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Lectio della IV Domenica di Pasqua (A)

Lectio della IV Domenica di Pasqua (A)
Giovanni 10,1-10

domenica del buon pastore3

Io sono la porta delle pecore (Gv 10,1-10) 

La preghiera colletta di questa IV settimana di pasqua così recita: O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita.

In queste poche righe si può certamente racchiudere tutto il senso del vangelo proposto. Secondo gli esegeti non si può parlare di un solo racconto, ma di più racconti che sono stati assemblati. L’articolazione del discorso che la liturgia ci propone in questo anno A, comprende i soli primi dieci versetti del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, ed esso ci propone un immagine che si riconosce con chiarezza. L’immagine proposta nei vv. 1-5, dopo la cesura del v. 6, viene interpretata in senso cristologico nei due capoversi seguenti, che illustrano ciascuno un singolo elemento dell’immagine: i vv. 7-10 la porta, e nei vv. 11-15, che non leggeremo nelle liturgia di questa domenica, il pastore.

Questo vangelo, detto del Buon pastore, è innestato nel racconto del cieco nato, che troviamo nel capitolo 9 e che trova la sua conclusione in Gv. 10, 21 (queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi dei ciechi?)

I farisei non capirono che cosa significava ciò che diceva loro; La chiesa ci propone questo vangelo nella IV domenica di pasqua per poter capire. Sembra che per riconoscere il buon pastore bisogna aver fatto esperienza della pasqua. È necessario cioè aver fatto esperienza della guarigione, come il cieco nato. Con gli occhi di chi è stato guarito ci accostiamo al testo.

v.1-5: Il testo liturgico traduce in verità in verità vi dico, ma il testo greco sottostante si esprime con la formula introduttiva: «Amen, amen, io vi dico». Gesù avverte che l’intento di questo «discorso figurato» è di esprimere realtà e certezze divine di rivelazione. Amen può essere tradotto come così è stabilito, o come questa è verità divina, è tradizionalmente la risposta vincolante di assenso a una parola detta da Dio, specialmente in benedizioni o dedizioni, ma soprattutto nelle nostre liturgie è la risposta della comunità alla lode a Dio.

In numerose parole di Gesù dei sinottici (in 49 passi) e del vangelo di Giovanni (in 25 passi), l’amen si trova invece all’inizio e serve a dare valore di verità divina a quanto Gesù dice.

È utile il confronto con Neemia 8,5 e seguenti: «Esdra aprì il libro (della legge) davanti a tutti e quand’ebbe aperto il libro, tutti si levarono in piedi. Allora Esdra benedisse il Signore, il grande Dio, e tutti alzarono le mani e risposero: Amen, amen! S’inchinarono, si prosternarono davanti al Signore con la faccia a terra».

Il presupposto è che il libro della torà è parola di Dio. La benedizione di Esdra è indirizzata al Dio che è presente nel libro aperto e nella Scrittura rivela se stesso al suo popolo. Col suo amen la comunità riunita si unisce alla lode, sottomettendosi in adorazione alla verità di Dio.

Tornando al nostro vangelo, l’amen all’inizio di un discorso di Gesù lo qualifica come verità di Dio, che è Gesù stesso (cf. Gv. 14,6). Poiché egli viene da Dio e, come figlio del Padre, appartiene a Dio, la sua parola è immediatamente parola di Dio (cf. 14,8-11; 17,17-19; 18,37) e perciò essa è la verità (8, 31 e 40-45).

L’evangelista ha quindi ripreso dalla tradizione dei sinottici una caratteristica formula discorsiva di Gesù. In essa egli ha visto giustamente un’espressione condensata dell’unità con Dio, da lui percepita nella predicazione di Gesù, espressione che corrisponde al nucleo della visione di Gesù tipica del vangelo di Giovanni: «Io e il Padre siamo uno»; «Chi ha visto me ha visto il Padre».

È opportuno chiedersi come mai questo discorso inizia col caso eccezionale e negativo che qualcuno in veste di ladro e predone entri nel recinto non per la porta. Certamente questo serve a delineare il caso normale e positivo che viene descritto subito dopo nei vv. 2-4, così come di nuovo, col comportamento delle pecore nei confronti di un «estraneo», viene sottolineata la loro dimestichezza col loro pastore.

Un accostamento a Ezechiele 34 offre una via per comprendere questo fatto. Il profeta, per incarico di Dio, convoca in giudizio i «pastori d’Israele» che hanno tradito il loro ufficio: essi pascono «se stessi» (vv. 2.8) senza occuparsi delle pecore, che sono quindi senza pastore. «E sono divenute preda di tutte le fiere selvagge» (v. 5).

Dio annuncia perciò che interverrà contro questi pastori (v. Io): «Così parla Dio, il Signore: ecco, io stesso mi prenderò cura del mio gregge e lo cercherò» (v. 11). «Le condurrò ai pascoli migliori» (v. 14), «io stesso condurrò al pascolo le mie pecore» (v. 15), «sarò il loro pastore e mi curerò di loro, com’è giusto» (v. 16), «susciterò loro uno e un solo pastore che le pascolerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo e sarà il loro pastore e io, il Signore, sarò il loro Dio» (vv. 23 s.). «Sì, voi sarete il mio gregge, il gregge del mio pascolo, e io sarò il vostro Dio dice Dio il Signore» (v. 31).

Questa profezia, inizia come un discorso d’accusa contro i falsi pastori, da cui consegue che la promessa di Dio di farsi egli stesso pastore di Israele e di porre un messia come unico pastore (cf. 37,24-28). In modo simile anche in gv. 10, Gesù è il buon pastore.

Il suo «amen, amen, io vi dico» suona come il «com’è vero che io vivo» di Dio in Ez. 34,8; e come Gesù, nel suo operare con le sue pecore, è tutto uno con Dio (Gv. 10,30), così in Ez. 34,11-15 è Dio stesso che si prenderà cura delle sue pecore e le porterà al pascolo.

La differenza che in Ez. 34 intercorre tra Dio e il re della stirpe di Davide da lui intronizzato, in Gv. 10, con Gesù, viene a cadere. Questi è sì il messia (vv. 24 s.), ma lo è in veste di figlio inviato dal Padre, nel quale il Padre compie le sue opere (v. 38).

Se ci si accorge che il discorso di Gesù sul buon pastore di Gv. 10 è nel suo insieme costruito sul modello di quello di Ez. 34, si spiega anche il suo esordire con la figura negativa del ladro e predone.

Se si ritiene che il discorso sul buon pastore di 10,1 e seguenti, continui immediatamente da 9,39-41, non è da escludere che siano i farisei coloro a cui Gesù si contrappone. Egli solo è il vero pastore; le pecore gli appartengono, egli si prende cura di loro e dà la sua vita per loro. Quelli, invece, entrano nel recinto da estranei, per rapire e guastare le pecore.

Formalmente i vv. 1-5 sono a prima vista puro discorso figurato; solo nella successiva interpretazione dei vv. 7 ss. compare l’«io» di Gesù e il suo dono della salvezza ai suoi discepoli. L’immagine è presa dalla vita concreta dei pastori di allora. In una corte recintata da un muro o da una staccionata, le pecore di più proprietari vengono messe al sicuro per la notte. Un guardiano fa la guardia al recinto.

Questi conosce tutti i proprietari, e la mattina lascia entrare quel pastore di cui qui si racconta. Le sue pecore conoscono la sua voce ed egli si rivolge a ciascuna di loro, che lo ascoltano, col suo nome. Le spinge fuori del recinto nell’aperto dei pascoli, si mette davanti al suo gregge e lo conduce a pascolare. Per contro le pecore non seguono un estraneo e scappano da lui, perché non conoscono la sua voce.

v.6: Questo discorso figurato contiene esattamente quel che Gesù deve dire ai farisei di 9,39-41: sono «ciechi che conducono ciechi», che non entrano nel regno di Dio e si adoperano per impedire l’ingresso ad altri (Mt. 23,13.1). Ma costoro non comprendono questo significato nascosto nell’immagine, non perché manchi loro l’intelligenza, ma per una profonda incomprensione che blocca per i non credenti l’accesso a ciò che è della fede (cf. Mc. 4,11).

Essi reagiscono a questo discorso per immagini, che per i credenti è trasparente, come ciechi. La rivelazione di Dio risulta comprensibile a quanti hanno fatto esperienza del Risorto.

v.7-10: Nei vangeli sinottici Gesù, dopo avere raccontato parabole, nel seguito le spiega (cf. Mc. 4,13 e 34; Mt. 13, 36 ss.). Così anche il Gesù giovanneo dà un’interpretazione dei suo discorso figurato su pastore, e gregge. Anch’essa è introdotta dalla formula «Amen, amen, io vi dico» del v. 1. In definitiva quel che ha voluto dire è una cosa sola: solo Gesù è il rivelatore, egli solo dà vita eterna a coloro che l’ascoltano con fede.

Nell’interpretazione vengono messi in luce di volta in volta singoli aspetti che, se sono diversi sui piano dell’immagine, sono strettamente connessi su quello del significato. La porta attraverso la quale entra il pastore per andare dalle sue pecore, a differenza dai ladri e predoni (v. 2), è Gesù stesso (v. 7), che è anche il pastore delle pecore (v. 8).

«IO SONO» è il nome di Dio (come già in 6,35 e 8,12), nel qual nome Gesù parla e opera in quanto figlio del Padre. Come tale egli ‘è la porta: solo attraverso lui si accede all’eterna salvezza. La confessione di Gesù Signore apre la via alla salvezza (cf. Rom. 10,9); questo nome soltanto garantisce la salvezza (Atti 4,12).

L’«entrare» è inteso nei senso in cui Gesù nei sinottici parla di entrare nel «regno di Dio» (Mc. 10,15, Gv. 3,5). Si entra solo per l’unica, stretta porta (Mt. 7, 13) e il dono di salvezza dato a chi entra è «la vita» (Mc. 9,43-47; Mt. 19,17).

Così va intesa anche l’immagine del pascolo al quale il pastore conduce le sue pecore (cf. Salmo 23,2; 79,13; 95,7; I00,3; Is. 40,11; Mich. 7,14): la vita eterna, la vita in pienezza, è ciò che avranno coloro cui il Padre ha inviato il figlio.

Chi sono «tutti coloro che sono venuti prima di Gesù»? A rigore dovrebbero essere tutti i mediatori veterotestamentari della salvezza, così che l’intera vicenda degli inviati da Dio che si sono presentati da Mosè in avanti sarebbe solo una storia di falsi profeti. Ma non può essere questo che s’intende dire. È vero che il Gesù giovanneo parla con distacco di Mosè come di autorità «dei giudei», tuttavia la prende in parola (cf. 7,19) e contro di loro può addirittura appellarsi alla testimonianza di Mosè (5,45-47).

Quanto ai profeti dell’Antico Testamento, in Giovanni se ne parla solo in 8,52, ma in termini per nulla polemici. Anche questa frase può dunque essere compresa solo sulla scorta di Ez. 34: la condanna dei falsi pastori che vi viene fatta è ripresa in forma generale da Gv. 10,8; ladri e predoni rappresentano, come là, la figura che si contrappone a Gesù, l’unico legittimo pastore. «Tutti quelli che sono venuti prima di me» significa quindi che non c’è nessun altro, senza eccezione, all’infuori del figlio inviato dal Padre, che possa accedere legittimamente al gregge del popolo di Dio. Questa unicità di Gesù è la ragione per la quale l’immagine dell’unica porta (v. 7) trapassa in quella dell’unico pastore, che solo ha legittimo accesso ai suoi (v. 8) e dà loro la vita eterna (v. 10).

Maria Chiara Zulato
http://www.figliedellachiesa.org


 

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Questa voce è stata pubblicata il 05/05/2017 da in Anno A, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Pasqua con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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