COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Un grano di sale, da Henri Nouwen (34)

“Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” (Marco 9,50)
Una parola, un granello di sale al giorno per dare sapore alla tua giornata.


spezzati 3


SPEZZATO (3)
Devo provare adesso ad avvicinarmi un po’ di più a questa nostra esperienza. Come ho appena detto, è una esperienza del tutto personale e nella società in cui tu ed io viviamo, l’”essere spezzati” è generalmente una esperienza intima — è lo spezzarsi del cuore. Sebbene molti soffrano per invalidità fisica o psichica e sebbene ci sia molta povertà e molte persone siano senza tetto e soffrano per non poter soddisfare i loro bisogni primari, la sofferenza della quale io sono di giorno in giorno più consapevole, è la sofferenza del cuore spezzato. Vedo sempre di più l’immensa sofferenza provocata da relazioni spezzate, tra mariti e mogli, genitori e figli, innamorati, amici e colleghi. Nel mondo occidentale, la sofferenza che sembra essere la più dolorosa, è quella del sentirsi rifiutati, ignorati, disprezzati e lasciati soli. Nella mia comunità, ci sono molti uomini e donne gravemente handicappati, ma la più grande sorgente di sofferenza non è l’handicap in quanto tale, ma la sensazione di essere inutili, indegni, incompresi e non amati. È molto più facile accettare l’incapacità a parlare, camminare o nutrirsi da soli, che accettare l’incapacità ad avere un valore speciale per un’altra persona. Noi esseri umani possiamo soffrire immense privazioni con grande forza, ma quando sentiamo di non avere più qualcosa da offrire agli altri, abbandoniamo presto la nostra presa sulla vita. Sappiamo istintivamente che la gioia di vivere dipende dal come viviamo insieme e che i dolori dell’esistenza provengono dai molti modi in cui non riusciamo a farlo bene.
È ovvio che il nostro “essere spezzati” è spesso più dolorosamente sperimentato nella sfera della nostra sessualità. Le mie lotte e quelle dei miei amici evidenziano come la nostra sessualità sia al centro di ciò che noi pensiamo e sentiamo di noi stessi. La nostra sessualità ci rivela il nostro enorme desiderio di comunione. I desideri dei nostri corpi — di essere toccati, abbracciati e rassicurati — appartengono ai più profondi desideri del cuore, e sono segni concreti della nostra ricerca di unione. È proprio in questo desiderio di comunione che noi sperimentiamo tanta angoscia. La nostra società è così frammentata, le nostre famiglie vivono così divise da distanze fisiche e emotive, le nostre amicizie sono così sporadiche, le nostre intimità così “cose tra le altre” e spesso così utilitaristiche, che esistono pochi posti dove possiamo sentirci realmente al sicuro. Noto in me stesso quanto spesso il mio corpo è teso, come di solito tengo la guardia alta e quanto di rado provo realmente la sensazione di sentirmi a casa.
Se allora giro per i sobborghi di Toronto, dove vivo, vedo le pretenziose mega-case, gli orrendi centri commerciali sparsi all’intorno, i richiami al folle consumo, e gli allettanti pannelli pubblicitari, che promettono comodità e svaghi in modi molto seducenti. Tutto ciò, mentre le foreste vengono abbattute, i corsi d’acqua prosciugati, i cervi, i conigli e gli uccelli cacciati dal mio ambiente.
Non mi sorprende che il mio corpo urli dal desiderio di ricevere un piccolo segno di attenzione e un abbraccio rassicurante. Quando ogni cosa di noi sovreccita e acuisce i nostri sensi e quando quello che ci è offerto, per il soddisfacimento dei nostri bisogni più profondi, ha di solito un carattere leggermente seduttore, non c’è da meravigliarsi se siamo tormentati da pazze fantasticherie, da sogni agitati e da sentimenti e pensieri perturbati. È dove siamo più bisognosi e vulnerabili che più sperimentiamo il nostro “essere spezzati”. La frammentazione e commercializzazione del nostro ambiente rende quasi impossibile trovare un posto dove il nostro intero essere — corpo, mente e cuore — possa sentirsi al sicuro e protetto. Sia che camminiamo per le strade di Toronto o di New York, è difficile non smarrire il nostro equilibrio e non sperimentare nelle nostre viscere l’angoscia e l’agonia del nostro mondo.
L’epidemia di AIDS è probabilmente uno dei sintomi che più parlano della nostra attuale fragilità. Amore e morte si stringono tra loro in un violento abbraccio. I giovani disperano di trovare intimità e comunione e per questo rischiano le loro stesse vite.
Sembra esserci un grido che echeggia attraverso il vasto spazio vuoto della nostra società: meglio morire che vivere in una continua solitudine.
Vedendo morire i malati di AIDS e vedendo la spontanea generosità con la quale i loro amici formano comunità per sostenerli con l’affetto e con aiuti materiali e spirituali, spesso mi chiedo se questa orrenda malattia non sia un chiaro appello alla conversione, diretto ad un mondo condannato dalla competizione, dalla rivalità e da un crescente isolamento. Sì, la crisi dell’AIDS richiede un nuovo sguardo sulla nostra umana fragilità.


da Henri Nouwen, “Essere amati”
Henri Nouwen (1932–1996) fu un sacerdote cattolico olandese, teologo e scrittore, autore di 40 libri sulla vita spirituale. Insegnò nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. Nel 1986 si trasferì a Toronto, dove svolse il suo ministero pastorale presso una comunità di persone handicappate mentalmente e fisicamente.


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Questa voce è stata pubblicata il 09/08/2017 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Un grano di sale con tag .

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