COMBONIANUM – Formazione Permanente

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XIX Domenica Tempo ordinario (A) Lectio

XIX Domenica Tempo ordinario – Anno A
Matteo 14, 22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], 22 subito dopo Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla.

XIX gesu cammina sulle acque7L’altra riva è un termine tecnico col quale l’evangelista indica il lato orientale del lago di Galilea che era terra pagana (Mt 8,18.28; 16,5). L’evangelista scrive che Gesù deve costringere i suoi ad andarsene via. L’uso di questo verbo (solo qui in Matteo) suppone una resistenza da parte dei discepoli.
L’azione di Gesù tende a separare i discepoli dalle folle (che nella narrazione di Giovanni vogliono proclamare re Gesù; Gv 6,15). La barca ha assunto la figura della comunità di Gesù. La resistenza dei discepoli è dovuta al fatto che Gesù li spinge ad andare in terra pagana ed operare la stessa condivisione dei pani a favore dei pagani (Mt 15,32-39).

23 Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

I discepoli volevano mandar via la folla perché andasse a comprarsi da mangiare (v. 15). Gesù manda via la folla solo dopo che questa si è abbondantemente saziata.
Con l’espressione sul monte l’evangelista ha indicato il luogo della proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1; 8,1). Il monte che sostituisce il Sinai è il luogo della sfera di Dio, e Gesù per la prima volta nel Vangelo viene presentato in preghiera.
L’indicazione cronologica sembra essere in contraddizione con quanto espresso al v.15 che indicava già venuta la sera. La voluta ripetizione del termine mette ancora una volta in relazione l’episodio con gli avvenimenti dell’ultima cena. Infatti appare il tema della preghiera che segue la cena.
In questo vangelo Gesù viene presentato in preghiera unicamente due volte: qui e nel Getsèmani (Mt 26,36). La ripetizione in disparte che in Matteo è sempre indice di incomprensione o di situazione negativa fa ritenere il momento di grave pericolo per il gruppo di Gesù di cadere nella prova (Mt 26,41).
Imbarcati a forza i discepoli e congedata la folla è ovvio che Gesù sia rimasto solo; la sottolineatura della solitudine di Gesù che se ne stava ancora solo lassù vuole essere teologica: sul monte, come al Getsemani, Gesù è solo.

24 La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario.

Il lago di Genèzaret (Tiberiade) è attualmente lungo 21 chilometri e largo 11. Mentre la barca è lontana (1 stadio= m 185-193) sopraggiunge l’ostacolo del vento contrario. La resistenza dei discepoli a distaccarsi dalla folla e di andare verso i pagani viene rappresentata mediante l’azione di un vento che in Matteo è sempre negativa (Mt 7,25.27; 8,26-27).

25 Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare.

La quarta veglia/vigilia (v. trad. letterale) della notte (dalle tre alle sei) indicava il momento dell’alba. Dopo l’oscurità della notte la prima luce del giorno indica la liberazione. Quando si dissipano le tenebre appare l’opera della creazione (Gen 1,2-5). Questa precisa indicazione cronologica serve all’evangelista per sottolineare la condizione divina di Gesù, il Dio che cammina sulle acque.
L’alba è il momento indicato per il soccorso di Dio (Dio la soccorre allo spuntare dell’alba Sal 46,6) e in Gesù che cammina sul mare (in realtà il lago Tiberiade), si manifesta la pienezza della condizione divina: Dio è l’unico che cammina sulle onde del mare, considerato elemento ostile (Gb 9,8; la LXX aggiunge: come su un terreno).

26 Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.

Matteo ha presentato Gesù sin dall’inizio come il Dio con noi (Mt 1,23). Ma per i discepoli questo è difficile da comprendere. Seguivano Gesù ritenendolo il Messia inviato da Dio, ma non credevano che Gesù fosse Dio.
La religione giudaica aveva creato un tale abisso tra gli uomini e Dio che era impensabile che un uomo potesse avere la condizione divina. Anche Mosè, il più grande fra tutti i profeti, era semplicemente un servo di Dio. Per questo pensano a un fantasma.

27 Ma subito Gesù parlò a loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Dal verso 16 l’evangelista aveva evitato il nome di Gesù per poi riproporlo ora, immediatamente accanto al nome divino. Gesù conferma la sua condizione divina. Io sono è la risposta che Dio dà a Mosè quando gli chiede il suo nome. Dio risponde non svelando l’identità, ma un’attività che lo rendere riconoscibile: Io sono (ora vedrete che io sono e nessun’altro è dio accanto a me, Dt 32,39; Es 3,14). Questa espressione verrà sempre usata per indicare il nome di Dio (io sono il Dio di Abramo, Mt 22,32).

28 Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

Questo episodio è esclusivo di Matteo. Simone viene presentato solo col suo soprannome, Pietro, che indica incomprensione del messaggio di Gesù. È la prima volta che questo discepolo, finora semplicemente nominato (Mt 4,18; 8,14; 10,2), si distacca dal gruppo prendendo un’iniziativa che denoterà la sua incomprensione di Gesù e che lo porterà al rinnegamento. Simone vuole accedere anche lui alla condizione divina che ritiene possibile per un intervento da parte di Gesù che riconosce come Signore e del quale si dichiara disposto a obbedire ai comandi (comandami). Gesù ha rassicurato i discepoli della sua condizione divina (Coraggio, Io sono) e Pietro lo sfida e si rivolge al Signore con un’espressione simile a quella pronunciata dal diavolo nel deserto per tentare Gesù: Se tu sei (giacché sei) Figlio di Dio (Mt 4,3.6).

29 Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

La condizione divina non è prerogativa esclusiva di Gesù ma possibilità estendibile a quanti lo seguono. Gesù invita Pietro a raggiungerla.

30 Ma, vedendo che il vento era forte, si impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».

Pietro vede il vento, elemento già usato dall’evangelista per indicare la persecuzione (Mt 7,25). Questa visione gli causa paura e conseguentemente inizia ad affondare. Pietro pensava di poter ottenere la condizione divina per un intervento divino (Comandami). Quando si rende conto che questa condizione non nasce senza difficoltà anche gravi come la persecuzione, la calunnia e gli insulti (Mt 5,10-11; 10,16-39) si spaventa e cede. Chi non costruisce sulla roccia della parola di Gesù, quando soffiano i venti, cade (Mt 7,27). L’evangelista anticipa in questa scena il comportamento di Pietro alla cattura di Gesù: anziché seguire il suo maestro sulla via della croce per conseguire la condizione divina, Pietro lo rinnegherà tra imprecazioni e spergiuri (Mt 26,69-75).

31 E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

 Ancora una volta l’evangelista opera una trasposizione comparativa tra l’azione di Gesù e quella di Mosè: Mosè stese la mano sulle acque del Nilo e queste si trasformarono in sangue (Es 7,19). Gesù stende la mano per salvare dalle acque. Gesù soccorre Pietro ma allo stesso tempo lo rimprovera per la sua poca fede e per aver dubitato. Pietro è l’unico discepolo al quale Gesù ha dovuto ripetere il rimprovero di essere senza fede (Mt 8,26), il solo che, invitato a essere pescatore d’uomini (Mt 4,19) deve essere pescato.
Il verbo dubitare l’evangelista lo adopererà soltanto ancora una volta al momento dell’incontro tra Gesù risuscitato e gli Undici. Costoro pur vedendolo e adorandolo, dubitavano (Mt 28,17). I discepoli non dubitano della resurrezione di Gesù, ma della loro capacità di raggiungere la stessa condizione del Cristo passando anch’essi attraverso la croce.

32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

Con Gesù di nuovo nella barca/comunità la resistenza/vento cessa.

33 Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio?».

Al contrario di Pietro (se sei tu v.28), quelli che erano sulla barca riconoscono in Gesù la condizione divina. L’evangelista omette l’articolo il Figlio di Dio perché avrebbe richiamato al concetto di figliolanza divina espresso dalla tradizione religiosa. Gesù non è il Figlio di Dio, ma Figlio di Dio, una figliolanza nuova che spetta ora ai discepoli scoprire e fare propria e che verrà riconosciuta anche dai soldati pagani posti a guardia di Gesù: Davvero costui era Figlio di Dio! (27,54). Esclamazione che anticipa il fatto della resurrezione quando Dio salverà suo figlio dalla morte: se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari (Sap 2,18). Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà (Sap 2,20).

Riflessioni…

  • Si era ritirato in barca Gesù, per vivere l’esperienza dell’umana solitudine, in compagnia solo del Padre, ed aveva incontrato gente affamata e malata. È questa la sera della barca, la notte e l’alba della barca. La sera dell’incontro, la notte del distacco, l’alba della vita. E la storia inizia con lui che accomuna a sé gli amici, e insieme donano momenti di gioia, condivisioni di vita.
  • L’avventura prende un percorso senza di lui. Gli amici vanno, perché invitati, mandati oltre i confini, verso terre non amiche. E nella traversata hanno anche i venti contrari. Anche dopo avranno in compagnia venti di persecuzioni. Non è mai agevole concludere mandati, sperimentare percorsi additati da Dio, perché sempre in agguato imperterriti fantasmi, acque agitate, bui traguardi.
  • E Gesù, anima della barca e di quanto n’è simbolo, sperimenta tensioni paterne, e dialoga col Padre, come dopo ogni solenne banchetto di salvezza, pensando a giorni di grazie e a gesti di amore per viandanti, pescatori, viaggiatori di mare, erranti, ricercatori, inviati che sopportano pene e disagi.
  • Ma l’amico sente la nostalgia degli amici, e va oltre il buio della notte, anticipa barlumi di luce. E va in cerca della barca e dei suoi naviganti, della sua comunità che sta vivendo smarrimenti senza indicazioni di approdo: sembra il loro, un cammino senza meta, senza bussola, anzi in pericolo. Ora avvertono pertanto anch’essi nostalgie dell’amico inviante.
  • E tra Dov’è, Perché, Si è dimenticato di noi, avvertono la loro missione già fallita, sanno vedere solo Fantasmi, ed hanno paura.
  • Non riescono a riconoscere ancora l’amico, Figlio di Dio. E scambiano e trasformano ruoli e persone, ancorati solo alla tradizione dei padri, additando fantasmi tra venti avversi ed assenze di luce e di vita. L’Amico, Figlio di Dio, cammina sulle acque del lago, come in altra alba, quella degli inizi, il Padre posava il suo Spirito su acque primordiali. Egli ha fretta, vuole recuperare tempi perduti, avverte disagi ed angosce degli amici suoi. E divinamente risponde ad urli carichi di terrore per fatue e deboli energie, Sono Io: proclama il suo essere, presente e soccorrente, a due passi da uomini in cerca di salvezza, dichiarando la fine di ogni terrore ed offrendo coraggio.
  • È pronto a salvare dalle acque, come fece con Mosè, come fece col popolo amato, pronto a placare avversi venti, a farsi alba di luce nell’identità con la Natura che genera vita e con l’Amore divino che risorge anche da morte, e va e chiama oltre la morte. E al dubbio di Pietro, degli amici, di tutti, rassicura e propone progetti di salvezza. Con lui non occorrono sfide, ma fiducia in rischi comuni, scommesse saldate sulla sua presenza, sulla sua parola. Ed egli va, con tutta la comunità, per anticipare naufragi, allora come ora, a cominciare dai Mari che fasciano terre in tragedie e in lutti, per mancate libertà e negate felicità. E la barca non si sentirà sola, non tornerà mai sola.

http://www.ilfilo.org


 

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Questa voce è stata pubblicata il 10/08/2017 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Lectio della Domenica.

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