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Trasfigurazione del Signore (A) Lectio

Trasfigurazione del Signore (A)
Matteo 17,1-9

trasfigurazione _Bose

Trasfigurazione – Monastero di Bose

Lectio

In questa liturgia domenicale dell’anno A collocata in pieno tempo estivo, la chiesa ci fa fare una sosta di “luce” più intensa, quasi che voglia ricordare a ciascuno di noi, il motivo del nostro esistere e morire dato che, conoscendo molto bene la nostra natura umana, quotidianamente ne smarriamo il senso e l’orientamento, in questa domenica infatti celebriamo la festa della Trasfigurazione.

v.17, 1: “Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte”.

Le datazioni nei Vangeli non hanno valore cronologico ma teologico perché vogliono rimandare a un significato più alto per sottolineare qualcosa di importante e che non riguarda una semplice scadenza temporale da calendario. Dobbiamo interrogarci sulla parola “dopo”, dopo che cosa? Un episodio non possiamo estrapolarlo dal contesto rischiando di fargli dire ciò che non dice, ma assumerne il significato osservandolo nel suo insieme.

Precedentemente a questo evento il Vangelo descrive uno scontro drammatico che Gesù ha avuto con il suoi discepoli e in particolare con Pietro al quale ha dovuto rivolgere l’epiteto di “Satana”! (cfr 16,23). Lo assimila cioè al tentatore e gli dice: “Vattene Satana!” (Mt 4,10). Pietro non accetta la dichiarazione di Gesù che presto sarà sconfitto e condannato a morte ma Gesù invita Pietro a mettersi dietro di lui.

La resistenza dei discepoli e di Pietro è determinata dalla loro tradizionale concezione culturale sulla venuta di un messia vittorioso e violento. Nella domanda che Gesù rivolge ai discepoli su ciò che la gente dice di lui riesce a farsi definire da Pietro non come “figlio di Davide” che riunì le tribù d’Israele mediante la violenza e lo spargimento di sangue ma a farsi riconoscere con queste parole: “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16), perfetta professione di fede.

L’episodio della trasfigurazione avviene dunque sei giorni dopo questo fatto dove Gesù ha parlato della sua morte e questa notizia agli orecchi dei discepoli suona come un fallimento totale. Essi non comprendono che Gesù ha una qualità di vita capace di superare la morte: per i discepoli la morte è la fine di tutto.

Quindi sei giorni dopo Gesù va su un alto monte con tre dei suoi discepoli, questo versetto è un richiamo al libro dell’esodo: “La gloria di Jahvè venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni: Al settimo giorno Jahvè chiamò Mosè dalla nube” (Es 24,16). Mentre Mosè sale sul monte Sinai per partecipare ad una manifestazione da parte di Dio, Gesù è l’autore stesso di questa manifestazione. Matteo ricalca la salita di Gesù sul monte alto, con quella di Mosè sul monte Sinai. Mosè sale sul Sinai accompagnato da tre personaggi: il fratello Aronne, Nadab e Abiu assieme ad altri settanta anziani di Israele (cfr. Es 24,1), Gesù sale accompagnato da Pietro (colui che ha chiamato poco prima “Satana” perché non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini), Giacomo e Giovanni.

L’indicazione del luogo non è geografica perciò non serve cercare su una cartina su quale monte sia avvenuta la trasfigurazione, se sul Tabor, sul monte Ermon o su un altro monte: l’evangelista non dà indicazioni geografiche, non è un avvenimento storico riscontrabile ma è un significato teologico da comprendere.

Gesù prende con sé Pietro e insieme a Giacomo e Giovanni, li porta su un monte alto per dimostrare che la vera condizione divina non si ottiene dominando, ma dando la vita agli altri.

v.2: “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. 

L’evangelista afferma che Gesù ha una metamorfosi – questo è il verbo usato in greco – durante la quale il suo volto brilla come il sole. Questa espressione “brillare come il sole” indica la pienezza della condizione divina; è un espediente letterario in cui Matteo vuole trasmetterci un messaggio molto importante e cioè che ogni persona attraversando la morte, non viene annientata ma piuttosto viene condotta al massimo del suo splendore. Con il dono di Cristo, noi siamo scrigni di una vita luminosa e indistruttibile. Gesù mostra dal vivo la condizione di colui che è resuscitato. Per una serie di cattive interpretazioni si è sempre pensato che la resurrezione sia solo quella che avverrà dopo la morte biologica ma non è così perché la resurrezione non riguarda il futuro ma il presente infatti lo stesso Paolo nelle sue lettere non dice mai che coloro che credono resusciteranno ma : “Noi che siamo già resuscitati” (cfr. Ef 2,6; Col 3,1), cioè colui che crede nel Cristo ha già da adesso la sua vita immersa nella potenza dell’amore di Dio e vive già da risorto, cioè ha in sé una vita indistruttibile.

v.3: “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”.

Mosè ed Elia conversano con Gesù. Queste due grandi figure dell’Antico Testamento rappresentano il passato d’Israele, in cui Dio ha concentrato le sue promesse, essi si rivolgono soltanto a Gesù.

v.4: Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Quando l’evangelista nel Vangelo non presenta Pietro con il nome di Simone ma di Pietro “il testa dura” è un espediente letterario attraverso cui Matteo sta avvisando che il nostro primo discepolo sta facendo qualcosa che è contrario all’insegnamento di Gesù. Con questa frase infatti Pietro si pone ancora come inciampo e scandalo cioè il suo agire continua ad essere secondo gli uomini e non secondo Dio. L’arrivo del Messia atteso si pensava che sarebbe avvenuto durante una delle feste più popolari e famose in Israele detta “festa delle capanne”. Una volta all’anno gli ebrei, in ricordo della liberazione dalla prigionia di Egitto dimorano sotto le capanne. Ancora una volta Pietro non sta facendo un servizio a Gesù ma lo sta tentando perché lo spinge a manifestarsi come il messia atteso della tradizione. Pietro nel nominare Elia e Mosè, non colloca Gesù al centro e questo è un indizio che rivela il tipo di idea che il nostro primo papa aveva su Gesù. In un trittico il centro è sempre il posto del personaggio più importante e qui al centro invece troviamo ancora Mosè che rappresenta la Legge. Pietro non riesce ancora a vedere la novità portata da Gesù.

v.5: “Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.”

È interessante notare che, mentre Pietro sta ancora parlando, una nube luminosa interrompe l’intervento fuori posto di Pietro. Sembra che il nostro pescatore di Galilea quando si mette a parlare venga interrotto, ciò accade anche negli Atti degli Apostoli infatti si legge: “Pietro stava ancora parlando, quando irruppe lo Spirito Santo” (At 10,44). Anche qui mentre egli sta parlando interviene Dio dicendo di ascoltare il suo Figlio, l’eletto e che Lui solo deve essere ascoltato. Ormai molte consuetudini e abitudini dell’Antico Testamento vengono superate o assunte in modo completamente nuovo dal Figlio amato in cui il Padre ha posto il suo compiacimento. Nella frase “lui ascoltate” ci viene indicato il significato dell’Antico Testamento: cioè tutto quello che è compatibile e conciliante con il messaggio di Gesù va accolto e praticato, quello invece che ci allontana o addirittura è in disaccordo con l’insegnamento di Gesù non va né accolto, né praticato.

v.6: “All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.”

Questo versetto lo troviamo solo nel Vangelo di Matteo. Giacomo e Giovanni condividono il modo di pensare di Pietro e questo lo possiamo rilevare dall’episodio in cui i due fratelli nonostante l’esperienza profonda e importante della trasfigurazione chiedono i posti di onore alla destra e alla sinistra del Signore tra lo sconcerto e il rincrescimento degli altri discepoli (cfr. Mt 20,20-23). Essi adesso cadono con la faccia a terra mentre vivono in presenza di una manifestazione divina profondamente coinvolgente e sconvolgente che ha la sua validità per sempre: “Lui ascoltate”.

v.7: Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”.

Il gesto di Gesù è lo stesso che lui adopera con gli infermi e con i morti per restituire loro vita. È interessante notare come Gesù non cacci mai i suoi discepoli anche quando sono per lui motivo di inciampo e occasione di tentazione, ma a ogni loro resistenza Gesù risponde con una ulteriore comunicazione di vita. L’invito di Gesù “alzatevi” viene ripetuto nel Getsemani al momento della sua cattura quando Gesù dirà: “Alzatevi, andiamo” (Mt 26,46) ma scrive tragicamente l’evangelista “tutti i discepoli abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26,56). I discepoli non sono ancora capaci di raggiungere la condizione divina passando attraverso il dono di sé e la morte, essi non comprendono e credono ancora che la morte sia il fallimento totale.

v.8: Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

Alzando gli occhi comprendono che solo Gesù devono seguire e nessun altro fosse anche un Legislatore importante come Mosè o un grande profeta come Elia. Scendendo dal monte Gesù ordina il silenzio e, a questi discepoli che sono ancora incapaci di seguirlo sulla croce, Gesù proibisce di parlare della loro esperienza perché non comprendono che la condizione divina passa attraverso la morte, attraverso il dono di sé.

Solo quando Gesù sarà morto e poi resuscitato i discepoli saranno in grado di annunciare la vita indistruttibile di cui siamo tutti eredi.

Maria Chiara Zulato
http://www.figliedellachiesa.org


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Questa voce è stata pubblicata il 03/08/2017 da in Anno A, Domenica e Festività, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia con tag .

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