COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio su Genesi 12-50

GENESI 12-50

XII-XII-XIV settimane del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Commento e indicazioni per la Lectio

Testo  PDF     Lectio divina – Genesi 12-50
Testo Word   Lectio divina – Genesi 12-50

pellegrinaggio di Abramo

CORSO BIBLICO SU GENESI 12-50
Ileana Mortari

1° – ABRAMO

  • Le “tradizioni” di Genesi 12-50
  • Epoca storica dei Patriarchi
  • Vocazione di Abramo
  • L’alleanza tra Dio e Abramo
  • La fede di Abramo

2° – ABRAMO E LOT

  • Origini storiche di Israele
  • Ge-nesi 13: separazione tra Abramo e Lot
  • Genesi 14 e la figura di Melchisedek
  • La vicenda di Sodoma e Gomorra

3° – ABRAMO E ISACCO

  • Genesi 18: annuncio della nascita di Isacco
  • Genesi 22: il sacrificio di Isacco; lettura ebraica e lettura cristiana
  • Morte di Abramo

4° – GIACOBBE ED ESAU’

  • Infanzia e giovinezza di Giacobbe ed Esaù
  • Significato della “benedizione” presso i Patriarchi
  • Genesi 28: il sogno di Giacobbe

5° -GIACOBBE E LE TRIBU’ DI ISRAELE

  • Matrimonio e discendenza di Giacobbe
  • Origine storica delle 12 tribù di Israele
  • Genesi 32: la lotta tra Giacobbe e l’angelo

6- GIACOBBE E BETEL

  • Genesi 35,1-15: da Sichem a Betel
  • Excursus sulla religione dei Patriarchi
  • Genesi 35,16-29: morte di Rachele e e di Isacco e nascita di Beniamino
  • Nota sulla longevità dei Patriarchi

7- GIUSEPPE IN EGITTO

  • Storia di Giuseppe in Israele e in Egitto
  • Giuseppe: personaggio storico?
  • Origine del racconto di Giuseppe
  • Giuseppe, esempio di uomo sapiente
  • I sogni di Giuseppe

8° – GIUSEPPE E LA SUA FAMIGLIA

  • Giuseppe e i suoi fratelli
  • La teologia della storia di Giuseppe
  • Conclusione

1° ABRAMO

Preghiera di inizio

O Dio, Padre dei credenti,
che, offrendo a tutti gli uomini il dono della tua adozione,
moltiplichi nel mondo i figli della promessa
e nel mistero battesimale rendi Abramo, secondo la tua parola,
padre di tutte le genti, concedi ai popoli che ti appartengono
di accogliere degnamente la grazia della tua chiamata.
Per Cristo nostro Signore.

(dal Messale Ambrosiano)

Tradizioni e storicità del Pentateuco

In questo corso affrontiamo i capitoli dal 12 al 50 della Genesi. In Genesi possiamo vedere una sorta di dittico (quadro a due tavole che spesso si trova sugli altari) capp. 1-11 e capp. 12-50.

La prima tavola del dittico ha per oggetto la condizione umana in quanto tale, di cui si parla attraverso alcuni personaggi ed episodi emblematici (Adamo, Noè, il diluvio, la costruzione della torre di Babele, etc..

La seconda “tavola” (molto più ampia – non 11, ma ben 39 capitoli !) ha per oggetto il popolo di Israele nella sua storia, la vocazione e il dono della fede ai Patriarchi (parola che deriva dal greco “archè”= inizio), per designare la “radice” da cui si è sviluppato Israele e quindi anche la nostra fede.

Questo secondo dittico si divide a sua volta in tre cicli narrativi: quello di Abramo (capp. 12-25), quello di Giacobbe (capp. 25-36), quello di Giuseppe (capp. 37-50)Come si distinguono tra loro? Ognuno di essi è ben delimitato e circoscritto da una formula ricorrente: “Questa è la genealogia di…” formula che c’era già anche nei capitoli precedenti.

Quando si affronta un testo biblico, è sempre bene chiedersi perché è stato scritto.

La Bibbia non va letta alla lettera come una cronaca, ma è un libro scritto per la fede di coloro che sono stati i primi destinatari e per quanti sarebbero venuti dopo di loro, quindi anche noi! Per interpretarla correttamente bisogna avere un minimo di conoscenze sul perché e sul come è stata scritta e sul come va letta. A quali interrogativi doveva rispondere l’autore biblico?

I capitoli 12-50 rispondono a questi interrogativi: qual è la mia origine, da dove vengo, quali sono la mia identità di credente e il mio futuro. Quando il popolo ebreo era in esilio a Babilonia, essendo venute a mancare la terra, il Tempio e l’unità del popolo (oggetti delle promesse di Dio), ebbe la sensazione che le promesse divine fossero state vanificate e perse anche la sua identità di popolo. I capp.12-50 mirano a recuperarla.

LEGGIAMO GENESI 11,26 – 12,9

Capitolo 11 [26]Terach aveva settant’anni quando generò Abram, Nacor e Aran. [27]Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. [28]Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. [29]Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch’era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. [30]Sarai era sterile e non aveva figli.

[31]Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.

[32]L’età della vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì in Carran.

Capitolo 12 [1]Il Signore disse ad Abram:

«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. [2]Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. [3]Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».

[4]Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. [5]Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan [6]e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.

[7]Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questo paese». Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso. [8]Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. [9]Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb.

Come si vede, l’autore biblico ha collegato l’inizio della vicenda di Abramo con quanto precede: il grande affresco di Gen.1-11, che mostra il rifiuto e l’allontanamento dell’uomo da Dio, con tutte le conseguenze negative, ma anche lamisericordia di Dio che:

  • – si porta via Enoch, il quale non conosce la morte (Gen.5,18-24)
  • – salva dal diluvio il giusto Noè e la sua famiglia
  • – dopo Babele, con la chiamata di Abramo, attua un nuovo inizio.

Infatti attraverso Abramo e la sua discendenza, Dio si propone di recuperare tutta l’umanità all’ascolto obbedienziale della sua parola. Si può notare che la famiglia di Abramo porta ancora le ferite dell’umanità maledetta, i segni del peccato originale (la sterilità di Sara, la morte di Aran fratello di Abramo, in giovane età, la fermata a Carran, invece di raggiungere Canaan, la meta che si erano prefissi).

Gen 12,1: Il Signore disse ad Abram

Dopo un lungo silenzio (dal tempo della torre di Babele – Gen.11) Dio si rivela nella storia con un progetto alternativo a quello di Babele, che era contrario al piano di Dio, perché voleva azzerare le differenze tra i popoli (che invece erano volute da Dio) e sottoporle ad un unico regime dispotico. Dio ha un progetto che vuole realizzare nella discendenza di Abramo; Egli sempre predilige i piccoli, i poveri, gli infelici (es. Sara era sterile).

Dio benedice Abramo. Benedire significa dare pienezza di vita, armonia, felicità. In soli tre versetti, ci sono cinque benedizioni, probabilmente in contrapposizione alle cinque maledizioni dei capitoli precedenti (serpente, suolo 2 volte, Caino, Canaan).

MA PRIMA DI PROSEGUIRE E’ IL CASO DI CHIEDERSI: quello che stiamo leggendo è avvenuto davvero così, parola per parola? Abramo è un personaggio storico?

Per rispondere adeguatamente occorrono dei ragguagli sul testo di Gen.12-50, oggetto del nostro approfondimento. E per fare questo dobbiamo prendere in considerazione tutto il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia, detti “Torah”, che sono Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio.

Fino al 1870, si diceva che il Pentateuco era il risultato della fusione di quattro tradizioni distinte: fonte jahvista del X sec. a.C., fonte eloista dell’ VIII sec. a.C., fonte deuteronomista del VII sec. a.C., fonte sacerdotale del VI sec. a.C.

A partire dagli anni Settanta si è messa in discussione questa tesi e ancora oggi si dubita dell’esistenza delle prime due fonti: jahvista ed eloista, dette così perché il nome di Dio era espresso col termine Jahve ed Eloim.

La tradizione scritta sarebbe nata nell’VIII sec. a.C. (e non nel X° sec. al tempo della monarchia di Davide e Salomone) e si sarebbe sviluppata in modo disorganico e poi, dopo l’esilio, si sarebbe realizzata una sintesi scritta organica ad opera dei sacerdoti che sta alla base della redazione finale, la quale è del IV sec.

Prima di questa c’è stata anche una narrazione storico-teologica dei fatti successi al popolo ebreo nel periodo monarchico, passata col nome di deuteronomistica, perché fa riferimento alle tradizioni legislative e ai fatti che confluirono poi nel libro del Deuteronomio.

Queste due sintesi che mostrano la nuova proposta di alleanza da parte di Dio all’umanità avevano lo scopo di sostenere la fede degli Ebrei in esilio, i quali pensavano fosse ormai fallita l’alleanza fra Dio e l’uomo stipulata sul monte Sinai per mezzo di Mosè, ma alla quale non erano stati fedeli. Consapevoli che avevano peccato, temevano di essere stati abbandonati da Dio. Recuperare il racconto dell’alleanza fra Dio e Abramo poteva aiutare il popolo in esilio a capire che Dio non li aveva abbandonati, ma che, nonostante le loro infedeltà, Egli era rimasto fedele.

Dopo l’esilio, nell’epoca persiana, anche per salvaguardare la propria identità nell’immenso e variegato impero persiano, Israele decise di unificare le due tradizioni, la sacerdotale e la deuteronomista; una nuova scuola di teologi si preoccupò di unificare le due sintesi e le due visioni storico-teologiche, cercando di rispettare l’originalità di ciascuna; per questo nel testo attuale non c’è una perfetta armonizzazione e compaiono dei “doppioni”, come vedremo a suo tempo.

Epoca storica dei Patriarchi

Qual è allora il livello di storicità nei libri del Pentateuco?

Certamente Abramo è esistito, ma non è detto che abbia compiuto le azioni e pronunciato le parole tali quali sono riportate nella Bibbia. Il racconto biblico riporta fatti tramandati oralmente e quindi soggetti a cambiamenti col passare degli anni; tuttavia un nucleo storico c’è: si parla di una persona che ha fatto un’esperienza di Dio molto forte e significativa e ha risposto alla chiamata di Dio con grande fede, un uomo vissuto nel II millennio a.C.

Più si va avanti negli anni e più gli studi, basati su ricerche archeologiche, si fanno precisi; portando alla luce gli archivi di antiche città-stato medio-orientali (come Mari, Nuzi ed Ebla) si possono conoscere meglio i tempi in cui vissero i patriarchi. Ad esempio: era diffuso a quel tempo l’uso di adottare il figlio avuto da una schiava, come fa Abramo con Ismaele.

Anche sui libri di storia le notizie subiscono mutamenti dovuti a nuove scoperte archeologiche. Per la datazione, si è fatto spesso riferimento a fatti storici extra-biblici, ma per l’esistenza di Abramo è difficile dire se sia vissuto nel 1800 o nel 1550 o nel 1200 a.C.; comunque per noi non è importante saperlo con esattezza, perché quello che conta è il messaggio che ci viene trasmesso.

Il testo che stiamo leggendo è stato redatto definitivamente nel IV sec. a.C. e riflette la storia, le problematiche e gli interrogativi di Israele a quell’epoca; inoltre testimonia le varie riletture fatte fino allora; anche dopo il IV sec. è stato oggetto di reinterpretazioni da parte del Giudaismo (termine che indica il popolo ebraico dopo l’esilio) e poi anche re-interpretato e attualizzato da parte dei Padri della Chiesa.

Noi ci porremo davanti al testo di Gen.12 (che abbiamo letto) cercando di spiegarlo – certamente, ma soprattutto preoccupandoci di cogliere il messaggio perenne che contiene, magari facendoci aiutare anche dalle riletture successive e lasciandoci interrogare da esso (cfr. le domande per la riflessione e la discussione poste al termine della lezione).

Vocazione di Abramo

Riprendiamo Gen.12,v.4: Abramo di fronte alla chiamata di Dio non chiede nulla, non dice nulla, ma agisce ed esegue subito quello che gli viene richiesto (v.4). Accetta di lasciarsi alle spalle tutto: la patria, il paese, la famiglia, le sue certezze, le sue sicurezze, e di andare verso una meta sconosciuta. Riscontriamo qui una caratteristica del Dio biblico: quando chiede qualcosa ad una persona, di solito lo fa per dargli molto di più. Infatti Dio promette ad Abramo un paese più grande, un popolo numeroso e che renderà grande il suo nome.

La prima tappa importante di Abramo è Sichem, più o meno al centro della Palestina (vedi cartina). Qui il Signore gli appare e gli specifica meglio il luogo che darà alla sua discendenza .Qui Abramo costruisce un altare (v.7). Poi passa a oriente di Betel, vi si accampa e di nuovo costruisce un altare. Infine passa nel Neghev, che si trova a sud di Bersabea e si estende fino alle pendici del Sinai.

Come si vede, Abramo “viaggia”, è pellegrino in una terra non sua, ma dei Cananei. L’unica certezza è la presenza di Dio e per questo ogni volta che si ferma innalza un altare per rendere culto a Dio.

In Genesi 12, 10-20 leggiamo che, a causa di una carestia, Abram è costretto ad andare in Egitto. Teniamo presente che nella vicenda di Abramo si trova la vicenda del popolo di Dio, è una retroproiezione della vicenda dell’Esodo. L’itinerario che fa Abramo verso l’Egitto è lo stesso che farà in senso inverso il popolo ebreo dall’Egitto alla terra promessa.

In Egitto avviene un episodio che ci lascia sconcertati. Secondo la cronologia della tradizione sacerdotale (P), Sara avrebbe 65 anni; ma probabilmente è più giovane, se Abramo teme che qualcuno, vedendola così bella, possa arrivare ad ucciderlo per sottrargliela; quindi la fa passare per sua sorella (secondo Gen.20,12, ella era effettivamente una sua sorellastra), esponendola alla mercè del 1° pretendente, come infatti sarebbe avvenuto: Sara sarà desiderata come moglie dallo stesso faraone. Siamo in un contesto culturale diverso dal nostro, molto maschilista, in cui la moglie era considerata proprietà del marito che poteva disporre di lei come voleva e quindi anche farla passare per sorella. Inoltre, a discolpa di Abramo, possiamo dire che, essendo preoccupato che senza di lui non potesse realizzarsi la promessa di Dio, di una discendenza, cerca di salvarsi con questo sotterfugio. Ma Dio interviene colpendo il faraone e la sua casa con grandi piaghe, finchè questi capisce e restituisce Sara ad Abramo, facendoli accompagnare alla frontiera perché lascino immediatamente il suo paese.

Dio interviene per salvare Abramo e Sara in difficoltà, così come al tempo della schiavitù sarebbe intervenuto mediante Mosè per liberare gli Ebrei dagli Egiziani: è ancora una retroproiezione di questa vicenda. Jahvè non lascia naufragare la sua opera: l’uomo cerca di arrabattarsi in tutti modi per cavarsela, ma poi è Dio che lo salva e non lo punisce per un’azione negativa perché capisce la sua debolezza.

L’alleanza tra Dio e Abramo

LEGGIAMO GEN. 15, 1-6

[1]Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». [2]Rispose Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco». [3]Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». [4]Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». [5]Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». [6]Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

Nel capitolo 15 abbiamo ancora una visione (la 4°), in cui Dio ribadisce che la ricompensa per Abramo sarà molto grande. Per l’Oriente antico, era in vigore l’usanza, in mancanza di figli, di adottare un servo, che avrebbe ereditato il nome e i beni del padrone. Abramo si adegua a questa usanza, ma Dio gli dice che avrebbe avuto un figlio proprio suo, nato dalle sue viscere e che la sua discendenza sarebbe stata numerosa come le stelle del cielo.

E qui c’è un versetto importantissimo, fondamentale, basilare, che dice in sintesi qual è la caratteristica di Abramo; è il v.6 Egli credette: il verbo ebraico corrispondente è “aman”, da cui il nostro “Amen”, un verbo che esprime l’idea di stabilità, sicurezza, fiducia. Nel linguaggio biblico credere non è tanto un’operazione intellettuale del tipo: “credo che Dio esiste”, ma è piuttosto il trovare la propria stabilità in qualcuno, fidarsi di lui! Così Abramo credette a Dio, si affidò a lui e trovò stabilità nella sua Parola. E Dio glielo accreditò come giustizia (v.6 b), cioè riconosce che la scelta di Abramo di fidarsi di Dio corrisponde alla giusta posizione dell’uomo rispetto a Dio. Secondo la Bibbia, “giusto” è colui che è come Dio lo desidera, colui che sceglie il bene e resta fedele a tale scelta e infatti la forma ebraica tradotta con “credette” corrisponde piuttosto a “continuò a credere”.

Ma il tempo passa e, come dice il cap.16, dopo 10 anni da quando abitavano in Canaan Abram e Sarai non avevano ancora avuto figli. Allora Sarai propone al marito di unirsi con la sua schiava Agar (anche questa era una consuetudine tipica del tempo quando una coppia era sterile) e infatti Agar partorisce ad Abramo Ismaele; ma neppure questo è il “figlio della promessa”: lo sarà Isacco.

Dio aveva fatto tre promesse:

  • – una discendenza numerosa
  • – una terra (quella che si estende dal fiume Egitto all’Eufrate, come vedremo)
  • – la benedizione (già vista) e l’alleanza con Dio.

A quest’ultima, un tema fondamentale nella storia biblica della salvezza, si riferiscono 2 episodi di genesi: al cap.15 e al 17.

LEGGIAMO GEN. 15, 7-21

[7]E gli disse: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese». [8]Rispose: «Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». [9]Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione». [10]Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. [11]Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. [12]Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì.[13]Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. [14]Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. [15]Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice.[16]Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo».

[17]Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. [18]In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate; [19]il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, [20]gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, [21]gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei».

Il v.7 è molto interessante, perché è un chiaro esempio di come si è costituito un racconto patriarcale, unendo elementi storici e di memoria-richiamo ad avvenimenti ritenuti importanti per la propria identità e storia. L’espressione “Io sono il Signore che ti ha fatto uscire….” non può non ricordare l’identica frase che troviamo in Esodo 20,2: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto”. Per gli uditori di questo testo l’antenato Abramo diventa allora il precursore dell’alleanza degli Ebrei schiavi in Egitto.

Ancora: “ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei”; qui notiamo un altro elemento utile per la datazione del testo. Il termine “caldei” sembra essere utilizzato in Babilonia solo a partire dal 7° sec. a. Cr. Esso rimanda dunque ad un’altra schiavitù, quella degli ebrei esiliati nel 586 a. Cr. in Babilonia. Anche in questo caso l’uscita di Abramo da Ur non può non rievocare alla mente il ritorno dall’esilio babilonese nel 538 a. Cr.

Così il racconto della storia di Abramo mette insieme l’epoca dei patriarchi (2000 a.C.), l’uscita dall’Egitto (1250 a.C.) e la fine dell’esilio in Babilonia (550 a.C.).

Dio ribadisce le sue promesse e nel capitolo 15 Abramo chiede un segno (v.8). Seguono quindi la preparazione del rito, la visione in sogno di Abramo e la stipulazione dell’alleanza. Anche ritroviamo elementi degli usi del tempo (2° millennio a. Cr.). Per stabilire un patto, un’alleanza politica o economica, un accordo di qualsiasi genere, si seguiva questa modalità: prendere degli animali (qui: una giovenca, una capra, un ariete) e dividerli a metà (in ebraico “karat”=tagliare, da cui l’espressione “karat berit”,,= “tagliare”, cioè fare un’alleanza del v.18). Ogni metà dell’animale veniva disposta per terra o appesa a dei pali, una metà di fronte all’altra dello stesso animale, in modo che ci fosse un corridoio nel mezzo. I due contraenti il patto passavano in mezzo agli animali divisi pronunciando una formula di giuramento, che comprendeva un’automaledizione del tipo “Che io sia tagliato in due parti come questi animali, se non rimango fedele all’impegno che oggi assumo!

La cosa eccezionale, nel nostro testo, è che solo il Signore, rappresentato simbolicamente dal fuoco (v.17), passa in mezzo agli animali divisi, cioè Lui solo “taglia l’alleanza”, Lui solo si impegna in modo del tutto libero e gratuito nei confronti di Abramo e del popolo ebraico, perché LUI SOLO E’ JAHVE’, nome che significa “Colui che è presente nella storia”.

Ecco la grande novità proclamata in questa narrazione: l’alleanza è propriamente un dono di Dio, un dono che Dio fa e garantisce per sempre al patriarca e ai suoi discendenti, ai quali non è chiesta nessuna contropartita, nessuna risposta specifica, se non quella di CREDERE, cioè fidarsi di Dio e delle sue promesse, accogliendo il suo dono come fondamento della propria vita.

Nei vv.18-21 abbiamo il contenuto dell’alleanza-dono di Dio: alla discendenza di Abramo verrà data la terra (oggetto di una delle tre promesse), dopo una serie di vicende descritte nei vv.13-16 che costituiscono una sorta di sintesi dell’Esodo. Così Abramo viene a sapere che solo alla sua discendenza verrà data la terra (egli ne potrà avere solo un piccolo pezzo, come si vedrà al cap.23 di Gen.). Le promesse sono poi riproposte da Dio ad Abram nel cap.17

LEGGIAMO GENESI 17, 1-16

[1]Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:

«Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. [2]Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto». [3]Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: [4]«Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. [5]Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò. [6]E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. [7]Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. [8]Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio».

[9]Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione. [10]Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra di voi ogni maschio. [11]Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi. [12]Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione, tanto quello nato in casa come quello comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. [13]Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comperato con denaro; così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne come alleanza perenne. [14]Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza».

[15]Dio aggiunse ad Abramo: «Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara. [16]Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei».

Quando Abram ha 99 anni, Dio gli appare per la 5° volta e di nuovo gli ripete che farà alleanza con lui, gli darà il paese di Canaan come possesso perenne e che la sua discendenza sarà molto numerosa; anzi, gli cambia il nome di Abram in quello di Abraham, che in ebraico significa “padre di una moltitudine” (da “av” padre e “am “ popolo); per la verità questa è una etimologia popolare (come spesso nella Bibbia); quella scientifica dà un’altra spiegazione a questo nome abbastanza frequente ai tempi: dal semitico “Abi-ram”= “mio padre è nobile”, cioè “sono di nobile stirpe”, oppure – se con mio “padre” si intende la divinità: “Il mio Dio è grande”.

Quello che importa è il cambiamento del nome di Abram, che – come sempre nella Bibbia – indica la chiamata a una certa vocazione: quella di essere il padre nella fede di immense moltitudini.

E poi questa volta Dio chiede ad Abramo una contropartita: ”Questa è la mia alleanza tra me e voi: sia circonciso ogni maschio” (v.10) e seguono disposizioni precise sul da farsi.

Ora, anche la considerazione di questa pratica è illuminante per capire come è nato il testo che stiamo leggendo.

La pratica della circoncisione era largamente diffusa nell’antichità: la si trova in Africa, Asia, America, ma non tra gli Indoeuropei né tra i Mongoli. Essa era praticata anche dai vicini di Israele: Egiziani e Cananei.

Le ragioni che spiegano questa pratica possono essere di carattere medico o igienico, giustificazioni sociali (tuttora tra i Kikuyu del Kenya è un rito iniziatico legato all’adolescenza), o motivi religiosi.

Possiamo ritenere che Israele l’abbia praticata come i vicini, senza avanzare immediatamente ragioni religiose. Ma è durante l’esilio che il popolo, smarrito e minacciato di dispersione, ha bisogno di segni forti di identificazione. E allora, assieme al sabato, anche la circoncisione diventa uno di questi segni distintivi, tanto più che i Babilonesi (Caldei) non osservavano questo rito.

Sotto l’influenza dei sacerdoti il rito ha assunto un forte senso religioso ed è diventato rigorosamente obbligatorio; il testo in cui è dettagliatamente presentato il rito della circoncisione è dunque del VI° sec. a. Cr., quando il rito diventa segno dell’alleanza.

La fede di Abramo – spunti di attualizzazione

A) Dio dice ad Abramo: Vattene dalla tua patria…

Qual è il messaggio di questa pagina? Il fatto che il cristiano è fondamentalmente un pellegrino (cfr. 1° Pt 1,17 e 2,11), e dunque non può attaccarsi a nulla di quaggiù, perché tende alla vita eterna…“La voce di Dio è come un grido potente che squarcia il silenzio della notte: <Vai! Esci!> Dio non usa né un esortativo: potresti andare, né un ottativo: non sarebbe bello se…, né un interpellativo: non ti piacerebbe…, ma un imperativo netto: vai!

E non scende a patti con le nostre lungaggini” (G. Balconi, Scintille nel canneto, pp.14-15). Un grande teologo anglosassone vissuto a cavallo tra il 7° e l’8° sec. d. Cr., Beda il Venerabile (673-735) così applica ad ogni cristiano il triplice distacco di Abramo:

“E’ chiaro che tutti dobbiamo imitare Abramo. Noi usciamo dal nostro “paese” quando rinunciamo ai piaceri della carne; dalla nostra “patria” quando, nella misura possibile ad un uomo, ci sforziamo di svestirci di tutti i vizi con i quali siamo nati; “dalla casa di nostro padre” quando, per amore della vita celeste, vogliamo lasciare il mondo stesso, con il suo capo, il diavolo. 

B) Gen. 12,4 a “ Allora Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore”

L’obbedienza di Abramo è un “obbedire alla Parola” (“come gli aveva ordinato il Signore”). La fede è obbedienza alla parola di Dio. E Abramo è nostro padre nella fede. Chiediamoci: che spazio ha la Parola nella mia vita, nel mio quotidiano?

C) Dio benedice più volte Abramo: “In te si diranno benedette tuttele genti”

Dunque anche noi siamo portatori della benedizione di Abramo e benedizione significa “vita – fecondità – positività”. Siamo davvero “benedizione” per gli altri? Ancora: Dio ci benedice = Dio “dice bene” di noi, è contento di noi. Anche noi “bene-diciamo” = “diciamo bene” degli altri?

D) Riguardo all’episodio di Abramo e Sara in Egitto

Abramo, pure prototipo del credente, è comunque un uomo limitato, ansioso, che ricorre a dei sotterfugi per garantirsi l’incolumità davanti al pericolo e ai potenti. Abramo è un uomo con tutti i limiti della condizione umana. E noi, siamo consapevoli che Dio ci sceglie e ci chiama così come siamo? Quali sono i nostri difetti che più ci pesano e di cui ci vergogniamo?

2. ABRAMO E LOT

Origini storiche di Israele

Dopo l’episodio di Sara in Egitto, Abramo torna nel Negheb con Lot, suo nipote, che aveva adottato alla morte del fratello. Per capire il cap.13, bisogna rifarsi alla storia d’Israele e al significato di questo racconto, reso più chiaro anche dalle numerose recenti scoperte archeologiche e fonti sociologiche e antropologiche; analizzando i costumi di alcune tribù primitive contemporanee si riesce, per analogia, a capire le usanze del passato.

L’origine d’Israele si colloca tra la fine dell’età del bronzo (1500-1200 a.C.) e l’inizio dell’età del ferro (1200-1000 a.C.). Gli archeologi hanno scoperto nella zona collinare e montuosa della Palestina i resti di centinaia di piccoli villaggi risalenti al 1250 a.C. Il territorio di Canaan era diviso in città-stato di 15.000 abitanti l’una, sorte sotto l’influenza egizia. Si è scoperta una fitta corrispondenza fra i re cananei e il faraone egiziano (1300-1200 a.C.), dove i re di Canaan chiedevano l’intervento del faraone per dirimere i loro piccoli conflitti; questi però rispondeva di non poter intervenire. Si viene a sapere che c’erano tante spese per guerre che gravavano sulle tasche dei più poveri. Molti agricoltori cananei cominciano a fuggire proprio verso la zona collinare e montuosa dove fondano villaggi non fortificati; dai ritrovamenti si rileva che conoscessero tecniche di coltivazione di buon livello; pare che, oltre a questi, ci fossero gruppi di “Abiru” che si rifugiavano là per condurre una vita più tranquilla: erano mercenari, gruppi di combattenti che volevano cambiare vita e offrivano alla gente dei villaggi una collaborazione basata sulla loro preparazione militare. Da questo termine “Abiru” deriverà il nome “Ebrei”. Si ebbero vasti insediamenti di questi gruppi che collaboravano tra loro nella lotta contro le città-stato. La loro religiosità era basata sulla concezione di un unico Dio che si era rivelato e offriva loro guida e protezione incondizionate. Ad un certo punto questi gruppi sempre più collegati tra loro inventarono un nome che esprimesse la loro unità e la protezione del loro Dio: Israele.

Isra-el – Dio governa. Storicamente questo nome appare per la prima volta nel 1.200 a.C. su un’iscrizione di pietra. Questi gruppi confederati avevano ciascuno la propria storia, ma unificarono le loro storie e le loro tradizioni per dare un senso di unità e rafforzare i loro vincoli sociali. Raccontare le loro storie era un modo per dimostrare che c’erano degli antenati comuni e quindi la genealogia aveva più un intento socio-economico che storico. Storicamente Abramo non ebbe Isacco, perché questa è la redazione finale, ma il clan di Abramo si unì al clan di Isacco.

Capitolo 13: separazione tra Abramo e Lot

Tornando al cap.13, si vuole sottolineare che c’erano legami tra la tribù di Abramo e quella di Lot. Quando decidono di separarsi, Abramo lascia al nipote la possibilità di scegliere la parte di terra che preferisce ed egli sceglie la parte pianeggiante, più fertile. I discendenti di Abramo, della tribù di Giuda, furono quelli che occuparono l’attuale Palestina. I discendenti di Lot furono i Moabiti e gli Ammoniti che diventarono nemici d’Israele.

Capitolo 14 e la figura di Melchisedek

Il cap.14 è uno dei più difficili del ciclo di Abramo. Secondo alcuni è un pezzo antichissimo, secondo altri è tardivo. I nomi dei re sono in parte reali e in parte inventati. Qui Abramo è presentato come un guerriero che si organizza per liberare il nipote Lot che era stato fatto prigioniero. È una vicenda che serve al redattore per comunicare qualcosa. Con 318 servi Abramo sconfigge un esercito più numeroso, libera Lot e recupera tutti i suoi beni. È un fatto quasi inverosimile, ma che serve a sottolineare che il capostipite del popolo ebreo, con un numero ridotto di guerrieri, ma con l’aiuto di Dio, riesce a sconfiggere un esercito più numeroso: con l’aiuto di Dio si ha la meglio sui nemici.

Melchisedek significa “re di giustizia” e viene inserito a metà del racconto per motivi importanti. Questo re di Salem rifocillò Abramo e i suoi guerrieri: il valore dell’ospitalità assume qui un significato sacrale. Il Dio, creatore del cielo e della terra, a cui rivolge la sua benedizione Melchisedek, è lo stesso che verrà chiamato Jahvè quando appare a Mosè. Nella Bibbia si nomina anche nel salmo 109-110 che si trova nei vespri festivi. È un celebre salmo messianico e descrive il re-messia. Nella lettera agli Ebrei si parla di Melchisedek come sacerdote eterno che riceve la decima di Abramo: è figura di un sacerdote ben più importante, Gesù Cristo che offre in sacrificio se stesso, un sacrificio di altra natura rispetto a quello degli Ebrei. La venuta del Figlio di Dio inaugura un nuovo modo di offerta a Dio, pur conservando gli elementi del pane e del vino. Con l’eucarestia, Cristo si riallaccia all’offerta di Melchisedek, abbracciando tutta la storia sacra e sottolineando il valore spirituale dell’offerta di pane e vino, superiore a quello materiale dei sacrifici inaugurati da Mosè e dagli Ebrei (immolazione e sacrificio di animali). L’economia della legge viene superata da quella della fede. Altra analogia: con questo rito Melchisedek ringraziava per la vittoria concessa ad Abramo sui suoi nemici; con l’eucarestia si rende grazie a Dio per la vittoria sul male ad opera di Gesù Cristo attraverso la sua morte e resurrezione.

In quanto all’offerta della decima, gli esegeti trovano due finalità:

  • il racconto è rivolto a quei gruppi che, al tempo di re in Israele, erano restii a sottomettersi alla monarchia: con l’esempio di Abramo si invitano tutti a considerare cosa giusta la tassa al re;
  • il racconto può essere opera di un autore che voleva giustificare la tassa per il tempio introdotta dopo l’esilio, tassa di cui si parla anche nel Vangelo e alla quale si sottopone anche Gesù.

Capitoli 18-19 e la vicenda di Sodoma e Gomorra

Preghiera di intercessione di Abramo perché Dio risparmi Sodoma e Gomorra dalla distruzione. Il “grido” è la denuncia dei peccati di Sodoma e Gomorra. Dio decide di intervenire mandando due uomini (due angeli) da Abramo ad annunciare la sua decisione. Per gli antichi, la libertà personale era molto ridotta e la solidarietà era massima e quindi, se c’era una maggioranza di peccatori, il castigo colpiva tutti. Con Abramo, viene introdotta una novità rispetto alla mentalità del tempo: si fa riferimento ad una responsabilità personale più che ad una colpa comune. Dio allora decide non solo di salvare alcuni innocenti; ma, se ci fossero dei giusti, promette di salvare tutti; rovescia il principio della solidarietà nel principio della vicarietà: pochissimi giusti valgono più di moltissimi peccatori. Nasce così un concetto teologico che verrà sviluppato col Cristianesimo: il bene compiuto da pochi può essere più forte dal male compiuto da molti. Con Isaia ed Ezechiele si ribadisce lo stesso concetto, cercando nel popolo d’Israele anche una sola persona giusta: Dio è disposto a perdonare a tutta la città di Gerusalemme se si trova anche un solo giusto.

Nella settimana santa, si leggono i famosi canti del servo di Jahvè del profeta Isaia, perché prefigurano ciò che sarebbe avvenuto a Gesù nella sua passione. Con il sacrificio di uno solo si sarebbe ottenuta la salvezza non per una città, non per un popolo, ma per tutti.

Quando i due messaggeri di Dio arrivano da Lot, molti uomini vanno da lui e gli chiedono dei due stranieri per poterne abusare. Lot non vuole perché sono suoi ospiti: il valore dell’ospitalità era allora più importante del peccato dell’omosessualità, tanto è vero che Lot arriva ad offrire le sue due figlie vergini purchè gli ospiti fossero rispettati. È un fatto sconcertante, ma i due angeli salvano Lot e respingono gli assalitori. Lot, pur nell’indecisione, accetta di lasciare la città come proposto dagli angeli. C’è una base storica alla distruzione di Sodoma e Gomorra: ci fu un terremoto vicino al Mar Morto che diede origine a incendi a catena a causa del bitume. Il racconto comunque ha un intento didattico. Sodoma e Gomorra sono il simbolo del male che si diffonde. L’invito a Lot perchè fugga sta a significare che dobbiamo prendere le distanze e mettere un abisso tra noi e il male; non bisogna voltarsi indietro, cioè non bisogna avere nostalgia delle cose lasciate, perché la fede è avanzamento e cambiamento verso il bene.

3.°ABRAMO E ISACCO

Genesi 18,1-15: annuncio della nascita di Isacco

La visita della divinità all’uomo fedele è un motivo narrativo presente nelle antiche letterature. In Ovidio c’è il famoso episodio narrato nelle Metamorfosi, in cui due vecchi coniugi Filemone e Bauci ricevono la visita di due divinità, Giove e Mercurio, senza che essi li riconoscano e per la loro ospitalità vengono premiati: gli dei trasforma vostri no la loro capanna in tempio ed esaudiscono il loro desiderio di morire insieme.

All’età di 99 anni Abramo riceve una misteriosa visita. Il narratore sa di più del protagonista, cioè parla subito della visita del Signore, ma Abramo non lo sa. Pur non sospettando minimante che si tratta della visita di Dio, Abramo si mostra gentile, premuroso, generoso e ospitale. Per la mentalità semita, essere ospitali significava esercitare la virtù del timore di Dio nelle relazioni con gli uomini. Anche se è il momento più caldo della giornata e Abramo sta senz’altro riposando, appena arrivano questi ospiti, si dà da fare e si fa preparare un pranzo abbondante coinvolgendo la moglie e i servi. Mentre i tre ospiti mangiano, egli se ne sta in piedi e in disparte.

Nella seconda parte dell’episodio è riportato un dialogo fra Abramo e i tre ospiti che si rivelano a lui come messaggeri del Signore e gli rinnovano la promessa di una discendenza, dicendo che Sara, nonostante l’avanzata età e la sterilità, l’anno dopo avrebbe avuto un figlio perché nulla è impossibile a Dio.

Abramo aveva avuto un figlio da Agar, la schiava di Sara, che aveva chiamato Ismaele e che giuridicamente che sarebbe diventato figlio di Abramo e Sara. Ad Abramo (che aveva 99 anni) era stata fatta la promessa di un figlio suo, ma probabilmente egli non ne aveva parlato con Sara; di qui il suo riso quando sente queste parole, riso che viene solitamente interpretato come segno di incredulità.

Perché all’inizio si parla di tre personaggi? La risposta è nel primo versetto del cap.19: “i due angeli arrivarono a Sodoma…”. I tre personaggi di cui si parla prima sono allora il Signore Dio accompagnato dai due angeli. Un’altra interpretazione è quella della prefigurazione della Santissima Trinità immortalata poi in un’icona di Andrei Rublev, molto famoso in tutto il mondo. “Nulla è impossibile a Dio” trova una chiara eco in Luca cap.1, 37.

Capitolo 22: il sacrificio di Isacco; lettura ebraica e lettura cristiana

Nel cap.21 si parla della nascita di Isacco, della sua circoncisione e del significato del suo nome: “riso segno d’incredulità” e “riso motivo di gioia”. Con la nascita di questo figlio sembra realizzata la promessa fatta da Dio ad Abramo. Ma Dio mette alla prova Abramo (cap.22). È un testo difficile, oggetto di varie interpretazioni e di molteplici opere d’arte.

L’episodio del sacrificio di Isacco è il vertice del ciclo di Abramo e appartiene ad una tradizione antica; era forse una leggenda cultuale relativa alla fondazione di un santuario, in cui si voleva sottolineare che in Israele non si fanno sacrifici umani, ma di animali e questo evidenzia la differenza tra Israele e gli altri popoli. I sacrifici umani erano un’abitudine frequente presso i popoli antichi; presso Cananei, Moabiti, Ammoniti, Edomiti si sacrificavano agli dei i bambini dopo averli sgozzati o bruciati vivi; per qualsiasi necessità si sacrificava agli dei ciò che si aveva di più prezioso. Quando gli Israeliti entrarono in Canaan, conobbero questi popoli e le loro macabre consuetudini e così iniziarono a fare sacrifici umani; ma quando capirono che Jahvè era il Dio della vita e non voleva la morte degli uomini, passarono al sacrificio simbolico del primogenito, cioè lo consacrarono a Dio e offrirono al suo posto un agnello. Purtroppo re degeneri fecero ancora sacrifici umani, ma in Israele si instaurò l’idea che Dio non volesse sacrifici umani e questo costituì un’idea rivoluzionaria per quell’epoca.

Nel racconto del sacrificio di Isacco, non c’è nessun accenno alla fondazione di un santuario, ma “Moria” viene identificato come il monte su cui sorgerà il tempio di Gerusalemme. Moria significa “Dio vede e provvede”. Se oggi andiamo nella moschea di Omar che sorge sulla spianata del tempio, troviamo ancora la pietra del sacrificio di Isacco che è un luogo sacro per Ebrei, Cristiani e Musulmani.

In che cosa consiste la famosa “prova di Abramo”? C’è chi crede che Dio metta in difficoltà l’uomo e questa è un’idea sbagliata. Anche Gesù viene messo alla prova prima di iniziare la sua vita pubblica. La “prova” esiste, ma è parte della vita; è una situazione in cui si trova il credente, quando i valori che l’hanno sempre guidato vengono messi in discussione; egli deve fare delle scelte che dimostrino che crede veramente in quei valori. Nella Bibbia troviamo tanti passi in cui si dice che Dio mette alla prova il suo popolo, soprattutto nell’Esodo.

La prova è anche la situazione in cui si affaccia il mistero di Dio e fa sorgere nell’uomo grossi interrogativi. La prova è anche un momento in cui l’immagine di Dio si presenta in modo più vero e autentico.

La richiesta fatta ad Abramo è sconcertante, ma fa capire che tutto è dono di Dio e noi non dobbiamo ritenerlo nostro possesso. Abramo obbedisce, anche se le richieste di Dio sono assurde e contraddittorie; egli continua ad aver fiducia in Dio e accetta di andare fino in fondo perché si fida di Dio sapendo che non può volere il male. Di fronte alla gloria e alla potenza di Dio, l’uomo sente timore. Isacco, legato e preparato per il sacrificio, è prefigurazione del sacrificio di Cristo sulla croce.

Leggendo la lettera agli Ebrei e le lettere di Paolo ai Galati e ai Romani troviamo la sottolineatura della grande fede di Abramo: egli è nostro padre nella fede. Abramo è uscito dalla prova purificato e rafforzato nella fede. C’era un progetto di Dio che si stava attuando in Isacco, ma si stava trasformando in progetto dell’uomo perché quel figlio tanto atteso e desiderato era diventato per Abramo un punto di riferimento per i suoi progetti.

Un famoso midrash detto “la legatura di Isacco” immagina la reazione di Isacco che acconsente al sacrificio per obbedire sia al padre che a Dio. Il racconto della legatura di Isacco si rilegge in ogni famiglia ebraica la notte di Pasqua; in questo episodio si vede il simbolo di ogni sacrificio, del sacrificio dell’agnello, perché Isacco si fa legare i polsi e le caviglie proprio come si fa con l’agnello sacrificale.

Abramo impugna il coltello, cioè accetta di andare fino in fondo per fare la volontà di Dio, ma l’angelo del Signore lo ferma perché vede che teme Dio: ha quindi superato la prova perché ha mostrato una pienezza di fede nel Dio trascendente, esprimendo un senso di timore davanti alla grandezza di Dio. Abramo si è fidato di Dio fino in fondo sapendo che non può volere il male: è quindi un luminoso esempio di fede.

Agli autori del Nuovo Testamento la figura di Isacco richiama la figura di Cristo, il figlio prediletto di Dio Padre, come Isacco lo era di Abramo. Isacco viene posto su un altare come un agnello sacrificale e anche Gesù è chiamato da Giovanni Battista “l’Agnello di Dio”. Isacco viene offerto in sacrificio dal padre, come Gesù viene offerto in sacrificio da Dio suo padre per la salvezza dell’umanità. Isacco caricato della legna che cammina verso il luogo del sacrificio, prefigura Gesù Cristo caricato della croce che sale verso il monte Calvario. Il giudaismo evidenzia nel sacrificio di Isacco soprattutto l’aspetto della sofferenza, perché è terribile questo gesto richiesto da Dio. Durante il capodanno ebraico si legge questo episodio per chiedere misericordia a Dio perché non vengano sacrificate le sue creature.

Per i Musulmani, nel Corano, Abramo è chiamato amico di Dio perché ha insegnato all’umanità il culto del Dio unico e ha dato l’esempio di una sottomissione eroica mostrandosi disposto a sacrificare suo figlio a Dio. Gli Islamici celebrano la figura di Abramo in una festa detta del “montone”, in cui le famiglie sono invitate a sacrificare un montone per ricordare il fatto che Isacco è stato risparmiato e sostituito con un ariete.

La religione di Maometto celebra Abramo come il primo “sottomesso” a Dio. Il figlio di Abramo e della schiava Agar, Ismaele, diventerà il capostipite degli Arabi. Agar e Ismaele sono sepolti addirittura nella Kaaba della Mecca.

Il racconto del sacrificio di Isacco, pur essendo molto enigmatico e lasciando anche sconcertati per il modo con cui viene espresso, serve a spiegare che Dio non vuole sacrifici umani. Anche quando non si capisce Dio, bisogna fidarsi di lui. Abramo era circondato da popoli che compivano sacrifici umani e quindi forse si è posto questo problema. Il racconto serve a dare una risposta.

4. °GIACOBBE ED ESAU’

Genesi 25,19-34: infanzia e giovinezza di Giacobbe ed Esaù

Isacco supplica il Signore per sua moglie Rebecca che era sterile, così come Abramo per Sara. Nascono due gemelli: il primo rosso e peloso, Esaù, i cui discendenti saranno chiamati Edomiti, da Edom (rosso); il secondo Giacobbe nasce tenendo in mano il calcagno del fratello; uno amava la caccia, era piuttosto selvatico e viveva nella steppa, l’altro era tranquillo, pascolava il gregge e conduceva una vita piuttosto sedentaria.

I due fratelli rappresentano due modi di vivere, due popolazioni, gli Edomiti e gli Israeliti, fra i quali c’erano molte difficoltà di intesa. Nel brano viene evidenziata la parzialità dei genitori: Isacco prediligeva Esaù e Rebecca preferiva Giacobbe.

Il diritto di primogenitura era molto importante a quei tempi: il primogenito diventava il capo della famiglia o della tribù, aveva una parte di eredità doppia rispetto a quella dei fratelli e i suoi fratelli dovevano sottomettersi a lui.

Giacobbe approfitta della debolezza di Esaù un giorno in cui questo moriva di fame, per acquistare il suo diritto di primogenito in cambio di un piatto di lenticchie. Esaù non si rende conto della gravità di questo fatto e giura di cedere la sua primogenitura. Pur avvenendo in modo poco corretto, si avvera la profezia “il maggiore servirà il più piccolo”.

Capitolo 27 – Significato della “benedizione” presso i Patriarchi

Giacobbe mette in pratica ciò che ha carpito al fratello con giuramento. La benedizione è legata al diritto di primogenitura. La madre lo aiuta a ingannare il padre che era diventato cieco. Ricevendo la benedizione, Giacobbe diventa il capo di suo fratello. Essere benedetti significava assicurarsi il successo. La benedizione del padre in punto di morte influiva sul destino e sul carattere di chi la riceveva ed era un mezzo per designare il successore in modo irrevocabile: la benedizione data era definitiva e non poteva essere revocata. Così le promesse di Dio (terra, discendenza, alleanza) passano da Isacco a Giacobbe. I limiti e gli sbagli degli uomini non ostacolano la realizzazione del piano di Dio. Nonostante questi modi poco onorevoli e scorretti, di frode e di inganno, si realizza ugualmente il piano di Dio e si compiono le promesse preannunciate a Rebecca.

È come se l’autore biblico avesse voluto mettere da parte il comportamento ambiguo e discutibile di Giacobbe per concentrarsi sul risultato: la benedizione di Giacobbe, il secondo figlio, il più debole, il più fragile. Anche tra Caino e Abele, Dio ha scelto il secondo, il più debole e il più umile…e spesso nella Bibbia si manifesta questa scelta di Dio: Davide che è l’ultimo dei suoi fratelli diventerà un grande re d’Israele e Maria di Nazareth, così umile e povera viene scelta per diventare la madre del figlio di Dio.

Tornando all’episodio di Giacobbe ed Esaù, notiamo come colui che lo descrive dimostri una grande arte di drammaturgo. Giacobbe in ebraico significa anche “ingannatore” e infatti inganna il fratello. La profezia di Isacco riguarda la sorte degli Edomiti, il popolo discendente da Esaù che verrà distrutto dagli Assiri. Gli Assiri poi deporteranno anche gli Israeliti.

La figura di Giacobbe viene ripresa varie volte sia nella Bibbia che negli scritti rabbinici per sottolineare che, nonostante gli errori umani, il piano di Dio si compie: è la volontà di Dio, non l’iniziativa umana che porta avanti il discorso della salvezza dell’alleanza e della realizzazione delle sue promesse; la scelta appartiene che non segue gli stessi criteri dell’uomo; noi non affideremmo mai dei compiti ad una persona che ha difetti e compie errori, ma Dio lo può fare perché è sempre lui che guida la storia e sa trasformare elementi negativi in senso positivo.

Anche Paolo nella sua lettera ai Romani (cap.9) sottolinea la somma libertà di scelta di Dio, proprio nei confronti dei due fratelli, Giacobbe ed Esaù: Giacobbe aveva delle colpe, ma Dio lo ha scelto. Ci sono altri due motivi a favore di Giacobbe: il fratello ha ceduto i suoi diritti di primogenitura e lui se li è presi perché l’altro non li ha voluti; Esaù non ha rispettato le leggi del clan, di prendersi una moglie all’interno del clan, mentre Giacobbe ha rispettato questa legge.

Giacobbe sembra un egoista, ma si è trovato davanti una vita piena di difficoltà (esilio, persecuzione da parte del fratello, privazioni, angustie, rifiuti…) e quindi si è reso conto di quanto abbia fatto soffrire il padre e il fratello.

Rebecca esorta Isacco a mandare Giacobbe da Labano, il fratello di lei, perché gli trovi una moglie e non faccia come Esaù che ha preso moglie tra gli Ittiti. Isacco acconsente e concede la sua benedizione a Giacobbe, prendendo atto che la volontà di Dio passa attraverso questo suo figlio.

Genesi 28: il sogno di Giacobbe

Giacobbe va a Bersabea e, fermandosi per la notte fa un sogno: una scala che poggia in terra e sale in cielo.

In questo brano ci sono due incongruenze: il Signore viene chiamato sia Elohim che Jahvè; inoltre: la pietra su cui ha dormito Giacobbe viene scelta come base del santuario di Dio: che viene eretto o che sarà eretto? L’autore ha redatto un testo che comprende due tradizioni, sia quella elohista che quella jahvista e questa redazione finale sembra essere stata composta nel periodo esilico, perché parla di un Giacobbe che è costretto a fuggire, che diventa esule per salvarsi, che lascia la sua patria.

Bersabea si trova a 20 chilometri a nord di Gerusalemme, ma Giacobbe va a Kazan che si trova a 1800 chilometri da Bersabea, la stessa distanza che c’è da Milano a Copenaghen o da Roma a Berlino. Pensiamo a questo viaggio fatto da Giacobbe, coi pericoli che c’erano allora e con la fatica di camminare perché allora si viaggiava a piedi. Raccontando come Dio intervenga nella vita di Giacobbe, esule ramingo fuggiasco, il popolo ebreo in esilio prendeva coraggio.

Riprendendo il brano del sogno di Giacobbe, dobbiamo subito toglierci subito dalla mente l’immagine di una scala a pioli, come la rappresentano spesso i pittori. Si tratta invece di una ziggurat, una costruzione a gradoni tipica dei popoli babilonesi, sulla cui sommità c’era il santuario dove si diceva che Dio scendesse nelle grandi feste: era un edificio con sette gradoni che fungeva da collegamento tra terra e cielo. Alla base c’era il recinto sacro del tempio e i sacerdoti salivano fino alla sommità, ricevevano la benedizione divina e la riportavano alla base al popolo: la visione di angeli che salgono e scendono corrisponde alla salita e alla discesa dei sacerdoti dalla ziggurat. Gli angeli preannunciano la venuta di Dio. Dio non abbandona mai l’uomo. Proprio quando si trova in situazioni difficili, Dio fa sentire la sua presenza e la sua protezione. (leggi “Il sogno di Giacobbe” libro scritto dal cardinal Martini)

Giacobbe ha perso tutte le sue sicurezze e le sue coordinate, ma Dio non lo abbandona e lo rimette in sesto. Chi capisce che la vita è molto più importante e più grande di tutti i nostri smarrimenti, che percepisce la provvidenza di Dio e sa riconoscere un fatto positivo in mezzo a tante situazioni negative è un essere religioso. La scala è un simbolo che evoca il rapporto religioso, la percezione della presenza di Dio nella vita degli uomini.

Dio conferma a Giacobbe le promesse già fatte a Isacco e ad Abramo. È una conferma inattesa, perché Giacobbe sembra non averla meritata col suo comportamento piuttosto negativo; nonostante questo, Dio manifesta a Giacobbe la sua volontà, anzi a lui promette una discendenza numerosa non quanto “le stelle del cielo”, ma quanto “la polvere della terra”. C’è qualcosa in più rispetto alle promesse fatte agli altri due patriarchi: questo conferma come Dio sappia cambiare la vita di un uomo e sappia trarre il positivo dal negativo, il bene dal male.

Innalzando la pietra a mo’ di stele e versandoci sopra dell’olio, viene dato a questo luogo il nome di Betel (casa di Dio) per ricordare quest’esperienza, questo incontro significativo tra Dio e Giacobbe. Nella storia di Israele, Betel è stato uno dei luoghi di culto più importanti per il popolo ebreo; dopo la divisione della Palestina, il santuario di Betel è stato il più importante del regno del nord, come il tempio di Gerusalemme lo è stato per il regno del sud. Il racconto tramandato dal clan di Giacobbe è servito a tenere alto il prestigio del santuario di Betel. Il voto che Giacobbe fa impegna più se stesso che Dio: serve a rafforzare la sua volontà di essere fedele e nello stesso tempo serve a chiedere dei segni che rinvigoriscano la sua fede ancora fragile. Il simbolo della “scala di Giacobbe” viene ripreso nel Nuovo Testamento quando si parla di Natanaele e Gesù è considerato il vero mediatore tra Dio e gli uomini, la vera scala su cui noi saliamo a Dio e Dio scende a noi.

5° GIACOBBE E LE TRIBU’ DI ISRAELE

Genesi 29: matrimonio e discendenza di Giacobbe

Dopo il sogno Giacobbe riprende il cammino e arriva presso un pozzo dove ci sono tre greggi di bestiame. Egli non si rende conto, ma è arrivato nel territorio di zio Labano, il fratello di sua madre Rebecca. Questa era la terra dove suo padre Isacco aveva preso in moglie Rebecca e dove anche Giacobbe è stato mandato per cercare moglie. Sta arrivando Rachele, la secondogenita di Labano, che sta pascolando le pecore, mentre la primogenita Lia si occupava delle faccende domestiche. Il suo stesso nome è pastorale perché Rachele significa “capretta”. Qui avviene un bellissimo romantico incontro tra Giacobbe e Rachele, che contrasta con le usanze del tempo dei matrimoni combinati. Essendo Rachele molto bella, Giacobbe se ne innamora. Si passa da un racconto di altissimo valore mistico, quello del sogno di Giacobbe che rappresenta l’incontro fra l’umano e il divino, ad un racconto molto “terrestre”, di persone imparentate fra loro in una commovente scena familiare.

Giacobbe dichiara a Labano che resterà a lavorare presso di lui sette anni in cambio della mano di Rachele. Era usanza del tempo che il padre desse la figlia in matrimonio in cambio di un servizio dal futuro sposo. Passati sette anni al servizio di Labano, questo con l’inganno fece sposare a Giacobbe la figlia Lia, e poi dopo sette giorni gli permise di sposare anche Rachele, in cambio di altri sette anni servizio. Giacobbe accettò e amò Rachele più di Lia. Giacobbe subì un inganno come a sua volta aveva fatto per i diritti di primogenitura. Si attua così una nemesi storica: chi ha una colpa prima o poi la deve scontare.

Poiché Lia veniva trascurata, il Signore la dette la possibilità di avere quattro figli: Ruben, Simeone, Levi, Giuda. Rachele, che era sterile, diventa gelosa della sorella e chiede a Giacobbe che pur di avere un figlio poteva unirsi alla sua serva Bila. Ognuna delle figlie aveva una schiava a sua disposizione e già Abramo si era unito ad Agar, schiava della moglie Sara ed aveva avuto un figlio. La padrona avrebbe adottato il figlio nato dalla schiava che diventava così suo figlio. Bila ebbe due figli: Dan e Neftali. Lia fa la stessa cosa con la sua schiava Zilpa che ebbe due figli: Gad e Aser. La stessa Lia poi, concepisce e partorisce altri due figli, Issacar e Zabulon, e una figlia, Dina. Poi anche Rachele partorì e chiamò il figlio Giuseppe.

Nel Vecchio Testamento si trova spesso il tema della sterilità: Sara, Rebecca, e ora Rachele, proprio per far vedere che è sempre Dio all’origine di ogni generazione. I popoli nati da queste matriarche hanno dato origine al popolo eletto che per questo si considera voluto da Dio. E anche la discendenza è da considerarsi un dono di Dio, e anche se fisicamente e realmente è attuata dall’uomo. Questa situazione si ripresenta varie volte nel Vecchio Testamento come nel caso della madre di Sansone, fino ad arrivare al Nuovo Testamento con Elisabetta madre di Giovanni Battista e ancor di più con Maria Santissima che avrà un figlio nella condizione più umanamente impossibile, cioè rimanendo vergine. Tutto questo rientra in un disegno di Dio che pone la discendenza come un suo dono.

Genesi 30-31: origine storica delle 12 tribù di Israele

Nel cap.30, dove si parla dei dodici figli di Giacobbe, si evidenzia il significato del nome dato a un figlio adattato ad ogni situazione. In questo capitolo si parla della nascita di undici figli più una figlia, mentre l’ultimo figlio Beniamino nasce da Rachele che muore di parto.

A livello storico nel 1220 appare per la prima volta il nome Israele nell’iscrizione di pietra che celebra la vittoria del faraone Mernephta in Canaan. Dopo questo fatto la potenza egizia ebbe un rapido crollo. L’altra grande potenza che fronteggiava l’Egitto era quella degli Ittiti che si erano spartiti con l’Egitto il dominio di Siria e Giordania. Ma anche gli Ittiti conoscono vari rovesci e il loro impero viene travolto. In questo periodo Siria e Palestina si trovano in un vuoto di potere, in balia di se stessi. Nel 1200 a.C. nella pianura della Palestina si stabiliscono i Filistei e i popoli detti “del mare”, perché venivano appunto dal mare e precisamente dalle coste dell’Asia Minore, da Creta e dalle Isole dell’Egeo. Dalla Transgiordania, la zona a est del Giordano, arrivano le tribù aramaiche degli Edomiti (discendenti di Esaù), dei Moabiti e degli Ammoniti (discendenti di Lot). Le dodici tribù israelitiche a poco a poco presero il sopravvento sugli altri popoli finchè Davide riunì tutti in uno stesso regno.

Le tribù di Israele sono dodici, numero simbolico che significa la perfezione, la completezza e anche l’elezione, cioè la scelta da parte di Dio. In origine Israele era composto da solo quattro tribù, chiamate con i nomi delle quattro donne di Giacobbe, Lia, Rachele, Bila e Zilpa, le due mogli e le due schiave. A poco a poco i gruppi familiari più potenti si resero autonomi e diedero origine a nuove tribù.

A livello storico non solo Abramo e Giacobbe si trasferirono in Egitto ma nel corso dei secoli ci furono altre migrazioni per svariate cause, di tipo commerciale o per cercare nuovi pascoli per le greggi; molti arrivarono come prigionieri di guerra. Col passare degli anni furono tantissimi gli Aramei che si stabilirono in Egitto, presso il delta del Nilo. Da lì rientrarono a poco a poco in Palestina: famoso è l’esodo guidato da Mosè. In realtà furono almeno due gli esodi degli Aramei: il primo del 1550 chiamato esodo di espulsione e l’altro del 1250 esodo di fuga guidato da Mosè. Quando rientrarono dovettero lottare contro popolazioni locali che si erano stabilite al sud; i primi fondarono le prime quattro tribù: Ruben, Simeone, Levi e Giuda (i Leviti però si sparsero su tutto il territorio perché erano una tribù sacerdotale). Giuda diventerà la tribù più importante, quella da cui discenderà il re Davide.

Dopo il secondo esodo non più divisi in tribù occuparono la Palestina centrale e le montagne di Efraim (Efraim e Manasse erano i due figli di Giuseppe). La tribù di Beniamino si stabilì a nord per sfuggire ai Filistei insieme alla tribù di Manasse. Soltanto queste tre tribù, Beniamino Efraim e Manasse, vissero l’esperienza di esodo con Mosè, e conquistarono la terra promessa con Giosuè.

Quando Giosuè sentì che stava per morire convocò le tre tribù in una memorabile assemblea a Sichem, che si trova proprio al centro della terra promessa. Insieme a queste invitò anche tre tribù che si erano stabilite da secoli a nord della Palestina: erano quelle di Zabulon, Issacar (due figli di Lia) e Neftali (figlio di Bila). Queste tribù si riconobbero tutte credenti in Jahvè e pronunciarono solennemente la promessa di servire sempre il Signore che li aveva liberati dai nemici. (vedi cap.24 del libro di Giosuè) Queste sei tribù unite vinsero i popoli cananei del nord e questo convinse altre quattro tribù vicine a unirsi ad esse. Le quattro tribù erano quelle di Dan, Gad, Aser e Ruben.

Nel 1030 le tribù scelsero come loro re Saul, che era della tribù di Beniamino. Ad un certo punto Davide, della tribù di Giuda, prevale su Saul e prende a regnare sulle sei tribù aramee che erano arrivate nel 1500 a.C. Alla morte di Saul le altre sei tribù della lega chiesero a Davide di regnare anche su di loro e per la prima volta si ebbe il popolo di Israele tutto unito. Proprio sotto la monarchia di Davide e Salomone gli scribi di palazzo cominciarono a mettere insieme le varie tradizioni, e attribuirono ad un illustre antenato di nome Giacobbe la paternità delle dodici tribù. Così nacque la storia dei dodici figli di Giacobbe. Il numero dodici torna spesso, sia quando parla delle tribù partecipano all’esodo guidato da Mosè, sia quando si dividono il territorio riconquistato.

Tornando al racconto biblico, Giacobbe decide di scindere il contratto col suocero Labano, ma questi cerca di convincerlo in tutti i modi a restare, perché Giacobbe aveva contribuito notevolmente ad ampliare i suoi possedimenti. Segue una lunga trattativa tra i due finchè Giacobbe riesce con la sua solita astuzia a ottenere i capi di bestiame più robusti, cammelli, schiavi e schiave, e asini; così ripartì dopo vent’anni di permanenza dallo zio Labano notevolmente arricchito. Queste ricchezze ottenute da Labano provocarono l’inimicizia dei figli di questo. Dio lo esorta a tornare nel suo Paese promettendogli protezione e assistenza: “Io sarò sempre con te”.

Giacobbe, d’accordo con le due mogli, decide di partire per ritornare da Isacco suo padre, mentre Labano era andato a tosare il gregge. Rachele rubò i terafim, gli idoli che appartenevano al padre, che si usavano per ottenere responsi, cioè risposte divine a decisioni che si dovevano prendere. Questi terafim corrispondevano ai penati, gli idoli domestici dei romani: ciò fa capire che il passaggio dall’idolatria al monoteismo avvenne gradualmente. Labano insegue Giacobbe e quando lo raggiunge a Galaad giungono a un patto pacificamente. Questo patto allude a una pacificazione tra due popoli, gli Aramei e gli Israeliti.

Genesi 32: la lotta tra Giacobbe e l’angelo

Finalmente Giacobbe può tornare alla terra dei padri, ma non è affatto tranquillo, perché si era allontanato per sfuggire alla collera del fratello che lo voleva uccidere, avendogli carpito con l’inganno il diritto di primogenitura. Giacobbe prega Dio di aiutarlo: Genesi 32, 10-13.

Giacobbe invia doni ad Esaù per placare la sua ira.

Poi Giacobbe lotta tutta la notte con un essere misterioso. Questo è uno dei racconti più oscuri della Genesi; è frutto di una quantità di materiali arcaici diversi molto suggestivi; il simbolismo di questo episodio ha suscitato interesse in molti artisti sia ebraici che cristiani; il quadro più famoso è quello di Chagall.

Dalla letteratura si sa che i Cananei erano soliti consacrare i fiumi a divinità. Il nostro redattore può avere utilizzato una leggenda antica connessa al fiume Iabbok, un fiume pericoloso perché in soli 60 chilometri ha un dislivello di 1000 metri: l’acqua precipitava in dirupi e in cascate, per cui si credeva che uno spirito volesse impedirne il passaggio. Tante saghe raccontano di spiriti che lottano con uomini, agendo però solo nelle ore notturne perché all’alba il loro potere scompare. Questo particolare dell’antico racconto viene lasciato, anche se non si può attribuire a Dio un potere limitato alle ore notturne. Il Talmud spiega che l’Angelo lottatore smette all’aurora perché deve tornare in cielo a cantare le lodi al Signore (viene identificato come l’arcangelo Michele). La lotta è continua e non si capisce chi vince e chi perde. Ad un certo punto Giacobbe coglie qualcosa di divino in questo lottatore e gli chiede una benedizione. L’essere gli domanda come si chiama; per gli antichi il nome era parte della persona e dire il nome era manifestare il proprio essere, rivelare la propria identità, mettersi nelle mani di colui a cui si rivela il nome. Giacobbe significa ingannatore e lo rivela nella sua personalità. L’essere misterioso gli cambia il nome in Israele. Cambiare il nome indica un nuovo modo di essere, una nuova missione, una nuova strada da seguire. Israele significa: “hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto”. Il nome Israele viene poi esteso a tutto il popolo e ancora oggi lo Stato si chiama così.

Giacobbe vorrebbe conoscere il nome dell’essere misterioso; questi non svela nulla, ma gli dà la sua benedizione. Giacobbe allora capisce di essere alla presenza di Dio e chiama il luogo Penuel che significa “essere faccia a faccia con Dio”.

In questo brano si motiva anche l’usanza degli Ebrei di non mangiare il nervo sciatico perché Giacobbe fu colpito al nervo sciatico durante la sua lotta con Dio.

Il redattore ha collocato questo episodio durante il viaggio di ritorno di Giacobbe nella sua terra; quando era terrorizzato dal pericolo di incontrare suo fratello, Dio gli appare sotto forma di Angelo lottatore e gli infonde fiducia. Un altro significato di questo episodio è l’importanza data alla preghiera come incontro con Dio, come lotta, come luogo di trasformazione personale; nella preghiera c’è sempre un senso di mistero e una componente di lotta e di perseveranza per ottenere qualcosa. Confrontarsi con Dio non è mai pacifico: c’è tensione, c’è lotta, c’è un cammino continuo per giungere alla benedizione di Dio. Spesso ci si trova in disaccordo con ciò che Dio vuole da noi; Dio non vuole mai la morte dell’uomo, ma se c’è lotta è per farlo arrivare a qualcosa di nuovo, a qualcosa che l’uomo non immaginava prima. Nella preghiera si chiede spesso a Dio di liberarci dall’angoscia e dalla paura, proprio come fa Giacobbe terrorizzato dall’incontro con Esaù. Ci accorgiamo che avviene questa liberazione quando riconosciamo la nostra fragilità e la potenza di Dio. Possiamo chiederci: “Il fine giustifica i mezzi?”. In linea di principio no, ma abbiamo visto più volte che la via di Dio passa anche attraverso gli errori degli uomini.

Giacobbe incontra il tanto temuto fratello Esaù, ma questi si rivela molto accogliente. Giacobbe arrivato nella città di Sichem acquista un pezzo di terra dove costruisce capanne per gli uomini e per gli animali. (Genesi 33)

6° GIACOBBE  E  BETEL

Sichem figlio di Camor si invaghisce dell’unica figlia di Giacobbe, Dina, partorita da Lia, e le fa violenza. Poiché Sichem era innamorato di questa ragazza, manda il padre da Giacobbe a chiedergliela in moglie. Simeone e Levi, fratelli maggiori di Dina, vendicano la violenza fatta alla sorella uccidendo tutti i figli maschi nella regione di Sichem (Genesi 34). Ben presto Giacobbe deve allontanarsi da lì perché teme la vendetta.

Genesi 35, 1-15: da Sichem a Betel

Giacobbe organizza due cerimonie: una a Sichem, durante la quale si fa consegnare tutti gli idoli stranieri dal suo popolo e li sotterra sotto una quercia; l’altra a Betel dove c’era una stele che aveva eretto quando in fuga dal fratello Esaù si era fermato a dormire ed aveva avuto in sogno la visione di una “scala”.

Da Sichem a Betel viene fatto un vero e proprio pellegrinaggio e, prima di fare questo atto di culto, Giacobbe aveva proposto la rinuncia di tutto quello che dispiace a Dio e che riguardava il culto degli dei stranieri; agli orecchini si attribuiva una particolare potenza magica di protezione e per questo si dice di rinunciare ai pendenti che avevano agli orecchi. C’erano poi i talismani che allontanavano gli influssi malefici e che erano molto in uso nei popoli pagani. Sebbene il culto di Jahvè fosse diffuso in tutto il popolo di Israele, nella vita pratica molti Ebrei si abbandonavano a queste pratiche magiche illecite, vietate dalla Legge.

Questo episodio richiama un fatto più conosciuto riportato nel capitolo 24 del libro di Giosuè: la grande assemblea di Sichem. Prima di morire all’ingresso della terra promessa, Giosuè raduna tutte le tribù di Israele e li richiama a lasciar perdere tutte le divinità straniere e ad essere fedeli all’unico vero Dio.

Tornando all’episodio di Betel, Giacobbe invita a purificarsi e a cambiarsi gli abiti: l’abito nuovo era simbolo di una nuova vita. La santità nell’Antico Testamento non è tanto una particolarità propria dell’uomo, ma è piuttosto lo stato di appartenenza a Dio. “Santo” in ebraico vuol dire essere messo da parte per Dio, cioè qualcosa che Dio si è scelto. Santi sono coloro che si mettono a disposizione di Dio, rispondere alla sua chiamata, rinunciando a tutto ciò che non è santo cioè non è proprio di Dio.

Giacobbe seppellì gli idoli sotto una quercia a Sichem e intraprese un pellegrinaggio cultuale verso Betel: con ogni probabilità venivano eseguiti lungo il cammino dei canti cultuali. A Betel Giacobbe erige un altare a Dio, a quel Dio che lo aveva protetto anche se immeritatamente. Questo episodio serve a sottolineare la grande importanza del santuario di Sichem, dove per un certo periodo stette l’arca dell’alleanza. Questo racconto rievoca un vero pellegrinaggio avvenuto nel periodo dei Giudici per trasportare l’arca da Sichem a Betel.

Dopo aver parlato della quercia di Sichem sotto cui furono sepolti gli idoli stranieri, ora si parla di una quercia a Betel ai piedi della quale venne sepolta Debora, la nutrice di Rebecca. E per questo fu chiamata “Quercia del Pianto”. La quercia era molto diffusa in Palestina tanto che in ebraico si traduce con cinque termini. Siccome era una pianta che cresceva alta e isolata, si prestava molto a rappresentare un luogo di incontro o a individuare un luogo sacro.

Dio appare a Giacobbe in Betel. Questi versetti sono stati stesi dai sacerdoti quando il popolo ebreo era schiavo in Babilonia. Le promesse fatte ad Abramo erano nei capitoli 12 e 17. Come Dio aveva cambiato il nome ad Abramo, ora lo cambia anche a Giacobbe e le promesse fatte ad Abramo vengono rinnovate a Giacobbe. A seguito di questo incontro Giacobbe erige un altare come luogo di culto.

Excursus sulla religione dei Patriarchi

In ebraico Dio assume vari nomi che troviamo nella Bibbia: Jahvè, El, Shaddai. Perché tanti nomi allo stesso Dio? Jahvè significa: “io sono colui che è”, ma in realtà è molto più profondo il significato: esiste da sempre, è qui presente, accompagna sempre il suo popolo, lo libera dalla schiavitù. Gli Ebrei non pronunciano questo nome perché lo può fare solo il sommo sacerdote una volta all’anno, per cui si rivolgono col termine Adonai.

Abramo era un seminomade, senza dimora fissa e credeva che anche Dio fosse come lui, un viandante che lo proteggeva lungo il cammino. Abramo lo invoca come Dio di suo padre, come Isacco lo invocherà come Dio di Abramo, e Giacobbe come Dio di Isacco. Un tempo si trasmetteva la religione dei padri. Il loro culto consisteva nel compiere un sacrificio all’inizio della transumanza e dopo ogni spostamento offrendo come vittima un animale (pecora capra o agnello).

Quando giunse nella terra di Canaan, vide che i Canaanei avevano un luogo fisso per il culto e le loro cerimonie erano molto belle e attraenti. Essi adoravano un Dio potente creatore del cielo e della terra ma inavvicinabile, mentre il Dio di Abramo era vicino a lui e ai suoi problemi quotidiani.

In ogni località Dio assumeva un nome diverso: Dio dell’alleanza, Dio della casa di Dio, il Dio altissimo perché superiore a tutti gli altri dei, il Dio dell’eternità, il Dio della visione, il Dio onnipotente (El Shaddai). Spesso nella Bibbia troviamo il nome Eloim, definito come padre di tutti gli dei, usato per indicare il creatore del mondo e il padre del popolo ebraico.

Quando i patriarchi diventarono sedentari, cominciarono a costruire santuari. Il Dio dei padri si arricchì dell’esperienza dei popoli con cui gli Ebrei vennero a contatto e assunse nomi diversi: da un lato continuava a essere il Dio che proteggeva e accompagnava il clan nella sua esperienza terrena ma dall’altro fu anche visto come il Dio potente, trascendente, creatore del mondo e dominatore della natura. Secoli più tardi, i discendenti dei patriarchi scesero in Egitto per motivi diversi (prigionia, carestia, schiavitù) e lì furono mal visti dagli Egiziani perché il loro Dio era molto diverso dagli dei che adoravano gli Egiziani. Gli Ebrei adoravano sempre lo stesso Dio, anche se assumeva nomi diversi, non troppo in avanti come i popoli politeisti che adoravano tanti dei.

Come i patriarchi a Canaan non trovarono sconveniente identificare l’El canaaneo con il Dio dei padri, così al tempo di Mosè gli Israeliti non ebbero difficoltà a identificare Jahvè che si era rivelato sul monte Sinai col Dio dei padri; di conseguenza l’idea di Dio progredì enormemente, perché ora la divinità non era più solo un Dio vicino e protettore e presente nella vita quotidiana, non era solo un Dio trascendente onnipotente, potentissimo, ma anche un Dio che presentava una terza prerogativa: un Dio che governava la storia del suo popolo e la portava verso una meta, stipulando un’alleanza col suo popolo sul monte Sinai.

La Bibbia è stata scritta dopo che è stato fatto tutto questo cammino di conoscenza di Dio, per cui viene nominato già col suo nome fin dall’inizio quando si parla di Abramo, anche se il suo nome verrà rivelato molto più tardi a Mosè. Il termine Jahvè viene usato già nel libro della Genesi, nonostante questo nome venga rivelato più tardi a Mosè: Jahvè era stato sempre lo stesso Dio che si era rivelato ad Abramo, Isacco e Giacobbe.

Gli Ebrei adoravano un solo Dio, ma sapevano che gli altri popoli adoravano altri dei; per questo non siamo ancora al monoteismo ma alla monolatria, cioè il culto di un solo Dio ma non l’affermazione dell’esistenza di un solo Dio.

Genesi 35,16-29: morte di Rachele e di Isacco e nascita di Beniamino

Ci sono due fatti negativi che seguono il rinnovo delle promesse a Giacobbe da parte di Dio. Il primo fatto è la morte di Rachele, avvenuta dopo aver partorito il dodicesimo figlio di Giacobbe; la madre lo chiama “figlio del mio dolore”, ma il padre gli cambia il nome in “figlio della mia mano destra” (la destra era ritenuta dagli antichi un segno di buon auspicio). In tutta la Bibbia, solo Rachele e la sconosciuta nuora di Eli muoiono di parto. Le parole dell’allevatrice: “Non temere…” assumono qui un significato importante: Rachele muore, ma non deve aver paura perché dona la vita; il dono della vita anche a prezzo della propria parte già all’inizio della Bibbia per arrivare a Gesù che dona se stesso per noi morendo in croce.

La morte di Rachele viene ricordata in altre parti della Bibbia: il profeta Geremia, parlando agli esiliati in Babilonia definisce Rachele madre di tutto il popolo ebreo; si parla di lei anche nel Vangelo di Matteo, raccontando l’episodio della strage degli innocenti. “Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata”.

Il secondo episodio negativo è l’incesto di Ruben; questo figlio di Giacobbe si unisce alla concubina del padre Bila; questo è molto grave perché è la violazione di un diritto ben accettato nell’A.V.O. (antico vicino oriente o mezzaluna fertile) come tutela dell’harem nell’ambito della poligamia; è anche un grave peccato di incesto perché se uno ha rapporti con la matrigna tutti e due vengono puniti con la morte. A causa dell’incesto di Ruben e del gesto di vendetta di Simeone e Levi, la benedizione di Giacobbe passa al quartogenito Giuda. Sarà proprio nella tribù di Giuda che sorgerà il re Davide nella cui discendenza nascerà Gesù.

Nota sulla longevità dei Patriarchi

Isacco morì a 180 anni e fu sepolto da Giacobbe ed Esaù. Come mai nella Bibbia si dice che i patriarchi vissero un numero di anni così inverosimile?

La paleontologia ha dimostrato che gli uomini primitivi hanno avuto una vita lunga circa vent’anni. Poi col passare dei secoli la durata media è aumentata. Al tempo di Gesù la durata della vita era di cinquant’anni, nel 1800 di cinquantacinque, nel 1900 di sessanta e di oggi la speranza di vita per gli uomini e di settantacinque anni.

Come va interpretato il numero degli anni decrescente e molto alto che troviamo nella Bibbia che è in contrasto con quanto asserisce la scienza? I numeri nella Bibbia non hanno un valore reale, ma simbolico. Il 1000 indica il valore pieno, la benedizione totale perché si più vicini a Dio: per questo chi era vissuto prima del diluvio si dice che avesse raggiunto i mille anni di età; dopo il diluvio la durata della vita diminuisce da seicento a duecento e al tempo dei patriarchi si stabilizza tra i cento e i duecento. Un fatto curioso è l’età dei primi patriarchi: Abramo aveva 175 anni, Isacco 180 e Giacobbe 147. Scomponendo i numeri in fattori primi si nota che i primi fattori sono decrescenti e quelli ripetuti sono crescenti; inoltre la somma di ogni gruppo di fattori è 17 in tutti e tre i casi. 17 è l’età di Giuseppe quando viene venduto dai fratelli.

175= 7 x (5 x 5) -> 7 + 5 + 5 = 17
180= 5 x (6 x 6) -> 5 + 6 + 6 = 17
147= 3 x (7 x 7) -> 3 + 7 + 7 = 17

Nell’A.T. (almeno fino al libro della Sapienza, del 1° sec. a. Cr.) non c’era ancora il concetto dell’aldilà e, per dire che Dio premiava una persona per la sua bontà, le si attribuivano tanti anni di età. Il peccatore moriva prematuramente. I molti anni erano la benedizione di Dio per il giusto. Sarà Cristo a portare la grande novità della vita eterna: l’uomo continua a vivere dopo questa vita e allora non c’è più bisogno di allungare la vita alle persone per dire che Dio le ricompensa; si dirà semplicemente che dopo la morte godranno del premio eterno. Da Cristo in poi ciò che conta non è quanto si vive, ma come si vive. Non esistono più vite lunghe o corte, ma vite significative o insignificanti.

7° GIUSEPPE  IN  EGITTO

Genesi 37: storia di Giuseppe in Israele e in Egitto

Giacobbe amava Giuseppe più di tutti gli altri, perché era il figlio che aveva avuto in vecchiaia dalla sua seconda moglie Rachele. Giuseppe pascolava il gregge insieme ai suoi fratelli, ma era odiato da loro, perché, oltre che essere preferito dal padre, raccontava dei sogni in cui egli appariva superiore agli altri. L’odio dei fratelli divenne così forte che essi pensarono di eliminarlo, ma Giuda propose ai suoi fratelli di venderlo a dei mercanti che andavano in Egitto; così fecero, e poi portarono al padre la sua veste macchiata di sangue, raccontando che era stato sbranato da una bestia feroce. (Si noti che Giacobbe, l’ingannatore, ancora una volta viene ingannato e con gravi conseguenze.).

. In Egitto, Giuseppe viene venduto a Potifar, il comandante delle guardie, che lo apprezza a tal punto da nominarlo suo servitore personale. Poi però, a causa di un inganno della moglie di Potifar, finisce in prigione, dove si dimostra grande interprete di sogni, prima di due detenuti e poi del faraone stesso che lo apprezza molto. Così da prigioniero diventa maggiordomo del faraone, l’uomo più importante dell’Egitto dopo il re. Giuseppe a trenta anni sposa la figlia di un sacerdote e ha due figli, Manasse ed Efraim.

Le sue profezie si avverano. Durante il periodo di carestia da lui predetto, i suoi fratelli arrivano in Egitto per comprare il grano e qui avviene l’incontro prima con loro e poi col padre. In un clima di grande commozione, avviene la riconciliazione dei fratelli con lui. Questi vengono invitati a risiedere in Egitto, nella parte più fertile del Paese. Giuseppe dimostra di essere un saggio governatore.

Giuseppe: personaggio storico?

Quella di Giuseppe è una storia avventurosa e affascinante e le sue vicende sono paragonate a quelle di Ulisse e di Enea. Si può considerare un classico della letteratura mondiale. È la storia di un uomo messo a dura prova che emerge dalla sventura grazie alle sue qualità morali. La storia di Giuseppe è una vera e propria opera letteraria, rispetto alle altre storie della Bibbia. Mentre le vicende dei patriarchi sono contrassegnate da un Dio che parla e che interviene, nelle vicende di Giuseppe Dio è un silenzioso osservatore che interviene solo in alcuni momenti cruciali della sua storia per benedirlo. Non si parla di interventi diretti di Dio, ma si dà molto spazio ai sentimenti umani: l’invidia e l’odio dei fratelli, l’amore del padre Giacobbe, la generosità e l’onestà di Giuseppe…

In questa vicenda romanzesca, c’è un nucleo storico. Parlando delle dodici tribù, nel gruppo di Makir esisteva un soldato mercenario che aveva compiuto imprese eroiche. Nel canto di Deborah (1100 a.C.) il gruppo di Makir era molto forte, ma la tribù di Manasse ebbe il sopravvento e Manasse divenne il padre di Makir. Giuseppe adottò i figli di Makir e così si ebbe la discendenza: Giuseppe => Manasse => Makir. Nel 1000 a.C. nella famosa assemblea di Sichem, Giosuè chiede la fedeltà di tutte le tribù a Jahvè ed Efraim (che aveva vissuto l’esodo dall’Egitto con Mosè insieme a Beniamino) assume un ruolo guida nella confederazione delle tribù, fa propria la tradizione di Giuseppe e addirittura prende il nome di “casa di Giuseppe”.

Proprio a Sichem si cominciò a celebrare il ricordo di Giuseppe come un eroe antenato delle tribù. Infine, al tempo di Salomone (970-930) quando la tribù di Giuda assunse il ruolo-leader di tutte le tribù di Israele, la storia di Giuseppe ebbe la sua definitiva sistemazione letteraria e il lungo racconto a lui relativo appartenne a tutto il popolo di Israele. La vicenda di Giuseppe è un capolavoro letterario ripreso anche dalla pittura e dalla musica.

Origine del racconto di Giuseppe

Questo testo non può essere analizzato come gli altri racconti della Genesi, tuttavia anche qui si notano parti della tradizione elohista e parti della tradizione sacerdotale. Secondo una teoria ritenuta valida fino agli anni ’70 del secolo scorso, fu Salomone a dar ordine ai suoi scribi di mettere per iscritto tutto il patrimonio storico-religioso del popolo di Israele e quindi anche la storia di Giuseppe; favorì lettere ed arti per dar lustro alla sua regalità e manifestò interesse per tutte le opere sapienziali, sia ebraiche che non ebraiche.

Questi testi erano molto diffusi nell’antico Oriente e si preoccupavano di approfondire il senso della vita, il destino degli uomini, un modo di vivere in armonia con se stessi e con gli altri: una filosofia che cercava di dare una risposta agli interrogativi di tutti i tempi (il perché del bene e del male, il destino del giusto e dell’empio, il dolore…).Salomone, che aveva sposato la figlia del faraone e ci teneva a mostrare che anche i suoi antenati avevano avuto rapporti importanti, ordinò a un sapiente della sua corte di costruire la vicenda di Giuseppe, che era stato vicerè d’Egitto, descrivendo usanze e costumi, con tocchi pittoreschi ma facendo anche intravedere la misteriosa provvidenza divina.

Il racconto di Giuseppe, un capolavoro letterario, fu ritoccato per sottolineare il valore della discendenza e il nesso fra la storia dei patriarchi e l’esodo dall’Egitto. Ci sono due capitoli (38 sulla vicenda di Giuda e Yamar, e 49 sul testamento di Giacobbe) che furono innestati nel racconto di Giuseppe per dimostrare il primato della tribù di Giuda. La vicenda di Giuseppe si colloca nel periodo precedente l’esodo (1350 a.C).

Giuseppe, esempio di uomo sapiente

Nella vicenda di Giuseppe si possono individuare quattro grandi tematiche: il tema della sapienza, dei sogni, della fraternità, della presenza di Dio nella storia.

Il sapiente nella Bibbia è l’uomo che acquisisce la saggezza superando positivamente le opere che gli capitano nella vita. Il modo con cui Dio è presente nella vicenda di Giuseppe è molto vicino all’attualità.

Nella frase iniziale e in quella finale del capitolo 39 si sottolinea esplicitamente la presenza del Signore che aiuta a superare le prove.

Giuseppe subisce più volte la tentazione della seduzione della moglie di Potifar, ma supera questa prova perché non vuole tradire il padrone e disubbidire a Dio. Poi Giuseppe deve affrontare la prova della prigione, ma, dimostrandosi saggio e paziente, si accorge di ricevere da Dio il dono di interpretare i sogni, e questo sarà la sua salvezza. Non impreca e non protesta per l’ingiustizia subita, ma agisce in modo positivo.

Il romanzo di Giuseppe diventa una sorta di manuale di educazione per i giovani Israeliti: imparare ad essere retti in tutte le circostanze della vita e coltivare la triplice conoscenza: quella dei precetti di Dio, quella del proprio popolo e la capacità di affrontare le problematiche dell’esistenza. La sapienza di Giuseppe non è legata solo alle proprie capacità umane, ma soprattutto al lasciarsi guidare da Dio: il supremo valore per l’uomo è lasciare a Dio l’iniziativa di guidare la propria vita.

I sogni di Giuseppe

Il sogno è collegato al sonno, che spesso nella Bibbia è identificato col torpore, che prelude ad una rivelazione divina. Di conseguenza, nella Bibbia il sogno è una via della comunicazione divina, inferiore però a quella diretta come avvenne per Mosè. Spesso il sogno si accompagna ad una visione dalla quale è difficile distinguerlo. Grande importanza si dà all’interprete dei sogni, perché un sogno senza interprete è come una lettera chiusa. Il sogno biblico non si riferisce mai al passato, ma al futuro: è predizione di ciò che deve avvenire, è profezia, è guida, è rivelazione. Ci sono anche sogni falsi, illusori, ingannatori. Come Mosè si rivelò superiore ai maghi egiziani e Daniele agli indovini babilonesi, così Giuseppe si mostra superiore agli Egiziani: egli rivela la potenza di Dio perché si fa guidare da Dio. Dio si serve degli uomini per guidare la storia.

L’esaltazione di Giuseppe nei due sogni giovanili, quando – diciassettenne – racconta che i fratelli s’inchinavano davanti a lui, non è per un prestigio personale ma per un servizio, e lo si capirà alla fine della storia: Giuseppe è stato scelto da Dio per salvare i suoi fratelli e tutto il popolo d’ Israele.

L’interpretazione dei sogni era molto diffusa in Egitto. Per Giuseppe, l’arte d’interpretare i sogni era un dono di Dio, anzi l’illuminazione per annunciare una verità. Dio manifesta i suoi piani, ma poi bisogna provvedere a realizzarli. La volontà di Dio non esclude l’iniziativa, la responsabilità e la libertà dell’uomo. Fare la volontà di Dio non significa restare passivi o agire come robot, ma impegnarsi con tutta la propria creatività e il proprio impegno.

8° GIUSEPPE  E  LA  SUA  FAMIGLIA

Genesi 37.-39-45: Giuseppe e i suoi fratelli

Quella di Giuseppe è anche la storia della famiglia di Giacobbe. All’inizio, la famiglia è unita, serena e tranquilla. Poi si accendono motivi di tensione, a causa di reciproche denigrazioni, di gelosie e di invidie. A causa di Giuseppe avvengono le prime divisioni; la preferenza del padre nei suoi confronti e i sogni che racconta lo rendono ancora più odioso agli occhi dei fratelli. Tutti volevano ucciderlo, ma Ruben riesce a convincerli a non fare una cosa così drastica, ma a venderlo a dei mercanti che vanno in Egitto.

Dopo varie vicende, in Egitto Giuseppe diventa visir e presiede alla distribuzione del grano. Quando i suoi fratelli, a causa della carestia, vengono inviati dal padre in Egitto per acquistare il grano che a loro mancava, Giuseppe li riconosce (ma da loro non è riconosciuto) e vede realizzati i sogni che aveva fatto da giovane: i suoi fratelli si prostrano davanti a lui che è il vicerè dell’Egitto. Ma volutamente non si fa riconoscere da loro: è generoso e non vuole umiliarli, è prudente e non vuole procedere ad una frettolosa riconciliazione; allora li mette alla prova, accusandoli di essere spie venute a scoprire i punti deboli del Paese.

Essi cercano di difendersi spiegando che sono una sola grande famiglia. Egli li mette in difficoltà per far sì che prendano coscienza del male che hanno commesso e si ravvedano. Li rimanda a casa perché ritornino con l’ultimo fratello Beniamino, ma trattiene in prigione uno di loro: lo strazio che provano fa loro ricordare la gravità del gesto che a loro volta avevano compiuto nei confronti di Giuseppe, si sentono colpevoli nei confronti del fratello e capiscono che devono pagare per il male compiuto.

Quando tornano con Beniamino, vengono accusati ingiustamente di furto, ma Giuda è pronto a pagare per il fratello più piccolo, trovato in possesso di una coppa preziosa scomparsa, e questo dimostra che hanno superato la prova comportandosi da veri fratelli. Giuseppe allora rivela la sua identità e offre il suo perdono.

È importante che si arrivi al perdono dopo la presa di coscienza e il pentimento di colui al quale si perdona. Infatti Giuseppe, prima di dare il perdono, si è preoccupato che i fratelli fossero cambiati, avessero preso coscienza del male che avevano fatto e avessero purificato il cuore dall’invidia e dalla malvagità.

Quando Giuseppe si fa riconoscere, i suoi fratelli sono atterriti perché temono la sua vendetta o la sua punizione. Invece Giuseppe è soddisfatto per aver fatto recuperare ai fratelli un vero senso di fraternità e di solidarietà e offre il suo perdono. La potenza di Dio si rivela in questo far scaturire il bene anche dal male. Possiamo davvero dire che qui ci troviamo davanti alla provvidenza divina, reggitrice degli eventi, benché nascosta, che realizza il proprio piano attraverso la complessa interazione di eventi umani.

Genesi 46,1-5: collegare la storia di Giuseppe ai Patriarchi e all’Esodo

Visione notturna, oracolo, epifania di Dio che ribadisce il tema della promessa sono tutte caratteristiche che non si trovavano nella storia di Giuseppe ma sono state aggiunte per collegare la storia di Giuseppe a quella dei patriarchi e all’Esodo.

Conclusione: la verità del testo della Genesi

1º livello di verità: ciò che è realmente accaduto e documentato.

2º livello di verità: ciò che emerge dal rapporto con la realtà (realtà ontologica) e diventa per il credente verità teologica.

Nel complesso nei racconti patriarcali c’è una base storica, ma il loro scopo non è di raccontare dei fatti, ma di interpretarli evidenziandone il senso profondo riconosciuto dalla fede. All’autore biblico interessa soprattutto trovare la verità teologica della vicenda narrata, cioè la verità di fede. Così collega le varie testimonianze della tradizione per arrivare ad essa, andando ben oltre alla verità storica.

La vicenda dei patriarchi può risultare storicamente non sempre esatta, ma trasmette una verità che va ben oltre gli avvenimenti storici, perché comunica il senso autentico degli avvenimenti di cui fa memoria: il mistero di Dio reso accessibile all’uomo.

Corso di Ileana Mortari
Castronno 2007 – 2008
(cfr. il sito www.chiediloallateologa.it


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Questa voce è stata pubblicata il 28/06/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

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