COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XVII Domenica Tempo ordinario (A) Commento

XVII Domenica Tempo ordinario (A)
Matteo 13, 44-55

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».

(Letture: Primo Libro dei Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-52)

XVIIaa

Gesù nel tesoro nascosto ci dà la certezza della felicità
Ermes Ronchi

Un contadino e un mercante trovano tesori. Accade a uno che, per caso, senza averlo programmato, tra rovi e sassi, su un campo non suo, resta folgorato dalla scoperta e dalla gioia. Accade a uno che invece, da intenditore appassionato e determinato, gira il mondo dietro il suo sogno.
Due modalità che sembrano contraddirsi, ma il Vangelo è liberante: l’incontro con Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti trovarlo o essere trovati da lui, sorpresi da una luce sulla via di Damasco, oppure da un Dio innamorato di normalità, che passa, come dice Teresa d’Avila, “fra le pentole della cucina”, che è nel tuo campo di ogni giorno, là dove vivi e lavori e ami, come un contadino paziente.
Tesoro e perla: nomi bellissimi che Gesù sceglie per dire la rivoluzione felice portata nella vita dal Vangelo. La fede è una forza vitale che ti cambia la vita. E la fa danzare.
«Trovato il tesoro, l’uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare: per cui vendere tutti gli averi non porta con sé nessun sentore di rinuncia (Gesù non chiede mai sacrifici quando parla del Regno), sembra piuttosto lo straripare di un futuro nuovo, di una gioiosa speranza.
Niente di quello di prima viene buttato via. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere di più. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno investito in un tesoro di speranza, di luce, di cuore.
I discepoli non hanno tutte le soluzioni in tasca, ma cercano. Lo stesso credere è un verbo dinamico, bisogna sempre muoversi, sempre cercare, proiettarsi, pescare; lavorare il campo, scoprire sempre, camminare sempre, tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche.
Mi piace accostare a queste parabole un episodio accaduto a uno studente di teologia, all’esame di pastorale. L’ultima domanda del professore lo spiazza: «come spiegheresti a un bambino di sei anni perché tu vai dietro a Cristo e al Vangelo?». Lo studente cerca risposte nell’alta teologia, usa paroloni, cita documenti, ma capisce che si sta incartando. Alla fine il professore fa: «digli così: lo faccio per essere felice!». È la promessa ultima delle due parabole del tesoro e della perla, che fanno fiorire la vita.
Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa dire che l’esito della storia sarà buono, comunque buono, nonostante tutto buono. Perché Qualcuno prepara tesori per noi, semina perle nel mare dell’esistenza.

Il tesoro di Gesù Cristo e del Regno 
Enzo Bianchi

Il vangelo di questa domenica ci presenta le ultime parabole raccolte da Matteo nel capitolo tredicesimo, detto appunto “discorso parabolico”. Come nelle precedenti parabole, Gesù non fa ricorso a idee astratte ma consegna delle immagini, affinché gli ascoltatori accolgano facilmente la parola, la conservino nel cuore e, ricordandola, la attualizzino nel loro quotidiano. Queste immagini mirano ancora una volta a far comprendere la dinamica del regno dei cieli, il modo in cui Dio può regnare ed effettivamente regna in quanti sono capaci di ritornare a lui, di convertirsi e di aderire alla buona notizia portata da Gesù Cristo.

Delle tre parabole odierne le prime due sono inseparabili, mentre la terza, a livello tematico, sembra una ripresa della parabola del buon grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30.36-43). Gesù dice innanzitutto: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. C’è un tesoro nascosto, dunque a lungo ignorato e sotterrato in un campo, certamente per proteggerlo da eventuali rapine: se però è stato nascosto, è per essere ritrovato al tempo opportuno. Il contadino che possiede quel campo disseppellisce il tesoro e, colto da grande stupore, agisce come un uomo accorto: subito nasconde nuovamente il tesoro, poi mette in vendita tutto ciò che possiede, valutato molto poco rispetto al tesoro scoperto. Con il denaro ricavato può dunque comprare quel campo, così da diventare proprietario anche di quel tesoro preziosissimo.

La parabola è semplice, comprensibilissima, perché “l’altra cosa” significata dal tesoro è proprio il regno dei cieli, l’unica realtà che giustifica la vendita di tutto ciò che si ha per poter prendere parte ad esso, come Gesù afferma più avanti, rivolto a un giovane ricco: “Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo. Poi vieni, seguimi!” (Mt 19,21). Allo stesso modo, qui Gesù rivela all’ascoltatore di allora, così come a noi oggi, che il regno di Dio è il tesoro che non ha prezzo e proprio per questo al fine di acquisirlo occorre spogliarsi di tutti gli averi, le ricchezze, le proprietà. Se infatti queste sono una presenza nella vita dell’essere umano e regnano su di lui, impediscono proprio a Dio di regnare (cf. Mt 6,24: “Non potete servire Dio e Mammona, l’idolo della ricchezza!”).

D’altronde, già nel discorso della montagna Gesù aveva avvertito con chiarezza: “Non accumulate tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore” (Mt 6,19-21). Chi vuole seguire Gesù e prendere parte al Regno veniente, deve spogliarsi di tutto ciò che ha, di ciò che nella vita umana è assicurazione e garanzia. Questo lo si può fare se si comprende il mistero del regno dei cieli affidato proprio ai discepoli (cf. Mt 13,11) e se si resta consapevoli di portare questo tesoro in vasi di creta, mostrando così che esso viene da Dio e non da noi stessi (cf. 2Cor 4,7).

Qualcosa di analogo accade anche a un mercante, che nell’esercizio del suo mestiere un giorno scopre una perla di grandissimo valore. Da mercante qual è, si esercita anche alla ricerca di perle preziose, ma pure lui è sorpreso e stupito quando trova questa perla unica. Come fare per possederla? Vende tutti i suoi averi e la compra, perché ai suoi occhi essa ha un valore inestimabile: vale la pane vendere tutto, sacrificare tutto per questa realtà scoperta e valutata come incomparabile. Entrambe le parabole hanno come veri protagonisti gli oggetti, il tesoro e la perla, che si impadroniscono dei due uomini, li afferrano e causano le loro azioni. Nello stesso tempo, per l’appunto, entrambe mettono l’accento sulle azioni, cioè sulla risposta umana di fronte al dono incommensurabile del regno dei cieli.

Sì, siamo di fronte al radicalismo evangelico di Gesù, che ci chiede di spogliarci per accogliere il Regno. E si faccia attenzione: non si tratta di spogliarsi solo all’inizio della sequela, una volta per tutte, ma di rinnovare ogni giorno questa rinuncia, in situazioni diverse e in diverse tappe della vita. Durante il cammino della vita, infatti, anche se all’inizio ci siamo spogliati di ciò che avevamo, riceviamo ancora tante cose e ne acquistiamo di altre. Quella dell’avere, la libido possidendi, è una minaccia che sempre si oppone alla signoria del regno di Dio sulla nostra vita. Per questo con molta sapienza un padre del deserto, abba Pambo, ammoniva: “Dobbiamo esercitarci a spogliarci di ciò che abbiamo fino alla morte, quando ci sarà chiesto di dire ‘amen’ allo spogliarci della nostra stessa vita”.

Questa esigenza radicale ci fa paura, forse oggi più che mai, immersi come siamo nella società del benessere; ma se comprendiamo il dono del Regno, la gioia della buona notizia che è il Vangelo, allora diventa possibile viverla, proprio in virtù della grazia che ci attira e ci fa compiere ciò che non vorremmo e non saremmo capaci di realizzare con le sole nostre forze. Allora potremo dire, insieme all’Apostolo Paolo: “A causa di Cristo … ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui” (Fil 3,7-9). E tutto questo – non va dimenticato – può essere compiuto solo animati dalla gioia, quella di cui Gesù ci parla esplicitamente a proposito del contadino. Chi segue Gesù, dunque, non dice: “Ho lasciato”, ma: “Ho trovato un tesoro”; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. In ultima analisi, infatti, la misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose (che se mai ne è una conseguenza): una vera sequela si fa spinti dalla gioia!

La terza parabola narra di “una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così”, spiega Gesù, “sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti”. C’è un tempo per pescare e un tempo per valutare le diverse qualità di pesci finiti nella rete. Vi sono pesci buoni e pesci cattivi, come nella comunità cristiana, composta di uomini e donne “pescati” attraverso l’annuncio del Vangelo (cf. Mt 4,19) e riuniti in una comunità che non può essere soltanto di puri e giusti. Ma verrà il giorno del giudizio, e allora vi sarà il discernimento: sarà l’ora della separazione tra quelli che parteciperanno in pienezza al Regno e quelli che, avendo scelto la morte, la gusteranno…

Questa immagine ci spaventa e non vorremmo trovarla tra le parole di Gesù: facciamo fatica a pensarla come Vangelo, come buona notizia. Ma mediante quest’ultima parabola Gesù vuole darci un avvertimento: egli non destina nessuno alla morte eterna, ma mette in guardia, perché sa che il giudizio dovrà esserci. Sarà nella misericordia ma ci sarà, come confessiamo nel Credo: “Il Signore Gesù Cristo … verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine”. D’altronde, rifiutare il dono del Regno non può equivalere ad accoglierlo: è dono, è grazia, è amore!

A conclusione del lungo discorso, Matteo registra un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli:
Avete compreso tutte queste cose?
Gli risposero: “Sì”.
Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

Chi comprende queste parabole di Gesù è come uno scriba che, diventato discepolo di Gesù, possiede un grande tesoro: il tesoro della sapienza (cf. Sap 8,17-18; Pr 2,1-6), tesoro inestimabile e inesauribile (cf. Sap 7,14). Se un discepolo è consapevole di questo tesoro, per dono di Dio può estrarre da esso cose nuove e cose antiche, perché riconosce in ogni parola dell’Antico e del Nuovo Testamento “Gesù Cristo, Sapienza di Dio” (1Cor 1,24). “In Cristo”, infatti, “sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio” (Col 2,3). Si tratta semplicemente di ribadire questo, di esserne convinti, di non stancarsi di attingere a questo tesoro giorno dopo giorno. È infatti al tesoro di Gesù Cristo, al tesoro che è Gesù Cristo, che ci riconduce ogni nostra ricerca: più passa il tempo, più ci rendiamo conto che è sempre a lui che ritorniamo per confrontare i nostri piccoli passi nell’acquisizione della sapienza. È lui la sua parola, il suo sentire, il suo vivere in noi che potenzia ogni nostro cammino. È lui che sempre di nuovo dice al nostro cuore: “Va’ al largo (cf. Lc 5,4), non stancarti di cercare (cf. Mt 7,7), apri i tuoi orizzonti, perché io sono sempre con te (cf. Mt 28,20)!”.


Gerrit Dou (su disegno di Rembrandt), Parabola del tesoro nascosto, 1630 circa, olio su legno, 70,5 x 90 cm, Museo di Belle Arti di Budapest

Gerrit Dou (su disegno di Rembrandt), Parabola del tesoro nascosto, 1630 circa

La tavola affiancata al vangelo di questa domenica rappresenta uno degli episodi narrati da Gesù: il ritrovamento del tesoro nel campo.

L’opera è stata compiuta negli anni in cui Rembrandt è all’apice della sua carriera artistica tanto da aver aperto una bottega nella sua città natale di Leyda a partire dal 1625. In questa bottega, al suo fianco, lavorerà Gerrit Dou al quale è attribuibile gran parte della tavola. Di certo sono di mano di Dou gli oggetti che compongono il tesoro e la pianta finemente dettagliata in basso a sinistra (negli ovali azzurri tratteggiati). La scelta della composizione del soggetto della parabola è certamente di Rembrandt che sovraintendeva a tutte le commissioni che arrivavano in bottega.

Composizione della tavola

La composizione del quadro è giocata sul passaggio dalla zona in piena ombra di destra all’ampio e luminoso orizzonte a sinistra. L’occhio è guidato da una serie di linee che costruiscono la composizione. Alcune segnano proprio il passaggio ombra-luce (in rosso), altre invece aprono verso l’orizzonte (in verde). La linea formata dal manico della pala utilizzata dall’uomo porta il nostro sguardo verso la torre campanaria di una chiesa in basso nella vallata, a indicare la fede che guida la vita, in questo caso viene evocato il suono delle campane che segna il ritmo della campagna.

L’elemento principale della tavola è nello sguardo dell’uomo. Non è rivolto verso il tesoro bramandolo, non è rivolto nemmeno verso i due contadini in basso (nel cerchio bianco tratteggiato) come possibili rivali nella conquista del tesoro, ma è rivolto verso qualcosa che è al di là del quadro, che noi non possiamo cogliere, ma solo immaginare.

Questo è il significato della parabola che Gesù narra: il Regno di Dio, ciò che è al di là dell’ampio orizzonte alle spalle dell’uomo, è il vero senso di questa rappresentazione. Pur avendo una fortuna ai suoi piedi, quest’uomo riporta l’osservatore all’essenzialità del messaggio: cercare il Regno. Come esprime fratel Enzo nel suo commento: “Chi segue Gesù, dunque, non dice: Ho lasciato, ma: Ho trovato un tesoro; non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. La misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose (che se mai ne è una conseguenza): una vera sequela si fa spinti dalla gioia!”

a cura di fratel Elia
http://www.monasterodibose.it

L’insperato del Vangelo
Antonio Savone

Avete compreso tutte queste cose?
 È la domanda che affiora sulle labbra di Gesù nell’intimità della casa dove vede radunati attorno a sé i suoi discepoli. Di fronte a loro Gesù apre il suo cuore invitandoli a prendere coscienza della fortuna che è loro capitata nell’averlo incontrato.

Avete compreso? domanda Gesù. In realtà il verbo significa molto di più: siete capaci di stabilire connessioni nuove – finora insospettate – nella vostra vita? Siete in grado di gustare – ecco la sapienza di cui fa richiesta Salomone: questa, infatti, non è legata a una capacità intellettiva ma alla possibilità di sentire il sapore delle cose – ciò di cui siete protagonisti? Come a dire: vi rendete conto?

Intravvedere connessioni nuove gustando la vita: ecco il senso della vita cristiana che arriva a mettere in gioco tutto pur di non perdere questa occasione, questa opportunità. Come di fronte a un tesoro, come di fronte a una perla di grande valore.

Tesoro prezioso, infatti, fare esperienza di un Padre che porta scritto il mio nome sul palmo della sua mano. Perla di grande valore sapere che Dio ti si è fatto vicino e che davanti ai suoi occhi io valgo il dono del Figlio suo. Questa è la vita eternala vita piena, dirà Gesù nel vangelo di Gv –: conoscere te e colui che hai mandato. Il senso della vita: sapere di fronte a quale Dio stai.

Tesoro prezioso sapere che la mia vita è disseminata di possibilità nuove, perla di grande valore accogliere un Dio di fronte al quale io non sono mai equiparabile al male compiuto ma al bene che ancora posso far fiorire.

Tesoro prezioso sapere che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Perla di grande valore sapere che da sempre sono conosciuto da Dio e chiamato a diventare conforme all’immagine del Figlio suo. Io, come il Figlio Gesù.

Tesoro prezioso, perla di grande valore riconoscere che anche la mia vita è raggiunta da un e-vangelo, da questa lieta notizia.

Avete compreso tutte queste cose?
Una domanda che travalicando i tempi raggiunge anche noi e ci fa misurare come annaspiamo, balbettiamo. Linguaggio poco conosciuto, infatti, quello del cristianesimo (solo il cristianesimo o non addirittura la vita stessa?) come scoperta di un tesoro e motivo di gioia. Abbiamo talmente posto l’accento su un cristianesimo di rinunce che abbiamo finito per perdere di vista la grazia di avere incontrato il vangelo. Continuiamo a proporre gesti da compiere senza mai introdurre le persone nella grazia che rappresenta l’incontro con il Signore Gesù.

Un cristianesimo per dovere che finisce per produrre uomini e donne rassegnati, mai attraversati da un brivido o da una passione. Ciò che rivela, infatti, la preziosità di una esperienza o di una persona incontrata è la gioia che suscita in noi. Che cosa c’è di prezioso nella mia vita?

Eccoci allora confrontati con due figure che con il loro modo di agire ci fanno comprendere cosa significa per la loro esistenza la scoperta di cui fanno esperienza. Due uomini che nel loro lavoro quotidiano – uno fa il contadino, l’altro il mercante – trovano qualcosa di insperato. Due uomini anzitutto capaci di attenzione, di consapevolezza. Per nessun altro merito trovano quel che trovano. Voce del verbo accorgersi. Si accorgono, infatti, di un qualcosa che è in mezzo ad altre cose. Non diverso doveva essere quel campo da tutti gli altri. Quanti tesori disseminati in quei campi comuni che sono le nostre esistenze! Mancano, però, occhi capaci di attenzione. Non così per quei due uomini. E così osano anche a costo di essere ridicolizzati. È la gioia provata dalla scoperta che mette in moto questi due. È la gioia di una esperienza che fa scegliere e, se è il caso, rinunciare. La gioia, l’unico metro per misurare la validità di una scelta. E la gioia, si sa, la si legge nel volto.

Un tesoro da scoprire, una perla da trovare. Come a dire: non va inventato, ma solo riconosciuto. C’è già. Per questo è necessario fare nostra la preghiera di Salomone: dammi un cuore docile, capace cioè di lasciarsi istruire. Il dono della sapienza: che consiste appunto nel conciliare ciò che a prima vista appare inconciliabile, nel riconoscere che il regno di Dio è in mezzo a noi, nello scoprire che anche in quel campo incolto che a volte può apparire la mia vita, c’è nascosto qualcosa di prezioso. Dio viene, è già all’opera, anche qui, anche ora. Ciò che manca è la capacità di riconoscerlo, il dono del discernimento.

Sapienza è riconoscere la preziosità di questo tempo visitato da Dio aprendosi alla sorpresa di una rete che raccoglie un po’ di tutto e perciò va onorata la gradualità evitando l’impazienza degli zelanti.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/07/2017 da in Anno A, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica, Tempo ordinario con tag .

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