COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Commento al Vangelo della III settimana di Pasqua

Commento al Vangelo
della III settimana di Pasqua

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Lunedì 1 Maggio >
(Memoria facoltativa – Bianco)
San Giuseppe Lavoratore
Gen 1,26-2,3   Sal 89   Mt 13,54-58: Non è costui il figlio del falegname?
Martedì 2 Maggio >
(Memoria – Bianco)
Sant’Atanasio
At 7,51-8,1   Sal 30   Gv 6,30-35: Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.
Mercoledì 3 Maggio >
(FESTA – Rosso)
SANTI FILIPPO E GIACOMO
1Cor 15,1-8   Sal 18   Gv 14,6-14: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Giovedì 4 Maggio >
(Feria – Bianco)
Giovedì della III settimana di Pasqua
At 8,26-40   Sal 65   Gv 6,44-51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Venerdì 5 Maggio >
(Feria – Bianco)
Venerdì della III settimana di Pasqua
At 9,1-20   Sal 116   Gv 6,52-59: La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Sabato 6 Maggio >
(Feria – Bianco)
Sabato della III settimana di Pasqua
At 9,31-42   Sal 115   Gv 6,60-69: Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.
Domenica 7 Maggio >
(DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41   Sal 22   1Pt 2,20-25   Gv 10,1-10: Io sono la porta delle pecore.

III settimana di Pasqua
Commento al Vangelo di Paolo Curtaz

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Lunedì 1 Maggio (Memoria facoltativa – Bianco)
San Giuseppe Lavoratore
Gen 1,26-2,3   Sal 89   Mt 13,54-58: Non è costui il figlio del falegname?

Commento su Mt 13,54-58
Oggi la Chiesa celebra la festa di san Giuseppe lavoratore. L’occasione, in questi tempi di crisi, per rivalutare la visione biblica del lavoro.
Storicamente il primo maggio è una festa laica, nata per sottolineare le conquiste operate dai lavoratori grazie a lotte sindacali che, nel passato, hanno coinvolto molte persone e causato molta sofferenza. A questa commemorazione la Chiesa ha voluto aggiungere una sensibilità spirituale, un approccio di fede, proprio a partire dall’esperienza di lavoro vissuta dal Signore Gesù e da suo padre Giuseppe. Nei vangeli, Gesù è conosciuto con il mestiere trasmessogli dal padre, quello di carpentiere abile nella lavorazione del legno ma capace, come si usava allora, a fare altri lavori inerenti all’edilizia. Stupisce il fatto che Dio abbia lavorato con le sue mani, scegliendo un’occupazione impegnativa, da artigiano appunto, che ha svolto per gran parte della sua vita. Nella Bibbia il lavoro dell’uomo aiuta Dio a completare la Creazione, diventa il modo che l’uomo ha di assomigliare al Dio artigiano che costruisce il Cosmo. Lavorare perciò, dona a noi la dimensione della dignità prima ancora che garantirci il sostentamento col guadagno. Oggi, purtroppo, la dignità del lavoro e del lavoratore sono passate in secondo piano: è il profitto a determinare la validità di un lavoro e le scelte, a volte drammatiche, dell’economia che, come vediamo, finiscono col determinare anche le scelte politiche. Riappropriamoci del lavoro così come l’ha voluto Dio!

Martedì 2 Maggio (Memoria – Bianco) Sant’Atanasio
At 7,51-8,1   Sal 30   Gv 6,30-35: Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.

Commento su Gv 6,30-35
Gesù ha appena sfamato cinquemila capi-famiglia in quello che è il peggiore dei suoi miracoli, quello peggio interpretato. È fuggito quando la folla lo voleva fare re; ora, raggiunto dalla gente, inizia una feroce polemica con chi, invece di cercare Dio per Dio, lo cerca per avere la pancia piena. Gesù chiede di credere nelle sue parole, di fidarsi di lui e la gente cosa vuole da lui? Un segno! Un miracolo, l’ennesimo! Come se non fosse bastato sfamare una tale quantità di persone! Abbiamo sempre bisogno di segni della presenza di Dio, chiediamo sempre miracoli e apparizioni. Abbiamo una fede fragile, lunatica, scostante, altalenante. Invece di fidarci delle Parole del Signore, di imparare a leggere i tanti segni della sua presenza (anche oggi la nostra giornata è riempita di piccoli miracoli quotidiani…) corriamo dietro agli eventi straordinari che solleticano l’emozione senza convertire il cuore. Gesù, invece, viene per sfamare il nostro infinito desiderio di bene e di felicità, a nutrire la nostra anima, a colmare i nostri sogni. Gesù risorto si propone come orizzonte dell’intera vita, non come piccolo amuleto da tirare fuori nei giorni di difficoltà o di fame dell’anima!

Mercoledì 3 Maggio (FESTA – Rosso) SANTI FILIPPO E GIACOMO
1Cor 15,1-8   Sal 18   Gv 14,6-14:
Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Commento su Gv 14,6-14
La memoria di due apostoli, Filippo e Giacomo, ci inseriscono nel grande solco della predicazione degli apostoli che ci hanno consegnato il vangelo giunto intatto fino a noi…
Quanto è simpatica la Provvidenza! È difficile immaginare la festa di due apostoli così diversi fra loro! In realtà la loro memoria è legata alla traslazione a Roma delle loro reliquie, avvenuta nello stesso momento. Filippo è di Betsaida, in Galilea, il nome ne tradisce l’origine meticcia, discepolo del Battista, sarà lui a portare dei greci al cospetto di Gesù. Un uomo di confine, quindi, che riesce a superare e a far superare agli apostoli le chiusure del piccolo mondo giudaico. Mondo da cui proviene invece Giacomo il minore, cugino di Gesù, primo vescovo di Gerusalemme e autore di una lettera finita poi nel Nuovo Testamento. Persona piuttosto conservatrice e molto attenta alla continuità con la tradizione giudaica, Giacomo si scontrerà frontalmente con le eccessive aperture di un altro apostolo, Paolo. E la Provvidenza li ha messi insieme, Filippo, il più straniero fra gli apostoli e Giacomo, il più conservatore, per ricordarci ancora una volta che la Chiesa non è quello sgorbio che troppo spesso pensiamo nel cuore, ma la manifestazione piena della creatività e della fantasia di Dio che non respinge nessun uomo che porti nel suo cuore il desiderio di infinito…

Giovedì della III settimana di Pasqua
At 8,26-40   Sal 65   Gv 6,44-51: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Commento su Gv 6,44-51
Quando iniziamo un cammino di fede, coinvolgendo la nostra intelligenza e i nostri sentimenti; o quando alla fine di questo nostro percorso spesso irto di difficoltà ci “arrendiamo” al vangelo e professiamo la nostra fede… allora ci rendiamo conto che, in fondo, dietro tutto il nostro percorso e cammino, il Signore aveva già manifestato la sua discreta vicinanza. Cerchiamo colui che ci cerca, sentiamo che il nostro desiderio del Signore, in fondo, è lui stesso ad averlo suscitato in noi. Ma Gesù va oltre: credere significa avere la vita eterna, cioè la vita dell’Eterno. Spesso, erroneamente, pensiamo che la vita eterna sia qualcosa che ci capita alla fine del nostro sentiero cammino tragitto di vita, in un ipotetico e fumoso futuro di cui non sappiamo molto. L’eternità diventa, allora, una specie di premio per ripagarci di tutte le noiose cose cattoliche che abbiamo dovuto sopportare. Non è così: la vita eterna è già iniziata, la vita dell’Eterno si accende in noi quando crediamo, quando professiamo la nostra fede, quando scegliamo di diventare e vivere come discepoli del Nazareno. E in questo andare l’eucarestia diventa un incontro fondamentale, intenso, un dono che è il pane del cammino, la reale presenza di Cristo.

Venerdì della III settimana di Pasqua
At 9,1-20   Sal 116   Gv 6,52-59:
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Commento su Gv 6,52-59
Ora esagera, il Signore, siamo seri. Ha chiesto alla folla di non cercare Dio per farsi riempire la pancia. Ha chiesto di fidarsi di lui e di credere in ciò che egli dice di Dio. Ha parlato di un Dio che sazia il cuore, che desidera intensamente comunicare all’uomo la sua stessa vita. Un Dio che chiama, che attira tutti a sé, che suscita in noi il desiderio di lui. Ha parlato di un cibo di cui nutrirsi per il cammino, un cibo che sostiene la fede, che anticipa ad oggi l’eternità. Ma ora esagera: chiede di nutrirsi di lui, di mangiare la sua carne e bere il suo sangue. Non chiede certo di diventare dei cannibali! Ma di entrare in intima comunione con lui (il sangue è segno della vita e della vitalità, la carne il segno della debolezza). Per incontrare Dio dobbiamo essere intimamente uniti a Cristo, diventare suoi contemporanei, fidarci delle sue parole, nutrirci della sua presenza nel segno dell’eucarestia. Sì: io mi fido del Signore Gesù. Fatico, sono preso da mille dubbi e domande, ma mi fido. So che lui e il Padre sono una cosa sola, ho deciso da tempo di non seguire il serioso volto di Dio che mi porto nell’inconscio, ma quello radioso di cui ho fatto esperienza ascoltando e seguendo il Rabbì di Nazareth.

Sabato della III settimana di Pasqua
At 9,31-42   Sal 115   Gv 6,60-69: Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

Commento su Gv 6,60-69
Se ne va la folla, e fa benissimo. Come si fa a star dietro alla valanga di parole che ha detto? E alle cose che chiede? E al volto di Dio inatteso e incredibile che professa? E all’esigenza di nutrirsi della sua presenza? Chi pretende di essere questo falegname che si è scoperto profeta? Anche noi siamo così: fino a quando Dio ci riempie la pancia va tutto bene: siamo soddisfatti, Dio è buono, il mondo è magnifico. Ma appena Dio diventa esigente, chiede qualcosa di più forte e importante, appena ci mette davanti alle nostre fragilità, allora tutto cambia: preferiamo andarcene piuttosto che continuare ad ascoltare. È duro il vangelo, perché negarlo? È esigente!, perciò, nella storia, abbiamo continuato ad annacquarlo, a modificarlo, a interpretarlo… Sono suoi discepoli coloro che se ne vanno: il Signore sempre ci lascia liberi, sempre. Gli apostoli, storditi, non sanno che fare, non sanno che dire. Nell’arco di poco tempo sono passati dalla gloria al fango: qui finisce la brillante carriera del Messia. E la loro. E Gesù, immenso, libero, straordinario, si gira verso di loro: volete andarvene anche voi? Non li supplica di restare, preferisce restare solo piuttosto che tradire il volto del Padre.


 

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