COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XVI Domenica Tempo ordinario (A) Commento

XVI Domenica Tempo ordinario (A)
Matteo 13,24-43

Il discepolo e l’incompiuto

Parabola del grano e la zizzania8Portiamo tutti nel nostro cuore il desiderio recondito di un tempo e di un luogo in cui fiorisca soltanto del buon grano, un tempo e un luogo in cui, finalmente, cessi quella strana mescolanza di bene e di male che è la nostra vita.

Se solo potessimo ritornare a un agognato paradiso terrestre… che nel nostro immaginario suona come il tempo e il luogo in cui non c’erano inconvenienti e magagne di ogni genere. Lo desideriamo a livello sociale, in ambito ecclesiale, lo desideriamo sul piano relazionale e – perché no? – anche su quello più strettamente personale. E, invece, è come se giorno dopo giorno vedessimo svanire ogni prospettiva di miglioramento e quei brevi tentativi di tregua che talvolta abbiamo assaporato, sfumano come una bolla di sapone.

Perché tutto deve essere così complicato e difficile quando – a nostro dire – le nostre intenzioni attingono alla migliore rettitudine? Che cos’è quel mio continuo sbagliare quando con onestà mi sembra di voler realizzare il meglio per me e per chi mi sta attorno? Come giustificare quella continua incoerenza nella quale cado ogni volta di nuovo senza neppure accorgermene? E perché quella malignità che traspare anche nelle buone intenzioni o quelle distorsioni interpretative che non poche volte finiscono per accendere conflitti relazionali che altrimenti non conosceremmo? Perché sono fatto così male? Ci sarà mai un tempo in cui vedere trionfare il bene sul male?

Come stare di fronte all’incompiuto? È a questa domanda che risponde la pagina della parabola del grano e della zizzania.

Come stare di fronte all’incompiuto? Così come fa Dio: con pazienza. La pazienza, infatti, è la capacità di vivere l’incompiuto nella fiducia che si tratta di un non-ancora-compiuto, è la disponibilità a rispettare e attendere i tempi dell’altro. La pazienza è un frutto di quella fede che è capace di rimettersi completamente nelle mani di Dio e perciò riconosce che non spetta a noi decidere tempi e modi.
Non poche volte ci scopriamo abitati da uno zelo non equilibrato che indica un rapporto malsano con il tempo: il tempo che ci è donato, infatti, è segno dell’amore di Dio e perciò va vissuto come occasione per esercitare la sua stessa misericordia nei rapporti con gli uomini.

Corriamo tutti il rischio di stare di fronte alla realtà in modo superficiale e sbrigativo, proprio come pretenderebbero i servi della parabola: quanta fretta nel giudicare le scelte altrui, quanta fretta nel vagliare il loro operato, quanta fretta nel decidere cosa accettare e cosa rifiutare, quanta fretta nell’eliminare tutto ciò che non corrisponde alle nostre aspettative!

Che cosa c’è alle radici della mia fretta? Essa, infatti, non è per nulla una dimostrazione di forza: è piuttosto indice di un nostro malessere personale. L’impazienza finisce per allearsi ben presto con l’insipienza di chi sradica tutto. Siamo convinti di conquistare l’onnipotenza mediante delle prove di forza: ma questa è soltanto un’illusione. Troppi nostri metodi sommari finiscono per diventare eccessivamente determinati e per nulla riguardosi. Non poca nostra irruenza, infatti, finisce per celare mali segreti che continuiamo a portarci dentro senza volerli riconoscere.

C’è un nemico dentro e fuori di noi che può essere vinto non già con un odio più intenso bensì con un amore più grande. È necessario, perciò, guardare all’atteggiamento del Padre il quale non ha fretta perché è consapevole che il grano, malgrado tutto, può crescere comunque rigoglioso.

Dio manifesta la sua forza attraverso l’esercizio della pazienza: è la moderazione la prova della sua onnipotenza, consapevole che non c’è peccato che possa tagliare irrimediabilmente i ponti con la misericordia di Dio. La zizzania può diventare buon grano: questo crede Dio e per questo sa attendere. L’Incarnazione del Figlio di Dio non ha provocato come per incanto la trasformazione del mondo. Gesù ha vinto il male proprio riconoscendolo, assumendolo e attraversandolo.

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


Riflessione sul Vangelo
di ENZO BIANCHI

Piero Giunni, campo luce, olio su tela, 1989.Gesù continua a parlare attraverso parabole, ama parlare attraverso parabole, perché in questo modo non rinchiude il messaggio in formule, non deve ricorrere ad affermazioni apodittiche, non consegna verità munite di uno splendore che abbaglia chi le ascolta… Le parabole sono frutto di un attento vedere da parte di Gesù, di un profondo pensare, di un puntuale discernimento, di un vero esercizio di intelligenza delle realtà più umili, semplici e quotidiane. Solo una grande attenzione alle cose e ai fatti forniva a Gesù la sapienza delle parabole.

Per questo chi le ascolta giunge a discernere realtà che gli sono abitualmente nascoste, le quali causano in lui una semplice constatazione: ciò che Gesù dice è così umano, così terreno, eppure io non ci avevo mai pensato! Ma se questa comprensione delle parabole da parte dell’ascoltatore è così facile, ascoltando Gesù è altrettanto facile, forse per la semplicità intrinseca alle parabole, lasciar cadere le sue parole e non tenerne conto. Ne è un caso esemplare la parabola più lunga tra quelle contenute nel brano evangelico odierno, una parabola che conosciamo a memoria e che facilmente smentiamo con il nostro comportamento. Accade per il regno dei cieli come per un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ora, mentre egli stesso e tutti dormivano, “venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania”. Terribile sorpresa: se era stato seminato del buon grano, come mai accanto agli steli del grano ci sono quelli della zizzania, un’erba malefica infestante che sottrae alimento al grano, rischia di farlo deperire e rende il raccolto non puro? Forse bisogna passare nel campo e strapparla via, in modo che il grano possa crescere meglio: questo è il ragionevole pensiero dei servi, che lo manifestano al padrone. Quest’ultimo, però, la pensa diversamente.

Dice loro di lasciare che grano e zizzania crescano insieme, “perché non accada che, raccogliendo la zizzania, con essa si sradichi anche il grano”. Sì, è accaduto così, il male ormai è stato fatto, ma non si deve causare un male peggiore. Verrà l’ora della mietitura, e allora si farà la cernita: da una parte la zizzania, per essere bruciata; dall’altra il grano, per essere deposto nei granai. Che cosa comprendiamo come ascoltatori? Che c’è un contadino, Gesù, che semina la sua parola, il buon seme, ma che c’è contemporaneamente l’avversario, il nemico, il diavolo, che di nascosto, quando regnano le tenebre, semina il male. Quel campo è ognuno di noi, è il nostro cuore; quel campo è la comunità cristiana; quel campo è la chiesa…

Se i cristiani sono stati chiamati e distinti dal mondo (cf. 1Pt 1,15-16; Lv 19,2), com’è possibile che annoverino in loro e tra di loro la zizzania? La presenza della zizzania significa debilitazione del grano, significa scandalo per chi guarda il campo, significa insidia per chi fatica a vivere nella perseveranza, cercando di dare frutto buono. E poi la chiesa non è forse minacciata nella sua vita da questa presenza, a volte così folta che non si sa più se il campo è un campo di grano o di erba infestante? Ne va di mezzo la vita il futuro della comunità cristiana, sovente già fragile di per sé… Questi ragionamenti sono tutti razionali e umani, ma non sono i ragionamenti, i pensieri di Dio (cf. Is 55,8-9).

Il Signore non fa di ogni erba un fascio: vede e giudica che la zizzania è zizzania e che il grano è buon grano, e lo stesso devono fare i credenti in lui. Ma il giudizio appartiene a Dio, perché qui sulla terra il male e il bene si intrecciano in un modo tale che solo Dio, nell’ultimo giorno, potrà districare e distinguere. La separazione tra giusti e ingiusti, tra credenti e non credenti esiste, ma è visibile solo agli occhi di Dio, non ai nostri occhi. Solo “il Signore conosce i suoi” (2Tm 2,19; Nm 16,5), solo lui può operare il giudizio. Dunque Gesù ci chiede pazienza, virtù che è attesa e che impedisce di operare prima ciò che deve avvenire dopo; virtù che non permette che siamo noi a operare ciò che spetta a Dio.

Purtroppo tutta la storia delle chiese e della comunità cristiane è costellata di proclami da parte di concili, papi, vescovi che si sentono in dovere di strappare la zizzania che minaccia le chiese stesse: quale fraintendimento delle parole di Gesù! Occorre certamente criticare, denunciare, anche minacciare – come hanno fatto i profeti – di fronte al crescere della zizzania, e tacere è vigliaccheria, comodo, irresponsabilità: ma poi si lasci a Dio e a lui solo il giudizio! Troppa gente ha amato più la teologia e le idee che le persone, ma oggi troppa gente non ama né la fede né le persone: ama il quieto vivere. È così che la barca della chiesa se ne va per mari diversi e attraverso stagioni differenti…

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Questa voce è stata pubblicata il 23/07/2017 da in Anno A, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica, Tempo ordinario con tag .

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