COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul libro dell’Esodo (8)

Lunedì e martedì della XVI settimana del Tempo Ordinario
(Anno dispari)

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Il Libro dell’Esodo
Capitoli 13,17-22 e 14,1-30

Con questi capitoli siamo di nuovo in piena azione. Siamo finalmente giunti al momento della partenza, degli itinerari e delle strategie divine.

Dopo le norme rituali, il racconto riprende da dove, almeno secondo la nostra mentalità, si era interrotto, in pratica da Esodo 12,42, dicendo perché e come, appunto, il Signore abbia quella notte vegliato.

Il nostro racconto si apre con un’indicazione di percorso. Quasi a prevenire obiezioni del tipo “come mai ci hanno messo tanto per un viaggio, in fondo, breve, e non hanno preso la via diretta?” e ad anticipare difficoltà e ribellioni future, ci viene assicurato che Dio ha pensato un itinerario che, di fatto, è un cammino educativo e di maturazione progressiva.

Anche per la tradizione rabbinica il popolo, al momento della partenza, non è maturo per gestirsi, come accade oggi quando si esce dal tunnel politico della dittatura. Storicamente parlando, in realtà, questa specie di migrazione o di fuga, secondo le tradizioni, è avvenuta in un lungo arco di tempo, ad ondate, ed è in questo senso che va compreso il tortuoso cammino: il popolo è entrato nella terra non tutto e non tutto insieme ma in fasi successive.

Lasciando l’Egitto, il popolo porta con sé la mummia di Giuseppe. Il testo dice “ossa”, ma sappiamo quale fosse il modo egiziano di trattare i morti, specialmente poi un grande dignitario. Non dobbiamo quindi pensare che costoro partano con un’urna di ceneri o qualcosa del genere, ma con una mummia. In essa possiamo leggere la realtà d’Israele che ha vissuto un’assimilazione intelligente, senza perdere cioè né la propria identità né il senso delle promesse.

E’ questo Israele che Dio viene a prendersi: ha, infatti, lavorato per il bene del paese che lo aveva accolto, facendo così anche il bene del proprio popolo; poi è stato dimenticato o misconosciuto, conservando memoria delle promesse divine, pur a generazioni di distanza. C’è in questo particolare la coscienza della continuità della storia, confermata dal v.19, nonostante il popolo si sia già opposto alle indicazioni di Mosè. Non si instaura qui una serie di ribellioni, come ne mostrerà invece il resto del racconto; si confermano piuttosto le promesse divine e l’obbedienza dei patriarchi come vero fondamento della storia.

Ai vv.21-22 appare la colonna di nube e fuoco che serve da guida nel cammino. Il simbolo è importante: il popolo conosce la propria meta finale, ma non come la strada si snodi passo passo, e la metafora è abbastanza trasparente da capire la storia dei credenti. Anche noi, infatti, allorché parliamo di “volontà di Dio” possiamo dire di conoscerla a grandi linee, sapendo dove Egli ci vuole condurre quanto a sbocco dell’itinerario, ma spesso la varie tappe sono inintelleggibili nel momento in cui le viviamo. Ai credenti è chiesto anzi un cammino in pieno affidamento al Dio del Roveto, richiamato qui dal simbolo del fuoco.

All’interno del capitolo 14 si intrecciano i racconti di tradizione Yahvista (Y) e Sacerdotale (P) con diverse cuciture redazionali. Lo vediamo dal fatto che il testo non segue il criterio de “i fatti distinti dalle opinioni” che noi esigiamo oggi da chi si occupa di cronaca e storia. Davanti a noi si snoda una storia interpretata, in cui alle descrizioni tipiche di un documento attento ai sentimenti dei personaggi e ai dettagli di colore (Y), si aggiungono i pensieri e le considerazioni del teologo che non può leggere i fatti solo dal di fuori, ma devono vederli come segno della presenza provvidente di Dio (P).

La nostra preoccupazione perciò, leggendo questo episodio, non deve essere quella di capire che cosa sia successo in termini naturalistici (una bassa marea? Una specie di maremoto?), perché sarebbe uno sforzo del tutto inutile.

Lo scopo del racconto, infatti, è un altro, come dichiara apertamente il v.4: Io dimostrerò la mia gloria contro il Faraone e tutto il suo esercito, così gli egiziani sapranno che io sono il Signore. Tale solenne dichiarazione avrà infinite risonanze in tutta la letteratura dell’A.T. A conferma che il fatto deve essere letto come segno della potenza di Dio, il racconto presenta tratti dai quali si ricava l’impressione che l’uscita dall’Egitto avvenga in un clima d’incertezza e di dubbio, e che, in ultima analisi, gli Israeliti ce l’abbiano fatta a stento. Veramente “per miracolo”.

Nello stesso tempo si insite indirettamente su un tratto psicologico e teologico importante: il miracolo non si impone né impone a chi lo vive alcuna certezza: esso è piuttosto il risultato anziché la causa di una lettura di fede della cronaca e della storia. Il popolo passa infatti molto presto dalla paura del presente al rimpianto del passato (v.10), come già era avvenuto al cap.5, quando Mosè si era presentato al Faraone e come accadrà ancora in futuro lungo il viaggio.

E’ sempre viva infatti la necessità di decidere, allora come adesso, tra il vivere liberi, pur camminando nell’incertezza verso l’ignoto, e il tornare indietro ad una casa di schiavitù certa, ma in cui altrettanto certe sono alcune condizioni minimali di vita. Alle proteste popolari, Mosè risponde (vv.13-14) con sicurezza quasi ostentata rammentando agli israeliti che l’essere credenti comporta un autentico atteggiamento di fiducia in Dio fino allo “stare tranquilli”. Evidentemente non si tratta di una sorta di fatalismo in nome del quale si è esentati da decisioni coraggiose, riducendo la fede ad una specie di rifugio, ma l’esatto contrario: la fede autentica comporta decisioni storiche con ampi margini di rischio. Ma è un rischio calcolato, proprio perché (v.14): Il Signore combatterà per voi. In questo senso il confine della fede è la fiducia che si ripone nella potenza provvidente del Signore che si china sul suo popolo.

Segue il racconto epico del miracolo del mare. E’ probabile che il cinema coi suoi effetti speciali abbia abituato molti di noi ad un’immagine mentale dei fatti grandiosa, non priva di una sua evidenza. Al contrario, il testo non permette di ricostruire quanto è accaduto con chiarezza. Che cosa è successo veramente?

La divisione del mare è attribuita ad un gesto di Mosè e ad un vento orientale. Si parla poi di spostamenti della nube, dando l’impressione che gli egiziani siano stati bloccati da una tempesta (v.20), come, di fatto, può accadere nel deserto. Compare infine anche un angelo che va dall’avanguardia alla retroguardia dell’accampamento. L’impressione è che, come in altri racconti analoghi, il redattore si muova tra il dire e il non-dire, rasentando l’ineffabilità. Del resto chi esca da una situazione difficile di cui non si vedeva soluzione con la certezza di essere stati soccorsi dall’Alto, che cosa può mai narrare con certezza?

Ancora più difficile è ricostruire i movimenti dell’esercito egiziano il quale pare addirittura non conoscere il terreno e digiuno di tattica, tanto impetuoso quanto ingenuo. E’ abbastanza difficile, infatti, credere che la cavalleria egiziana, ovvero una delle maggiori potenze militari del mondo antico, potesse lanciarsi all’attacco di schiavi fuggitivi mettendo a repentaglio carri e cavalli quasi alla cieca.

Scopo del racconto, in realtà, è narrare una manifestazione divina. Dio è stato visto combattere nel Mare, secondo la solenne affermazione di Mosè (vv.13-14), quand’anche, di partenza, ci fosse stato un qualche fenomeno naturale che, come tale, è inutile cercare di ricostruire. Chi ha scritto non si preoccupa di raccontare fatti in maniera asettica, bensì di guardare la storia come rivelazione di Dio. E’ perciò necessario, per capire, leggere tenendo conto delle intenzionalità che lo hanno guidato nella composizione.

Di per sé questo è un criterio che va sempre tenuto presente quando ci si dedica alle Scritture: non possiamo chiedere ad un testo quel che non vuol dare. Noi forse, dovendo scrivere una specie di resoconto di un fatto analogo, avremmo operato altre scelte e, soprattutto, optato per una sorta di coerenza dei fatti. Ma il nostro redattore aveva in mente, in realtà, un fatto solo, di là dai dettagli plausibili o meno, e cioè che è stato Dio a decidere di salvare il suo popolo, nonostante i suoi tentennamenti, e che egli si mantiene coerente con la propria decisione: questo dovrà fondare la fede/fiducia di tutte le generazioni future degli israeliti.

La fede d’Israele non potrà mai prescindere da questa remota e misteriosa esperienza di liberazione: la tradizione tanto esegetica che liturgica, dallo stesso A.T. e comprendendo il N.T., non farà che riprenderla e riparlarne in continuazione. Essa è parte integrante anche della nostra esperienza di fede. Se da una parte ci affascina l’epos che pervade il racconto, non dovremo scordare che per i cristiani il battesimo è un essere immerso nelle acque della morte di Cristo per risorgere con lui alla vita, come Israele ha affrontato il duro passaggio del Mar delle Canne.

Capitolo 15, 1-21

Con questo capitolo meditiamo una delle composizioni poetiche più belle e interessanti dell’A.T.: essa compare parecchie volte anche nella nostra Liturgia delle Ore, ha una lunga storia all’interno della stessa Scrittura; e la tradizione ebraica, recepita dai padri della Chiesa a cominciare da Origene, la considera uno dei dieci canti più alti dell’A.T., talché le ha dedicato diversi commenti.

E’ bene, prima di iniziare, leggere attentamente il canto. Si tratta di uno dei tanti salmi fuori del Salterio che compaiono nell’A.T., perciò lo mediteremo con i criteri che si usano in genere per i salmi. Vediamo, prima di tutto, il genere letterario.

E’ un inno : inizia, infatti, con un verbo che dichiara la volontà di lodare Dio (canterò o voglio cantare), che è dunque un implicito invito alla lode per chi ascolta, seguito dalla motivazione della lode (perché trionfando trionfò).

Il suo nucleo originario è dato probabilmente da quest’acclamazione iniziale, che al v.21 riappare come semplice ritornello; da essa si sarebbe sviluppato il resto dell’inno, che evoca il miracolo del mare, ma presenta anche, come già avvenuto, il passaggio del popolo per la regione che deve attraversare per entrare nella terra giurata ai padri e il successivo ingresso.

D’altra parte chi ha seguito le precedenti meditazioni sa ormai che ogni pagina dell’Esodo è un intrecciarsi di documenti e redazioni, mentre il nostro inno se ne sta un po’ solitario, non risente di mani diverse, pur presentando come già accaduto un fatto che deve ancora avvenire.

Potremmo allora concludere che dall’acclamazione originaria si è sviluppato il resto della cantica, risalendo almeno all’epoca dei re, poiché vi si parla del tempio (v.17), e forse, più precisamente, all’epoca d’Isaia, se si guarda all’uso d’alcuni verbi.

La cantica arriva, in senso stretto, sino al v.18, e al suo interno possiamo individuare tre momenti:

  • vv.1-3 introduzione innica col tema dominante della vittoria e della signoria di YHWH;
  • vv.4-12 sconfitta del Faraone con l’acqua come elemento dominante;
  • vv.13-18 passaggio del popolo d’Israele.

Vediamo gli elementi principali di ciascuno.

Nel primo momento Dio è il protagonista assoluto. Anzi è il mio Dio, il Dio di mio Padre, il Dio del Roveto (Es.3,14): questi appellativi, assieme al nome proprio impronunziabile, eppure più volte ripetuto, YHWH, lo lasciano intendere.

Mosè qui recupera tutta la sua storia personale e quella del popolo a cui dà voce. La salvezza appena sperimentata sollecita la memoria e conduce contemporaneamente ad individuare un nome nuovo di Dio, che è ‘is’ milhama (v.3), “guerriero”.

Ad ogni impresa divina corrisponde infatti un nome: se quello rivelato nel Roveto resta centrale, quasi a titolo di compendio, di volta in volta, lungo la storia del popolo, esso è per così dire tradotto secondo l’esperienza di salvezza che si fa. E’ un po’ quello che accade nel N.T., quando si usa il termine “Padre” come nome proprio: un padre provvede e non necessariamente dà sempre ragione ai figli, ma corregge e difende, aspetta e sollecita, secondo i casi. Il volto è uno solo e può cambiare espressione secondo le circostanze e delle necessità, così anche il nome assume connotazioni diverse, s’incarna, secondo le situazioni.

Il secondo momento ci presenta invece la sconfitta del Faraone e la grande protagonista è l’acqua. E’ un’acqua simbolicamente cattiva, perché si identifica con la schiavitù: riuscire ad attraversarla equivale ad uscire dall’Egitto ed essere liberi. E’ cattiva perché uccide gli Egiziani che sono pur sempre figli di Dio; egli non si può rallegrare della loro morte, benché necessaria.

Eppure è un’acqua buona, perché il popolo che da essa emerge è riscattato o creato nuovamente da Dio, come vedremo più avanti.

L’esperienza del passaggio del mare equivale infatti per Israele a vincere un nemico storico e, insieme, le forze della creazione che sfuggono all’umano controllo: entrambi questi avversari cedono a Dio; questo è per Israele un nascere nuovo, un vero e proprio battesimo, come l’apostolo Paolo aveva ben intuito.

Ossia è il sacramento della sua salvezza.

Per contro gli Egiziani paiono qui la cifra di qualsivoglia avversario che si sia affacciato alla storia d’Israele con intenti distruttori. Essi hanno un progetto che enunciano con sei verbi d’azione (v.9): “sei”, quindi un progetto malvagio che non arriva però a compiutezza, giacché Dio impedisce loro di passare ai fatti.

Nel terzo momento YHWH assume il ruolo di guida del popolo, che deve, dopo il mare, attraversare territori in cui vivono re e popoli ostili: anche questi sono nemici tradizionali (Edomiti, Moabiti: gli Edomiti in particolare erano alleati dei babilonesi all’epoca della distruzione di Gerusalemme nel 587).

Il popolo tuttavia passa, e troviamo qui, al v.16, un verbo molto importante: qnh che significa “riscattare”, “acquistare” (ancora adesso in ebraico liqnot è il verbo che si usa nei negozi per “comprare”), ma che significa anche “creare”.

Il popolo che sta passando non è più quello di prima: il passaggio del mare lo ha fatto rinascere. L’atto redentivo compiuto dal Signore libera e, liberando, rende creature nuove. Il popolo dunque sfila sereno, quasi fosse una parata e non un cammino irto di ostacoli come vedremo già pochi versetti dopo, appena la marcia riprende. Va verso l’eredità, il trono, il santuario del Signore che , alla fine della cantica ne torna ad essere il protagonista: egli è infatti la meta dell’itinerario di cui il passaggio del mare è stato il momento chiave.

Di lui si proclama la regalità eterna che Israele ha intravisto nella vittoria contro l’Egitto.

Se ora guardiamo indietro, al complesso dei capp.1-14, fino ad arrivare alla nostra cantica, notiamo che il testo è passato per tre registri ben armonizzati tra loro.

  • la narrazione, comprensiva di antefatto remoto, vita di Mosè, promessa della liberazione;
  • le disposizioni rituali per celebrare tale liberazione prima ancora che avvenga e nel futuro, nonché la sua concreta celebrazione;
  • il canto di lode e di ringraziamento che sgorga al momento della vittoria.

Nel complesso una pedagogia perfetta per la vita di fede che deve passare per la memoria, la lode spontanea.

Dicevo infatti all’inizio che il nucleo originario della cantica è il v.21, ossia il canto delle donne guidate dalla sorella di Mosè, in una scena abbastanza facile da immaginare per l’incisività con la quale è presentata.

Nella attuale sequenza di fatti e parole è Mosè a intonare la lode, ma questo non basta a spostare l’asse dalla spontaneità alla ritualità: sono i figli e le figlie di Israele ad agire la loro liturgia di ringraziamento.

http://www.adonaj.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 24/07/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

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