COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Commento al Vangelo della Domenica Corpus Christi (A)

Domenica del Corpus Christi (A)

Letture: Dt 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

corpus Christi

Manna, manhu: che cos’è?
don Angelo Casati

Il libro del Deuteronomio -libro affascinante che evoca la marcia faticosa nel deserto e il dono inatteso di un’acqua da roccia durissima, di una manna sconosciuta ai padri- e la parola di Gesù: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, ci salvano da un rischio che non è teorico: quello di ridurre la festa del Corpus Domini all’adorazione di un oggetto: una cosa da guardare estatici e immobili, quasi un reperto archeologico.

A volte ripenso a quella parola, piccola parola, con cui gli Ebrei hanno chiamato quel cibo inatteso dal cielo: Manna, manhu, che significa: che cos’è? E penso che era come una domanda iscritta per sempre, quasi non ci fosse fine alle risposte, alla sorpresa: che cos’è?

E penso anche che la stessa domanda dovrebbe essere iscritta per sempre nell’Eucaristia. E ogni volta che la prendiamo nelle mani e ne mangiamo, chiederci: che cos’è? Ripercorrendo la lettura del libro del Deuteronomio, potremmo innanzitutto dire che l’Eucarestia, come la manna, è dentro un cammino e dentro un ricordare.

Non è primariamente -voi mi capite- non è primariamente un fatto di tabernacoli, tabernacoli della chiesa. O sì, se tabernacolo significasse tenda, la tenda della sua presenza, che si alza e si sposta più in là, quando si parte -e ogni giorno si parte-. Allora sì: Eucarestia nella tenda, nel tabernacolo della vita.

Dunque l’Eucarestia è legata, come la manna, alla storia della nostra vita, storia di traversate; si esce ma non si entra subito. Si esce dall’Egitto, ma non è subito Terra Promessa.

E che cosa ti ricorda la manna? Che cosa ti ricorda l’Eucarestia? Ti ricorda che se vivi, se non sei morto di fame lungo i deserti della vita, se non ti sei fatto tu deserto, se non sei diventato tu terra inospitale, è perché è sceso qualcosa dall’alto.

È come riconoscere, confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo vivi è per un Altro. È come riconoscere e confessare apertamente, pubblicamente, che se siamo sopravvissuti è per questo dono inatteso, che non è semplicemente un’ostia bianca, ma la presenza di Dio, di cui questa piccola ostia bianca è segno e tramite.

Voi mi capite: questo riconoscimento della nostra pochezza, questa confessione di umiltà: viviamo, sopravviviamo per un Altro. E superiamo così un fraintendimento -ancora molto diffuso- che oggi scandalizza alcuni cristiani e li fa critici: critici nei confronti della lunga fila di coloro che la domenica si accostano alla comunione. E dicono: Ma che? Si sentono tutti santi? Tutti senza peccato? tutti degni?

Ma l’Eucarestia non è per chi è degno: “Signore, non sono degno”: diciamo. L’Eucarestia è una confessione di debolezza e di umiltà. Non è sbandieramento di una virtù, è riconoscimento della nostra pochezza.

Qualcuno dall’esterno potrebbe prenderlo come un gesto magico: ma come, tu, uomo moderno, uomo evoluto, uomo disincantato, vai a prendere un piccolo pezzo di pane bianco? Sì, sei uomo moderno, evoluto, disincantato e riconosci che vivi in forza di un dono che viene dall’alto.

Faccio un passo avanti: ma anche questa piccolezza insegna: una presenza, quella di Dio, legata a cose quotidiane, il pane, il vino, la tavola.

Ci ricorda, l’Eucarestia, che Dio non appare nei segni di una gloria sfolgorante, ma nella semplicità e nella povertà dell’incarnazione. È come se Dio, ogni volta che prendiamo l’Eucarestia, venisse a riabilitare le cose quotidiane, a dare senso alle cose quotidiane. Come dare senso? Col senso che Gesù ha iscritto, iscritto per sempre nell’Eucarestia, nel corpo dato, nel sangue versato.

In questo pane, piccolo pane, splende, sì, splende, ogni volta che lo prendiamo e ne mangiamo, un segno: il segno di un Dio che si dona per la vita del mondo. Un Dio che fa vivere e non distrugge.

E anche tu, nella vita quotidiana, sii tra coloro che fanno vivere, danno segni positivi, non tra gente che distrugge. Un Dio che si offre liberamente “offrendosi liberamente” -è scritto-: liberamente, per la gioia di farlo.

E se imparassimo anche noi da questo pane la gioia di fare il bene, ogni giorno, unicamente per questo, per la bellezza di farlo?

don Angelo Casati
http://www.sullasoglia.it


Corpus Christi

Solennità del Corpo e Sangue del Signore
Di casa tra gli uomini

Sono lontani gli anni in cui da ragazzini eravamo più che disposti ad accordare un certo credito di fiducia alla suora o alla catechista che tentava di spiegare quanto era “bello accogliere Gesù nel cuore”. E poi, ahimè – non so per voi – la delusione di scoprire che quel pane, almeno al gusto, non aveva nulla di eccezionale. Non sapeva nemmanco di pane. Ma non si poteva contraddire la suora e perciò ci ritrovavamo a confermare che era davvero bello accogliere Gesù nel cuore.

Ho sempre intuito che di questo sacramento ci sfuggivano molte cose. Mistero, l’Eucaristia, da accostare come stando sulla soglia. Soglia troppe volte varcata con la pretesa di essere già entrati in intimità con Dio.
Forse – oggi più che mai – abbiamo bisogno di abbandonare quelle immagini stucchevoli che ci siamo fatti di Dio se vogliamo accostarci al Dio vivo e vero.

L’Eucaristia, infatti, narra chi è Dio, quale volto ha, con quale nome lo si può chiamare.

Nato in una religione dominata dalla legge, fortemente segnata dalla distinzione tra sacro e profano, adoratrice di un Dio geloso che con mano forte aveva assicurato al suo popolo il diritto di uccidere pur di mantenere la sua identità, Gesù vedeva sfigurato il volto del Padre in quella maschera di un Dio garante dell’ordine costituito. Non poteva fare a meno di essere altro e quindi di essere ritenuto lui stesso peccato, fatto maledizione. Non poteva tollerare una religione che chiamava peccatore un cieco, inutile una bambina solo perché femmina, impura una donna mestruata, popolo maledetto chi era colpevole di limitarsi a vivere la legge pur senza averla studiata. E poco alla volta aveva accolto tutti quegli emarginati facendoli sentire preziosi ai suoi occhi e a quelli del Padre rimandandoli nel mondo ad annunciare la tenerezza di Dio.

Aveva avuto gesti di attenzione – unilaterali e incondizionati – per chi di umanità aveva solo brandelli, per soggetti che agli occhi dei più erano ritenuti inaffidabili e impuri, senza alcuna possibilità di avere accesso a Dio. A loro aveva annunciato e fatto sperimentare che ci si può fidare del Padre il quale abbraccia il figlio perduto quando è ancora sporco e maleodorante.

Comprendiamo come questo non poteva che essere parlare di un Dio altro, irriconoscibile per chi aveva passato tutta la vita nella casa paterna senza mai pretendere “un capretto per far festa con gli amici”. Con questo Dio altro, al centro c’è l’uomo, così com’è. Al centro c’è l’amore. A salvarci non sarà una legge ma la fiducia incondizionata nel Padre.

E così a Cafarnao e nell’ultima cena Gesù attesta che Dio è solo ed esclusivamente un pezzo di pane e un sorso di vino. Il pane, lo sappiamo, ha un solo senso: far vivere, nutrire, sostenere. Che Dio si riveli in un pezzo di pane sta a significare che la passione che lo abita è quella di far vivere. Il pane è dono per la vita di chi se ne ciba. Chiunque esso sia! Il solo luogo dove possiamo fare esperienza di Dio è l’uomo che spezza la sua vita per gli altri, per la vita degli altri. Chi vive la sua vita come dono non afferra mai l’altro con violenza, non se ne appropria.

Il vino ha, poi, una sola funzione: rallegrare il cuore dell’uomo. Segno della gioia che si espande, il vino è capace di trasformare un gruppo di uomini in una fraternità in cui ci si fida gli uni degli altri. Che Dio si riveli in un sorso di vino sta a significare che il suo desiderio più vivo è la gioia dell’uomo.

Pane spezzato, vino versato anche quando incontra la misteriosa resistenza degli uomini. Anche allora Dio scende negli inferi della nostra debolezza e si lascia spezzare e versare fino all’estremo. Un amore che per non dissociarsi mai dall’uomo può tutto, anche consegnarsi alla morte. Dio che muore.

Chi si nutre di quel pane e beve di quel vino da creatura amata diventa creatura in grado di amare, capace di diventare a sua volta pane-per-gli-altri, esistenza donata fino alle estreme conseguenze, pur di non spegnere mai la passione della vita nei fratelli.

Il pane spezzato e il vino versato segno di un Dio che vuole stabilire comunione: un Dio che gioisce con chi gioisce, un Dio che si fa povero con i poveri, profugo con chi è straniero, partecipe intimamente della sorte di ogni uomo.

L’Eucaristia è lì a ricordarci che Dio si affida a noi, alle nostre mani, mani di tradimento. Le parti sono rovesciate: questo ci rammenta ogni volta il sacramento che celebriamo. Del resto già Gesù ci aveva abituati a questa inversione di parti quando si identificava con il bisognoso che fatica a vivere e attende aiuto. Un Dio che attende il pane, il vestito, la visita, la liberazione, lo sguardo, l’acqua… L’Eucaristia proclama questa follia di Dio.

Dio nelle mani dell’uomo. Senza uscite di sicurezza e senza corsie preferenziali. Nessuno interviene in suo favore quando Giuda lo consegna e Pietro lo rinnega. E in più non fa nulla per divincolarsi da quelle mani di tradimento. E proprio mentre viene eliminato rivela il senso del suo essere venuto in mezzo agli uomini.

L’Eucaristia: il segno di un Dio che sceglie di abitare tra gli uomini. Un Dio di casa con loro e tra loro. Così come sono.

Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com/

Corpus Christi - Raffaello Sanzio, Miracolo di Bolsena, affresco, 1512, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano

Santo Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo (A)
ENZO BIANCHI

La chiesa celebra oggi la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1).

Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte).

Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcuno o a qualcosa con carattere di grandezza, forza, sapienza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé. Gesù dice che lui stesso è pane, un pane per la vita, un pane che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio.

Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo ad accoglierle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre, e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta per amore di noi uomini in questo mondo, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre.

Anche noi, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati di fronte a una tale affermazione: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro, ma con il quale cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna.

Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo:

“la Parola si è fatta carne” (Gv 1,14) in Gesù;
la carne di Gesù si è fatta pane (cf. Gv 6,51);
il pane ci dà la vita eterna (cf. Gv 6,58).

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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2017 da in Anno A, Festività, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica con tag , .

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