COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sugli Atti degli Apostoli (3)

Lectio sugli Atti degli Apostoli (3)
Pino Stancari

IL VOLTO E LO SPECCHIO

La prima evangelizzazione

Nei primi 5 capitoli degli Atti degli apostoli si assiste alla prima evangelizzazione a Gerusalemme. Destinatario di questa prima evangelizzazione è il popolo d’Israele, la prima evangelizzazione riguarda Israele. Per evangelizzazione si intende quella profezia nel nome di Gesù che testimonia la vita nuova di coloro che sono stati a loro volta evangelizzati e che sono in grado di incrociare la vita di altri uomini, e, quindi, di chiamare altri alla relazione con Gesù: relazione con il Figlio di Dio che è risorto dai morti, che si realizza malgrado la distanza, malgrado l’abisso che separa la nostra condizione umana dalla sua realtà glorioso di Figlio intronizzato.  (…)
Nel nome di Gesù, ogni giorno non cessavano di insegnare e portare l’evangelo che Gesù è il Cristo. Coloro che man mano vengono interpellati, coloro che aderiscono a questo invito, intraprendono il cammino di una vita nuova, ancora in modo incerto e stentato, ma si tratta comunque della vita battesimale, vita di comunione con Gesù, Messia e Signore, che è morto e che è risorto, che è vivente, che è intronizzato nella gloria.

Giudei ellenisti e giudei palestinesi: il dibattito

E’ importante che ci fermiamo a considerare il particolare significato, il valore specialissimo di questa svolta che segna la maturità della evangelizzazione. Siamo appena all’inizio di una vicenda che si sviluppa poi nel corso dei secoli e dei millenni fino a noi oggi. Ma la svolta che qui l’evangelista Luca ci illustra segna già il raggiungimento di quello stato di vita adulta che consentirà ai discepoli di intraprendere le strade della missione che si svilupperà nel corso delle generazioni future fino agli estremi confini della terra. Quella che sarà la missione nella quale sarà impegnata la chiesa, tutte le chiese fino a noi oggi. L’evangelizzazione procederà oramai a pieno regime.
«In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana».

Non c’è dubbio, siamo inseriti in una prospettiva di crescita. Ma ancor più importante è segnalare l’aspetto qualitativo di questa crescita. Qui si parla di ellenisti e di ebrei, siamo sempre all’interno dell’unico popolo d’Israele: giudei che parlano greco (ellenisti) e giudei che dimorando nella terra d’Israele parlano l’aramaico. L’ebraico è per tutti la lingua della preghiera, della lettura, la lingua dell’insegnamento rabbinico. Ci sono ebrei che parlano greco. Ebrei: in questo caso il termine diventa ambiguo. Nel linguaggio del nostro evangelista, Luca, gli ebrei sono i giudei palestinesi che parlano aramaico nella loro vita quotidiana. Ma il popolo d’Israele è una realtà molto ampia e sfaccettata, complessa e articolata. Il fatto di distinguere qui tra ellenisti ed ebrei allude alla ricchezza di componenti che è presente nell’ambito dell’unico popolo d’Israele nell’epoca tra Antico e Nuovo Testamento. E’ una ricchezza di componenti ben più interessante, affascinante, direi quasi per noi motivo di meraviglia, rispetto alla immagine che poi il popolo d’Israele assumerà nei secoli seguenti, dopo quel grande momento di crollo e di rilancio che sarà determinato dalla distruzione del tempio nel 70 d.C. Il giudaismo che cresce e si sviluppa nei secoli successivi assumerà una fisionomia molto più circoscritta, molto più univoca. E’ sempre vero che le componenti, le varietà, le sfumature rimangono innumerevoli, ma niente di simile in ogni caso alla ricchezza di espressioni, di testimonianze, di spiritualità, di movimenti di cui dava prova il popolo d’Israele nell’epoca antecedente. Il fatto che esistano giudei ellenisti e giudei palestinesi, giudei di lingua greca e giudei di lingua aramaica è quanto mai sintomatico. Israele è disperso e molti vivono presso i popoli pagani, molti vivono nei territori della cosiddetta diaspora, sono disseminati di qua e di là, in contatto con le realtà del paganesimo che è dominante sulla scena del mondo, comunità qualche volta anche molto qualificate, altre volte piccole sinagoghe sperse, molto frantumate. Comunque sia giudei che parlano greco, perché questa è la lingua del mondo, mediante la quale ci si inserisce nel contesto del grande funzionamento civile, sociale, culturale che è proprio del mondo pagano all’interno dell’impero romano e ancora all’esterno dei confini dell’impero.
Ci sono giudei palestinesi che continuano a parlare l’aramaico e vivono nella terra d’Israele in una situazione privilegiata, essi sono in contatto con Gerusalemme e, ancora più importante, in contatto con il tempio. Ciò non è possibile per i giudei della diaspora: parlano greco e sono lontani dalla terra di Gerusalemme; possono salire al tempio periodicamente, qualche volta una volta all’anno, qualche volta una volta nella vita. Si registra una sovrabbondanza di anziani ellenisti, è probabile che molti di questi salissero e restassero a Gerusalemme per trascorrervi gli ultimi anni della loro vita. Gerusalemme era già all’epoca, e ancora oggi, un immenso cimitero, un complesso di cimiteri.
Ci sono delle tensioni, delle differenze che alludono a distinzioni molto più profonde per quanto riguarda il modo di sentire, di impostare, di affrontare la propria vocazione, il modo di testimoniare l’identità di coloro che appartengono la popolo d’Israele. All’interno della comunità dei discepoli del Signore si ripropongono quelle tensioni problematiche che sono presenti all’interno del popolo d’Israele.

Le questioni fondamentali erano due. Una prima questione riguarda la dottrina del tempio per l’ovvio motivo che coloro che vivono lontani dalla terra, da Gerusalemme, dal tempio, non sono in grado di frequentare il culto. Il tempio è unico e il culto viene celebrato solo a Gerusalemme, motivo di grande commozione per i pellegrini. Noi siamo venuti per vedere la sua gloria. Tutta la devozione del giudaismo ellenista tende a trasformare il culto che si svolge nell’unico tempio di Gerusalemme in un valore spirituale; tende a sostituire a quel culto che si svolge secondo le modalità liturgiche gestite da tutto l’apparato levitico-sacerdotale nel tempio di Gerusalemme, in un complesso di testimonianze interiori che si ricapitolano in quella terna di elementi su cui per altro ritorna Gesù nel discorso della montagna: il digiuno, la preghiera, l’elemosina.
C’è un altro tema su cui è registrata la tensione tra i giudei della diaspora e gli altri: i giudei ellenisti non sono in grado di osservare una gran parte di quelle prescrizioni che sono stabilite nella legge. Vivere fuori della terra, lontano da Gerusalemme e dal tempio è non potere osservare in pienezza l’osservanza, mentre le osservanze sono praticate da coloro che si trovano inseriti in un contesto corrispondente a quello che già la legislazione antica aveva indicato. “Quando sarai nella terra farai così e così”.. ma quando uno non è più nella terra non può fare così e così. E questo non è poco. Non c’è dubbio che il popolo di Dio, il popolo dell’alleanza si identifica in rapporto alla legge, ma come intendere la legge visto che non può essere osservata da coloro che sono in diaspora? Anche in questo caso tutto il giudaismo ellenista tende a interpretare la legge e le osservanze conseguenti in una dimensione più interiore: quel che conta è la conversione del cuore, la circoncisione del cuore, l’apertura dell’anima alla relazione con il Dio vivente. C’è un’insistenza particolarissima su questi valori che per altro sono già presenti nella rivelazione biblica. Solo per coloro che vivono nella terra d’Israele è possibile essere puntuali e rigorosi nell’adempimento di tutte quelle osservanze che sono impraticabili da parte di quelli che vivono in diaspora. Coloro che vivono in diaspora hanno sviluppato questo particolare senso della appartenenza al Signore che si esplicita non già nella concreta osservanza delle prescrizioni, ma si esplicita nella apertura di un cuore che si apre, che si converte. Si potrebbero dire tante altre cose. Il giudaismo ellenista è in contatto con i pagani, ma ha una problematica di carattere missionario in senso ampio, ha assunto oramai una problematica riguardante il modo di presentarsi, di dialogare, di interloquire. Non a caso questo giudaismo parla greco, che è la lingua del mondo, dei pagani. Viceversa il giudaismo palestinese dà l’impressione di essere più arroccato in posizioni conservatrici. Sono certamente considerazioni banali, in realtà ci sono degli incroci, ci sono dei capovolgimenti di fronte ieri e ancora oggi.
C’è un problema: le vedove degli ellenisti sono trascurate. Siamo all’interno della comunità dei discepoli del Signore e c’è un problema riguardante gli anziani degli uni che sarebbero svantaggiati rispetto agli altri. Siamo, insisto, all’interno della comunità dei discepoli. Le problematiche si ripropongono là dove la comunità sta crescendo in continuità con quella realtà ampia, articolata, complessa che è il popolo d’Israele. Viene approntata una soluzione: «I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense». E’ in questione l’impegno didattico e la testimonianza orante. Quei tali che parlano greco talvolta non sanno parlare aramaico e viceversa. E’ evidente che ci sono delle difficoltà e si giunge alla decisione di distinguere, di riconoscere il valore di due diverse componenti della stessa comunità, i 12 e adesso acconto ai 12 i 7. I 12 continueranno ad occuparsi dei giudei palestinesi e i 7, altri sette personaggi di cui adesso qui viene indicato il nome, si occuperanno dei giudei provenienti dalla diaspora di lingua greca: «Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola. Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia». Sette nomi tutti greci, fino ad arrivare al settimo che è un proselito di Antiochia, cioè un pagano convertito, un pagano divenuto giudeo. «Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede».
Il fatto essenziale è che siamo alle prese con una comunità in crescita che non è registrata semplicemente nei numeri, che pure vanno assumendo proporzioni sempre più ingenti, ma che comporta una progressiva articolazione all’interno di quella comunità dei discepoli, non foss’altro perché essa ripropone quelle problematiche che già erano registrate all’interno del popolo d’Israele.

Stefano: l’uomo della pienezza

Adesso l’attenzione si concentra su Stefano, il primo dei 7, e voi già sapete dove andremo a finire.
«Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo».

Stefano è caratterizzato come l’uomo della pienezza: Stefano pieno di grazia e di fortezza. E’ identificato non solo per la lingua che parla, ma per la spiritualità che ha acquisito, per le esperienze vissute, per la sua provenienza, per tutto un mondo che gli sta attorno e che gli sta nell’animo: generazioni e generazioni forse di giudei ellenisti stanno a monte della sua esistenza personale. Un personaggio pieno. Questo particolare è interessante: come è possibile essere pieni nel particolare? Come è possibile essere pieni là dove l’identità è specificata nei suoi contenuti limitanti, costrittivi. Stefano è pieno: è già una allusione a una vicenda che il nostro evangelista ci racconterà in modo preciso e dettagliato. Stefano è pieno: abbiamo a che fare con un personaggio che fin dall’inizio ci è presentato come testimone di una comunione che non è in contraddizione con la sua particolare identità. Una pienezza di comunione che trasuda proprio dal suo modo di presentarsi limitato, particolarmente identificato, circoscritto nel suo vissuto.
Stefano si dà da fare pieno di grazie e di energia. «Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei “liberti” comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, a disputare con Stefano». Scoppia il conflitto a riguardo di coloro che provengono dalle sinagoghe nelle quali si raccolgono i giudei della diaspora. I liberti sono i giudei rientrati a Gerusalemme dopo essere stati liberati, passati attraverso una esperienza di schiavitù. Sono tutti giudei provenienti dalla diaspora, ellenisti. A Gerusalemme esistono sinagoghe nelle quali si ritrovano e pregano e li sviluppano le loro ricerche teologiche e danno corpo ai movimenti di spiritualità, a impegni pastorali e così via.
Questi tali disputano con Stefano. Il conflitto sorge all’interno dell’ambiente ellenista, che è l’ambiente di Stefano. Le antiche solidarietà dottrinali diventano un buon motivo per contestare Stefano, per denunciarlo. D’altronde il gioco è facile perché questi sanno bene a quali argomenti ricorrere per denunciare Stefano presso l’autorità giudaica.
E infatti sono in difficoltà perché: «non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio», cioè contro la legge e il tempio. Sono i due grandi temi di tensione e di discussione a livello teologico e pastorale nell’ambito del giudaismo: l’interpretazione della legge e il riferimento al tempio. Quale sia mai la possibilità di sostituire il culto che si svolge nel tempio con quelle forme di impegno interiore o comunque a portata di mano, di cuore, di tasca quali: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Stefano viene accusato pubblicamente. Tradiscono loro Stefano che proviene dal loro medesimo ambiente, si sentono loro traditi da Stefano, si sentono loro contestati da Stefano. Per questo lo denunciano in modo aspro, violento e drammatico. La questione non riguarda più questi due grandi temi di disputa all’interno del popolo d’Israele: la questione riguarda Gesù e solo Gesù. E infatti: «così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge». C’è di mezzo una falsa testimonianza come nel racconto della passione del Signore. Insisto: le questioni non sono più queste.

La svolta: il volto è lo specchio. Dal racconto alla testimonianza

La questione è una sola: è quella novità che ha segnato la vita di Stefano: l’incontro con Gesù. Gesù è il tempio eterno, Gesù è la parola realizzata, la parola osservata. Per Stefano la questione non è più quella che era impostata secondo le forme dottrinarie rabbiniche nella quale erano coinvolte le diverse componenti del popolo d’Israele. Per Stefano non si tratta più di contrapporre l’osservanza della legge nei suoi termini empirici e rigorosi, all’osservanza della legge in un senso spirituale ed interiore, né si tratta di sostituire il culto del tempio di Gerusalemme con quell’altro culto che passa attraverso il vissuto nelle cose dell’esistenza quotidiana. Per Stefano tutto è ricapitolato nella novità di Gesù. Le accuse non lo riguardano più. Falsi testimoni dichiarano che «lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè». Quello che conta è appunto il riferimento al luogo, il tempio, il riferimento alle norme mosaiche. Stefano non ha mai affermato che Gesù distruggerà il tempio e sovvertirà i costumi, anzi l’incontro con Gesù vivente e glorioso non è l’incontro con colui che distrugge il tempio, ma con colui che oramai è il tempio!. Non è l’incontro con colui che sovverte le norme mosaiche, ma con colui che ha realizzato in pienezza la parola di Dio. Stefano non risponde, non si difende, non può aderire a una questione che è impostata in termini che non sono più i suoi. E a questo punto: «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo». Un volto da guardare. Adesso Stefano prenderà la parola ma, fateci caso, non si difende, non pronuncia un discorso valido come quelle difese cui normalmente si ricorre in una sede giudiziaria. Il discorso di Stefano è una vera e propria testimonianza. L’evangelista Luca ci tiene a segnalare il voto di Stefano, un volto da guardare, rivolto alla rivelazione del servo glorificato. Gesù Messia e Signore è l’interlocutore di Stefano, è il referente della sua vita evangelizzata. Il volto di Stefano è specchio di quella novità che è entrata una volta per tutte nella storia umana dal momento che il Figlio di Dio è disceso ed è risalito, è morto ed è risorto. Stefano non si difende, offre la testimonianza del suo volto. Il suo discorso è la illustrazione, il commento di quella immagine piena di luce che il suo volto offre in quanto specchio dell’evangelo. «All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse…». Noi ascoltiamo il discorso di Stefano nel momento stesso in cui contempliamo il volto di colui che è diventato specchio del servo glorificato. La evangelizzazione sta assumendo una nuova andatura, per dire così. C’è qualcuno che offre la realtà del proprio volto come specchio, il volto come specchio del mistero che ci ha visitato, specchio di colui che è intronizzato nella gloria. L’evangelizzazione non più semplicemente come chiamata ad entrare in relazione con Gesù, ma come consegna di una vita che attraverso il volto è divenuta specchio di Gesù vivente. Un conto è intendere l’evangelizzazione come chiamata, un conto è intenderla come l’offerta di una vita: attraverso quel volto è una vita intera che viene esposta perché si esprima come testimonianza di Gesù, una testimonianza che riproduce nel vissuto di una esistenza umana e nel dramma della storia umana il mistero del Signore vivente.
Cap 7, vv. 1-53 il lungo discorso di Stefano è organizzato in modo tale da passare in rassegna tutta la storia della salvezza, da Abramo, all’inizio della storia. Abramo riceve le promesse e poi dopo di lui gli altri patriarchi. Da Abramo fino all’epoca contemporanea, fino al Messia e quello che sta succedendo nel momento attuale. Tutta la storia della salvezza viene ricapitolata da Stefano. Il racconto è stracarico di citazioni. Il testo è tutto un intarsio di citazioni dell’AT. Stefano sta rileggendo per intero tutto il testo biblico dall’inizio in poi, sta ripercorrendo tutta la storia della salvezza, per tappe, con una sosta attorno ad alcuni personaggi. Tappa dopo tappa ci sono dei personaggi di riferimento a partire da Abramo, passando attraverso gli altri patriarchi. Diverse tappe sono dedicate a Mosè, poi il tempo del deserto, il tempo dell’ingresso nella terra, e poi gli avvenimenti contemporanei.
Stefano ricostruisce questo itinerario in modo tale da mettere in risalto che la storia della salvezza è sistematicamente segnata da situazioni di rifiuto, dall’esperienza di sconfitte, dal dramma di molteplici smentite. Tra l’altro il discorso di Stefano si apre proprio così, il sommo sacerdote lo ha interrogato e Stefano risponde: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo». E’ una citazione di Sal 29 (il Salmo responsoriale nella festa della Presentazione di Gesù al tempio). Chi è questo re della gloria? Stefano nel suo discorso parte dal Dio della gloria, quello del Salmo 29. La storia della salvezza è la storia di una rivelazione del Dio della gloria, una rivelazione che cresce e si intensifica passando attraverso quelle tappe che Stefano sta ricostruendo con un cumulo di citazioni e montando la ricostruzione delle vicende in modo confacente al suo intento catechetico, alla sua testimonianza. Il Dio della gloria si è rivelato passando attraverso tanti suoi rifiuti, passando attraverso l’esperienza di tante sconfitte, passando attraverso il dramma di coloro che sono stati smentiti. Eppure è passando di là, attraverso situazioni amare e deludenti. Fino ad arrivare alla tappa finale.
v. 51: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?».
Stefano è quanto mai determinato nel denunciare questo fenomeno che per altro è confermato da tutta la tradizione biblica. «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto», del Messia. Quelli che preannunciavano la venuta del giusto sono stati espulsi, maltrattati, incompresi, rifiutati. Adesso il Giusto è venuto e il Giusto è stato rifiutato. Il Giusto «del quale voi ora siete divenuti traditori ed uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».
Questo è quello che è avvenuto ancora a riguardo del Giusto e questo è quello che sta avvenendo adesso a riguardo di Stefano. Stefano sta spiegando il senso di una storia passata, una storia che è giunta al suo momento decisivo, ricapitolativo, chiarificatore per eccellenza. Il Giusto rifiutato è proprio lui che ha attirato a sé, ha preso su di sé, ha accolto in sé il rifiuto che gli è stato imposto. Il Dio della gloria ha trasformato quella storia di rifiuti, di contestazioni, di ribellioni, in storia di salvezza. Il Giusto rifiutato, proprio lui, ha coinvolto coloro che l’hanno rifiutato in una relazione nuova, gratuita. Ha trasformato quel rifiuto in una rivelazione. Là dove è stato rifiutato si è rivelato. Là dove è stato ucciso, ha riversato il dono vittorioso della sua volontà di amore. Là dove è stato condannato a morte ha aperto la strada della vita: è il Giusto, è il Signore.

Quello che è avvenuto adesso avviene

Quel che è avvenuto adesso avviene. Stefano sta spiegando quel che succede a lui e come mai quei tali che lo hanno accusato lo uccideranno. Il rifiuto a cui Stefano va incontro è l’occasione di offrire una testimonianza di amore più grande. Questo è un passaggio fondamentale. C’è per così dire una necessità nella storia della salvezza, una necessità che è interna alla storia umana: c’è una provvidenza d’amore per cui là dove gli uomini rifiutano, irrompe la gloria del Dio vivente; là dove gli uomini hanno contestato e si sono opposti, sono stati coinvolti in una opera di amore che è traboccante, che è soverchiante, che apre strade di vita nuova per coloro che hanno rifiutato.
E questo è quello che capita adesso a Stefano: va incontro alla opposizione di quei tali che non ne vogliono più sapere di lui. Stefano è rifiutato, ma sa che non è una questione ideologica quella che si sta disputando, non è nemmeno un fatto ascetico il suo. Stefano è rifiutato per ragioni che nemmeno si riesce ad oggettivare e si rende conto di essere chiamato a offrire la testimonianza di un amore più grande, un amore che trasforma il rifiuto in benedizione. Questo è il punto, qui sta la testimonianza, qui sta il martirio: il rifiuto è trasformato in benedizione. Per questo il martirio diventa il segno della maturità raggiunta. «All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra».
Vide la gloria di Dio. Tra l’altro il sommo sacerdote l’ha interrogato. Il sommo sacerdote è colui che passa attraverso il velo e entra nel santo dei santi una volta all’anno. Adesso il sommo sacerdote non ha a che fare con il velo del santuario, ha a che fare con il volto di Stefano: questo velo sta dinanzi al sommo sacerdote. Cosa c’è da vedere? Vedere la gloria. Il martire è il testimone di un amore che là dove viene rifiutato benedice. E’ questo il martirio. Per questo il martirio pone il fondamento di una evangelizzazione senza confini.
«Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo».

Fuori della città come anche Gesù è stato crocifisso fuori delle mura. Stefano viene lapidato. «E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo». E’ la prima volta che viene citato il nome di Saulo. Nei versetti che seguono Saulo sarà citato ancora altre due volte per arrivare al v. 4 del cap. 8. Per 3 volte viene citato il nome di Saulo in questa brevissima sequenza narrativa che pure già si affaccia sull’orizzonte di una vicenda che avrà sviluppi ben più ampi e ben più duraturi. Qui c’è Saulo in relazione al martirio di Stefano. Già compare Saulo e compare in atteggiamento anch’egli di ostilità nei confronti di Stefano. E’ già una premonizione, un accenno, un’allusione.
«E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: Signore Gesù, accogli il mio spirito»
. Ricordate le parole del Signore quando muore sulla croce: Padre nelle tue mani il mio Spirito. E qui: nel nome di Gesù accogli il mio spirito. E’ la evangelizzazione nel nome di Gesù, la chiamata alla relazione con Gesù. E qui la chiamata è divenuta addirittura la consegna di una vita, fino alla morte, nel nome di Gesù.
«Poi piegò le ginocchia e gridò forte: Signore, non imputar loro questo peccato»
. Ricordate come Gesù morente, stanno al racconto della passione secondo Luca, invoca misericordia su quelli che lo hanno crocefisso. Adesso è Stefano a compiere lo stesso gesto. Sotto il cielo che si è spalancato, Stefano è presente con il cuore aperto. E’ in grado di benedire. Non ripete semplicemente in modo meccanico le parole di Gesù. E’ la sua testimonianza così come essa si configura nuova e rimane nuova per la storia delle generazioni future. Era necessario che il Cristo patisse per entrare nella storia, era necessario che… C’è una necessità: della passione? Della sofferenza? Perché necessità? E’ una necessità provvidenziale, è una provvidenza d’amore. Quella necessità è una necessità teologica: è il Dio della gloria che è entrato e ha realizzato la sua opera di salvezza, passando attraverso il male del mondo, la cattiveria degli uomini, la durezza del cuore umano. Tutte le realtà negative sono prese dentro alla gloria: è necessario.
E’ una fecondità d’amore quella che Stefano sta testimoniando, una fecondità d’amore che assume lo stesso rifiuto che lo condanna a morte fino allo strazio supremo, al modo di un’occasione propizia per benedire.
Questa non è soltanto l’evangelizzazione da intendere come chiamata alla relazione con Gesù. Questa è l’evangelizzazione che è giunta alla fase della maturità perché è lo specchio, perché è sacramento di Gesù, perché è Gesù, è la vita dei discepoli del Signore, ed è la vita della comunità dei discepoli del Signore. E’ la presenza della chiesa nella storia umana che conferisce alla attualità il valore pieno e definitivo dell’oggi eterno, l’oggi del Figlio di Dio che è risorto dai morti, perché l’oggi è il giorno in cui l’amore trabocca fino a trasformare la stessa esperienza dolorosissima e mortifera della cattiveria in un buon motivo per benedire.
D’altra parte non diremmo niente di nuovo: l’amore dei nemici è annuncio che già nella predicazione di Gesù, e poi nell’adempimento della missione a lui affidata, è contenuto primario di tutta la predicazione dei discepoli fino a noi.
L’amore dei nemici non è un principio teorico, o un’indicazione normativa, o una qualche immagine ideale che poi resta così ideale da non dire più niente, da non significare più niente. L’amore dei nemici coincide con la crescita dell’evangelo, coincide con l’attualità della vita cristiana, con l’attualità della missione della chiesa e porta in sé l’evangelo e lo testimonia.
«Detto questo, morì. Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione»
.
Per la seconda volta è citato il nome di Saulo. Questo martirio già viene collocato nella prospettiva di una straordinaria fecondità futura, addirittura prossima: «Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria». Il fenomeno della persecuzione dilaga, sono coinvolti soprattutto gli ellenisti, calamità su calamità. A ben vedere, invece, le cose prendono una nuova piega. Intanto «persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui». «Saulo infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione». «Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio».
La persecuzione subita da Stefano fino alla morte, a cui poi si aggiunge la persecuzione subita da altri, è già indicata da Luca come l’occasione per una crescita che non si arresterà mai più. E’ il momento di una fecondità vittoriosa. Coloro che sono stati dispersi diffondo la parola di Dio. L’evangelo cresce là dove l’amore viene testimoniato nel nome di Gesù vittorioso sulla morte. E viene testimoniato da coloro che fino alla morte e attraverso la morte ancora benediranno. E’ posto il fondamento della chiesa. D’altra parte, una tradizione antichissima vuole che non sia possibile nemmeno costruire un edificio che noi chiamiamo chiesa se non sulle reliquie dei martiri.

LA CITTA’ E LA STRADA

La figura di Stefano indica in modo inconfondibile il raggiungimento della maturità nella esperienza della prima comunità dei discepoli chiamata alla profezia dell’evangelizzazione. Stefano è evangelizzatore non soltanto perché chiama altri alla relazione con Gesù, ma perché fa di se stesso testimonianza diretta, immediata, sacramentale di Gesù e della sua Pasqua redentiva. La prima chiesa dimostra di essere pronta per affrontare quella missione che per adesso è semplicemente prospettata; essa andrà man mano esplicitandosi in ogni luogo e nel corso dei tempi fino agli estremi confini della terra e fino al giorno glorioso della parusia. Fatto sta che anche per quanto riguarda il contesto nel quale la prima evangelizzazione si svolge noi assistiamo a un traboccamento: l’evangelo ridonda oltre il ristretto confine di Gerusalemme. E’ presente già Saulo, un personaggio di cui Luca si occuperà in lungo e in largo negli Atti degli apostoli. In questi versetti leggiamo che altri tra i primi discepoli del Signore vengono espulsi da Gerusalemme in seguito alla violenta persecuzione che coinvolge la prima chiesa e coloro «che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio» (8,4). E’ un momento di straordinaria fecondità, in cui la chiesa dei primi discepoli dimostra di essere oramai matura per l’evangelizzazione in tutte le direzioni. Tutto dipende da questa testimonianza più forte della morte: nel nome di Gesù che ha fatto vivere gli uomini da cui è stato rifiutato, ecco l’evangelizzazione nella quale sono coinvolti i discepoli del Signore. Essa supererà ogni ostacolo che i discepoli incontreranno, crescerà traboccando inesauribilmente la potenza evangelica di un amore vittorioso.
Questo è annunciato dal nostro evangelista attraverso l’episodio cruento della lapidazione: Stefano è il protomartire per eccellenza. E’ un percorso che si svilupperà nel tempo e nello spazio passando attraverso le situazioni più diverse. Non sempre saranno situazioni di ferocia, di martirio sanguinoso, sempre però la crescita dell’evangelo sarà affidata alla potenza vittoriosa di un amore che è oramai in grado di accogliere e di assorbire in sé ogni rifiuto, fino alla morte. Ogni situazione di conflitto e di ostilità diventeranno momenti propizi di crescita, di allargamento, di radicamento più profondo e più universale.

Filippo a Samaria e sulla strada di Gaza

Leggiamo ora un testo che ha il valore di un intermezzo. Con il cap. 9 rientra in scena Saulo, il grande personaggio che poi diventerà protagonista di primo piano nella vicenda narrata da Luca successivamente.
Nel cap. 8 la scena narrativa è occupata dalla presenza di un personaggio minore, Filippo, un altro dei sette, dopo Stefano. Anche in questo caso si tratta di un nome greco, anche Filippo appartiene alla categoria di quei Giudei ellenisti che sono stati evangelizzati alla pari di altri, Giudei palestinesi, gli ebrei e che sono stati poi coinvolti in quella singolare vicenda di contrasti, incomprensioni, di tradimenti, di rivendicazioni di cui grande interprete è stato Stefano fino al suo martirio.
Un piccolo personaggio, Filippo, ma vale la pena che ci occupiamo di lui perché anche un piccolo personaggio esprime l’evidenza inconfutabile che siamo giunti al tempo della maturità evangelica. Luca racconta lo svolgimento degli eventi in modo da segnalare la crescita dell’evangelizzazione oramai oltre i confini di Gerusalemme. E’ un itinerario appena avviato che comporterà una crescita senza limiti, fino agli estremi confini della terra, così come già era stato per altro annunciato all’inizio degli Atti degli apostoli: «ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (1,8).
Noi incontriamo nel nostro testo un ciclo narrativo che si sviluppa in due quadri. Il primo quadro 8,5-25, il secondo 8,26-40.
I due quadri sono articolati in modo da illustrare la crescita della evangelizzazione in corso, rappresentata in questo caso dai movimenti dell’evangelizzatore Filippo, dando risalto già dal punto di vista geografico, alla distanza da Gerusalemme. Anzi notate l’oscillazione. Il primo quadro ci parla dell’attività di Filippo in Samaria, dunque a nord di Gerusalemme; il secondo quadro ci parla invece dell’attività di Filippo sulla strada che conduce a Gaza, dunque a sud di Gerusalemme. Il racconto si conclude con la notizia circa la risalita di Filippo verso nord, lungo la costa, passando dalle città che un tempo erano state filistee, fino a Cesarea, dunque ancora più a nord. Un’oscillazione che comporta una crescita della distanza da Gerusalemme, successivi rimbalzi verso nord, verso sud, di nuovo verso nord. E’ solo un modo di contestualizzare geograficamente le vicende, ma già questa scenografia plastica ha il suo significato teologico.
Filippo si accosta a situazioni di ordine religioso e culturale che sono sempre più periferiche rispetto alla grande realtà del popolo d’Israele. Nel primo dei due quadri Filippo ha a che fare con dei Samaritani. Siamo ancora certamente nell’ambito del grande Israele, però sappiamo bene che i samaritani sono una realtà di confine, con evidenti complicazioni per quanto riguarda l’autentica tradizione. Nel secondo quadro Filippo ha a che fare con un’etiope, un adoratore del Signore convertito che viene dall’Etiopia. E’ una situazione sempre più periferica. In questo caso abbiamo a che fare niente meno che con uno di quei pagani che appartengono all’ambiente dei proseliti, coloro che sono stati convertiti al giudaismo.
I due quadri sono disposti in continuità tra loro ma anche in tensione, in modo tale da dare fisionomia a due tipologie di attività pastorali: nel primo quadro Filippo ha a che fare con una città, nel secondo quadro ha a che fare con una persona. Sono situazioni diverse e comunque intersecate, in certo modo inseparabili e complementari, ma diverse. D’altra parte non c’è evangelizzazione che possa prescindere dall’impatto con la città degli uomini, in questo caso la città dei samaritani. Il racconto che leggiamo insiste esplicitamente al dato oggettivo, culturale, politico che si ricapitola nel termine città. Nel secondo quadro invece l’attenzione si raccoglie sul vissuto di una singola persona. Come non c’è evangelizzazione che possa prescindere dall’impatto con ogni singola persona, così non c’è evangelizzazione che possa prescindere dalla città degli uomini. Sono due tipologie di attività pastorale eterogenee, ma convergenti, intrinsecamente complementari.
Tutto questo contribuisce a sfaccettare ulteriormente quella immagine di evangelizzazione giunta alla maturità di cui il grande interprete è stato Stefano, il proto-martire. Una capacità di amare nell’impatto con la città degli uomini singolarmente. Ecco Filippo in attività.
Tutta la narrazione dedicata a Filippo si inscrive all’interno di un unico ampio svolgimento narrativo, è un ciclo, la cui cornice è segnalata dal riferimento alla gioia. All’inizio di tutto 8,8: «grande gioia in quella città»; alla fine del cap. 8, quell’etiope che prosegue nel suo viaggio verso la regione da cui proveniva «se ne va pieno di gioia» (8,39).

Simon Mago

Primo quadro, vv. 5-25.
«Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo». Tutto si inserisce nel contesto di quella dispersione generale che coinvolge i cristiani provenienti dal giudaismo ellenista, e tra questi Filippo. E’ una dispersione affrontata nella amarezza conseguente alla espulsione, eppure Filippo procede lungo questo itinerario mosso da un’esultanza festosa e commovente.
Filippo scese in una città. E’ in questione la città: «cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo». Le folle, gli abitanti della città: realtà tumultuosa, confusa, che manifesta una forte contraddizione rispetto alla novità di cui Filippo è testimone. L’evangelo impatta, urta contro la città come una realtà compatta, massiccia, imponente, sostenuta da riferimenti di ordine culturale e da un’identità di ordine politico, da cui non si può prescindere. La presenza di Filippo in quella città determina uno sconcerto generale che sbaraglia, conquista, trascina: «le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva». Sono i segni, i miracoli. Quando si parla di segno qui, come precedentemente negli Atti degli apostoli, vale la pena di segnalare sempre un riferimento a quel personaggio di cui parlava l’antico profeta anonimo, identificato come deutero-Isaia, che solitamente viene denominato “Servo del Signore”. Il Servo rifiutato, glorificato. Ecco i segni di Filippo. E tutto questo sta in continuità con la prima evangelizzazione. Colui che è stato rifiutato offre il dono di una vita nuova. Colui che noi abbiamo rifiutato ci fa vivere, colui che voi avete rifiutato è colui che vi genera a vita nuova, è il Servo. Il Servo espulso, il Servo disprezzato, il Servo tradito, il Servo crocifisso, ecco glorificato, proprio lui è divenuto sorgente di vita nuova.
Filippo non è soltanto un annunciatore, ma è lui stesso portatore in prima persona, come era stato Stefano, di questa presenza che nel rifiuto che subisce offre un dono di amore gratuito. Questa novità è sbaragliante. La città degli uomini rimane esterrefatta, costernata, sgomenta dinanzi alla testimonianza di un amore gratuito che assume come proprio linguaggio operativo il rifiuto che subisce, il disprezzo che lo schiaccia. Nella città degli uomini una novità: l’evangelo.
«Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati»
. La città che nasconde profondi dolori, amarezze viscerali e indicibili, la città che si ammanta di una visibilità prestigiosa e affascinante, che cova nel suo intimo le miserie più orrende, le forme di degrado più feroce e mortificante, ebbene: «E vi fu grande gioia in quella città». E’ la città della gioia, perché di là è passato Filippo. Nella città dei dolori una gioia incontenibile: l’evangelizzazione promossa da Filippo introduce in quella città la rivelazione di quanto amore possa sprigionarsi proprio da quel cumulo di dolori che la città degli uomini vuole nascondere e espellere come inquinamento insopportabile.
La presenza di Filippo passa proprio attraverso quelle realtà che la città degli uomini vuol espellere e rivela quale fecondità d’amore esse siano in grado di esprimere. Là dove la città ha accumulato dolore, grande gioia esplode. Nel suo piccolo, Filippo è una piccola madre Teresa, è una piccola Calcutta. Se ne vedranno ben più grandi nel corso della storia dell’evangelizzazione. Non c’è bisogno di pensare che le prime situazioni siano le più grandi, essa impostano una direzione. E’ in questione una città.
Ora cosa succede? Interviene un personaggio, abitante di quella città, abitante autorevole, emblematico, una figura di riguardo: Simone il mago.
«V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magia»
. La città è il luogo della magia per antonomasia e la magia per eccellenza è la magia del potere. La città è una centrale nella quale si accumulano gli strumenti del potere, così come gli uomini riescono ad elaborarli, a strutturarli, ad articolarli nella pretesa di governare il mondo. Tutto questo avviene nella città degli uomini da Caino in poi, dato che Caino è il primo costruttore di una città nella storia della civiltà umana. Tutto questo avviene in modo più persuasivo, più efficace a partire dalla esclusione della relazione fraterna.
Questa è una premessa che viene data per ovvia da Caino in poi. La città funzionerà tanto meglio, quanto più sarà evitata la preoccupazione di fare i conti con la presenza vicina, sempre originale, sempre diversa, sempre pericolosa e insopportabile di un fratello. In quella città un personaggio di grande successo è Simone il mago. E’ lui che «mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un grande personaggio. A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande». Simone garantisce il buon funzionamento della città dal momento che inventa la soluzione a tutti i problemi di ordine tecnico, amministrativo, giuridico e politico che dovrebbero garantire il benessere sociale, anzi, il benessere universale. Tutto questo suppone, è bene non dimenticarlo mai, che programmaticamente sia stata cancellata la necessità di riconoscere l’altro come fratello. La città da Caino in poi è edificata su questo rinnegamento della relazione fraterna. Grande potere quello di cui Simone ha dato prova e per questo è così osannato, venerato, ricercato, ammirato da tutti.
«Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie»
. Adesso anche Simone è coinvolto in quella situazione nuova che è determinata dalla presenza di Filippo e dalla evangelizzazione di cui egli è strumento.
«Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare».
E’ l’evangelo che passa attraverso la città magica, la città di Caino e di Simone, attraverso tutte quelle realtà che sono state cancellate, escluse, schiacciate, mortificate. L’evangelo passa proprio di là, dando spazio alla testimonianza di un amore nuovo.
«Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare»
. Battezzare. E’ quella relazione con Gesù morto e risorto di cui ci siamo occupati. E’ quella parentela con Gesù asceso al cielo che oramai è costituita in forza di quell’unico respiro di vita che instaura una comunione indissolubile tra lui, il risorto dai morti, e la nostra realtà umana ancora così affannata e segnata da tante e tante insufficienze. Si facevano battezzare nel nome di Gesù. E’ in questione tutto il modo di funzionare della città, è in questione tutta l’impostazione di un regime civile e politico che da Caino in poi ha dimostrato le sue grandezze mastodontiche, ma certo ha anche dimostrato la costante, inevitabile esperienza di fallimenti tragici, ripetuti uno dopo l’altro, di città in città, d’impero in impero, dalla Babele primigenia alla Babele contemporanea. Comunque sia la città continua ad affascinare, ma adesso c’è una novità. «Anche Simone credette, fu battezzato e non si staccava più da Filippo». Gli si aggrappa addosso. Non si staccava. Questo suo comportamento manifesta come qualcosa sia veramente cambiato in lui, ma d’altra parte manifesta come Simone conservi un suo certo modo di essere: pretende di gestire e di imporre il proprio interesse come valore di riferimento assoluto.
Non si staccava più da Filippo, «Era fuori di sé nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano». Lo spettacolo dell’amore gratuito, annunciato dall’antico profeta e realizzatosi in pienezza in Gesù, il Figlio crocifisso e glorificato, quello spettacolo è motivo di stupore per il mago, il padrone della città.
Filippo scompare di scena. Nei vv. 14-17 appaiono altri apostoli inviati da Gerusalemme. «Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni». Filippo si eclissa, chissà dove è andato a finire? Corre altrove. Filippo è sempre in movimento, un po’ agitato, salta e rimbalza con particolari acrobazie attraverso i versetti di queste pagine. Fatto sta che tutto quel che Filippo esprime con questo suo comportamento, conferma come la sua opera di evangelizzazione sia gratuita. Filippo non si insedia, non si appropria, non vanta diritti di primogenitura, di primazia, subentrano altri che sono in questo caso Pietro e Giovanni: «Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo»: La conferma si esprime adesso mediante un gesto di comunione: l’imposizione delle mani, l’invocazione dello Spirito Santo a garanzia di quanto Filippo ha manifestato mediante la sua presenza, con la sua testimonianza di evangelizzatore. Pietro e Giovanni dunque sono adesso nella città dei samaritani: «non era infatti ancora sceso sopra di nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.»
Un gesto di comunione che allarga l’orizzonte, che conferma a questi samaritani che sono stati evangelizzati, che sono stati inseriti all’interno di un circuito di vita che li apre fino alla comunione con il Signore Gesù vivente nella gloria, comunione che è realizzata in forza di una corrente di Spirito Santo, è lo Spirito di Dio che fa questo.
Ora ritorna in evidenza la figura di Simone, vv. 18-24: «Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro». E’ il mago. Per Simone la città è il mercato, è sempre stato così. La città è il luogo in cui tutto si compera e tutto si vende. Caino costruì fin dall’inizio la città per trovare quel particolare approccio con il mondo che consentisse agli uomini di raccogliersi escludendo la relazione fraterna. La città funziona come modalità di contatto con il mondo che mantiene le debite distanze. La distanza per eccellenza è quella che esclude la relazione fraterna.
Nella città di Simone, nel grande mercato, tutto si compera e tutto si vende, e Simone che pure si era aggrappato a Filippo, si era fatto battezzare anche lui, aveva anche lui aderito in quel momento di entusiasmo, è ancora condizionato dalla sua mentalità, dai suoi metodi. «Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo. Ma Pietro gli rispose: Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio».
Il dono di Dio non è vendibile e comperabile. Simone si è trovato esterrefatto dinanzi a quell’epifania di gratuità che il passaggio dell’evangelo ha suscitato nella città. E’ quella epifania di gratuità che lo ha sbaragliato. Adesso lo stesso Simone vuole afferrare, stringere e gestire a suo modo, secondo quelli che sono i suoi vecchi sistemi, quelli che conosce e di cui è esperto manipolatore. La risposta di Pietro prosegue ancora: «Non v’è parte né sorte alcuna per te in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio (Sal 78). Pentiti dunque di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. Ti vedo infatti chiuso in fiele amaro e in lacci d’iniquità (Ger 4,18)». E’ una citazione che rinvia a vari testi anticotestamentari. Pietro è lucido e energico nel denunciare i pensieri e i sentimenti che hanno condotto Simone a esprimere la pretesa di ridurre anche la presenza dell’evangelo attraverso i discepoli e la loro opera sacramentale, a strumento di potere, a merce da comprare e da vendere sulla scena della città. L’intervento di Simone è inequivocabile. L’evangelo nella città degli uomini passa attraverso la testimonianza di un amore gratuito che capovolge il giudizio a cui gli uomini nella loro città fanno istituzionalmente ricorso, il giudizio che espelle, che condanna, che schiaccia, che opprime, che rifiuta. Proprio là dove il fratello nella sua miseria è condannato, proprio là si insedia l’evangelo e di là passa in modo da affermarsi come epifania di gratuità. Simone non ha modo di controbattere.
«Rispose Simone: Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto»
. La prospettiva rovinosa che Pietro ha annunciato a Simone, una prospettiva che già è stata sperimentata da epoca remotissima, dall’antica Babele e che si ripropone costantemente nella vita degli uomini, non impedisce che quegli uomini ritornino a costruire sul modello dell’antica Babele. Questa prospettiva rovinosa dà spazio sempre e comunque alla preghiera personale, comunitaria, la preghiera vicendevole. Prega, ha detto Pietro a Simone, e adesso è Simone che risponde: pregate voi per me il Signore perché non mi accada nulla di ciò che avete detto. Nel contesto di quella città che va in rovina, la preghiera è già di casa. E ancora il v. 25 che chiude il racconto del primo quadro: «Essi poi, dopo aver testimoniato e annunziato la parola di Dio, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi della Samaria». Pietro e Giovanni rientrano a Gerusalemme e nel corso del loro viaggio prolungano l’evangelizzazione in molti luoghi e prendono contatto con situazioni più diverse. Si ha la sensazione di una penetrazione più capillare, più puntuale, più personale: evangelizzavano molti villaggi della Samaria. Dalla città ai villaggi, di villaggio in villaggio in modo da raggiungere ogni singola persona. Ed è proprio sulla evangelizzazione di una persona che adesso insiste il secondo quadro.

Nella strada di Gaza

«Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: Alzati, e và verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta. Egli si alzò e si mise in cammino». Filippo in movimento, Filippo in corsa, Filippo coinvolto in una vicenda paradossale: in questo caso non gli viene data una meta da raggiungere, gli viene data una strada da percorrere: va’ sulla strada. Con una precisazione: quella strada è deserta. Cosa debba andare Filippo su una strada deserta qui non è esplicitato. Una strada sotto il sole, che ci sta a fare? Ombra come un paracarro? Che ci deve fare? Camminare su una strada? Non c’è meta, stai sulla strada. Anche questo è un passaggio che ci aiuta a cogliere qualche aspetto ulteriore di quella maturità dell’evangelizzazione di cui il nostro Luca ci vuole parlare. Stare sulla strada non si sa bene in attesa di cosa o di chi. Qualche cosa succederà, qualcuno passerà, non si sa che cosa, non si sa chi. Tu alzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza, essa è deserta. Egli si alzò e si mise in cammino. Questo è Filippo: sta sulla strada, cammina sulla strada, va per la strada. Noi diremmo: perde tempo, fatica inutile, è impazzito, è un atleta fanatico che corre all’impazzata nelle direzioni più impossibili e inopportune.
Adesso succede un’altra cosa. «Quand’ecco». E’ proprio il grido di sorpresa! Tante volte nell’AT, e poi anche nel NT, compare questa esclamazione: ecco. Finalmente si vede qualcuno. In realtà è soltanto un punto nero all’orizzonte, non si sa bene neanche chi sia. Ma che cos’è che sta avvenendo? Chi sta arrivando? Quand’ecco! C’è un altro su quella strada, c’è qualcuno che passa. «Quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia». C’è un altro che passa su quella strada. Quanto tempo è rimasto Filippo su quella strada? Chi lo sa. Un giorno, una settimana, un mese, un anno, una vita. Stai sulla strada, qualcuno passerà. E poi passa e non succede niente, poi magari ripassa e non succede niente, e Filippo assiste a questo passaggio: chi è? Che cosa vuole? Dove sta andando? A cosa sta pensando? Lui, quello là, l’unico. In questo caso è un etiope, è un eunuco. Qui il termine è da intendere non nel senso della menomazione fisica ma nel senso che è un personaggio illustre, abilitato a sovrintendere agli affari della corte. C’è stata un’epoca in cui si trattava di personaggi che erano fisicamente compromessi proprio per poter svolgere quel certo ruolo di prestigio. Il titolo di eunuco è più o meno equivalente al titolo di ministro. Ministro di per sé vuol dire servo, però a un ministro bisogna dire: eccellenza. L’eunuco è un personaggio influente. In questo caso è un funzionario della regina Candace. Che non sia eunuco nel senso tecnico del termine è confermato dal fatto che entra nel tempio e questo è impedito agli eunuchi nel senso fisiologico del termine.
Questo tale è venuto per il culto a Gerusalemme, è stato in visita al tempio, adesso sta tornando sul suo carro e sta leggendo il profeta Isaia. Ha un suo impegno interiore, si sta dedicando a una sua riflessione, a una sua ricerca. E’ in ascolto. E’ evidentemente un uomo con dei problemi, dedito alla devozione religiosa, è anche affannato, incerto. «Disse allora lo Spirito a Filippo: Và avanti, e raggiungi quel carro». Il carro è arrivato ed è già passato. Filippo è rimasto sul fianco della strada. Il carro è passato sferragliando, un polverone: è già passato. Non è successo niente. Lo Spirito gli dice: va’ e raggiungi quel carro, corrigli dietro. La situazione diventa veramente incresciosa. Filippo deve compiere manovre di affiancamento che sono piuttosto problematiche per chi come lui cammina a piedi, corre a piedi, per quanto possa avere buone gambe. L’eunuco etiope sta seduto sul suo carro, forse addirittura avvolto dalle cortine, quella specie di tenda che copre il carro, che lo protegge dal sole, dalla polvere, e gli consente di sprofondarsi nelle sue meditazioni. Filippo deve girare attorno a quel carro e inventare soluzioni per stabilire un contatto. Griderà? Provocherà una sosta artificiale del carro? Cosa farà mai? Qui non si tratta soltanto di affiancarsi fisicamente a quel convoglio in movimento, si tratta di affiancarsi a un uomo che sta percorrendo la strada della sua vita, che sta camminando dentro i suoi problemi, elaborando la sua storia, il suo passato, il suo avvenire. Chi è quell’uomo? Avvicinati a lui, accostati a lui, raggiungilo, gli dice lo Spirito.
«Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia».
Comincia a rendersi conto che lui sta leggendo, non se ne era reso conto prima. E’ passato il carro, è stato frastornato. Adesso si rende conto che l’eunuco sta leggendo e sta leggendo il profeta Isaia. Si rende conto che l’eunuco ha i suoi problemi, i suoi ripensamenti, si muove in seguito a certi interrogativi, che impegnano la sua vita, non c’è dubbio. Filippo finalmente attacca discorso, trova la maniera per inserirsi nel vissuto dell’etiope: «gli disse: Capisci quello che stai leggendo?». Finalmente riesce a richiamare la sua attenzione, ad accostarsi a lui, accompagnandolo, anche se il nostro Filippo continua a correre per la strada mentre l’etiope sta sul carro da viaggio. «Quegli rispose: E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». Il contatto è avvenuto. «E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui». Adesso sono insieme sullo stesso carro, Filippo accanto all’eunuco e leggono insieme, conversano insieme. Filippo viene a sapere che il passo della Scrittura che stava leggendo era Isaia 53. Siamo nel quarto canto del servo del Signore:
«Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita. E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?. Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù»
. L’evangelo di Gesù. A partire da quel passo della Scrittura evangelizzò Gesù, l’evangelo di Gesù. Filippo apre la bocca. E apre la bocca per evangelizzare Gesù là dove nel testo profetico che stanno leggendo l’agnello è colui che ha chiuso la sua bocca. E’ il secondo momento di questo cammino di evangelizzazione rivolto alla persona: il primo momento la strada, il secondo momento la parola. La parola ascoltata e commentata nella comunanza della ricerca nella condivisione degli interrogativi e nella trasmissione dell’evangelo di Gesù. E’ Gesù. Chi è costui? E’ Gesù, il servo rifiutato. E’ Gesù colui che noi abbiamo dimenticato e tradito, è colui che ci fa vivere e che ci chiama a vivere e che apre per noi la strada della vita.

Terzo momento, il sacramento, dal v. 36: «Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?» Essere battezzato nel nome di Gesù, essere battezzato nella comunione con lui in modo tale da percorrere quella strada che Gesù ha aperto per consentirci per ritornare alla pienezza della vita: cosa mi impedisce? Non c’è impedimento.
«Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo».
Filippo sparisce un’altra volta e qui tra l’altro il testo rievoca quell’episodio di 2Re 2 in cui si parla del rapimento di Elia. Elia, rapito, lascia Eliseo, l’altro profeta e lascia ad Eliseo il suo mantello. In questo caso è Filippo che viene rapito, il lascito profetico è l’evangelo.
«L’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino»
. Ha ricevuto un lascito e benché il distacco comporti una situazione di oggettiva povertà, è colmato dall’esperienza di una gioia incontenibile, inesauribile.
«Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarea».
Azoto si trova verso nord. Prima era la strada che da Gerusalemme puntava verso sud, a Gaza, ora verso nord verso Azoto, che poi sarebbe Ashdod e dunque tutte le località costiere. A Cesarea Filippo si ferma. Lo troveremo successivamente, a Cesarea avverranno tante altre cose di cui poi ci renderemo conto successivamente. Il v. 40 chiude il secondo quadro e l’intero ciclo dedicato a Filippo. Dopo questa testimonianza esemplare per quanto riguarda l’evangelizzazione di una persona, Filippo prosegue lungo la strada che lo condurrà a Cesarea, evangelizzando tutte le città. Il quadro precedente si concludeva con il passaggio sfumato dalla evangelizzazione rivolta alla città alla evangelizzazione rivolta alla persona e adesso dalla persona ritorniamo alla città.
La gratuità dell’amore è in grado di affrontare oramai tutte le dimensioni della storia umana, tutte le contraddizioni del cuore umano in modo tale che là dove i discepoli del Signore troveranno elementi di contraddizione, saranno pronti a offrire un segno di misericordia. La storia degli uomini ha un orientamento nuovo, strutturalmente nuovo, per cui la città scopre nella gioia di essere abitata da una miriade di presenze sconosciute che pure acquistano la qualità inimmaginabile di volti fraterni.

SULLA VIA DI DAMASCO

Al centro della ricerca del nostro evangelista Luca, catechista e teologo, c’è il mistero della vita cristiana, c’è il Cristo. E’ in lui, figlio fatto uomo, che si è compiuta la visita di Dio per la salvezza dell’umanità. Fino al cap. 5 del nostro libro l’evangelo si esprime nella sua fecondità, nella sua capacità di coinvolgere la realtà umana con il mistero del Figlio che è morto ed è risorto ed asceso al cielo, in pienezza di Spirito Santo. Gli uomini sono resi profeti, sono abilitati a vivere in nome di Gesù. In rapporto a Gesù che è il Figlio vivente intronizzato nella gloria, lui che è passato attraverso la condizione umana, scandagliandola fino alla sua profondità più abissale, fin dentro le vergogne della morte. Ed ora, ecco, gli uomini sono chiamati a entrare in relazione con Gesù e in questo modo sono chiamati ad intraprendere il cammino del ritorno alla vita, il cammino della conversione. L’evangelo è questa forza nuova operante nella storia di tutti gli uomini.

Da Gerusalemme al mondo

Fino al cap. 5 tutto avviene a Gerusalemme. L’interlocutore primario della evangelizzazione è il popolo d’Israele. Sarà così per i tempi che verranno: non c’è evangelizzazione che possa prescindere da quel riferimento al popolo d’Israele, che rimane segnato da tutto il percorso compiuto durante l’epoca della grande preparazione: dalla vocazione dei patriarchi, alle promesse ad Abramo e fino alla pienezza del Cristo. Destinatario in primo luogo della evangelizzazione è il popolo d’Israele. Ma le pagine che seguono negli Atti degli Apostoli ci hanno manifestato che a partire da quella comunità di discepoli che si è costituita a Gerusalemme dopo la Pasqua, l’evangelizzazione supera i confini delle mura di Gerusalemme in una crescita che trabocca verso regioni sempre più remote.

L’evento decisivo è costituito dalla prima persecuzione, là dove è coinvolto Stefano. Stefano con il suo modo di accogliere e offrire testimonianza ai propri interlocutori è sacramento che oramai chiama altri alla relazione con Gesù Messia e Signore.

Da questo momento in poi la prima chiesa, la chiesa madre di tutte le chiese, dimostra di essere matura per affrontare l’impegno della missione che si proietterà in ogni direzione. Da Stefano in poi il racconto nel libro degli Atti illustra quel che succede in questa corsa missionaria, per adesso è appena accennata. Essa proseguirà nel corso delle generazioni e farà costantemente appello a quella prima testimonianza di cui esemplare è stato Stefano l’evangelizzatore.

Noi ci siamo appena affacciati su questo orizzonte. Le pagine del cap. 8 hanno il valore di un intermezzo. Dobbiamo ristabilire un contatto diretto con la figura di un personaggio che già era comparso proprio in relazione al martirio di Stefano. Si tratta di Saulo.

La potenza dello Spirito Santo che sigilla la nostra vita umana nella vita gloriosa del Signore risorto dai morti, è potenza trascinatrice lungo i percorsi della storia umana. Ci sarà una crescita inesauribile nel corso di generazioni, dei secoli, dei millenni, fino ad oggi. Essa si radica nella testimonianza di un amore che porta in sé una fecondità di vita vittoriosa sulla morte.

Saulo il missionario di Israele

Abbiamo incontrato Saulo tra la fine del cap. 7 e l’inizio del cap. 8 in occasione della lapidazione di Stefano. Saulo era presente, approvava, custodiva i mantelli, infuriava contro la chiesa in un atteggiamento di ostilità, di insofferenza, di intransigente opposizione, non soltanto nei confronti di Stefano, ma nei confronti di tutti coloro che, come Stefano, sono divenuti profeti nel nome di Gesù, testimoni della Pasqua di Gesù messia e Signore. Saulo è oppositore intransigente ed è in questo atteggiamento che adesso viene segnalato alla nostra attenzione all’inizio del cap. 9.

«Saulo frattanto, sempre fremente minaccia strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati».

Il termine dottrina in greco è odou, cioè cammino, via. Dunque Saulo ha una responsabilità pastorale, gli è stata assegnata, lui stesso se l’assume, lui stesso chiede conforto per dare forma a convinzioni di cui è sostenitore rigoroso. Saulo è un teologo formato alle scuole rabbiniche di Gerusalemme, proviene da Tarso. E’ uno di quelli che si chiamerebbero ellenisti. E’ un giudeo di lingua madre greca, anche se poi per motivi di parentela e per motivi di studio, si è, in età già ancora molto precoce, fermato a Gerusalemme e lì ha trascorso gli anni della sua giovinezza. E’ un uomo giovane, forse giovanissimo, certamente molto dotato. Saulo è intransigente nelle osservanze. Egli si rivolge alla gente del suo popolo, si rivolge a questi che sono divenuti discepoli del Signore, tutti giudei, e loro chiede e pretende che si impegnino nella piena osservanza dei precetti.

Questa pretesa così insistente ed energica dipende da una convinzione che qualche volta a noi sfugge. Noi potremmo avere l’impressione di avere a che fare con un fanatico, un bigotto, un uomo religioso ossessionato. Non è così. Saulo è dall’inizio di tutta la sua ricerca motivato da un problema pastorale che lo apre ad affacciarsi su un orizzonte ampio, nel quale è presente la totalità della famiglia umana, la moltitudine dei popoli, la storia degli uomini. Saulo è un ellenista, un uomo nato in un mondo pagano. E’ un uomo cresciuto parlando il greco, ha esperienza del mondo e di quel che significa la presenza nel mondo della moltitudine umana: la varietà dei popoli, delle culture, gli interrogativi per quanto riguarda la storia dell’avvenire. Nella storia umana Israele ha una sua vocazione particolare che riguarda la sua responsabilità nei confronti del mondo, della storia, di tutti i popoli. Saulo è così intransigente nel pretendere che la gente del suo popolo si confermi negli impegni dell’osservanza perché vive personalmente tutto questo, esige che tutto questo sia condiviso dagli altri della sua gente per un motivo missionario. Nel disegno misterioso di Dio la salvezza dell’umanità dipende da Israele, dalla serietà, dalla coerenza con cui Israele risponderà alla sua vocazione. E la vocazione d’Israele, non c’è dubbio, è organizzata nella forma dell’alleanza: è attraverso il dono della legge che Israele è stato coinvolto nel rapporto d’alleanza. Israele, rispondendo alla sua particolare vocazione, assumendosi la particolare responsabilità che gli è stata affidata, non vanta un privilegio proprio ad esclusione del resto del mondo. Quando Israele assume in modo così radicale, noi diremmo: ossessivo, l’impegno delle osservanze non sta rivendicando a sé una identità speciale ad esclusione di tutte le altre creature di Dio. Tutte le altre creature di Dio sono amate da Lui e chiamate alla salvezza. Ma la storia della salvezza, così come Dio l’ha voluta passa attraverso Israele. E’ in Israele che si realizza l’opera di Dio. L’intransigenza di Saulo è interiormente orientata da una motivazione missionaria. Saulo è missionario prima ancora di diventare discepolo del Signore. Non è dedito a imprese persecutorie perché è manesco o settario. Lui sta chiamando con una passione generosissima quelli del suo popolo a radicarsi nelle osservanze perché è da questa coerenza rigorosa, ferma, risoluta, paziente con cui Israele risponde alla propria vocazione, che dipende la storia della salvezza per i popoli.

La caduta rovinosa

Saulo parla: bisogna intervenire perché ci sono situazioni che ci sfuggono di mano e ci sono dei rischi a cui bisogni immediatamente opporre delle alternative chiarificatrici. Saulo in viaggio sulla strada verso Damasco è informato, ha studiato. E’ un teologo serio, onesto. Sa che cosa dicono quei tali. Non ha antipatia per loro perché sono tra l’altro tutti giudei. E’ perfettamente informato sul loro linguaggio, sui contenuti della loro testimonianza. Sulla strada che lo conduce a Damasco Saulo stramazza a terra. E’ una caduta rovinosa. E’ una caduta non solo nel senso di un incidente, ma caduta nel senso teologico. Saulo porta dentro di sé un castello teologico che ad un certo momento crolla. E’ un crollo da cui non si riprenderà facilmente. La cosiddetta conversione di Saulo sulla strada di Damasco non è un’improvvisa illuminazione, semmai è un improvviso accecamento. Saulo si converte nel momento in cui non ci vede più, nel momento in cui si accorge che la sua costruzione teologica frana. E Saulo non ha ancora un linguaggio adatto per spiegare quello che sta succedendo.

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco».

E’ importante notare l’accenno a questa permanenza sulla strada. Era già accaduto a Filippo. Qui è Saulo sulla strada. Gli stessi discepoli del Signore sono stati indicati come i seguaci della strada. Saulo sulla strada. Stava per avvicinarsi a Damasco quando «all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Uno scandalo, un inciampo, un crollo. Saulo lungo quel percorso sta rimeditando le sue cose, sta ripensando ai suoi principi teologici, sta rielaborando con intensità emotiva, con passione culturale, con generosità morale la sua concezione teologica delle cose. La salvezza, la salvezza universale, dipende dalla risposta di Israele alla sua vocazione. Il problema di fondo per Saulo non è la salvezza mia, o la salvezza nostra, o la salvezza di quelli di casa, ma la salvezza dell’umanità. Un crollo. Paolo urta contro la presenza del perseguitato: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti. «Rispose: Chi sei, o Signore?». Tu sei il Kyrios, chi sei? Kyrios, per Saulo, è il titolo con cui ci si rivolge al Signore onnipotente, il vivente, il santo. Saulo si trova dinanzi a questa luce che lo abbaglia, si trova dinanzi a questo evento che lo disorienta, lo spiazza, lo confonde rispetto a quelle che erano le sue sicurezze. Sicurezze motivate, studiate e sempre in discussione. «Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Questo gli dice la voce. Saulo si trova dinanzi a Gesù perseguitato. Lui lo sa bene, lui sa con chi ha a che fare. Ebbene Gesù, il perseguitato, Gesù l’infame, Gesù il maledetto, che pende dal legno, Gesù lo svergognato è il Kyrios, il vivente, che rivela a me, a noi, agli uomini, la santità dell’amore di Dio. E’ una folgorazione che non si traduce immediatamente in una chiara visione delle cose, ci vorranno anni perché Paolo rimetta in piedi una teologia adeguata per interpretare quello che gli è avvenuto. Paolo scopre che la salvezza universale non si è compiuta in Israele e in forza delle osservanza a cui Israele è chiamato e per le quali Israele si impegnerà; la salvezza universale avviene in forza di quel personaggio miserabile che è stato inchiodato su una croce e che si chiama Gesù. In lui è il mistero santissimo del Dio vivente, in lui è la gloria. Qui si sfogano per Saulo tante angosce represse che metterà a fuoco successivamente. La fatica di insistere con tanta passione, con tanta generosità nell’impegno delle osservanze e non farcela mai! Non è tanto questione di non farcela io, o noi, io per me, noi per noi, ma di non farcela in modo tale da non poter offrire quel segno corrispondente alle intenzioni di Dio per la salvezza del mondo. Su questo Paolo rifletterà nella lettera ai Galati, ai Romani. Ma qui è tutto in qualche modo già compiuto in un evento unico che nella sua esplosiva potenza luminosa diventa accecante. Saulo non ci capisce più niente, non sa più dove sta andando, ha perso la strada, l’ha persa dentro. Qualche volta si pensa alla conversione di Saulo sulla strada di Damasco in modo oleografico: Saulo incontra, capisce e parte. Saulo era missionario prima, adesso resta inchiodato a terra. La storia di un uomo che si converte è la storia di un uomo che non sa più che pesci pigliare. Saulo si converte nel momento stesso in cui stramazza al suolo e resta inchiodato, non ha più una strada. Gesù che tu perseguiti, sono io, il Kyrios.

«Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare.» «Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno».

Affidato ad altri

Sentono dei rumori, parla da solo, Saulo è diventato matto. Non si sa con chi parla, cosa sta dicendo, cosa sta borbottando. Intanto è steso a terra e nessuno capisce niente. Crollato. «Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla». Aperti gli occhi, non vedeva nulla, questa è la situazione di Saulo. C’è un uomo che si trova su una strada sconosciuta, senza riferimenti immediati, cieco. E’ un uomo per il quale non ci sono prospettive favorevoli: «guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda».

Dunque c’è qualcun altro che interviene. Questo è già un primo elemento. Saulo constata che per lui non c’è seguito, non c’è prospettiva ulteriore, non c’è strada da percorrere, per lui non c’è luce, non c’è vita se non c’è qualcuno che si prende cura di lui. Saulo costata che per lui c’è prospettiva di vita soltanto in atteggiamento di debito, soltanto se qualcuno lo prende per mano e se lo porta dietro, soltanto se qualcuno si avvicina a lui e si fa carico di lui. Rimase a Damasco 3 giorni, è cieco, non mangia e non beve: una situazione che sembra esprimere una specie di rinuncia alla vita. A questa vicenda se ne aggiungeranno altre che ribadiscono con crescente intensità lo stesso richiamo per Saulo: tu sei debitore, tu non ce la puoi fare, tu dipendi da qualcuno che si prende cura di te. Così, già lungo la strada di Damasco, sullo sfondo, si delinea il mistero della salvezza, l’evangelo. Dio salva non in forza delle osservanze, a cui pure Israele è stato chiamato, e questo resterà vero e vero per sempre, Dio salva attraverso quel personaggio maledetto, che è stato inchiodato alla croce e che sta li a dimostrare come Dio opera nella storia degli uomini così da raccogliere quelli che non ce la fanno. Saulo a Damasco non sa cosa fare. Cosa succede adesso?

«Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania». Un altro dei piccoli personaggi che compaiono qua e là nel racconto degli Atti . I piccoli svolgono un ruolo di grande valore. Anania è un discepolo, un giudeo osservante, sta a Damasco, appartiene a quella sinagoga, ma è già un discepolo. Evidentemente qualcuno già è arrivato a Damasco, ci sono dei simpatizzanti, c’è una piccola comunità di discepoli. Anania è in preghiera e il Signore lo chiama: «Anania! Rispose: Eccomi, Signore! E il Signore a lui: Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Nel frattempo Saulo è cieco. C’è una visione di Anania che gli consente di vedere Saulo e una visione di Saulo che gli consente di vedere Anania: si vedono già attraverso la cecità, tra di loro.

Anania dovrebbe andare a trovare Saulo. Per quanto Anania ne sa, Saulo è arrivato a Damasco per svolgere una funzione repressiva. Saulo è un personaggio da tenere a distanza, un personaggio pericoloso, da cui guardarsi. E il Signore gli dice: va a trovarlo, lui ha bisogno di te, lui ci vede se tu lo guardi, se tu non lo guardi lui rimane cieco, per vederci ha bisogno di essere guardato da te. L’episodio che Luca ci descrive ci conduce a una svolta anche in questo caso decisiva. Se Anania non guardasse Saulo, se Anania non si accostasse a Saulo, se Anania non si prendesse cura di Saulo, Saulo resterebbe bloccato in quella situazione di inappetenza, oscurità, solitudine, in cui è sprofondato. Da un passaggio all’altro è confermata quella situazione di debito di cui Saulo sta cogliendo il valore decisivo nella sua esperienza di uomo, di credente, e … di discepolo.

«Rispose Anania: Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme». «Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome».«Ma il Signore disse: Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».

Anania non capisce bene quali siano i significati di questi accenni che orientano verso un avvenire così indecifrabile, ma intanto va’.

«Allora Anania andò, entrò nella casa», «gli impose le mani» «e disse: Saulo, fratello mio».

Attenti: Saulo, fratello mio. Questo Saulo non se l’aspettava. Ancora una volta Saulo è debitore, non soltanto nei confronti di quei tali che l’hanno preso per mano lungo la strada, ma nei confronti di un povero uomo come Anania che, superando tutte le resistenze, con un briciolo di coraggio è andato a trovarlo e gli ha detto: fratello mio. Lo ha guardato nella sua cecità:

«Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo».

C’è Anania, ma accanto ad Anania, dietro ad Anania, insieme con Anania c’è una piccola chiesa che si muove. Saulo, fratello mio!

«E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono».

Un piccolo e povero cristiano come Anania ha il coraggio di riconoscere Saulo come fratello. Saulo è evangelizzato. Saulo sulla strada di Damasco non ha ancora capito nulla. Adesso un piccolo e povero cristiano come Anania lo evangelizza e lo evangelizza perché lo riconosce fratello, perché lo chiama fratello. Si avvicina a lui, gli impone le mani e stabilisce un rapporto di solidarietà, diretta, immediata, trasparente. Saulo ci vede, subito battezzato riprese cibo, le forze ritornano.

La porta che si chiude dietro: Damasco

Nei versetti seguenti Luca, in poche righe, sintetizza quello che avviene nel corso di alcuni anni. Saulo trascorre due o tre anni a Damasco, così come ci racconta nella lettera ai Galati. Sono tempi di ritiro, tempi di preghiera, tempi dedicati all’ascolto e allo studio. Qui Luca se la sbriga molto sollecitamente con poche battute: vv. 19-25:

«Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio».

Questa è una citazione implicita del Salmo 2, grande salmo messianico: «Dice il Signore: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Gesù Figlio di Dio.

«E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?».

Sono già informati, si aspettavano ben altro da Saulo. E invece Saulo

«si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo».

Il messia, Gesù. Saulo è un uomo che si sta aprendo alla esperienza di una nuova fraternità, quella fraternità che riguarda non semplicemente coloro cui Saulo è legato per l’appartenenza ad un unico popolo, per un’unica tradizione teologica, una relazione a cui Saulo non rinuncerà mai, ma che raccoglie tutti gli uomini di ieri, di oggi di domani, tutti gli uomini che muoiono e che sono chiamati alla vita. Nel nome di Gesù.

«Trascorsero così parecchi giorni».

Sappiamo che passano quasi 3 anni. I tempi si allungano. Questa fatidica conversione di Saulo non è episodio di un momento. Anni di preghiera, di studio, di raccoglimento, di confronto, di dialogo, e certamente anche di fatica e di conflitto, di solitudine, di esperienza sempre più indicibilmente smisurata, esperienza di fraternità, senza misura.

E intanto «i Giudei fecero un complotto per ucciderlo».

Saulo deve fare i conti con queste difficoltà che compromettono la sua situazione in rapporto all’ambiente dei giudei, che è il suo ambiente. Tra l’altro è anche l’ambiente nel quale sono ancora inseriti quei discepoli del Signore Gesù che provengono anch’essi tutti dalla grande comunità d’Israele. I Giudei complottano contro Paolo per ucciderlo,

«ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta».

Un’impresa poco gloriosa, ma necessaria perché Saulo si allontani indenne. Si trova una porta chiusa dietro le spalle. Una porta sbattuta dietro le spalle. A suo tempo, Pietro aprì una porta e aprirà altre porte ancora, mentre Saulo è un personaggio che negli Atti è caratterizzato da questa esperienza del vedersi chiudere la porta dietro le spalle. Saulo non si impressiona. In realtà è avviato lungo percorsi che lo coinvolgono in una relazione di fraternità che è smisuratamente più ampia, più ricca, più feconda, più universale. Nei fatti è costretto a scappare da Damasco, nella prospettiva sta imparando a respirare con una ampiezza di polmoni sempre più incontenibile.

La porta che si chiude dietro: Gerusalemme

Saulo torna Gerusalemme, sono passati pochi giorni, in realtà sono 3 anni.

«Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli».

Il verbo greco significa: cercava di aggrapparsi, di incollarsi, di inserirsi. E’ un uomo la cui vita è stata trasformata, un convertito, cerca una chiesa in cui inserirsi, collocarsi, trovare il suo ambiente. Cerca una chiesa e la risposta consiste in un sospetto, addirittura una reazione timorosa. Quando un vero convertito si presenta alla porta della chiesa, fa paura. Saulo fa paura, non ne vogliono sapere,

«ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo».

Avevano le loro buone ragioni perché a suo tempo avevano conosciuto Saulo in ben altra veste, non si fidano di lui. Interviene un altro personaggio che si inserisce nella sequenza di quei tali che lo avevano preso per mano lungo la strada. Anania a Damasco è andato a trovarlo e lo ha chiamato fratello, a Gerusalemme Barnaba si è fatto garante per lui. Se non fosse stato per Barnaba, Saulo sarebbe stato ancora là, che bussa alla porta della chiesa. Forse il mondo è pieno di convertiti che bussano alla porta della chiesa. Saulo sarebbe ancora là. Barnaba è un soprannome, lo abbiamo già incontrato e si chiama Giuseppe. Doveva essere un omone perché più avanti veniamo a sapere che era imponente per cui in un certo momento viene confuso con una manifestazione di Zeus. Come spesso capita agli uomini grassi, è un omaccione benevolo, un uomo dotato di cordialità istintiva, un uomo capace di mediare, una di quelle figure che non mancano mai nelle nostre chiese. Il soprannome vuol dire: “figlio della consolazione”. È un consolatore nato, è un mediatore carismatico. Barnaba si fa avanti:

«Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù».

Barnaba dice: rispondo io per lui. Ancora una volta Saulo è debitore nei confronti di un personaggio simpatico, per certi versi un po’ sprovveduto, modesto, ma che ha consentito a Saulo di entrare, di essere accolto e riconosciuto nella chiesa di Gerusalemme.

«Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore».

Saulo non se lo fa suggerire da nessuno, lui già è attivissimo, andava e veniva

«e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo».

Saulo si rimette nei pasticci. E’ mosso da una passione pastorale e dottrinale tale per cui nessuno può bloccarlo. Ad un certo momento la situazione è divenuta così rischiosa che gli altri gli dicono: Guarda, noi siamo contenti di averti accolto dopo tutto quello che Barnaba ci ha detto a tuo riguardo, però adesso è bene che tu parta.

«Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso».

Dieci anni a Tarso

I fratelli, qui c’è una nota umoristica, gli pagano anche il biglietto. Tornatene a casa, l’aria nativa ti farà bene, là ti si schiariranno le idee e poi nel tuo ambiente potrai dialogare con le persone adatte a te: i tuoi vecchi amici, i compagni, i parenti. Lo fecero partire per Tarso.

E’ un’altra porta che si chiude, questa volta è la porta della chiesa di Gerusalemme. Non è una chiusura drastica, però è un’altra porta che si chiude. Saulo si imbarca e se ne va a Tarso. Resterà a Tarso circa 10 anni! Ma come? Saulo è sceso in campo, c’è l’evangelizzazione che preme e cosa fa Saulo? Riprende in mano l’azienda di famiglia, il suo lavoro e poi la preghiera, lo studio, il lavoro. Tarso, finito.

«La Chiesa era dunque in pace». Qui è una nota umoristica del nostro Luca. E’ proprio un narratore-teologo, racconta i fatti e fa teologia. Come si sta in pace una volta che Saulo se n’è andato.

«La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo».

Una crescita in assenza di Saulo, anche questo fa parte della vera conversione di Saulo: rendersi conto che la chiesa cresce anche senza di lui. E intanto Saulo, per quanto lo riguarda, ha davanti a sé la prospettiva di tutta una vita dedicata al lavoro, allo studio, alla preghiera.

La chiamata di Barnaba: Antiochia

Saltiamo al cap. 11, v. 19. Sono passati anni e nel frattempo sono successe tante cose. Veniamo a sapere che Pietro per la prima volta ha evangelizzato un pagano. Questo è avvenuto non per opera di Saulo, ma per opera di Pietro. E’ avvenuto un passaggio decisivo che sconvolge tanti equilibri, ma è la prima volta. Adesso il fenomeno diventa sempre più vistoso. Questo avviene ad Antiochia, dove il fatto che pagani vengono evangelizzati e si convertono diventa un fenomeno di massa.

«Intanto quelli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno fuorché ai Giudei».

Nel primo periodo ai Giudei. Certo anche in regioni sempre più lontane da Gerusalemme, trattando con gente che appartiene al popolo d’Israele in forme sempre più marginali. Comunque Giudei.

«Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù».

Questo avviene dopo che per la prima volta Pietro ha evangelizzato un pagano a Cesarea. Adesso succede che altri ancora si dedicano alla evangelizzazione dei greci. Siamo ad Antiochia, una grande metropoli. Tra l’altro Luca, il nostro narratore teologo ed evangelista è antiocheno, c’è anche lui ad Antiochia.

«E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore».

Dunque un fenomeno di massa, sempre relativamente, però il fatto non passa più inosservato. A Gerusalemme, nella chiesa madre, vengono informati, si rendono conto di quello che sta succedendo ad Antiochia, è un fenomeno da affrontare. Cosa fanno?

«La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia».

Barnaba è la persona adatta per indagare, rendersi conto, per le sue qualità di uomo amante del dialogo. Saprà trovare delle soluzioni rispettose per tutti. Barnaba ad Antiochia.

«Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore».

Barnaba porta con sé allegrezza, sorride, subito si compiace, un uomo buono dice il testo greco, agatos: uomo di cuore. E non è nemmeno uno stupido, perché non bisogna essere per forza stupidi, quando si è buoni. Barnaba si rende conto che con i suoi sorrisi, con le sue manate sulle spalle e tutto il resto, non combina niente, capisce che così non vanno le cose.

E sapete cosa fa Barnaba? Si ricorda di Saulo. Qui ci vorrebbe uno come Saulo. Saulo da 10 anni sta a Tarso e lui Barnaba non sa neanche se Saulo è ancora vivo. Non sa più niente di lui. Si ricorda di Saulo, dei suoi discorsi, del suo modo di impostare le questioni, quel suo modo di elaborare una dottrina. Qui c’è bisogno di qualcuno che abbia in mano un linguaggio pastorale adatto a interpretare questa novità per cui i pagani si convertono. Ci vuole uno come Saulo.

«Una folla considerevole fu condotta al Signore. Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia».

Saulo rientra nel discorso, perché Barnaba si è ricordato di lui. Ancora una volta Saulo è debitore e tutto avviene nella economia del debito, perché tutto avviene nella economia della grazia. Debitore. Saulo Sarebbe rimasto a Tarso. E’ andato a pescarlo Barnaba e gli ha detto: vieni con me ad Antiochia. Da questo momento Saulo resterà sulla scena in posizione di primo piano, lo sappiamo bene.

«Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente». C’è la didaché, l’istruzione, adesso c’è Saulo. Non è più il tempo dei sorrisi e delle manate sulle spalle, adesso è il tempo della didaché.

«Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani». Oramai ad Antiochia, la comunità dei discepoli del Signore ha una sua identità specifica, per cui non si confonde più con Israele, è una realtà nuova. Gli stessi pagani che la guardano gli conferiscono una nuova autonomia, le riconoscono questa nuova identità. Forse l’autorità romana già identifica la comunità dei cristiani, come vengono chiamati, in modo da distinguersi rispetto alla realtà tradizionale d’Israele.

Nei versetti seguenti da Antiochia, Barnaba e Saulo, si spostano a Gerusalemme per portare degli aiuti con i quali sovvenire alle necessità prodotte da una carestia che infieriva in quell’epoca.

http://www.incontripioparisi.it


 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 30/04/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.369 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
aprile: 2017
L M M G V S D
« Mar   Mag »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

  • 150,365 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Aborto Advent Advento Adviento Africa Afrique Alegria Ambiente America Amor Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Asia Bibi Ateismo Avent Avvento Bellezza Benedetto XVI Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Bruno Forte Capitalismo Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Cinema Colombia Confessione Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dialogue Dio Diritti umani Domenica del Tempo ordinario (A) Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enciclica Enzo Bianchi Epifania Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Fame Famiglia Famille Family Família Fede Fondamentalismo France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giovedì Santo Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Italia Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio della Domenica - A Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libia Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Litany of Loreto Litany of Mary Livre de la Genèse Livro do Gênesis Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Mission Missione Morte México Natale Nigeria Noël October Oração Pace Padre nostro Padri del Deserto Paix Pakistan Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paraguay Paul VI Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione anti-cristiani Persecuzione dei cristiani Pittura Pobres Pobreza Politica Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Sacramento della Misericordia Santità Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Solidarietà Spiritualità Stati Uniti Sud Sudan Synod Terrorismo Terrorismo islamico Testimoni Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Viaggio apostolico Violenza Virgin Mary Von Balthasar

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: