COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XVI Domenica Tempo ordinario (A) Lectio

XVI Domenica Tempo ordinario – Anno A
Matteo 13, 24-43

Parabola del grano e la zizzania5L’evangelista presenta una serie di tre parabole corrispondenti a tre tentazioni possibili nella comunità:

La tentazione di essere una comunità di eletti – Mt 13,24-30
La tentazione della grandezza – Mt 13,31-32
La tentazione dello scoraggiamento – Mt 13,33

La fedeltà alle beatitudini terrà la comunità al riparo da queste tentazioni.

I tentazione: Una comunità di eletti

[In quel tempo, Gesù] espose loro [alla folla] un’altra parabola, dicendo: 24 «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25 Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

(Attenti al testo greco: inizialmente si tratta di anthrṓpō = un uomo, e anthrṓpous = uomini, dopo si passerà a “padrone” e “servi”).
Con questa parabola, presente soltanto in Matteo, Gesù continua l’insegnamento sulla realtà del “Regno dei cieli”, e risponde allo scandalo di Giovanni Battista che non vede in Gesù il Messia da lui annunziato (Mt 11,3), e a quello dei farisei che lo accusano di non distinguere tra giusti e peccatori (Mt 9,11). Lo scandalo del Battista e dei farisei è motivato dal fatto che in Gesù non riconoscono il Messia inviato da Dio per eliminare i peccatori dalla faccia della terra. Gesù stesso darà la spiegazione di questa parabola che risulterà di difficile comprensione ai suoi stessi discepoli. Il protagonista principale è un “uomo” che semina del buon seme. Secondo le consuetudini dell’epoca la semina era di solito effettuata dal padrone di casa.

Quest’uomo ha un antagonista, facilmente identificabile, dal momento che si dice che non è un nemico, ma il nemico. Costui agisce di notte per non essere riconosciuto né scoperto. Il nemico sa che la sua azione non potrà essere scoperta, se non quando il danno sarà già fatto; infatti nessuno potrà accorgersi della presenza della zizzania (lett. delle zizzanie) fino alla crescita delle spighe. La zizzania (lett. le zizzanie [il loglio]) è una pianta della famiglia delle graminacee che fino al suo sviluppo non è facile distinguere dal frumento. I suoi grani nerastri sono tossici e hanno un effetto narcotizzante. L’apparente somiglianza della zizzania al grano inganna. Sembra seme adatto al nutrimento, ma in realtà è tossico e addormenta.

La zizzania non è un male già pre-esistente, ma successivo alla semina: l’evangelista avverte delle possibili deviazioni all’interno della comunità cristiana, come quelle già denunciate, dei “falsi profeti”, che pur presentandosi in veste di pecore sono in realtà dei lupi rapaci. Come la zizzania anche questi si riconoscono “dai loro frutti” (Mt 7,15-16).

26 Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27 Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”

La zizzania appare quando la spiga produce frutto. Se durante la crescita è difficile anche ad uno esperto distinguere il buon seme dalla zizzania, al momento della fioritura è palese la diversità tra quanto seminato dal padrone di casa e quello seminato dal suo nemico. La domanda che i servi (prima in 13,25 si parlava di uomini v. trad. lett.) rivolgono al padrone (prima in 13,24 un uomo avente seminato v. trad. lett.) di casa sembra voler imputare a lui l’esistenza della zizzania e pongono in dubbio che abbia seminato del buon seme.

28 Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”.29 “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.

Il padrone del campo che ha seminato solo buon grano individua nell’azione ostile di un suo nemico (lett. di un uomo nemico), la causa della semina nociva. Costui viene presentato come un falsario dal momento che imita la stessa azione del padrone (semina), ma con il risultato di rovinarla completamente. Alla domanda dei servitori, il padrone risponde con un chiaro divieto. Poiché le radici della zizzania si mischiano con quelle del frumento, il loro sradicamento comporterebbe un danno irrimediabile per il grano.

Descrivendo l’atteggiamento dei servi zelanti (non più uomini liberi) che si propongono di andare ad estirpare la zizzania, l’evangelista vuol far comprendere che la loro azione è più pericolosa della stessa zizzania. Il rischio è di sradicare pure il grano e impedirgli quindi la maturazione. L’intenzione dei servi, che potrebbe sembrare anche lodevole, può avere effetti disastrosi. La storia ci documenta ampiamente in proposito.

30 Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Il momento della verità sarà quello della mietitura e non quello della crescita. Solo a questo punto l’inutile zizzania verrà eliminata. L’ordine di eliminarla non verrà dato dai servi, ma solo dal padrone, l’unico che conosce il grado di maturazione del grano.

II tentazione: La grandezza

31 Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granellino di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32 Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».

Gesù attira l’attenzione degli uditori con una parabola dal contenuto assurdo. La pianta della senape, che in condizione favorevole può raggiungere i tre metri d’altezza, non viene seminata ma è temuta dai contadini perché è un’erba infestante della quale si fa fatica a liberarsene: i suoi microscopici semi trasportati dal vento fanno sì che questa pianta cresca dappertutto, non solo per terra, ma anche tra le fessure delle mura delle case danneggiandole. La somiglianza del Regno non va limitata al chicco di senape, ma al suo processo di trasformazione e di crescita. In Mt 7,20, il chicco di senape diverrà misura della fede sufficiente affinché nulla sia impossibile a chi crede.

In questa parabola Gesù si rifà alla profezia contenuta nel libro di Ezechiele che veniva interpretata come la promessa del Regno da parte di Dio. In questa profezia Dio stesso avrebbe preso un ramoscello dalla cima del cedro e lo avrebbe piantato sul monte alto di Israele. Il ramoscello “metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico, sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno” (Ez 17,22-24). Gesù capovolge le immagini di Ezechiele e non solo, perché presenta immagini che svelano cose nascoste sin dalla fondazione del mondo: il tanto piccolo (senape- lievito-chicco di grano) non suscita alcun desiderio o tentazione di rivalità mimetica e quindi solo in questo modo può apportare pace e sicurezza.

All’attesa di un regno imponente e straordinario come un cedro posto su un alto monte, Gesù contrappone una realtà modesta e non appariscente come quella del chicco di senape, ritenuto proverbialmente il più piccolo dei semi, che diventa al momento del suo massimo sviluppo un arbusto capace di ospitare gli uccelli del cielo. Il Regno di Gesù, come l’infestante senape, si diffonderà ovunque, ma non attirerà l’attenzione per la sua magnificenza. Gli uccelli del cielo nella tradizione biblica sono immagine di universalità (cfr. Ez 31,6). Mentre nella profezia di Ezechiele si allude ad una visione di grandezza e di dominio, nella parabola di Gesù gli uccelli nidificano sui rami accoglienti dell’alberello di senape e ne fanno il loro habitat naturale in quanto i semi offrono abbondanza di cibo.

Questa tentazione di grandezza e superiorità, era già stata rifiutata da Gesù nel deserto quando il diavolo gli mostrò “tutti i regni del mondo con la loro magnificenza” e si offrì di dargliene (Mt 4,8-9). Ora Gesù avverte che la tentazione di adoperare il potere per diffondere il regno di Dio si ripresenterà sempre puntualmente ad ogni comunità. Quanti adoperano il potere per annunciare il messaggio di Gesù sono coloro che hanno ceduto alla tentazione e al potere divenendo adoratori del satana (Mt 4,9-10).

III tentazione: Lo scoraggiamento

Con le armi e il fascino del potere sarebbe più facile e veloce far aderire gli uomini al Regno di Dio. Ma la via scelta da Gesù, non è quella della strada larga, ma della via angusta che però conduce alla vita (Mt 7,13-14). Rifiutando ogni forma di potere, il Dio, al servizio degli uomini, sa che la sua strada è più lunga e ha bisogno di tanta pazienza. Per questo Gesù sceglie tutti esempi che hanno in comune un processo di crescita (il grano, la senape, il lievito). Questo processo non è possibile affrettarlo. Ogni accelerazione sarebbe nefasta. Il non vedere frutto immediato non deve portare allo scoraggiamento, ma alla certezza del risultato. È quel che Gesù insegna con la parabola seguente:

33 Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Anche per la terza parabola Gesù propone un’immagine paradossale paragonando il Regno dei cieli a un elemento considerato impuro (Es 12,5) e causa di corruzione come il lievito (1Cor 5,6-8). Più avanti sarà Gesù stesso a chiamare lievito le nefaste dottrine che inquinano la comunità cristiana: “guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” (Mt 16,6.11). La forza del Regno è paragonata a quella del lievito, ma con una differenza: mentre quello dei farisei e sadducei intossica e addormenta, quello del Regno nutre (Gal 5,9).

Il termine che possiamo tradurre con 40 chili, è tre staia-tre misure, un’unità di peso che equivaleva a circa 13 chili. Tre misure sono circa 40 chili di farina, corrispondenti alla misura ebraica efa. Una quantità capace di sfamare centinaia di persone e volutamente sproporzionata all’uso casalingo. Questa quantità rimanda alla storia di Israele. Infatti è la stessa che Abramo chiese a Sara di impastare per i tre misteriosi ospiti che gli annunciano la sua paternità (Gen 18,6), e che Gedeone offrì all’angelo del Signore (Gd 6,19). Infine la quantità è la stessa che Anna, madre di Samuele, offrì al Signore (1Sam 1, 24) in ringraziamento per la nascita del figlio. Nei tre casi la quantità di farina è in relazione con le promesse di Dio al suo popolo e la certezza del loro esaudimento nonostante le apparenze contrarie:

  • Abramo che non crede più possibile una sua paternità a causa dell’età e di sua moglie sterile
  • Gedeone che si sente abbandonato da Dio
  • Anna che non credeva di poter diventare madre a causa della sua sterilità.

Se il regno non sarà una realtà appariscente (arbusto) ciò non toglie che non sia efficace. La realtà del regno sarà come quella del lievito che riesce a fermentare una quantità spropositata di farina. Gesù assicura al piccolo gruppo dei discepoli che la forza del suo messaggio è tale che sarà capace di fermentare il mondo intero.

34 Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35 perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.

Matteo cita, interpretandolo, il Salmo 78,2: “Aprirò la mia bocca con una parabola, rievocherò gli enigmi dei tempi antichi”. Il salmo, del veggente Asaf (2Cr 29,30), è una rilettura della storia di Israele, dove viene posta in risalto l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio al suo disegno.

Le cose nascoste (kekriumména da kriúptō = nascondo) secondo la tradizione giudaica erano quelle che Dio aveva preparato già al momento della Creazione per manifestarle al tempo del Messia quali la manna, il nome del messia, ecc… (ma c’è una storia antropologica universale e profonda, appartenente a tutti i popoli che adesso viene svelata rivelando cose nascoste sin dalla fondazione del mondo). In Gesù, venuto non ad abolire, ma a completare il disegno di Dio sull’umanità, si realizza la volontà del Padre (Mt 5,17).

36 Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».

Gesù parla in parabole alla folla perché non è preparata a ricevere il suo messaggio. Abituata all’immagine del regno di Israele inteso quale predominio e supremazia sugli altri popoli, la folla non può comprendere un regno aperto anche ai pagani, che non devono venire sottomessi ma serviti. Per questo Gesù, attraverso le parabole, propone dei messaggi che, facendo pensare, aiutano la gente a comprendere il vero progetto di Dio sull’umanità.

I discepoli non dovrebbero aver bisogno di parabole per comprendere il disegno del Padre. In realtà sono proprio i discepoli che trovano difficoltà a comprendere le parole di Gesù. L’unica parabola della quale chiedono spiegazione è quella della zizzania. Non perché non l’abbiano compresa, ma proprio perché è l’unica che hanno capito bene e del cui contenuto non sono d’accordo. Per questo i discepoli, tutti concordi, si recano da Gesù e con modo autoritario non gli chiedono, ordinano: diasáfēson= “spiegaci (imperativo) la parabola della zizzania nel campo”. Animati da ideali di supremazia nei confronti degli altri popoli come anche all’interno del loro stesso gruppo, dove scoppiano dispute per sapere chi tra loro è il più grande e il più importante (Mt 18,1; 20, 20-24), non accettano la lezione data da Gesù contro la tentazione dei discepoli di formare gruppo di gente scelta.

37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38 Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39 e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.

Mentre nella parabola dei 4 terreni il seme era il messaggio di Gesù, qui il seme sono quanti incarnano questo messaggio: “i figli del Regno”. Le zizzanie sono: “figli del maligno”, quelli che assomigliano nel comportamento al “maligno”, cioè il diavolo, il nemico per eccellenza. Il diavolo era apparso nell’episodio delle seduzioni del deserto (Mt 4, 5-11), dove aveva ripetutamente tentato Gesù di essere un messia potente e dominatore. I “ figli del maligno” sono quanti soggiacciono a queste tentazioni e anziché servire pensano di dominare. Sono coloro che vogliono apparire, emergere. Sono coloro che desiderano essere ammirati (Mt 6,1) e presi ad esempio.

La mietitura, rappresenta il compimento di questa età/epoca. L’evangelista adopera il termine greco aiȭnos da aiṓn che traduce l’ebraico “olam” = età/secolo e non mondo, che in greco sarebbe kósmos. Ricorrendo alle immagini tipiche del linguaggio dell’AT, Gesù corregge la visione di Giovanni il Battista di un giudizio immediato da parte del Messia: “Già la scure è posta alla radice degli alberi” (Mt 3,10). Contrariamente a quanto annunciato da Giovanni il Battista, Gesù non è venuto a emettere un giudizio e a condannare. Il Padre a tutti offre il suo amore, la sua Vita. Sono gli individui che si auto-giudicano da soli scegliendo di essere buon grano o zizzania, pane per la vita o tossico per la morte. Chi produce vita entra nella vita, chi intossica e avvelena entra nella morte.

Nel vangelo avviene un paradosso: quelli che la religione considerava zizzania, come le prostitute e i pubblicani, si rivelano invece grano buono per il Regno: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Quelli che si consideravano gli eletti perché appartenenti all’istituzione religiosa restano esclusi dal regno: “scribi e farisei che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini: di fatto non entrate voi e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23,13).

Presentando Gesù come il nuovo Mosè, l’evangelista sottolinea continuamente la differenza tra i due liberatori del popolo. Mosè usò la violenza per estirpare la zizzania nel suo popolo e il risultato fu una strage fratricida (“…uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo” Es 32,27-28). Gesù si dimostra paziente e ricco di amore. Il modo di agire di Gesù non è in sintonia con quanto annunciato da Is 60,21 dove si attendeva per il tempo del messia una comunità composta da puri: “il tuo popolo sarà tutto di giusti”.

L’insegnamento della parabola riguarda la tentazione, sempre presente all’interno della comunità, di sentirsi gruppo di eletti e di separarsi da quanti non giudicano alla loro altezza, come lo era il movimento farisaico. Gesù si è mostrato aperto a tutti senza alcun tipo di pregiudizio, anziché eliminare i peccatori, Gesù li frequenta (Mt 9, 10-13). Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), è il Dio al servizio degli uomini (Mt 20,28), servizio che esclude qualsiasi idea di superiorità.

41 Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!

Con operatori di iniquità, Matteo aveva indicato quei discepoli che pur annunciando il vangelo, non si lasciano trasformare dallo stesso (Mt 7,23) sono i costruttori del nulla che ascoltano, annunciano, ma non praticano (Mt 7,26-27). Il loro comportamento è una minaccia per la comunità che rischia di essere coinvolta nella loro rovina.

Lo scandalo, pietra di inciampo, era stato individuato da Gesù nell’ambizione che conduce alla rovina (Mt 5,29-30) e verrà identificato in Simone. Chiamato ad essere pietra per costruire la comunità di Gesù, diventa pietra di inciampo (scandalo) e satana quando insegue sogni di trionfo per il Messia (Mt 16,23).

Nella narrazione della trasfigurazione, l’evangelista descriverà Gesù scrivendo che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2). Segno di vita divina, l’immagine dello splendore dei giusti si rifà al profeta Daniele e alla sua descrizione della risurrezione: “Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento: coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre ” (Dn 12,2-3). Mentre il risveglio dei giusti sfocia in una vita senza fine (eterna), per gli altri li attende la morte per sempre.

Anche la fornace di fuoco è un’immagine tratta dal libro di Daniele per indicare il castigo della morte (Dn 3,6.11.15). Il pianto e stridore di denti, è immagine di disperazione (come l’equivalente italiano di strapparsi i capelli o battere la testa nel muro) di chi si accorge di aver sbagliato tutto, immagine già apparsa in Mt 8,12. Questa volta le tenebre, il regno della morte, sono sostituite dalla fornace di fuoco. Il pianto e lo stridore nei salmi indicano un furore incontenibile (cfr. Sal 37,12). Sono immagini con le quali vengono illustrate la rabbia, la frustrazione, il rimorso per aver sciupato un’occasione unica.

Riflessioni…

  • Tra parabole e similitudini, alla folla e ai discepoli, il Maestro narra, interpreta e presenta il Regno, quello dei Cieli e della Terra insieme. Zizzania, senape, lievito: contestualità tra valori e limiti, tra tensioni ed energia di progetti e di impegni, del Regno.
  • Potenzialità e trionfi di vita appagano interrogativi e logiche umane, segnate dai ritmi di semina, di crescita e di sviluppo, di traguardi raggiunti secondo cicli di ogni ragione. Resta sospeso il Bene, tra i mali; richiedono esplicitazioni gli intrecci tra percorsi carichi di ostacoli, tra cadute e sconfitte e albe di buone intenzioni e desideri di vita.
  • Perché il male, le zizzanie devastanti e soffocanti che invadono spazi, alienano linfe di vita, ostacolano espansioni di grano? Perché coevi, bene e male? Perché Dio spettatore inerte di vigorosa zizzania che pregiudica crescite e aneliti di giustizia?
    Una radicale e pronta condanna a sradicamenti ed eliminazioni potrebbe garantire futuri progressi e liberatorie beatificazioni a privilegiati destinatari già pronti con i loro covoni ad accogliere vigoroso e prospero grano.
  • Essi si sentono già gli eletti di una florida stagione, già lodatori del Padre che ha seminato abbondante grano nei loro campi, prossimi a gustare i sapori di ogni bontà. Pretendono pertanto spiegazioni ed interventi per legittimare zizzanie e chiedono di distruggere alla radice possibili commistioni e compromessi.
    Ma la storia inizia e va, pur tra trame opposte o distruttive, ma senza pregiudizi. Perché solo al termine, a maturazione, a completamento, tutto si autovaluterà e si giudicherà. E nella crescita si distinguono zizzanie di potenza e di grandezza che hanno posto tra i regni degli uomini, non in quello dei Cieli. Affiorano tensioni di forza per imporre condizioni e soffocare libertà, tentazioni di corruzioni per legittimare strumenti da piegare a nobili fini. Sono le tentazioni di uomini, di chiese, di comunità.
  • Ma il Regno dei Cieli è connotato da semplicità, mitezza, purezza e povertà di cuore e di spirito: e chi in esso vive ha speranza e fiducia in Dio solo, nel Padrone che ha seminato, nella giustizia sua paterna, nel suo giudizio che valuta e riconosce destinazioni e ultimi tempi.
  • E il male? Ambigua, come il male, la zizzania che, seminata, nasce e cresce nei campi della Terra: essa è là in quei luoghi, e va riconosciuta e tagliata, anche perché nociva e urticante, foriera di scandali e di ingiustizie.
    Ed ogni uomo, ogni comunità impari a trattarla, senza pregiudizi, riciclarla tra i processi di individuazione, di accoglienza e di recupero, perché il Regno dei Cieli è accogliente come l’albero di senape, è ricco di energie come un lievito che traspira e trasfonde ottimismi e speranze di autentici tempi futuri.

http://www.ilfilo.org

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