COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul libro dell’Esodo (15)

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Giovedì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Il Libro dell’Esodo
Capitoli 39, 33-43 e 40, 1-38

Siamo alla fine del nostro lungo cammino insieme al popolo dell’Esodo, del pellegrinaggio dentro la storia. E’ stato un viaggio lungo due direttrici contemporaneamente: all’interno del Libro dell’Esodo, prima di tutto, ricostruendo tappe e momenti della liberazione d’Israele dall’Egitto; e poi nella nostra vita quotidiana avendo questo Libro come guida e conforto.

Sono convinto che leggere e rileggere queste antiche storie, pur con tutta la difficoltà che ciò comporta, significa acquisire a poco a poco un modo di guardare i fatti della vita, per imparare ad interpretarli e quindi a vivere.

Con questi capitoli meditiamo la conclusione del Libro dell’Esodo, rammentando però che, con questo, non finiscono per noi né il viaggio né l’impegno di farci accompagnare in esso, giorno per giorno, dalla parola del Signore.

Rispetto al testo riflettuto precedentemente, dovremo leggere per conto nostro alcuni capitoli che non possiamo vedere insieme (Es.36,7-39,32)

Iniziamo ricordando cosa è successo.

Dopo avere ricevuto le istruzioni dall’Alto per costruire il proprio santuario, Israele ha intrapreso l’attuazione del progetto divino.

Con la conclusione di quest’opera, si chiude anche il Libro.

Tuttavia non si conclude il viaggio. Per quanto importante sia, la costruzione del santuario non è che una tappa del cammino d’Israele. In fondo anche la terra verso cui gli israeliti sono diretti non è che una tappa della loro storia e il santuario che ora hanno edificato è solo il compagno di strada il segno visibile, in mezzo ad essi, che non sono soli nella loro migrazione, come non saranno soli nelle tappe successive della loro vita individuale e sociale.

L’Invisibile Dio, che tale non rinuncia mai ad essere, pone un segno della sua presenza in mezzo a loro, un segno che sia, al tempo stesso, luogo di riunione popolare e modo per riconoscere la propria identità come popolo.

Nel testo su cui riflettiamo ci sono quattro momenti principali, dei quali vedremo qualche dettaglio:

  • cap. 39,33-43 fine dei lavori per la costruzione del santuario e dei suoi arredi;
  • cap. 40,1-15 disposizioni divine per l’erezione del santuario;
  • cap. 40,16-33 erezione del santuario;
  • cap. 40,34-38 il mistero della Nube.

Il primo dettaglio è nel resoconto della consegna del lavoro finito a Mosè. Viene ripetuto l’elenco d’arredi e abiti, e si precisa che tutto era conforme alle istruzioni divine (39,33-42).

Il controllo, secondo la tradizione rabbinica, ha due scopi: verificare che il popolo abbia davvero obbedito alle indicazioni ricevute, ma anche che tutto quanto è stato raccolto è stato usato propriamente, senza lasciare spazio ad insinuazioni di appropriazioni indebite che riguardino lo stesso Mosè.

E’ ben vero, continua la stessa tradizione, che, quand’anche fosse girata la falsa accusa che Mosè si era appropriato di qualcosa, alla calunnia non c’è rimedio, neppure la trasparenza della gestione; tuttavia il controllo s’impone.

Mosè è infine contento.

Il suo atteggiamento richiama la soddisfazione divina una volta ultimata l’opera della creazione. Allora Dio, che nel creare certo non aveva avuto collaboratori, aveva benedetto il sabato (Gen.1,31; 2,3). Mosè invece può benedire gli israeliti che hanno offerto beni e lavoro in segno di compiacimento e di gioia.

Con la stessa puntigliosità riscontrata nei capitoli precedenti per i materiali e la costruzione del santuario, il Signore dà ora a Mosè opportune istruzioni per alzare la tenda/santuario.

Si comincia, come sempre, dalla data (40,2.17), fissata al primo giorno del primo mese del secondo anno dall’uscita dall’Egitto. E, come sempre, troviamo che il testo è speculare, ossia che alle istruzioni (40,1-15), corrisponde un’esecuzione conforme (40,16-33).

Tuttavia conviene notare che, nonostante l’abbondanza degli arredi e la puntigliosità del testo, in fondo non si tratta che di una tenda (miskan), luogo in cui il Signore “abita” come aveva abitato il Roveto (Dt.33,16).

Una dimora temporanea, quindi, per lui e, in ogni caso, dal carattere più provvisorio che mai. Caratteristica della tenda è essere aperta/alzata, poi chiusa/ripiegata. E’ una casa da usare nelle tappe di un viaggio; una casa che non ha nulla di stabile neppure di fronte alle intemperie. Sono cose che sappiamo: noi anzi cogliamo l’aspetto avventuroso o, al contrario, i disagi della vita in tenda; non così i beduini che possiedono una vera e propria tecnologia della loro casa-viaggio.

Secondo l’A.T., Dio ha una dimora riconoscibile, si tratta de “i cieli” (Sal.115,3), che è come dire “nessun luogo” identificabile. In poche parole egli è ovunque senza coincidere con nulla.

Può tuttavia decidere di dare un segno della sua presenza nel luogo che egli, in fondo, preferisce; questo luogo è in mezzo al suo popolo mentre il segno è la tenda o dimora.

Di fatto, nella fenomenologia religiosa dell’A.T. (e quindi nel N.T.) le persone sono notevolmente più importanti delle cose e dei luoghi, che sono “sacri” solo quando l’uomo li dichiara tali, perché vi riconosce una presenza/passaggio di Dio.

Altrimenti sono gli uomini, il suo popolo, il luogo sacro in cui Dio ama rendersi presente.

Nonostante l’acribia con cui la tenda, arredi, abiti e rituali sono descritti, fissati ed eseguiti, sono sempre beni “penultimi” rispetto alla vera abitazione del Signore tra e con il suo popolo. Ovviamente questo dovrebbe portarci a riflettere anche sulla consistenza delle nostre istituzioni: per quanto antiche, nobili e amate, non riscuotono l’interesse ultimo e definitivo di Colui che abita nei cieli e in mezzo al suo popolo.

Siamo di fatto noi-come-comunità che vive nell’ascolto e nell’obbedienza all’alleanza, più che come individui singoli, il luogo della sua dimora.

Infine, ultimo elemento espressivo con cui concludere il nostro viaggio, vediamo brevemente il tema della “Nube”, associata alla “gloria del Signore”, termine tipico del linguaggio sacerdotale.

La nube, con la cosiddetta colonna di fuoco, è una presenza misteriosa che ha accompagnato il popolo sin dalla partenza dall’Egitto, poi per il deserto, e ora si pone di nuovo alla testa della carovana, tappa dopo tappa.

Per cercare di cogliere il senso di quest’immagine della nube, dobbiamo ricordare, come ho già detto, che Dio abita nei cieli dai quali pare ovvio all’uomo antico (ma non a lui solo) che possa manifestarsi attraverso gli elementi della sua stessa creazione: la folgore, il tuono, il vento, l’uragano, la pioggia, la neve. Ovvero ogni evento meteorologico (“che viene dal cielo”) inusitato rispetto al solito clima.

In una regione in cui il sole è d’obbligo, le manifestazioni meteorologiche altre rispetto al sole evocano infatti qualcosa di divino o comunque qualcosa che è necessario interpretare e potrebbe essere un segno.

La nube di cui si parla è identificata dal termine ‘anan, quasi sempre riferito, nell’A.T., ad una nube che ha a che fare con una teofania, ossia con una manifestazione divina.

Se qualche volta troviamo il termine “colonna” è perché si traduce alla lettera la parola ugualmente araba ed ebraica ‘amud, che indica qualcosa che sta dritto in piedi come una colonna, ma anche, più semplicemente, qualcosa che permane e c’é.

Dal complesso dei testi (compresi quelli in cui la di nube si parla e che non abbiamo meditato), si vede che questa particolare nube è segno della venuta/presenza del Signore, guida il popolo nel cammino, è, al tempo stesso, tenebre-e-luce, nuvola-e-fuoco.

Proprio come la presenza di Dio nella storia, chiara e oscura ad un tempo, che deve essere continuamente cercata, colta nelle sue manifestazioni e interpretata.

La ‘anan è una nuvola temporalesca, che spaventa ed evoca una realtà non umana, come accade anche a noi per i grandi fenomeni naturali (terremoti, tifoni e simili), che ci colgono di sorpresa e suscitano in noi, pur razionalisti e moderni, il senso del luminoso, ossia il senso di forze sconosciute, incontrollabili, “forse” divine.

Talché a quest’immagine della nube, che percorre tutto l’A.T., accade come a ciò che non ci riesce a capire sino in fondo. La nube ci rimanda a quanto del mistero di Dio ed ella nostra vita è realmente in conoscibile.

A dire che siamo circondati dal mistero, non perché le cose siano incomprensibili in sé, ma perché ci sarebbe troppo da capire e da investigare e tutto, comunque, supera le nostre capacità.

Nel N.T., la lettera agli Ebrei (12,1ss) parla di una nuvola di testimoni che ci precede nel cammino della fede e della fedeltà. Se leggiamo Ebrei 11, vediamo che questi testimoni sono i grandi personaggi dell’A.T., quel che noi diremmo i santi.

Il nostro esodo quotidiano, in latri termini, per quanto faticoso, non è un cammino solitario: c’è chi ci ha preceduto sulla stesa strada e ci conforta che come essi hanno affrontato e vinto le difficoltà, anche per noi è possibile, nella sequela del Signore e nell’adesione alla sua alleanza.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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