COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sugli Atti degli Apostoli (5)

Lectio sugli Atti degli Apostoli (5)
Pino Stancari

LA CONTEMPLAZIONE DI PAOLO

Un nuovo protagonista

Oramai sulla scena narrativa del nostro libro rimane come figura di spicco, come personaggio che domina la scena, Saulo. Paolo l’abbiamo rincontrato a Gerusalemme nel cap. 12, là dove ancora una volta registra un debito. Questo del debito è un fenomeno ricorrente nell’esperienza di Saulo, è il criterio che ci ha aiutato a entrare nel segreto della sua conversione: l’esperienza del debito. Saulo è ancora un volta debitore a Gerusalemme nei confronti di Pietro, che bussa dall’esterno a quella casa nella quale sono raccolti i discepoli del Signore, la casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, parenti di Barnaba, e qui sono momentaneamente presenti Saulo e Barnaba. Pietro bussa alla porta di quella casa, di quella chiesa, mentre viene celebrata la pasqua del Signore. Quella porta deve aprirsi nel nome di Cristo redentore che è morto ed è risorto per ogni povero uomo di questo mondo, figlio di Adamo, per ogni creatura, anche la più miserabile tra tutte le creature che è stata spazzata via nel corso della storia umana. Cristo nostro Signore è risorto dai morti per riportare alla pienezza della vocazione alla vita l’antico Adamo, e tutti i figli di Adamo che si sono persi nella miseria del loro fallimento. Saulo è in quella casa quando Pietro bussa. E Pietro continua a bussare fino a che quella porta non si aprirà. E’ Pietro che evangelizza la chiesa. Lo stesso Pietro è stato protagonista per la prima volta dell’evangelizzazione di un pagano. Anche i pagani si convertono, anche i pagani ritornano alla vita, anche i pagani! Tutti i figli di Adamo sono raccolti, convocati, richiamati alla vita. L’evangelo cresce, l’evangelo prosegue nella corsa. Oramai la prima comunità dei discepoli del Signore che si è costituita a Gerusalemme ha assunto quella fisionomia che la rende matura per affrontare l’impegno missionario in tutte le direzioni, ben oltre i confini di Gerusalemme, lungo le strade del mondo, in contatto con ogni esperienza umana, in contatto con il mondo dei pagani in modo da entrare in relazione con tutte le lingue e con tutte le culture, con l’intero complesso sempre problematico svolgimento della storia umana: l’evangelo cresce.

Pietro ha svolto il suo ministero. La figura di Pietro non sparisce totalmente, ma assume da ora in poi una posizione marginale. Ha svolto il suo ministero. Rimane figura dominante sulla scena del racconto Saulo.

Saulo è adesso colui che si dedica alla attività missionaria nella forma più libera, più intensa, più appassionata, senza che ci siano più confini irraggiungibili. Non bisogna dimenticare mai comunque che colui che ha inaugurato l’evangelizzazione rivolta ai pagani è stato Pietro. Saulo si muove in quella direzione, con tutta la sua competenza, la sua cultura teologica, la sua capacità pastorale. Si muove in quella medesima direzione conservando sempre la consapevolezza di essere debitore nei confronti di coloro che lo hanno preceduto, che gli hanno aperto la strada, che si sono presi cura di lui, di coloro che hanno evangelizzato anche lui. E Saulo oramai è totalmente consacrato per fare della sua vita una testimonianza resa all’evangelo.

Il primo viaggio missionario

Nel cap. 13 affrontiamo il primo grande viaggio missionario di Paolo. Ce ne saranno altri. E’ proprio in questo primo viaggio che Saulo diventerà Paolo.

Nel corso di questo primo viaggio che impegna Saulo nella prospettiva dell’evangelizzazione rivolta ai pagani senza più titubanze, ambiguità i problemi non mancano, e Saulo li affronterà e li risolverà. L’attività pastorale svolta da Saulo è sempre rivolta in primo luogo ai giudei, a coloro che come lui appartengono al popolo d’Israele. Prima destinataria dell’evangelizzazione è sempre la comunità di coloro che appartengono a Israele, al popolo della prima alleanza, ma passando attraverso questo primo approccio, Saulo poi prosegue direttamente e senza remore verso i pagani.

Gli uomini sono coinvolti in una relazione con Gesù in quanto figli di Adamo, uomini di questo mondo, uomini che sono chiamati a condividere la pasqua di morte e di resurrezione del Figlio di Dio. Non è l’appartenenza ad un popolo particolare che determina l’ingresso in quella prospettiva nuova che appunto è stata inaugurata dal Figlio di Dio, Gesù, messia d’Israele che è morto ed è risorto. Non è l’appartenenza ad Israele che determina il riferimento a Cristo Signore, risorto, vivente, protagonista della vita nuova. La relazione con il Signore vivente è attuata in forza dell’evangelo, in forza di un coinvolgimento che si attua al di là di ogni confine istituzionale, di ogni appartenenza culturale, al di là di ogni riferimento teologico nella storia della salvezza, che identifica in modo inconfondibile il popolo d’Israele. Questa identità inconfondibile rimane per il popolo d’Israele, ma la relazione con il Signore vivente non dipende dalla appartenenza al popolo d’Israele.

Sono situazioni nuove, oramai chiarite, a riguardo delle quali Saulo assume una responsabilità pastorale diretta, esplicita, travolgente.

«C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori». Antiochia. Il centro è Gerusalemme, così è stato fin dall’inizio, e comunque Gerusalemme mantiene una posizione di riferimento che non potrà mai essere dimenticata. Gerusalemme è la sede della chiesa madre. Tutte le chiese sono figlie di quella prima chiesa, non c’è dubbio. Gerusalemme conserva una posizione di responsabilità nei confronti delle altre chiese. Nella chiesa di Antiochia sono presenti dei giudei, ma sono presenti sopratutti i pagani. Essa diventa centro di una attività missionaria. La periferia diventa centro. Questa paradossale dislocazione del centro vitale della chiesa verso la periferia è assai interessante per noi. In questo fenomeno c’è qualcosa che poi rimane nel corso dei secoli come elemento caratteristico della vita, della storia della comunità dei discepoli del Signore. Il centro della chiesa non sta là dove l’apparato organizzativo si sistema con le sue configurazioni istituzionali, ma sta là dove l’evangelo incontra il mondo degli uomini. Il centro sta nella periferia. Antiochia è il centro. Rimane indiscutibile il riferimento a Gerusalemme, ma l’evangelo dilaga nel mondo.

«Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode tetrarca, e Saulo». Personaggi curiosi con nomi singolari e c’è anche Saulo. «Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando» Sono in preghiera, una preghiera che, il digiuno ce lo conferma, ha un preciso riscontro «lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono».

Così ha inizio il primo viaggio missionario. Sono insieme Barnaba e Saulo, si aggiungerà anche il nipote di Barnaba, quel Giovanni detto Marco, che sarà poi l’evangelista che abbiamo già incontrato a Gerusalemme nella casa di sua madre Maria, erano ospiti Barnaba e Saulo quando Pietro, uscito dal carcere, bussava alla porta.

Da Barnaba a Paolo

Dunque una spedizione che ha una configurazione organica e in questo contesto Barnaba ha ancora una posizione di preminenza, Saulo è collaboratore di Barnaba. Nel corso del viaggio, come vedremo, le posizioni varieranno. Saulo assumerà in maniera inconfondibile una posizione di responsabilità, sono i fatti nel loro svolgimento che manifestano quali sono le qualità carismatiche dei personaggi. E Barnaba, da parte sua, per come noi abbiamo imparato a conoscerlo, è personaggio che non desidera altro che dare spazio a Saulo o a chi come lui fosse dotato di quel corredo di doni da cui l’evangelo potrebbe ricevere un servizio più maturo, più sapiente, più efficace di quello che Barnaba, da parte sua pensa di poter offrire. Barnaba è personaggio modesto, umilissimo, proprio per questo è un personaggio grande che svolge un ruolo prezioso nell’ambito della chiesa primitiva. E’ quella figura sapiente e intelligente che sa valorizzare la presenza altrui.

Barnaba, che ufficialmente conduce la spedizione, darà spazio a Saulo e sarà proprio Saulo che emerge con tutta la sua straordinaria ricchezza di energia pastorale e di intelligenza teologica.

Notate qui il termine opera: «lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». E’ un po’ il tema che adesso andremo rintracciando nel corso delle pagine che leggeremo.

L’opera di Dio, l’opera alla quale li ho chiamati, è l’opera della quale Dio è protagonista. I due, Barnaba e Saulo, con l’aggiunta di Marco, sono inviati non per eseguire un’opera, non è questo il linguaggio del racconto, ma sono inviati per essere spettatori di quell’opera di cui Dio è protagonista. E’ interessante questo modo di descrivere le cose. Fin dall’inizio i grandi missionari sono presentati a noi dall’evangelista Luca come personaggi dediti alla contemplazione. Può sembrarci strano, per noi il missionario è una figura caratterizzata da una attività generosa, appassionata, fino allo stremo delle forze, in questo restiamo incantati e commossi; mentre se pensiamo a figure esemplari nella contemplazione pensiamo ad altro che a figure di missionari. Ed invece il primo grande viaggio missionario del nostro Paolo è raccontato da Luca come una esperienza contemplativa. Protagonista di un’opera è il Dio vivente. Coloro che sono inviati non sono dei realizzatori, sono inviati in quanto coinvolti in una esperienza contemplativa: osserveranno, vedranno, scruteranno, riconosceranno, ammireranno, contempleranno l’opera di Dio e certamente a quell’opera di dedicheranno con tutta la loro possibilità di collaborare, di aderire, di indicare, di celebrare. Ma si tratta sempre di una esperienza contemplativa.

Ora prima tappa del viaggio missionario, i nostri personaggi si spostano a Cipro per via di mare.

«Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. Giunti a Salamina cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante.».

inseguitori della Parola

Luca usa l’espressione “parola di Dio”. Parola di Dio in quanto contenuto di un annuncio? Non è semplicemente questo, anzi non è esattamente questo. L’espressione “parola di Dio” indica in Luca il protagonismo di Dio, quella presenza del Dio vivente per cui egli realizza l’opera sua, quell’opera che si è compiuta una volta per tutte mediante l’incarnazione del Figlio, che è disceso e risalito, che è morto ed è risorto, che è intronizzato nella gloria e quell’opera di Dio che con potenza di Spirito Santo, si compie nella storia umana in modo tale che tutte le creature siano raccolte, ricapitolate nella comunione con il Figlio glorioso, nella comunione con il corpo glorioso del Figlio risorto dai morti. E’ l’opera di Dio.

Questa opera si compie in forza di quella presenza che interpella, che chiama, che suggerisce, che educa, che è presenza che si fa ascoltare nell’intimo del cuore, nella profondità del cuore umano, suscitando degli echi sempre più eloquenti. E’ la parola di Dio. E i nostri inviati, i nostri missionari, sono descritti da Luca come coloro che inseguono la Parola. Non sono esattamente annunciatori della parola, che pure è un’espressione usata, non c’è alcun dubbio, ma annunciatori non nel senso che loro fabbricano quel messaggio, lo impacchettano e poi lo trasmettono, e lo consegnano a dei destinatari, a seconda delle occasioni più o meno favorevoli. Essi sono al servizio di quella parola da loro annunciata in quanto sono impegnati a percepire e valorizzare l’eco che la parola di Dio suscita nel cuore dell’uomo, là dove la parola di Dio è protagonista e i nostri missionari sono contemplativi. Essi inseguono la parola di Dio che avanza, che è dotata di una forza sua, di una sua energia travolgente, di una sua eloquenza penetrante. E’ la parola di Dio che si fa ascoltare. E gli inviati sono coloro che prendono contatto con le situazioni più diverse, prendono contatto con ogni persona per affacciarsi su quella misteriosa profondità che si spalanca sul cuore di ogni uomo là dove la parola di Dio si fa ascoltare. I missionari sono coloro che rendono testimonianza a quella parola ascoltata, ricevuta, che riecheggia, che attrae a sé la corrispondenza, l’adesione, la fede. I missionari non sono gli organizzatori di una certa impresa associativa, non sono neanche i propugnatori di una certa dottrina che dev’essere inoculata nei propri interlocutori. Tutto questo in qualche modo ha anche una sua evidente verità, ma è qualcosa che viene molto dopo. I nostri missionari sono testimoni della presenza del mistero nel cuore dell’uomo: quella presenza che è parlante, che è penetrante, che è coinvolgente. Là dove con potenza di Spirito Santo gli uomini sono chiamati a incontrare il Signore Gesù, sono chiamati a riconoscere nel Signore Gesù il compagno, l’amico, il fratello della loro vita. Potenza di Spirito Santo che rende profeti, che rende gli uomini capaci di chiamare per nome il Signore glorioso: si chiama Gesù. E’ l’opera di Dio. Certo la presenza dei nostri missionari non è superflua, mai, ma bisogna che ne intendiamo bene la modalità, il contenuto, il valore specifico.

Da Saulo a Paolo

Nella prima tappa del viaggio missionario i nostri amici si trovano a Cipro e a Cipro, «attraversata tutta l’isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, persona di senno». Il proconsole è la massima autorità dell’isola, provincia romana. Sergio Paolo è persona di senno, molto sensibile, che ha dei problemi di coscienza, è un illustre e nobile romano, appartiene all’ordine senatorio. Questo Sergio Paolo ha una sua problematica religiosa e c’è questo bar Jesus, mago, giudeo che gli sta accanto e sembra indottrinarlo a suo piacimento.

«Egli aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. Ma Elimas – colui che si nasconde, il mago -, il mago, ciò infatti significa il suo nome faceva loro opposizione cercando di distogliere il proconsole dalla fede».

L’attività di questo personaggio consiste nel separare Sergio Paolo dalla sua vocazione, da quella vocazione che la parola di Dio suscita in lui, separarlo dalla fede. Saulo lo affronta e qui, per la prima volta, leggiamo che Saulo è detto anche Paolo. Da questo momento in poi sarà chiamato Paolo. Paolo è il nome di quel proconsole, è il nome di Saulo cittadino romano dalla nascita, dunque aveva un nome romano: nel racconto degli Atti Saulo si chiama Paolo nel momento in cui ha a che fare con quel pagano che, impegnato nell’ascolto della Parola, sta procedendo in un cammino di conversione. Saulo sta auscultando quel che succede nel cuore di un uomo che si converte. Saulo prende come suo il nome di quell’uomo. Si chiama Paolo in relazione a quel tale, il pagano proconsole di Cipro, Sergio Paolo che è coinvolto in un processo di conversione. Che cosa avviene nell’animo di un uomo che si converte? Saulo assume come suo il nome di quell’uomo.

«Allora Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui». Il mago è affrontato con micidiale irruenza, rimane accecato per il momento.

«Quando vide l’accaduto, il proconsole credette, colpito dalla dottrina del Signore».

Dal punto di vista di Saulo, che adesso si chiama Paolo, questa vicenda missionaria esemplare, assume in modo evidentissimo una valenza contemplativa. Paolo sta contemplando come si muove, si apre, si dispone, si contorce, si esprime la coscienza di un uomo che è coinvolto nella relazione con il Dio vivente, dal momento che è lui, il Dio vivente il protagonista di questa novità che si chiama evangelo, per cui il Figlio che è risorto dai morti viene chiamato per nome. E’ a Gesù che gli uomini appartengono perché la potenza dello Spirito Santo suscita quella energia straordinaria che rende una creatura contraddittoria, avvilita, compromessa da tutte le conseguenze del peccato, capace di aderire alla pienezza della vita, quella pienezza che è realizzata nel Figlio di Dio risorto dai morti, il Kurios, il Signore.

E’ in questa direzione che procede il racconto dal momento in cui lasciano Cipro e si spostano in Asia minore, la costa meridionale della penisola anatolica, sbarcano a Perge e poi si inoltrano verso l’interno.

Nel frattempo Giovanni detto Marco si ritira, non ne vuole più sapere, si è stancato, troppo giovane. Probabilmente, torna a Gerusalemme. Rimangono i due, Barnaba e Paolo. Oamai Paolo e i suoi compagni (13,13). Vedete come i ruoli dei personaggi sono trasformati. Paolo è figura emergente non perché è un prepotente. L’unico e vero protagonista, è il Dio vivente. Paolo e i suoi compagni. E adesso, passando di luogo in luogo giungono ad Antiochia di Pisidia. Qui, nel cap. 13, troviamo uno dei famosi discorsi di Paolo. Si rivolge in sinagoga a giudei, i suoi primi interlocutori sono loro, quelli del suo popolo (13,16-41). Paolo ricapitola tutta la storia della salvezza, la storia del popolo chiamato in seguito alle promesse e spiega come le promesse si siano compiute dal momento che Gesù è il messia e Gesù è risorto dai morti. Nella resurrezione dai morti di Gesù tutte le promesse si sono compiute, quelle promesse rivolte a Israele e le promesse che coinvolgono la storia di tutti gli uomini. Per adesso Paolo si rivolge ai Giudei, fino al momento in cui, passando attraverso opportune citazioni dell’AT, al v. 38 Paolo concludendo il suo discorso afferma questo:

«Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui, che è Gesù risorto dai morti, compimento delle promesse, in rapporto a lui si compie la storia del nostro popolo, la sua vocazione, la sua missione, lui in quanto è risorto dai morti, ora per opera di lui «vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosè».

La conversione dei pagani

Dunque chiunque crede, perché non è mediante la legge di Mosè che noi siamo stati giustificati, ma è in forza della relazione con lui risorto dai morti. La remissione dei peccati ci coinvolge e ci riabilita a percorrere la strada della vita. E allora Paolo dice:

«Guardate dunque che non avvenga su di voi ciò che è detto nei Profeti: Mirate, beffardi, stupite e nascondetevi, poiché un’opera io compio ai vostri giorni, un’opera che non credereste, se vi fosse raccontata!». Ritorna due il termine opera, ergon. E’ il nostro tema dell’opera. Ma quale opera? L’opera di chi? Chi è il protagonista di quest’opera. Non c’è alcun dubbio. Paolo sta spiegando qui ad altri giudei come lui nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, che quest’opera oramai si compie, è giunto oramai il momento di raccoglierla, per quanto sia opera così sbalorditiva da sbaragliare tutte le migliori aspettative di Israele. Questa opera consiste nella conversione dei pagani, quell’opera per cui gli uomini sono riconciliati all’interno dell’unica famiglia che li costituisce come figli del Dio vivente, in rapporto a Gesù, nel nome di Gesù, in quanto sono inseparabilmente congiunti con Gesù, il Figlio risorto dai morti. Questa è l’opera, l’evangelo per i pagani. La visita di Dio nella storia degli uomini si è compiuta compiendo le promesse rivolte a Israele, ma si è compiuta in modo tale da riportare alla vita tutti gli uomini che sono chiamati a credere, che sono messi in grado di aderire, di rispondere, tutti gli uomini che ricevono la Parola e la ascoltano. Ed è proprio in questo che consiste al missione svolta dal nostro Paolo e dagli altri con lui, in questo prestare attenzione a quell’ascolto della parola di Dio che oramai è esperienza viva nel cuore degli uomini.

Il discorso finisce, interesse da parte degli ascoltatori, ma anche qualche sospetto. Le reazioni tenderanno poi a diventare sempre più incerte, sempre più drammatiche. L’assemblea viene sciolta, si danno appuntamento per il sabato successivo.

«Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando». I giudei sono disturbati, perché c’è quasi tutta la città, perché ci sono i pagani in misura oramai così abbondante senza più controllo, distinzioni.

«Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra».

Fatto sta che qui Paolo cita i testi dell’AT per ribadire come la luce splende oramai per tutti gli uomini, per i pagani di questo mondo.

Quel che Paolo sta dicendo qui non toglie nulla alla vocazione particolare e insostituibile d’Israele, ma indica qual è la potenza straordinaria, fecondissima, per la vita degli uomini, per l’evangelo che oramai cresce senza limiti nella storia dell’umanità. L’opera di Dio si compie. E i nostri missionari sono impegnati nella contemplazione di quest’opera. La loro attività missionaria è un’attività contemplativa per così dire. Sono contemplativi nell’azione, come si dirà poi nella storia della spiritualità cristiana.

«Nell’udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna».

Destinati alla vita. La fede, sono in ascolto, la parola di Dio, sono coinvolti nella relazione con il Signore Gesù nel senso della profezia, nel senso che sono riempiti di Spirito, sono in grado di aderire, di corrispondere all’evento che si è compiuto una volta per tutte mediante la morte e la resurrezione del Figlio.

«La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione». E’ la parola di Dio che si diffonde, corre, avanza, scatta, è la parola di Dio che penetra, chiama, tocca, è la parola di Dio che ferisce, scandaglia, rimbomba nel cuore degli uomini, è la parola di Dio che si diffonde per tutta la regione. E il nostro Paolo, con Barnaba, all’inseguimento. Il missionario è all’inseguimento della Parola che corre avanti ed è già arrivata dappertutto. La parola di Dio è arrivata in fondo all’abisso infernale, è arrivata nelle altezze supreme del cielo, la parola di Dio è già parlante nel segreto del cuore umano, per questo il missionario va, per contemplare, per riscontrare, per testimoniare. In questo c’è poi una funzione insostituibile, ma va ben compresa nel suo valore autentico. La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione, «ma i Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio, mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo».

Rimangono i discepoli. Oramai il discepolato riguarda i pagani come i giudei, oramai la vita nuova secondo l’evangelo, interpella, coinvolge, trascina, rigenera i pagani come i giudei: pieni di gioia e di Spirito Santo.

Ad Iconio una problematica analoga alla precedente, una certa distinzione all’interno delle due componenti della comunità cittadina, giudei e pagani e distinzione all’interno di ciascuna delle due componenti. C’è una problematica che riguarda proprio gli atteggiamenti interiori. Non ci si può limitare a distinguere tra giudei e pagani. Tra giudei c’è una distinzione. Nell’animo di ogni uomo c’è una distinzione, c’è un chiarimento che si impone e la parola di Dio avanza per scardinare, per dirimere, per abbattere e per chiamare, generare, vivificare là dove il cuore di ogni uomo ascolta e risponde, nel nome di Gesù. Ecco. Ogni uomo viene messo in grado di confidare nella vittoria del Figlio di Dio sulla morte.Ogni uomo è in grado di intraprendere il cammino della vita.

 (testi liturgici  della V settimana di Pasqua)


A Listra

Intanto Paolo e Barnaba affrontano momenti di polemica, qualche volta anche molto aspra, molto violenta, guardate cosa succede adesso a Listra (14,8ss).

«C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato». Dal grembo di sua madre. La vita di quest’uomo è stata segnata fin dal grembo di sua madre da una calamità così straziante: non è mai stato capace di camminare.

«Egli ascoltava il discorso di Paolo». Anche quel tale ascolta la parola, la parola gli entra dentro, lo scava dentro, lo chiama nell’intimo, suscita in lui la nostalgia della vita, la potenza della vita. Colui che è stato generato storpio dal grembo di sua madre, è generato a vita nuova dalla parola che ascolta. Paolo è testimone di questa novità. E’ una testimonianza contemplativa. Che cosa avviene nel cuore di un uomo che ascolta la Parola? Che cosa avviene quando un uomo ascolta la parola ed è generato, rigenerato alla vita? Per questo ci sono i missionari in giro per il mondo. E «Egli ascoltava il discorso di Paolo e questi, fissandolo con lo sguardo – lo sguardo contemplativo -e notando che aveva fede di esser risanato, disse a gran voce: Alzati diritto in piedi! Egli fece un balzo e si mise a camminare».

La gente vedendo queste cose, si mette a gridare: sono arrivati gli dei sulla terra, Zeus ed Ermes. Dicono questo in dialetto licaonio. Paolo e Barnaba li per li non capiscono cosa stanno dicendo quelli, perché parlano in dialetto. Questi si sono entusiasmati, tanto che vogliono celebrare un sacrificio. Quando finalmente Paolo capisce cosa stanno combinando, si butta nella mischia: che ambiguità terrificanti.

«Sentendo ciò, gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: Cittadini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori. E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio».

Il discorso resta a metà ma intanto viene evitato un gesto così increscioso. In questo caso Paolo mette in piedi, in modo un po’ approssimativo, un discorso valido per i pagani, ha sviluppato un’ampia catechesi in quel discorso rivolto ai giudei, ma nella sinagoga e con tutto il tempo disponibile. Qui, nel caos del momento, Paolo elabora una catechesi adatta a dei pagani con tutti i limiti dell’urgenza, ma comunque con tutta la lucidità di chi vuole colpire nel segno. Il cuore umano appartiene al Signore, il cuore umano oramai è raggiunto dalla parola che chiama per rigenerare gli uomini alla vita. Protagonista di quest’opera è il Dio vivente, che si è rivelato a noi, che si è presentato a noi, per questo il Figlio morto e risorto vive nella gloria, e per questo noi siamo in comunione con lui, in forza di quella nuova potenza di comunione e di riconciliazione che ci consente di respirare senza più dipendere dal dominio della morte.

Fatto sta che le vicende sono sempre molto contrastate. «Ma giunsero da Antiochia e da Icònio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto».

Non si scherza mica, lo hanno massacrato di botte e sembra morto e quindi lo buttano. Si passa così da un momento all’altro con una disinvoltura che a noi sembra sconcertante.

«Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città», come se niente fosse nonostante i lividi e le ferite. Sembrava morto e non era morto.

Poi parte con Barnaba per Derbe e poi tornano indietro e ripercorrono tutti i luoghi e le situazioni. Crescono, le coscienze maturano, i cuori si aprono e la parola di Dio suscita quella eco nel cuore umano che diventa fede, profezia che invoca il nome del Signore, cammino di vita nuova. E’ l’opera di Dio.

Il viaggio continua

«Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto». Impresa è l’opera, ergon, che avevano compiuto. E’ l’opera di Dio

«Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro». E’ chiarissimo. Ritornano per raccontare tutto ciò che Dio ha realizzato, tutto ciò di cui Dio è stato protagonista, per testimoniare come la storia degli uomini oramai è determinata dalla presenza operosa del Dio vivente, la visita di Dio si è compiuta. Si è compiuta una volta e si è compiuta in modo tale da raccogliere tutti e coinvolgere tutto nell’unico disegno di riconciliazione, il disegno che si ricapitola nel delinearsi della strada aperta per ritornare alla vita.

«Riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede». Qui bisognerebbe tradurre: come aveva aperto ai pagani una porta di fede. La strada è aperta, la strada della vita.

«E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli». I missionari sono dei narratori, raccontano. Di questo siamo stati testimoni, è successo questo, Dio ha operato così. E’ l’opera di Dio.

L’incontro di Gerusalemme

Nel cap. 15 viene affrontata una problematica che verrà chiarita una volta per tutte e che ci consente di ripescare in tutta la sua qualità teologica il messaggio che ci invita alla contemplazione dell’opera di Dio di cui le pagine precedenti ci hanno dato il riscontro.

«Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi».

Bisogna diventare giudei per essere discepoli del Signore. Per diventare discepoli bisogna prima diventare giudei, e quindi la circoncisione e tutte le osservanze, ed è in forza di questo ingresso nella fraternità d’Israele (segnata dalla circoncisione e da tutte le altre osservanze) che dipende la possibilità di divenire discepoli, di entrare in comunione, di intraprendere quindi il cammino della vita nuova. Questo insegnano quei tali.

Paolo e Barnaba insorgono ad Antiochia, dicendo che non è così. Discutono animatamente contro quei tali e adesso Paolo e Barnaba vengo incaricati riandare a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

«Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli».

Paolo e Barnaba in questo contesto non si presentano come dei maestri, ma come dei testimoni che raccontano. E’ poi vero che soprattutto Paolo è maestro, ha una dottrina, ha una teologia. Le sue lettere sono li a dimostrarlo, ma Luca ci tiene a presentarceli come dei contemplativi: noi abbiamo visto questo. Raccontano la conversione dei pagani e in questo modo suscitano grande gioia in tutti i fratelli.

«Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro».

Qui a Gerusalemme adesso c’è un’assemblea e nell’assemblea compaiono due personaggi che prendono la parola e che Luca mette in evidenza. Il primo personaggio è Pietro, che rispunta qui, il secondo è Giacomo, il minore, il parente di Gesù. Giacomo il maggiore è già stato ucciso.

All’interno di questi due discorsi che vengono riportati per sommi capi, di nuovo è citata la presenza di Barnaba e di Paolo che raccontano. In questo contesto i teologi di turno non sono Barnaba e neanche Paolo. Sono Pietro, che è stato il primo evangelizzatore di un pagano, ed è esattamente la testimonianza che ancora una volta esplicita con un suo elaborato di valore dottrinario. E poi Giacomo che è la figura di spicco della chiesa madre di Gerusalemme, la chiesa composta esclusivamente di Giudei, ed è il grande maestro della tradizione giudeocristiana. Fate attenzione a questi versetti (15,7-11), il discorso di Pietro che rievoca quel che è successo a Cesarea dove per la prima volta lui è entrato nella casa di un pagano e siamo al v. 12

«Tutta l’assemblea tacque». Silenzio, profondo silenzio, dopo aver ascoltato Pietro. Questo profondo silenzio accoglie la testimonianza narrativa di Barnaba e di Paolo. E’ un silenzio contemplativo anche questo. I nostri missionari si rivolgono a una comunità di cristiani che sono in silenzio, che sono in ascolto e che sono dunque in grado di condividere quella esperienza contemplativa di cui Paolo e Barnaba stanno dando testimonianza.

«Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro». Raccontano miracoli e prodigi. Questa espressione negli Atti degli Apostoli ci rimanda alla figura del Servo del Signore, il messia orribile e glorioso, il messia crocifisso e intronizzato. Ebbene quanti miracoli e prodigi Dio ha compiuto tra i pagani. Ecco come il servo è autore di quella opera redentiva che riguarda la miseria di tutti gli uomini chiamati a vita nuova, questo evento. Loro in silenzio. Nel silenzio il racconto che si impone in questo caso non per la sua validità argomentativi, ma per la sua qualità contemplativa.

E adesso interviene Giacomo: «Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome».

Giacomo si rifà a quello che ha detto Pietro. Avete fatto bene ad ascoltarlo, anche lui Giacomo, ha ascoltato. Cita testi dell’AT e dice proprio così: insieme con il nostro popolo tutti gli uomini sono convocati per procedere nel cammino della vita nuova, per cercare il Signore, perché questo è il disegno della misericordia di Dio perché si compie così come dall’inizio di tutto è stato impostato, dall’eternità.

Giacomo giunge a formulare un suggerimento per trovare una soluzione pratica,dal momento che bisogna convivere giudei e pagani, bisogna condividere la stessa mensa, gli stessi ambienti. Allora, per evitare incomprensioni, situazioni di estraneità, addirittura di insofferenza o di conflitto, dice: chiediamo ai pagani di evitare certi usi che sono inaccettabili per la senilità dei giudei, per come sono abituati alle scelte della loro vita. Sono delle raccomandazioni di ordine comportamentale che dovrebbero garantire la convivenza e la condivisione della stessa mensa, in una prospettiva eucaristica, giudei e pagani.

Ritorno ad Antiochia

A questo riguardo viene anche scritta una lettera, affidata due personaggi inviati da Gerusalemme ad Antiochia, insieme a Paolo e Barnaba che tornano indietro. I due, Barsabba e Sila, portatori della lettera, ci risiamo, adesso (15,30): «Essi allora, congedatisi, discesero ad Antiochia e riunita la comunità consegnarono la lettera. Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificarono. Dopo un certo tempo furono congedati con auguri di pace dai fratelli, per tornare da quelli che li avevano inviati. Paolo invece e Barnaba rimasero ad Antiochia».

Da qui siamo partiti, qui ritorniamo. Paolo e Barnaba rimasero ad Antiochia, la periferia che diventa centro, perché il centro è sempre là dove l’evangelo cresce, dove l’opera di Dio è in corso. Ogni periferia di questo mondo, ogni angolo segreto, ogni piega nascosta di un cuore umano è il centro della chiesa.

«Paolo e Barnaba rimasero ad Antiochia, insegnando e annunziando, insieme a molti altri, la parola del Signore». La parola che rende il cuore umano capace oramai di vivere in comunione con il Signore Gesù.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 14/05/2017 da in Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

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