COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio suo libro dell’Esodo (5)

Venerdì della XV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

esodo 5B

Il Libro dell’Esodo
Capitoli 7,1-29; 8,1-11 e 11, 1-10

Abbiamo già letto parte di Es.6 con il doppione della vocazione di Mosè. La seconda parte di questo capitolo dovrebbe essere letta direttamente, mentre riprendiamo la meditazione dal capitolo 7. Inizia da questo capitolo, infatti, un racconto lungo e articolato, talora ripetitivo, che arriva fino al capitolo 11. E’ il racconto delle dieci “piaghe” o “flagelli” o “colpi”. Di esse la prima e l’ultima hanno un valore simbolico molto forte, perché il sangue e i primogeniti richiamano il problema della vita e quello del suo permanere nel futuro rispettivamente. In tal modo ci danno una chiave di lettura anche per tutte le altre. C’è in gioco la vita, infatti, e il racconto vuole stabilire che, nonostante il Faraone, questa è nelle mani di Dio e di nessun altro. Tuttavia i diversi flagelli non sono narrati in maniera omogenea, dedicando cioè a ciascuno lo stesso spazio, perché diverse sono la fonte redazionale e la funzione, secondo i casi: in poche parole, non vanno posti tutti sullo stesso piano, come invece accade quando si raccontano. Del resto hanno in ebraico denominazioni che cambiano dall’uno all’altro. Sono “colpi” inferti all’Egitto, piuttosto che “piaghe” ( e anche il termine “colpo”, del resto, appare solo in 9,14), “prodigi” e “flagelli”. Tuttavia per ragioni di semplicità, noi parleremo di “piaghe”, secondo il linguaggio solito, senza distinguere troppo.

Il capitolo 7 si apre ancora col doppione della vocazione di Mosè: si ricorda il ruolo speciale di lui, che rappresenta Dio davanti al Faraone, e quello di Aronne. Si precisa anche, a titolo di conclusione di questo racconto vocazionale, l’età dei due fratelli (7,7). Notate che il ruolo più importante tocca al minore, anche se è tale per poco, e che in ogni modo hanno entrambi un numero d’anni simbolico. Secondo la tradizione, infatti, i centoventi anni della vita di Mosè sono da contare così: quaranta in Egitto fino alla fuga, quaranta nel deserto per prepararsi alla propria missione, quaranta da guida del popolo. Alle cosiddette “piaghe” è preposta una scena drammatica (7,8-13): è una specie di competizione tra Mosè e Aronne da una parte e il Faraone e la sua corte (servi, sapienti, maghi) dall’altra che prelude a tutte le successive. Anche questa competizione ha un precedente (per la solita questione di fonti diverse) al capitolo 4,2-5: confrontando i due racconti si vede che il bastone di Mosè è diventato qui il bastone di Aronne, trasformato in ogni caso in “serpente”. Esso ridiventa bastone nel primo caso, mentre inghiotte i “bastoni/serpenti” dei maghi egiziani nel secondo.

Scopo di questo preludio è comunicarci due notizie importanti:
Il Faraone non è disposto a lasciarsi intimorire o influenzare o condizionare da alcun fenomeno straordinario. Non è detto che i fatti come questo e come le successiva piaghe siano per forza straordinari: alcuni si potrebbero forse spiegare in modo, per così dire, naturale, ma tutto dipende dalla capacità di lettura che si ha dei fatti: quella capacità di lettura che la Bibbia chiama spesso “docilità di cuore”.
Dobbiamo dedicare un po’ d’attenzione al serpente. In ebraico troviamo un termine generico, tannìm, che, per sé, può indicare qualunque bestia selvatica. Indica, tra queste, anche il serpente, specie quello marino, con una connotazione mitica molto forte, perché rimanda alle bestie e ai mostri dell’abisso e del caos su cui si librava il soffio divino nella creazione. Qui il termine è un simbolo dell’Egitto, dunque è un coccodrillo, secondo la nostra terminologia, più che un serpente.
Questo preludio dunque ci annuncia già la sconfitta del Faraone e tale annuncio deve orientare la nostra lettura delle piaghe che seguono.

La prima piaga in 7,14-25 è colorata di rosso e riguarda l’acqua senza la quale non si può vivere: ovunque, ma in Egitto in modo speciale, se si pensa alla funzione del Nilo. L’acqua si colora di rosso secondo una gerarchia di ambienti: il Nilo prima, poi fiumi, canali, stagni, raccolte d’acqua naturali e infine quanto è nei recipienti. Nel nostro racconto s’intrecciano diverse fonti e tende, esso stesso, ad allargarsi.

Sappiamo per esempio che esiste un fenomeno naturale che si chiama Nilo rosso. Consiste nel fatto che l’acqua prende un tal colore per via di sedimenti che vi si formano al tempo della piena. E’ un fenomeno affatto nocivo, ma che ha comunque qualcosa di eccezionale sia perché non capita sempre sia perché coinvolge il fiume solo per una parte del percorso. La sua osservazione poteva essere interpretata come presagio funesto, come accadeva presso di noi in occidente, fino a non molto tempo fa, al passaggio di una cometa o all’apparire dell’aurora boreale. Qui si parla invece di sangue, perché l’esito della contesa con il Faraone sarà la morte dei primogeniti, compreso il suo; siamo cioè agli inizi di una lotta all’ultimo sangue, infinitamente costosa.

E’ proprio quest’intento, probabilmente, che fa passare il narratore dalla costatazione del fenomeno, al suo espandersi in ogni ambito in cui si trovino dei liquidi. Il racconto non è privo di contraddizioni, certamente, ma quello che preme di più è vedere la reazione del Faraone. Essa afferma che è guerra aperta tra lui e il Signore che ha dichiarato di non riconoscere già al capitolo 5.

La piaga delle rane è la prima di una serie di tre che potremmo dire fatte di animali infestanti. Al centro del racconto c’è la richiesta che il Faraone fa a Mosè e Aronne di pregare Dio perché allontani il flagello da lui e dal suo popolo. Evidentemente per lui non è ancora giunto il momento del riconoscimento del Signore come Unico, cosa invece che Mosè stesso afferma al v.6 con un’affermazione che risente del linguaggio profetico e che è la motivazione autentica di queste righe. Quanto alle rane, s’è detto che aprono una serie di invasioni di animali, cui si alternano malattie e fenomeni atmosferici secondo lo schema che segue:

  • sangue 7,14-25
    rane 7,26-8,11 animali infestanti
    zanzare 8,12-15 animali infestanti
    mosche 8,16-28 animali infestanti
    bestiame 9,17 malattie
    ulcere 9,8-12 malattie
    grandine 9,13-35 fenomeni atmosferici
    cavallette 10,1-20 animali infestanti
    tenebre 10,21-29 fenomeni atmosferici
    primogeniti 11,1-10 2 12,29-34

A ben guardare, tutte le piaghe confinano con fenomeni naturali ben attestati nell’area del Vicino Oriente anche da altri testi biblici. Talché non si dirà mai abbastanza che il miracolo è tale solo per chi sa leggere il divenire quotidiano delle vicende: cavallette, epidemie, grandinate sono nella storia di tutti come il sorgere del sole e l’avvicendarsi delle stagioni. Sia i fenomeni positivi sia quelli negativi devono essere interpretati entro un più ampio discorso di provvidenza che guida la storia. Va ancora sottolineata l’inclusione di tutte le piaghe tra quella del sangue e quella dei primogeniti: si va infatti quasi in crescendo nel sottolineare la gravità di questi colpi inferti all’Egitto. Essi innescheranno la decisione del Faraone di far partire il popolo, ma solo dopo che, colpo dopo colpo, sono state debellate le sue resistenze.

Accanto e parallelamente a questo fenomeno si assiste anzi, lungo il racconto, al progressivo indurimento del suo cuore. Il Signore lo lascia indurire, stando al testo, sia perché ancora più grande risulti la sua liberazione, sia perché, parallelamente, si veda che questa sua vittoria non è a scapito dell’umana libertà di decidere: le piaghe sono a loro modo, un’opera di persuasione che esige applicazione di mente prima che di volontà, comprensione, ossia capacità e volontà di lettura, come abbiamo detto sopra. Di per sé, infatti, le batoste non hanno mai convinto nessuno, se non chi si sia applicato ad interpretarle. In tal senso è necessario, come fa la tradizione rabbinica, riconoscere una certa grandezza al Faraone, che resiste a viso aperto e pare cedere le armi quando proprio avverte la sconfitta come definitiva. Neppure la partenza degli Israeliti segna una svolta definitiva per lui, tanto che si lancerà al loro inseguimento: a quel punto l’intervento divino avrà carattere irreversibile, ma, come vedremo a suo tempo, confinerà ancora con un fenomeno “naturale” bisognoso d’interpretazione.

(…)

Di per sé ognuno dei flagelli si potrebbe spiegare in chiave naturale, tanto più che il testo ce li presenta in un tempo contratto, come fossero uno di seguito all’altro, mentre di fatto possono essersi susseguiti con scadenze diverse. Sono però tutti presentati e riletti in chiave fede yahvista. Potremmo dire che sono sciagure profetiche perché si pongono, ognuna, come una parola divina pronunziata sull’Egitto. In questo senso sono il modello anche di altri simili flagelli che compaiono nella letteratura profetica. L’uomo antico non è preoccupato di ricostruire la genesi scientifica di un fenomeno per prevenirlo in futuro, come facciamo noi, quanto piuttosto di collocarlo all’interno della più generale storia sua e del proprio popolo in quanto evento rivelatore di Dio. In altre parole, i colpi inferti all’Egitto o, in altri testi, al popolo di Dio, non sono considerati in connessione al clima o alla posizione geografica del paese, né si possono sbrigativamente leggere (cosa che talora oggi noi facciamo, a torto, con eventi disastrosi) come “punizioni” al peccato umano. Sono bensì annunzi e richiami ai quali si deve prestare attenzione senza “indurire il cuore”. Il loro scopo è invece quello di rendere il cuore “ascoltante”, come si dice di certi personaggi dell’A.T., ossia capace di leggere i fatti della creazione come fatti della storia della salvezza. Non quindi una natura distinta dalla storia o in conflitto con essa, quale appare in certi sistemi filosofici, ma una creazione organicamente parte dell’opera salvifica di Dio a favore del suo popolo.

Il Dio d’Israele creando salva e salvando crea o ricrea coloro che sono salvati: questo era vero anche per il Faraone se avesse saputo guardare questi flagelli con cuore ascoltante. Certamente Dio non piega a forza, lascia invece che il sovrano indurisca il proprio cuore, cosa questa che la tradizione rabbinica, con grande senso di modernità interpreta, da parte dell’egiziano, come una vigorosa sensibilità per la propria dignità di uomo e di sovrano. Per contrasto, Mosè non ha avuto bisogno di troppe lezioni. Gli anni di corte, la fuga, il deserto sono stati per lui una scuola che lo ha educato ad una diversa capacità di ascolto. Infatti, non è l’esperienza a rendere maturo un uomo, ma la disponibilità a leggere i fatti che cadono sotto l’esperienza e ad ordinarli secondo un criterio che li renda interpretabili. Nel nostro caso il criterio è quello di vedere nell’accadimento una rivelazione o un’indicazione divina, quand’anche l’accadimento sia spiegabile secondo leggi naturali o sociali già note. La sapienza biblica infatti, che è legata alla profezia, legge il mondo come una parabola in cui ogni cosa ha la sua naturale consistenza e il suo valore fattuale, ma, nello stesso tempo, richiama Altro e Oltre. In questo senso il racconto dei flagelli è di straordinaria attualità perché non possiamo negare di essere portati, oggi, a guardare a quanto accade di doloroso e grave con paura, con rabbia, con disgusto persino, ma quasi mai con pensosa attenzione. Tutto si risolve per noi nell’attimo in cui la cosa accade, augurandoci magari che passi il più presto possibile.

In questo caso anche noi, senza saperlo, perdiamo un’occasione e rinunciando ad acquisire un cuore ascoltante, pur senza indurirlo positivamente, e la salvezza divina rischia di passarci accanto senza che noi ce ne accorgiamo.

http://www.adonaj.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/07/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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