COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul libro dell’Esodo (14)

MOSE.jpg

Martedì e mercoledì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Il Libro dell’Esodo
Capitolo 33, 1-23

In questo capitolo continua la schermaglia tra Dio e Mosè, cui abbiamo assistito in Es.32, fin dall’inizio (vv.1-6). Essa sembra risolversi solo verso metà (v.12ss), finché, alla fine, Mosè giocherà addirittura al rialzo chiedendo al suo sempre invisibile interlocutore di rinunciare alla propria invisibilità.

Come in Es.32, dal punto di vista delle fonti e della redazione compaiono anche qui mani diverse (per es. è facilmente avvertibile che i vv.1-7, pur essendo bene integrati nel testo, possono avere una provenienza diversa dal resto).

Secondo il solito, cercheremo di soffermarci su alcuni elementi espressivi. Intanto individuiamo, schematicamente, i tre momenti fondamentali in parte già accennati:

  • vv. 1-6 ripresa da Esodo 32;
  • vv. 7-11 la tenda dell’incontro;
  • vv. 12-13 la faccia dell’Invisibile.

Nel primo momento (vv.1-6) Dio tiene ancora le distanze anche nel suo modo di parlare: attribuisce a Mosè, infatti, l’uscita dall’Egitto come in Es.32,7; nello stesso tempo non rinnega il giuramento ai patriarchi né di combattere per il popolo all’ingresso nella terra. Rifiuta però la propria compagnia nel viaggio. (…)

Estraniato rispetto al popolo, il Signore mantiene un ben diverso contatto con Mosè.

I vv.8-11 ci presentano i termini di questa relazione.

Il popolo non è ammesso ad un rapporto diretto, ma deve limitarsi a “cercare” Dio attraverso Mosè (v.7), inoltre gli è concesso un segno, la Colonna di Nube, che abbiamo già visto come guida nel deserto.

Mosè gode invece di un incontro intimo, amicale, di grande confidenza (v.11): questo significa infatti “a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro”.

Il testo non vuol dire che il Signore rinunci con Mosè alla propria invisibilità, il termine “a faccia a faccia” significa “di fronte a” (lo stesso termine che indica il “volto” può infatti essere usato anche in senso avverbiale). Del resto si può anche stare l’uno di fronte all’altro e in relazione intima senza vedersi. L’intento del redattore è porre l’accento come lo stesso Signore che si è estraniato dal popolo, ha però mantenuto una relazione strettissima con Mosè. Infine il termine “amico” (re’ah), che si potrebbe anche tradurre “prossimo” ha a che fare con la stessa radice del termine ro’eh “pastore”, già attribuito a Mosè in Es.3,1. Il re’ah è colui con cui si condivide il pascolo, si mangia assieme, si ha comunità di vita.

Troviamo conferma di questa insopprimibile invisibilità del Signore nel terzo momento del nostro capitolo. I versetti finali (12-13) paiono abbastanza intricati. Si possono però individuare gli elementi fondamentali.

Come abbiamo detto all’inizio infatti, Mosè sembra qui approfittare dell’intimità concessagli per giocare al rialzo a favore del popolo e anche per sé.

Con lo stile dell’autentico diplomatico egli non attacca però il problema direttamente, ma riprende i termini della sua precedente intercessione, insistendo sul fatto che il popolo possa avere la compagnia del Signore nel suo viaggio.

Notiamo che la partenza e l’itinerario sono sempre individuati come una “salita” o un “salire” (vv.1.3.5.12…), secondo la terminologia che poi la tradizione rabbinica ha consolidato: da fuori, in terra d’Israele si può solo “salire” infatti e, dall’interno del paese si “sale” a Gerusalemme. Tale terminologia, che ha un’origine fisica e concreta (Gerusalemme è in collina), indicherà poi la necessità di vedere il viaggio verso la terra data dal Signore e verso la città santa come una vera e propria ascesi spirituale.

Mosè dunque non conosce la strada e chiede al Signore di far da guida personalmente alla carovana in forza di due principi: confermare che egli davvero gode dell’amicizia divina e che il popolo è tuttora di Dio, nonostante tutto.

Notate che Mosè non mette in dubbio alcuna delle due cose. Resta perciò problematico il v.15, tanto che qualche commentatore considera interrogativo il v.14 (“Forse che io camminerò con voi e darò riposo a te?”). La trattativa sembra però, stando al v.17, concludersi positivamente.

A questo punto Mosè alza ancora la posta della sua trattativa, e al v.18 gli sentiamo chiedere ancora una maggiore intimità. Il termine “Gloria” è tipico del linguaggio sacerdotale che lo associa alla nube e al fumo della teofania (ricordate, per es., il racconto della vocazione di Isaia in Is.6,1ss): dunque Mosè, in un certo modo, chiede di penetrare nella Nube e di vedere oltre. La risposta divina è un’affermazione di libertà, benché detta in termini indiretti, ma il Signore reclama la sua invisibilità. In termini altrettanto indiretti, offre però la massima rivelazione del suo essere:

v.19 E disse: lo stesso farò passare tutto il mio bene davanti a te e griderò il nome di YHWH davanti a te; e farò grazia a chi farò grazia e avrò pietà di chi avrò pietà.

Riprende infatti la rivelazione del proprio nome già fatta a Mosè sullo stesso monte (Es.3,14), ma accentuando il termine della bontà, della grazia e della pietà. Il Dio provvidente dei Padri è colui che “si china” (è questo il senso del verbo che noi traduciamo “far grazia”), è cioè colui che è favorevole, incline, benevolo, pietoso; il complesso dei termini di questo versetto insiste su questa “bontà” con la quale egli intende manifestarsi ancora e sempre al suo popolo, per quanto esso sia indocile e disobbediente.

A Mosè è dunque concessa, in particolare, la rivelazione del Nome come un tempo, e, con essa, di essere confermato nella percezione della bontà del Dio del Roveto e del dono della Torah.

Non gli è concesso di vedere. Ne va della sua stessa vita. D’altra parte ciò che è veramente importante oramai lo sa. Conosce ben di più che un volto: conosce intenzioni, modo di pensare e di essere divini.

La prima conclusione da trarre, per noi, dunque, può essere questa: si conosce di più di una persona se essa si manifesta in opere e parole (come il redattore di Luca-Atti per Gesù), che per il fatto di vederne il volto. Dovremo imparare a far attenzione a quel che il Signore da e insegna, se vogliamo davvero “vederlo”.

La seconda è che questi pochi versetti dovrebbero finalmente cancellare un antico pregiudizio che fa pensare a molti che nell’A.T. ci sia presentato un Dio, a dir poco, severo, a differenza del mite Gesù del Nuovo Testamento. Vediamo bene da qui che la percezione di Dio come infinita bontà, pazienza, condiscendenza risale a parecchio più indietro.

Anzi questo è proprio ciò che gli studiosi chiamano l’orizzonte ermeneutico dell’Esodo dall’inizio alla fine: Dio è provvidente e buono, presente e vicino, pronto ad esercitare la sua potestas a favore dei poveri.

Anche un testo così antico e apparentemente disordinato può essere perciò per noi fonte di sorprese e di conversione.

Capitolo 34, 1-35

Ancora una volta abbiamo di fronte un capitolo complesso, in cui compaiono temi e motivi già visti, almeno in parte, e variamente intersecati.

La prima impressione è perciò quella di trovarsi di fronte ad una serie di doppioni. Es.34 è del resto e in buona sostanza, la versione di fonte “Y” del racconto già noto da Es.19-24 che proviene invece da fonte “E”: i temi fondamentali sono gli stessi: alleanza, fedeltà e idolatria, gelosia e unicità di Dio. (…)

Questi gli elementi essenziali del capitolo:

    • vv.1-4 dono delle nuove tavole dell’alleanza;
    • vv. 6-7 auto proclamazione di YHWH;
    • vv.10-13 una nuova alleanza;
    • vv.14-27 codice (decalogo) di prescrizioni rituali;
    • vv.29-35 ruolo e caratteristiche di Mosè.

Il capitolo si apre dunque (vv.1-4) con il dono di due nuove tavole di pietra: se le prime erano state tagliate da Dio (Es.24,12), tocca ora a Mosè provvedere.

Il passaggio è importante: infranta la prima alleanza con le sue tavole, il loro rinnovo prevede, per così dire, un maggiore impegno umano che, di fatto, è un’esigenza d’incarnazione.

Grazia e provvidenza non si sostituiscono infatti all’impegno umano, bensì lo reclamano. Spezzate perciò le tavole divine, spetta a Mosè tagliarne due nuove, anche se quanto vi è scritto verrà comunque dall’Alto: occorre che i due linguaggi, quello divino e quello umano, si incontrino e che Israele si assuma l’onere concreto dell’alleanza.

Certamente i vv.5-9 si collocano al centro del nostro interesse. In Es.33,23 Dio si è mostrato di spalle, ha in pratica fatto capire che, comunque non si può che “andare dietro” di lui, ciò che nel linguaggio del N.T. si chiama “sequela”.

Chi concretamente si deve seguire però? Quali sono le esigenze di questo Signore che chiede di essere seguito come un capo carovana, o, meglio, con quali criteri guida egli stesso la carovana del suo popolo?.

I vv.6-7 sono auto rivelazione funzionale di Dio, dicono in altre parole in qual modo egli sia presente nella storia del suo popolo e perciò come il suo popolo stesso debba regolarsi per vivere guardando le sue spalle, cioè alla sua sequela.

Di per sé il Nome del Signore poiché Dio provvidente è già stato rivelato fin dall’inizio dell’Esodo, ma, come abbiamo già notato, esso è poi esplicitato capitolo dopo capitolo, o attraverso la narrazione di quanto egli compie o attraverso altri nomi che lo ripresentano. In fondo potremmo pensare a questi versetti e, più in generale, all’intero libro dell’Esodo, come una sorta d’esegesi del Nome divino che Mosè ha conosciuto nell’incontro del Roveto.

Questa auto proclamazione, in particolare, è un testo liturgico composito, parallelo ad Es.33,19-23, che abbiamo già meditato precedentemente.

Il senso di questa rivelazione è però quello di una speciale compiutezza: non solo perché si tratta di tredici termini (ossia dodici , che è un numero simbolico indicante pienezza, più uno). Tutti e tredici insistono sulla pazienza e sulla misericordia, in forma diretta o indiretta, compresa la strana indicazione secondo cui egli colpisce la colpa dei padri nei loro discendenti.

Essa significa diverse cose.

Anzitutto che il peccato è e resta tale, quale che sia la dimensione della bontà divina, ed esige quindi sempre correzione, pentimento e conversione. Secondariamente che il Signore è paziente: se il diretto responsabile non capisce la correzione e non si converte, Dio sa aspettare sino alle generazioni che subentrano e che quindi hanno comunque il modo di rendersi consapevoli della colpa. Infine che esiste una solidarietà verticale, tra le generazioni: il senso della storia e della memoria storica è anzi quello d’essere testimone e portatrice di tale solidarietà tra le generazioni, dalla quale nasce l’etica che identifica un popolo.

Alla rivelazione dei tredici nomi segue una nuova alleanza.

Primo segno concreto di quella pazienza divina che è appena stata rivelata, essa altro non è che una delle tante rinnovazioni di cui la storia del popolo di Dio è costellata. Se noi infatti non siamo capaci di fedeltà, Egli, al contrario, non può smentire ciò che ha appena detto e che dice di se stesso; continua perciò a riproporre un rapporto d’amicizia e di comunione.

Tale alleanza prevede ora le clausole (vv.14-17) soprattutto di carattere rituale, il cui scopo è salvaguardare la purità del popolo tenendolo lontano da tutto ciò che potrebbe essere anche solo in sospetto d’idolatria.

Colpisce certamente in essa il termine “geloso”, presentato come una sorta di quattordicesimo nome divino (v.14: la nostra traduzione lo scrive con la lettera maiuscola). La traduzione dell’ebraico ‘el qanah potrebbe anche essere, come alcuni suggeriscono “esclusivo”, accentuando l’idea che il Dio del Roveto non accetta di coabitare o di condividere tempi e culto con altre divinità, non accetta cioè che ci sia “un altro dio davanti alla sua faccia”.

Al centro di tutto sta una metafora matrimoniale: Israele e il Signore hanno contratto un matrimonio legittimo. Qualsiasi relazione con un’altra divinità è da considerare perciò come un adulterio o una prostituzione.

Questa tematica avrà ampio seguito nell’A.T., specialmente in alcuni profeti, e poi nella tradizione tanto ebraica quanto cristiana.

Che ruolo assume a questo punto Mosè dentro questo matrimonio?

Il capitolo si conclude con una specie d’appendice di fonte sacerdotale (vv.29-35) dalla quale apprendiamo come egli fosse e che cosa facesse al suo ritorno dall’incontro con il Signore sul monte.

Il particolare più noto, che ha influenzato ampiamente anche l’iconografia lungo i secoli, è quello dello splendore del volto.

Nelle religioni primitive allorché un sacerdote è in relazione diretta con la divinità si copre il volto, per lo più con una maschera rituale. Qui accade il contrario: Mosè si vela quando non ha alcuna funzione o quando ha terminato di esercitarla (v.33) e si scopre quando parla con Dio e riferisce al popolo.

Il fatto che qui si parli di un velo evoca la cortina del tempio e quindi un elemento che entra nel culto molto tempo dopo.

Quanto allo “splendore” del volto di Mosè, San Gerolamo lo interpreta come “corna” di luce in base ad un’antica versione greca dell’A.T., dando così origine a tutte le immagini in cui la guida del popolo appare con due protuberanze sulla fronte, la più famosa delle quali è forse quella di Michelangelo.

Se però badiamo al senso letterale non potremmo concludere nulla di speciale. Il testo ebraico fa pensare solo ad un volto “luminoso” o “splendente” perché simbolicamente, rivela la Gloria che pure ha visto solo di spalle.

Dovremo accontentarci di un significato incerto e parziale.

Possiamo tratteggiare invece alcune delle caratteristiche di Mosè a partire, in particolare, da quanto abbiamo riflettuto in questi due ultimi capitoli. Nell’A.T. gli si è attribuito in particolare il titolo di “servo del Signore” ( ‘ebed YHWH): paradossalmente il principe egiziano che ha rinunciato alle prerogative dinastiche ha scoperto la grande dignità del servizio di Dio e del popolo. “Servo del Signore” è un titolo che investe, prima ancora che la fedeltà o la sottomissione, il culto e la preghiera.

Mosè è infatti colui che vive in forza della propria missione per Israele e per Israele intercede, come abbiamo visto, rinunciando ad un destino personale, alla discendenza, al prestigio, a tutto quello, in breve, che rende appetibili il lavoro e l’impegno.

Non ci è sempre facile pensare alla vita di servizio nei termini di un tale spogliamento. Mosè non è infatti un ingenuo ottimista per il quale la fede coincide con l’idea che, comunque, si troverà una soluzione; al contrario è ben consapevole dell’indocilità endemica del popolo (v.8), eppure si identifica con esso in un “noi” strettamente solidale senza misurare responsabilità e colpe.

Potremmo parlare di un’immagine di servizio “integrale”, rispetto al quale Mosè non si ritaglia spazi privati o carriere o futuro. L’idea di servizio culmina certamente nel gesto liturgico e scaturisce da esso, tuttavia investe tutti i momenti della vita sino al futuro più lontano.

Mosè non entrerà nella terra verso la quale ha guidato il suo popolo, per la quale ha pregato e sofferto. Nel racconto della sua morte si dice solo che la guarda dalla vetta del monte Nebo, nell’attuale Giordania. Secondo il diritto antico il “guardare dall’alto” era un modo per prendere legittimamente possesso di un territorio. Tuttavia il fatto che egli resti sulla soglia dice ancora un aspetto del “servizio”: la promessa divina contiene già il suo compimento e per un autentico servo la responsabilità del lavoro è premio a se stessa.

http://www.adonaj.it/



Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 31/07/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.361 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
luglio: 2017
L M M G V S D
« Giu   Ago »
 12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
31  

  • 146,479 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Aborto Advent Advento Africa Afrique Alegria Ambiente America Amor Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Asia Bibi Ateismo Avent Avvento Bellezza Benedetto XVI Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Bruno Forte Capitalismo Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Cinema Colombia Confessione Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cristãos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dialogue Dio Diritti umani Domenica del Tempo ordinario (A) Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enciclica Enzo Bianchi Epifania Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Fame Famiglia Famille Family Família Fede Fondamentalismo France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giovedì Santo Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Italia Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio della Domenica - A Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libia Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Litany of Loreto Litany of Mary Livre de la Genèse Livro do Gênesis Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Mission Missione Morte México Natale Nigeria Noël October Oração Pace Padre nostro Padri del Deserto Paix Pakistan Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paraguay Paul VI Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione anti-cristiani Persecuzione dei cristiani Pittura Pobres Pobreza Politica Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Sacramento della Misericordia Santità Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Solidarietà Spiritualità Stati Uniti Sud Sudan Synod Terrorismo Terrorismo islamico Testimoni Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Viaggio apostolico Violenza Virgin Mary Von Balthasar
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: