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Lectio della domenica Corpus Christi (A)

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Lectio della domenica
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (A)
Giovanni 6, 51-58

Eucaristia4Nell’accettare Gesù, nell’assimilare la sua vita e la sua morte, come avviene nell’Eucarestia, noi assimiliamo la sua persona, la sua vita, il suo dono e così arriviamo alla terra promessa: la nostra realizzazione finale nella vita definitiva.

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Siamo al cap. 6° del Vangelo di Giovanni e a Cafarnao viene ambientata una profonda catechesi sul pane di vita (che noi cristiani interpretiamo naturalmente in chiave eucaristica).

Gesù si è presentato come l’Uomo e come il Pane disceso dal cielo. Gesù è il pane disceso (katabás) con riferimento al momento iniziale della sua storica presenza nel mondo; apre così un periodo di tempo che terminerà con il dono di se stesso, (“il pane che io darò…”) come pane e come carne nella sua morte. Con questa frase Gesù riassume tutto il suo pensiero precedente prima di precisare in che modo egli sarà alimento. È importante cogliere questo darsi di Lui, l’Uomo Gesù, la Parola diventata carne. In Lui Dio si esprime nella storia in modo unico. È nell’uomo e nel tempo che si trova Dio, che lo si vede e lo si accetta o si rifiuta. Insieme con Lui si procede verso la piena e definitiva rivelazione di Dio che secondo il Nuovo Testamento, sarà al compimento di questo tempo. Dio non è nell’“aldilà”, si è reso presente in Gesù. I Giudei che pensano al Dio dell’“aldilà”, sono scandalizzati dalla carne. Non credono che Dio possa essere visto e toccato.

52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

È chiaro perché gli ascoltatori di Gesù, una moltitudine proveniente dal giudaismo, rimangono fortemente perplessi di fronte alle sue parole al punto di litigare tra loro (emáchonto). Alla loro precedente domanda: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv. 6,28) non viene risposto che: “si convertano a Dio” (risposta logica da parte di ogni profeta) ma che diano adesione alla persona di Gesù. Questa è l’opera di Dio: Gesù il pane disceso! La menzione della carne li ha disorientati e al tempo stesso ha tolto loro sicurezza. Finché Gesù si è mantenuto nell’immagine del pane, potevano ancora interpretare che egli si presentava come un maestro di sapienza inviato da Dio. Ma Gesù ha precisato che questo pane è la sua stessa realtà umana, non una dottrina. Essi non comprendono che cosa possa significare “mangiare la sua carne”.

53 Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Gesù non è per nulla conciliante nelle risposte. All’angosciato interrogativo: “come può costui darci da mangiare la sua carne?” Gesù risponde aggiungendo a “carne” l’elemento “sangue”. La separazione di carne e sangue esprime la morte: Gesù darà la sua carne morendo. Il linguaggio usato da Gesù se interpretato con la nostra mentalità, sarebbe stato di una violenza-pazzia estrema; invece la moltitudine di provenienza giudaica comprende che è un linguaggio duro per tutto quello che occorre per metterlo in pratica, non per la comprensione di ordine intellettivo. Hanno capito che il programma di donazione di sé estrema che Gesù propone è duro. È duro (sklērós=è troppo gravoso) perché rigido, aspro, esigente per la pratica.

55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Il contesto eucaristico in cui Giovanni si muove sta per essere formulato con maggiore chiarezza. L’Eucarestia apparirà sotto un duplice aspetto: come nuova manna, alimento che dà forza e vita, veicolo dello spirito, e come nuova legge, che è realtà non per mezzo di un codice esterno, ma per l’identificazione con Gesù che porta ad una dedizione simile alla Sua.

56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Gesù è una realtà interiorizzata (mangiata). La comunione intima del discepolo con Lui cambia la propria realtà interiore.

Appare per la prima volta l’espressione: “rimanere con me/in me” che costituirà uno dei motivi principali dell’immagine della vite come nuova comunità umana (Gv. 15,4.5.7). Restare nella vite equivale a restare nell’amore.

57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

La vita che Gesù possiede procede dal Padre (1,32: “Ho contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di Lui”) ed Egli vive per il Padre, vale a dire in totale dedizione al disegno di Dio (4,34) che è dare la vita al mondo. Disponendo Egli stesso della vita, la comunica ai suoi; l’atteggiamento di questi ultimi deve essere la dedizione allo stesso disegno. Lo stesso vincolo di vita che esiste fra Gesù e il Padre si ripropone tra i discepoli e Gesù, come dono di vita ricevuta e ridonata.

58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Si chiude il tema della manna, cominciato nella pericope precedente (6,31). Esistono due pani: la manna e la sua persona. Il primo: la manna non poté completare l’esodo, non condusse quelli che la mangiarono fino alla terra promessa (6,49); il secondo: Gesù invece conduce fino al compimento: “chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

Excursus su Gv 6,54:

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno

La “carne” (sárx=equivalente greco del termine ebraico basâr) ha una connotazione più storica (indica la vita storica e mortale di Gesù). “Mangiare la sua carne” è fare propria la vita mortale di Gesù e “bere il suo sangue” è assomigliare tanto a Gesù da arrivare alla sua stessa totale offerta di sé, amare cioè fino alla morte che è la manifestazione massima dell’amore.

Pertanto l’unica linea per lo sviluppo umano è seguire la linea di Gesù, la linea dell’amore. Questo amore non si scoraggia mai, non si ritrae, esso è l’amore fedele ed arriva fino a dare la vita. Questo principio che l’evangelista pone in termini cristiani è valido per tutti. Una persona qualsiasi, cristiana o no, mussulmana, buddista o di altre religioni o filosofie, si svilupperà come persona se segue la linea dell’amore come indicato e vissuto da Gesù. Crescere noi stessi e far crescere gli altri è il lavoro cristiano e umano. La crescita di ogni uomo è assicurata: basta fare l’opzione per Gesù e seguire la linea dell’amore. Se si desidera approfondire quello che Gesù propone, allora si crescerà: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue” (v.56) quello è colui che cresce fino ad arrivare alla pienezza di Figlio di Dio, fino ad assomigliargli. “E il Verbo si fece carne”(Gv 1,14), cioè il progetto di Dio si è realizzato in un essere umano mortale.

La “carne” è ciò che di transitorio, debole e passeggero c’è nell’essere umano. La grande debolezza della carne è quella di subire la morte. Per questo motivo dopo la “risurrezione” si parla di “corpo” in quanto presenza, attività, identità e di “anima” in quanto essere conscio e consapevole, ma la “carne” non c’è più (parliamo del vangelo di Giovanni). “Questo è il mio corpo”, cioè questa è la mia persona in quanto presenza ed attività. E siccome l’attività che ha svolto lungo il suo ministero è stato il servizio, la donazione agli altri, questo si applica al suo “corpo” che è la sua vita nel mondo, una vita di donazione che si è manifestata nel servizio.

La “Legge” non ha più posto alcuno: il pane che dà la vita, che permette all’uomo di vivere è Gesù stesso (Gv. 6,48). Gesù si sostituisce alla “Legge” si converte nella nostra norma di vita. Quando Gesù offre del pane ai suoi perché lo mangino, intende dire di accettare Lui e il suo modo di comportarsi. La nuova norma per l’uomo non è più un codice scritto, ma una persona viva: la persona di Gesù. Così come Gesù si è comportato durante la sua vita, tale è la norma per noi! E questo è anche il pane: la norma per noi.

Il “sangue” come il “corpo” significa la persona viva e attiva, il “sangue” significa la persona in quanto si consegna alla morte. Il sangue versato ha sempre il significato di morte violenta. I discepoli, se bevono dal calice accettano la morte di Gesù = non si può ignorare che il significato del calice va unito a quello del pane. Non è possibile seguire Gesù nella sua vita se non lo si segue fino alla morte. Il discepolo non può dire: io pongo un limite alla mia donazione verso gli altri; bisogna saper donarsi, come Gesù, fino in fondo accettando anche di perdere la propria vita.

Corpo e sangue”: non si può prendere il pane senza anche bere dal calice; non si può accettare la vita di Gesù se non si accetta anche la morte. La morte di Gesù è il coronamento della sua vita, il dono totale di sé che si manifesta con lo stesso spirito con il quale ha prestato servizio durante la sua vita. Questo è il nuovo codice normativo per l’uomo non un codice imposto dall’esterno ma dal di dentro, come diceva Geremia: “porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger. 31,33). La comunità non è più retta da un codice di pietra, né da un libro, ma da una forza vitale che procede dal profondo del cuore.

Riflessioni…

Ad una folla indistinta, il Maestro annuncia, propone e dona la certezza di una presenza, un programma di vita ed un nuovo destino, per divenire persone, care ed amate.

Un’immagine dei tempi antichi, di una storia di tutti, che rievoca una manna che discende, si trasforma ora in pane, di sapore che tutti conoscono, ma vivo e perenne. E anch’esso discende per donarsi agli uomini tutti, pronto per essere mangiato e assimilato, fino a farsi carne.

Esso è donato, per garantire la vita, per perpetuarla, per storicizzare relazioni tra donante e vivente, tra il Dio dell’amore e l’uomo della storia, tra l’Eterno e il tempo che va. Esso diviene l’incontro tra il Creatore, il Salvatore e il Santificatore e la creatura salvata nell’amore. È l’indice dell’azione divina e la risposta d’amore, della passione gioiosa dell’uomo.

Come è possibile? È la perenne azione creatrice divina che con il suo sangue dà energia alla carne/pane, cibo per l’uomo che mangiandone costruisce la sua risurrezione. È l’universale azione d’amore per tutti che possono, in ogni momento, attingere ed assaporare il sapore della salvezza, la novità della speranza, la comunione di desideri infiniti, rimanendo connessi al flusso di vita.

Date voi stessi da mangiare, aveva detto un giorno, a proposito di pani che crescevano e figuravano questo pane/carne di oggi, che Egli stesso dona e gratuitamente offre, così come offre perdono, amicizie, amore di Padre, di Fratello e di Amico divino.

http://www.ilfilo.org


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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2017 da in Anno A, Festività, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia con tag , .

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