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Lectio divina sulla seconda lettera ai Corinzi

Lectio divina sulla seconda lettera ai Corinzi
Padre Paolo Berti

2ª lettera ai Corinzi

X e XI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

La seconda lettera ai Corinzi è stata preceduta da circostanze non facili da delineare, sia per la scarsità dei dati offerti dalla lettera stessa, sia perché gli Atti non forniscono al proposito un aiuto.

La lettera ci dice che Paolo fu già due volte a Corinto (12,14; 13,2) prima delle stesura della lettera e si apprestava a una terza visita. Comunemente la prima visita è considerata quella della fondazione della comunità cristiana (At 18,1s), ma non si tratta precisamente di visita trattandosi della presenza fondazionale. Si può pensare che la prima visita alla comunità (13,2) sia avvenuta dopo la vicenda dell’accusa dei Giudei davanti al tribunale di Gallione. Gli Atti dicono che Paolo restò ancora qualche settimana a Corinto (At 18,18), con tutta probabilità dopo una breve assenza in attesa che le acque, molto agitate, si calmassero. Questa seconda visita, non può che rientrare nell’ambito del tempo di fondazione. La situazione a Corinto in questa seconda visita aveva già aspetti dolorosi (13,2), con tutta probabilità dovuti allo smarrimento causato dall’essere stato Paolo condotto dai Giudei in giudizio davanti a Gallione. Seguì a questa seconda visita una lettera disciplinare la cui sostanza la si ritrova nella 1Cor 5,9s. Permanendo i disordini di cui Paolo fu informato scrisse da Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia Minore, la prima lettera canonica ai Corinzi, la prima ai Corinzi.

Oltre la lettera Paolo inviò a Corinto anche Timoteo (1Cor 4,17; 16,10; At 19,22). Durante una seconda visita (At 20,2) Paolo venne pubblicamente offeso da un facinoroso (13,2), ciò affrettò la sua partenza prefigurando un suo ritorno a breve scadenza.

Considerando la situazione, non giudicò opportuno di ritornarvi così presto, perché tutto sarebbe avvenuto nella tristezza (2,1-2), mentre desiderava che i Corinzi da tale visita ricevessero una seconda grazia (1,15), dopo la prima, che è quella della fondazione. Inviò invece ai Corinzi una lettera severa e piena di dolore (2,4). La lettera venne inviata per mezzo di Tito (7,6). Tale lettera è andata perduta come l’altra (Cf. 1Cor 5,9). Da quello che si può arguire entrambe le due lettere avevano lo stesso tono disciplinare. Ci si può domandare se le due lettere andate perdute fossero due lettere ispirate, cioè Parola di Dio. La risposta è che non si può pensare che ogni scritto di Paolo dovesse essere di necessità Parola di Dio. Le Chiese non inserirono nel “corpus paolinum” le lettere non ispirate, contenenti non insegnamenti, ma unicamente disposizioni disciplinari.

Dopo aver inviato Tito a Corinto, Paolo attraversando la Macedonia (At 20,3) si recò a Troade aspettando Tito di ritorno da Corinto, via mare. Ma Tito tardava, così Paolo partì per la Macedonia dove finalmente incontrò il suo inviato (3,12). Le notizie che portava erano buone, perché la gran parte della comunità aveva isolato l’offensore e il gruppo che stava con lui, e anzi l’offensore si era ravveduto.

La seconda lettera canonica ai Corinzi Paolo la dettò probabilmente a Filippi, possibile luogo dell’incontro con Tito, nell’estate o nell’autunno del 57.

La terza visita dovette avvenire poco dopo, a partire dalla Macedonia verso l’Acaia, anche per raccogliere i risultati della colletta (Cf. 9,4).

La lettera è ricca di comunicazione palpitante, con cambi di tono: dal dolce allo sferzante, dalla pacata esposizione dottrinale alla energica difesa della sua azione apostolica, dall’esortazione a non lasciarsi prendere dagli allettamenti del mondo pagano alla difesa della comunità dall’influsso dei superapostoli, dall’umile, forzata,  narrazione di sé, al rendimento di grazie in Cristo a Dio. Tutta la comunicazione di Paolo è mossa dalla carità, da una carità viva, profonda, che guardava alla fortezza di Cristo, ma anche, e sempre, alla dolcezza e mansuetudine di lui (10,1).

Paolo era vero. Radicale nel seguire Cristo, radicale nel rinnegare se stesso, radicale nell’amare gli altri.

Moltissimi studiosi protestanti sostengono che la lettera è unitaria, e così pure la gran maggioranza degli autori cattolici; gli altri preferiscono vedervi la presenza di alcuni brani di ipotetiche lettere aggiunte nel corpo del testo, ma le loro argomentazioni hanno poca forza rispetto alla testimonianza omogenea dei manoscritti e ad una lettura attenta della lettera (Cf. Settimio Cipriani, “Le lettere di san Paolo”, ed. Pro Civitate, Assisi,1965, pag 252).

(6,14-18) Questo passo è una digressione lungo il discorso, ed è stato interpretato come un frammento di un’altra lettera dell’apostolo. Ma non esiste  un qualche manoscritto che ne presenti l’assenza. Anche se la digressione presenta termini e idee rare nelle altre epistole paoline, ciò non indica affatto che questo passo non sia pienamente paolino. La digressione non è poi un fatto che sia avulso poiché trova la sua radice in (6,1).

(cap. 9) Alcuni studiosi hanno pensato che il cap. 9 sia una ripetizione del cap. 8, e che perciò debba riferirsi ad un biglietto scritto a tutte le comunità dell’Acaia. Questa ipotesi si scontra con il fatto che non esiste manoscritto che non riporti il cap. 9; inoltre i motivi che Paolo presenta per stimolare la generosità dei Corinzi non sono gli stessi presenti nel cap. 8.

(cap.10-13) Il cambiamento di tono dei cap. 10-13 ha fatto pensare ad alcuni studiosi che ci si trovi di fronte ad una parte autonoma aggiunta successivamente alla lettera. Alcuni hanno voluto addirittura vedervi la cosiddetta “lettera delle lacrime” (2,4), ma proprio non è da lacrime il tono di questi capitoli. Esistono, al contrario, stretti collegamenti tra questa ultima parte della lettera con la prima parte, dove Paolo difende con pacatezza la sua condotta di fronte alle accuse che alcuni gli muovevano contro. La realtà è che Paolo vede giunto il momento di mettere allo scoperto gli agitatori della comunità di Corinto, cioè i superapostoli, ed è chiaro che cambi il tono. Ma con ciò il suo cuore non cede minimamente all’ira e per farlo capire si riferisce subito alla dolcezza e mansuetudine di Cristo.

Non esiste nessun manoscritto dove manchino i cap. 10-13.

Testo e commento

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Questa voce è stata pubblicata il 18/06/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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