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UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio della II Domenica di Pasqua (A)

II Domenica di Pasqua (A)
o della Divina Misericordia 

Giovanni 20,19-31

seconda domenica di Pasqua1

Otto giorni dopo venne Gesù (Gv 20,19-31) 

Questo brano di vangelo chiude il vangelo di Giovanni ed è considerato la “prima conclusione” del quarto evangelo. Il vangelo di Giovanni si chiude quindi con la figura di Tommaso. A questa figura, dunque, viene dedicato tempo, spazio, importanza. Ma dove sta la grandezza di Tommaso? La grandezza di Tommaso sta in ciò che chiede di vedere. C’è una fede che Tommaso sa di dover chiedere, ma questa fede nasce dal vedere e toccare i segni dei chiodi, i segni della passione del Signore, i segni della continuità tra la croce e la Risurrezione.

Questi sono i segni che Tommaso chiede di vedere! Se qualcuno chiede di mostrargli in qualche modo la possibilità di credere in Dio, lo portiamo là dove si mettono le mani nelle piaghe, nei luoghi della fede rappresentati dai luoghi delle piaghe del Signore: all’OPG, nel campo sosta degli zingari, in un reparto di malati gravi…

v.19: È il primo giorno dopo il sabato, quindi è l’inizio di una settimana nuova, l’inizio di un tempo nuovo, proprio di un tempo nuovo; perché la resurrezione di Gesù ha creato un tempo alternativo e nuovo rispetto al cronos della vita umana, della cronaca umana. Ha fatto irrompere nel tempo l’eternità di Dio, e ha fatto entrare nell’eternità il tempo dell’uomo. Quindi siamo davvero davanti ad un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.

La “paura” è la condizione del discepolo nel mondo, dove è un estraneo, perché pur vivendo nel mondo non appartiene al mondo, e proprio per questo subisce nel mondo una emarginazione che può diventare anche persecuzione e rifiuto violento. Quando san Giovanni dice che “i discepoli sono nel Cenacolo a porte chiuse per paura dei Giudei”, vuole indicare fondamentalmente questa condizione: il mondo ha crocefisso il Signore, e di fronte al mondo i discepoli del Signore si trovano in questa situazione di estraneità e di paura.

Così è per quello che riguarda il senso della “gioia”, che è evidentemente gioia psicologica, emozione, sentimento… ma è ancora di più, è molto di più: è quel senso di pienezza che il discepolo sperimenta quando percepisce la presenza del Signore. Il discepolo vive per il Signore, nel rapporto con il Signore; e quando questo rapporto gli è donato, viene sperimentato in pienezza, c’è la pienezza della gioia. E questo passaggio “dalla paura alla gioia” è un elemento importante dell’esperienza della Pasqua, del Signore risorto.

Questa immagine del Signore come “colui che viene” è caratteristica di Giovanni. È addirittura la parafrasi del nome di Dio che si trova nell’Apocalisse (Ap 4, 8): “Colui che era, che è, che viene!”: è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza.

v.21: Gesù è essenzialmente un mandato, che nella sua missione rende presente la parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Attraverso Gesù, Dio si fa visibile: proprio perché è un Mandato, quindi non ha autorità propria, rimanda continuamente a quel Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua missione non è altro che l’espressione del dono totale di sé, dell’identità del Figlio come “colui che riceve la vita da…”.

Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono. Perché il dono del Signore è esattamente questo: lo Spirito. Nel nostro brano è dono del Signore la pace, ed è dono del Signore lo Spirito. Qualcuno ha detto che “lo Spirito Santo è capace di fare una cosa sola, ma la fa molto bene: è capace di fare Gesù Cristo”. Dove arriva lo Spirito Santo, il mondo assume la forma di Gesù Cristo. Dove c’è lo Spirito, lì il mondo viene plasmato secondo quella forma precisa che era la forma del Figlio di Dio, la forma di Gesù.

v.22: Perché lo Spirito viene dal Cristo morto? Evidentemente, perché lo Spirito è la forza dell’amore di Dio. E questo amore di Dio è liberato nell’uomo, nel mondo, nel momento in cui il Signore ha donato se stesso. Per cui san Giovanni descrive (o racconta) la morte di Gesù con quelle parole: “Dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E, chinato il capo, rese lo spirito” (Gv 19, 30). Nell’ottica di san Giovanni non solo emette lo “spirito”, ma lo trasmette, lo comunica; quella vita che Gesù ha, quello Spirito che abita dentro di lui, lo trasmette proprio perché tutta la sua vita è trasformata in amore. Non è stata una vita ripiegata su di sé nella difesa di quello che possedeva, ma è stata “una vita per”, una vita offerta, una vita donata.

v.23: Un primo elemento di questa difesa del discepolo che lo Spirito Santo compie è di rimanere con il discepolo in modo tale che il legame del discepolo al Signore sia permanente. C’è stato un periodo in cui il Signore era con i suoi discepoli e il legame era immediato, era un legame di ascolto, di discussione, di contemplazione… Questo tipo di presenza del Signore ci è tolto, ma non ci è tolto il rapporto con il Signore.

Il discepolo non può vivere se non rimanendo nel Signore; e questo com’è possibile? Per lo Spirito! È lo Spirito di Cristo, è lo Spirito donato dal Risorto, quello che permette al discepolo, nel tempo, nel tempo anche dell’assenza fisica del Signore (assenza fisica per modo di dire perché in un certo senso c’è anche fisicamente nel Sacramento), comunque in questo tempo il rapporto con il Signore diventa attuale, continuo, un rimanere in Gesù.

v.27: Non essere un rimprovero che ciò che Gesù dice a Tommaso: “Non essere incredulo, ma credente…”. Da una condizione di incredulità si passa ad una condizione di fede, per un incontro unico e personale con il Cristo e con il Cristo nel cui corpo ci sono i segni dell’amore che ha avuto per noi. Su questo non c’è dubbio.

Non è: “Non ti vergogni di essere incredulo…”, ma “Bene, c’è, per quello che vedi e tocchi del Risorto, una condizione nuova alla quale sei chiamato: questo è quello che vediamo della tua fede; passare da una condizione a un’altra”.

v.29: Non è poi così facile credere dopo aver veduto. Chi di noi per poter credere chiede di vedere ciò che chiede Tommaso? Nessuno. Questa è la difficoltà della fede: toccare i segni della crocifissione del Signore per credere. C’è da chiedersi come questo toccare, suscitato dall’invito che Lui ci rivolge, possa essere stato. Di sicuro, dopo questo toccare, Tommaso ha potuto esprimere la più alta professione di fede, dopo la quale Giovanni non ha più ritenuto necessario continuare il suo vangelo.

Maria Chiara Zulato
http://www.figliedellachiesa.org


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Questa voce è stata pubblicata il 19/04/2017 da in Anno A, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Pasqua con tag , .

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