella gloria, noi siamo coinvolti nella definitiva pienezza del suo regno. Oggi e qui noi ne siamo testimoni per ogni creatura di Dio, sempre e dappertutto.

Per quanto possiamo essere scombinati e malconci nel nostro accampamento, per noi Luca ha scritto gli Atti degli apostoli e attraverso di noi ancora gli Atti degli apostoli diventano voce eloquente che convoca un Teofilo dopo l’altro, gli uomini di questi giorni che di quelli che verranno, allo stesso modo di quel Teofilo che abbiamo incontrato nel versetto di questo primo capitolo.

http://www.incontripioparisi.it


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Questa voce è stata pubblicata il 16/04/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana con tag , , .

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