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Newman e il sensus fidelium. La coscienza della Chiesa

Newman e il sensus fidelium. La coscienza della Chiesa

(Hermann Geissler) Nel 1859 John Henry Newman pubblicò un articolo intitolato «Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina». Poiché oggi si parla spesso del sensus fidelium, facendo riferimento anche al beato Newman, non pare superfluo presentare brevemente il contenuto di questo saggio.

Newman, basandosi sull’approfondito studio dei Padri, parte dal fatto che la tradizione apostolica è affidata alla Chiesa intera e che tutti i suoi organi e componenti hanno una specifica responsabilità per la sua salvaguardia e trasmissione. La tradizione si manifesta diversamente a seconda dei tempi: «Talvolta per bocca dell’episcopato, altre volte attraverso i dottori, altre ancora attraverso il popolo, le liturgie, i riti, le cerimonie, le dispute e tutti quegli eventi che vanno sotto il nome di storia». Da questo fatto Newman conclude che «nessuno dei canali di quella tradizione può essere trascurato», aggiungendo che «il dono di discernere, di discriminare, di definire e di promulgare una parte della tradizione risiede soltanto nella Ecclesia docens». Ogni persona è libera di sottolineare con maggiore enfasi l’una o l’altra parte di questa affermazione. Newman da parte sua dice di essere «personalmente incline a porre un forte accento sul consensus fidelium».

Questa visione è stata di aiuto a Newman per risolvere alcune difficoltà in merito alla questione dello sviluppo della dottrina cristiana. La tradizione della Chiesa, infatti, non è da intendere come trasmissione meccanica dei contenuti della fede, ma come processo vitale. Tale processo è oggettivamente verificabile attraverso le testimonianze storiche. Ma la tradizione ha anche un significato soggettivo: tutti i membri della Chiesa, in forza dello Spirito santo, ne sono portatori. L’insieme dei fedeli, quindi, costituisce una delle testimonianze del fatto che esiste la tradizione di una fede rivelata» e «il loro consensus attraverso la storia della Chiesa è la voce della Chiesa infallibile». Il consenso dei fedeli, pertanto, è in grado di compensare le eventuali carenze nelle testimonianze patristiche su singoli punti della fede cristiana.

Newman cerca quindi di spiegare come il consenso dei fedeli si rapporti con la manifestazione della tradizione della Chiesa. Quando parla di «consultazione dei fedeli», non intende dire che i vescovi dovrebbero chiedere il consiglio dei fedeli laici prima di poter intervenire autorevolmente in una materia di dottrina. “Consultare” può significare anche verificare un dato di fatto: «Si prenda, ad esempio, l’espressione “consultare un barometro” in materia di tempo atmosferico: un barometro attesta semplicemente una situazione di fatto». Solo in questo senso Newman intende parlare di consultazione dei fedeli: «Non c’è dubbio che in questo caso non si chiedevano loro consigli, opinioni e giudizi, ma si voleva soltanto accertare una situazione di fatto, si faceva cioè ricorso alle loro credenze come ad una testimonianza di quella tradizione apostolica sulla quale soltanto si può fondare qualunque definizione dottrinale». Ma il consenso dei fedeli è più di una testimonianza per la tradizione apostolica. Con Johann Adam Möhler, grande teologo di Tubinga, Newman descrive questo consenso dei fedeli anche come «una specie d’istinto» nel seno del corpo di Cristo, che è frutto della comunione dei fedeli con Dio e forma per così dire la «coscienza della Chiesa» e conduce i fedeli ad abbracciare la retta fede.

Al fine di illustrare la rilevanza della dottrina sul consenso dei fedeli, Newman tratta poi ampiamente del tempo degli ariani. Quel periodo del quarto secolo è stata «un’epoca di grandi dottori, quali i santi Atanasio, Ilario, i due Gregori, Basilio, Crisostomo, Ambrogio, Gerolamo, Agostino», ma «proprio in quel periodo la divina tradizione affidata alla Chiesa infallibile fu proclamata e difesa molto più dal popolo di Dio che non dall’episcopato». Facendo questa affermazione, Newman spiega di non voler negare «che la maggior parte dei vescovi fosse ortodossa nelle sue intime credenze, così come… che ci furono molti tra il clero che si schierarono con i fedeli e operarono come loro punto di riferimento e di guida. Tanto meno… che i laici furono iniziati alla fede dal clero e dai vescovi e, ancora, … che una larga parte dei laici fosse ignorante e un’altra parte fosse stata corrotta da predicatori ariani i quali occupavano sedi episcopali e ordinavano preti ereticali». Ma il teologo inglese sostiene «che in quel tempo di grande confusione teologica il dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, difeso e preservato, umanamente parlando, anche con maggior forza dalla Ecclesia docta che non dalla Ecclesia docens». Newman conferma la sua affermazione con una lunga lista di testimonianze del tempo dei Padri. Molte parti della Chiesa di allora caddero nell’eresia dell’arianesimo, soprattutto perché un gran numero di pastori, anche sotto la pressione crudele degli imperatori ariani, si espressero «in modo contraddittorio, gli uni contro gli altri, e per circa sessanta anni dopo Nicea non ci fu nulla che potesse rassomigliare ad una testimonianza ferma, omogenea e incrollabile; ci furono concili inaffidabili e vescovi infedeli; ci furono debolezze e paure, sviamenti e delusioni, allucinazioni senza fine e senza speranza che si diffusero in ogni angolo della Chiesa cattolica; i pochi, relativamente pochi, che rimasero fedeli, furono screditati e cacciati in esilio».

Successivamente Newman elenca una serie di testimonianze che fanno vedere come «il corpo dei fedeli rimase fedele al proprio battesimo» e «sostenne Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli e altri grandi e solitari confessori, i quali senza di essi sarebbero stati perdenti». Basilio ad esempio attesta: «Le cose sono arrivate a questo punto: la gente ha lasciato le sue case di preghiera, e si raccoglie nei deserti; visione pietosa; donne, bambini, vecchi e uomini altrimenti infermi, miserabilmente vivendo all’aria aperta, tra piogge copiose e bufere di neve e venti e geli dell’inverno, e di nuovo in estate sotto un sole bruciante. A ciò si assoggettano perché non vogliono aver nulla in comune col malvagio lievito ariano». Ilario scrive così all’imperatore Costanzo: «Non solo con parole, ma con lacrime, noi ti scongiuriamo di salvare le Chiese cattoliche da qualsiasi prosecuzione di queste dolorosissime offese, e delle loro presenti intollerabili persecuzioni e ingiurie, che stanno subendo, cosa veramente mostruosa, ad opera dei nostri fratelli! Certamente la tua clemenza dovrebbe ascoltare la voce di coloro che gridano con tanto clamore: “Io sono un cattolico, non ho alcun desiderio di essere un eretico”». Numerosi altri testi simili, scritti da Padri o da scrittori ecclesiastici, vengono riportati per mostrare il consenso dei fedeli nelle maggiori città della cristianità di allora. In un tempo di grande tribolazione nella Chiesa i fedeli semplici hanno salvaguardato e trasmesso il dogma della divinità del Signore Gesù.

Verso la fine dell’articolo Newman parla dei propri tempi, non lasciando dubbio circa l’importanza del magistero ecclesiastico, da una parte, e del ruolo dei fedeli, dall’altra. Ritiene che la realtà del quarto secolo non sia quella che caratterizza tutta la storia della Chiesa, e meno che mai i tempi in cui egli si trova a vivere. Quanto ai suoi tempi, egli esprime apprezzamento per l’impegno dei vescovi: «Mai l’episcopato della cristianità fu così rispettoso della Santa Sede, mai così autenticamente religioso e mai così attento all’adempimento dei suoi doveri, mai così poco disposto a mutare le carte del gioco e, finalmente, mai così al di sopra di ogni tentazione dei sofismi teologici». Newman è del parere che questo spieghi il perché, nella mente di molti, il ruolo dei fedeli ha perduto gran parte della sua rilevanza. Secondo la sua convinzione, tuttavia, ogni componente della Chiesa «conserva le sue funzioni specifiche e nessuna di esse può essere trascurata senza compromettere la generale armonia. Anche se in materia di fede il laicato è soltanto il riflesso e l’eco del clero, tuttavia nella pastorum et fidelium conspiratio c’è qualcosa che non si identifica con i soli pastori». Newman conclude l’articolo ricordando la gioia dei fedeli per la definizione del dogma di Maria Madre di Dio nel concilio di Efeso (431) e dicendo «che la Ecclesia docens è più felice quando ha attorno a sé tali entusiasti sostenitori che non quando taglia fuori i fedeli dallo studio della dottrina divina e dalla sintonia con le sue divine contemplazioni e richiede da essi una fides implicita nella sua parola, una cosa questa che nelle classi colte finisce per diventare indifferenza e in quelle umili superstizione».

L’Osservatore Romano, 4-5 giugno 2017

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Questa voce è stata pubblicata il 05/08/2017 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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