COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul libro del Deuteronomio

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Venerdì-sabato della XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Il Libro del Deuteronomio
Introduzione di Grazia Papola

Meno conosciuto e meno valorizzato di altri libri sia del Pentateuco (come Genesi ed Esodo) sia dell’Antico Testamento in generale, in ragione della presenza cospicua di leggi (i capitoli da 12 a 26) e la prevalenza della forma esortativa dall’andamento ripetitivo, il Deuteronomio è tuttavia il centro della teologia biblica.

Secondo alcuni studiosi è questo libro a contenere il cuore della fede di Israele suscitata dall’esodo e dalle promesse rivolte ai padri, perché da questo libro si sarebbe sviluppato il racconto e gran parte della riflessione sulla legge che costruiscono il Pentateuco.

Il Deuteronomio raccoglie i discorsi che Mosè rivolge a tutto Israele nel paese di Moab, al confine della terra promessa (Dt 1,1) nell’imminenza di entrare in Canaan, l’ultimo giorno della sua vita, il primo giorno dell’undicesimo mese del quarantesimo anno di permanenza nel deserto (1,3). Il capitolo finale racconta la morte di Mosè, il suo seppellimento e il lutto che per lui fece Israele per trenta giorni, arrivando così a concludere i quaranta anni di deserto (34,5-8; cf. Nm 14,34). Da questo punto di vista il libro appare come l’eredità, il testamento che Mosè lascia al suo popolo, e che consentirà a Israele di vivere nell’alleanza con il Signore nella terra promessa.

Il titolo che il libro ha nella tradizione ebraica è, infatti, debarim, «parole», dal primo termine con cui inizia il primo versetto; sono appunto le parole di Mosè, che, attraverso la serie dei discorsi, consegna le parole del Signore.

Noi lo conosciamo come Deuteronomio, dalla forma latina della traduzione greca della LXX deuteronomion, ovvero «seconda legge». Questa espressione è tratta dal libro stesso: in 17,18, infatti, si parla della «copia della legge» che il re deve scrivere per suo uso, e i traduttori greci hanno inteso l’espressione come «ripetizione della Torah».

«Seconda» fa riferimento al fatto che Mosè ripete molto di ciò che è stato narrato in Es 20-Nm 10 (la stipulazione dell’alleanza al Sinai, la consegna della legge), dunque, è come se ci fosse un secondo dono della legge per quella generazione che, assente al Sinai, si prepara ad attraversare il Giordano e a prendere possesso del paese di Canaan.

La ripetizione ha un significato importante che va a rafforzare il valore del libro. Infatti sono accolte le tradizioni del passato e Mosè è colui che rievoca sinteticamente gli eventi trascorsi (capp. 1-3), e riprende i principi fondamentali dell’alleanza tra il Signore e il suo popolo (capp. 5-26), illustrandone a più riprese le esigenze, facendo avvertire e capire l’urgenza di scegliere il Signore e rimanere fedeli al suo patto, dispiegando la sapienza contenuta nelle leggi per una vita buona e piena.

Va anche osservato che la ripetizione non è una letterale reiterazione del passato, ma appello a rendere attuale, in modo nuovo, il patrimonio ricevuto, così che le parole della Legge e il senso della storia trascorsa siano effettivamente promotrici di una vita benedetta per Israele. Non a caso, uno dei termini più frequenti è «oggi» (ricorre settantacinque volte).

Queste veloci annotazioni lasciano intuire la ricchezza di un libro che ha influenzato profondamente la riflessione teologica di Israele, ben oltre il Pentateuco.

In Dt 31,14-23 e 34,9 si annuncia che sarà Giosuè a succedere a Mosè e ciò fornisce il legame tra il Deuteronomio e il libro di Giosuè (cf. Gs 1,1-7); Gdc 2 riflette in maniera significativa le esortazioni e i principi di Mosè circa la fedeltà all’alleanza con il Signore e le conseguenze della disobbedienza. Le vicende dei re sono segnate dal medesimo orizzonte e i sovrani di Israele e di Giuda sono giudicati dai narratori in base all’adesione o meno alla Legge di Mosè.

Per questa ragione il Deuteronomio non è solo il libro che conclude il Pentateuco, ma costituisce anche l’introduzione teologica ai libri seguenti (Gs-2Re), oltre a lasciare traccia di sé nella predicazione profetica, in particolare di Geremia.

Dunque è un libro decisivo per il complesso dell’Antico Testamento e ha influenze anche sul Nuovo (cf., a titolo di esempio, la citazione di Dt 6,5 in Lc 10,27). Eppure, alcune pagine sollevano perplessità nel lettore, o perché promuovono comportamenti giudicati intollerabili (come la legge dello sterminio in Dt 7,1-5), o perché contengono norme avvertite come superate o inapplicabili. Da questo punto di vista si tratta di un testo che continua a interpellare il lettore, perché possa attuarsi una interpretazione attraverso l’illuminazione della profezia e alla luce di tutta la Scrittura.

L’organizzazione del libro

A una prima lettura, il Deuteronomio appare come una serie di discorsi (capp. 1-30) seguiti, nei capp. 31-34, da una serie di appendici di diverso tipo (racconto, benedizione, poesia), senza che ci sia una vera connessione. In più, pare che non venga narrato nessun avvenimento se non la morte di Mosè e l’avvicendamento di Giosuè alla guida del popolo. Così il Deuteronomio si differenzia in maniera determinante dalle narrazioni di Genesi, Esodo e Numeri.

Questa impressione può essere precisata e in parte rivista riconoscendo da una parte l’organizzazione generale dei discorsi di Mosè, e, dall’altra, la dimensione narrativa di questo libro.

L’organizzazione dei discorsi

Ci sono differenti modi di articolare il Deuteronomio, a seconda che si preferiscano criteri legati al contenuto o alla forma espressiva. Tuttavia, è possibile organizzare il libro in discorsi di diversa lunghezza in base a quelli che sono stati definiti i «quattro titoli » delle parole di Mosè. Infatti, in 1,1-5; 4,44-49; 28,69 e 33,1 si riconoscono alcuni elementi che consentono di considerare questi passi delle introduzioni ai discorsi di Mosè.

Ogni volta il narratore individua con una breve espressione, formulata in maniera identica, il contenuto di quanto seguirà, che viene precisato da una frase relativa che aggiunge qualche informazione sulle circostanze in cui Mosè ha parlato o ha fatto qualcosa: «queste sono le parole che Mosè rivolse a tutto Israele oltre il Giordano, nel deserto…» (1,1); «questa è la legge (Torah) che Mosè espose agli Israeliti…» (4,44); «queste sono le parole dell’alleanza che il Signore ordinò a Mosè di stabilire con gli Israeliti nella terra di Moab…» (28,69); «ed ecco la benedizione con la quale Mosè, uomo di Dio, benedisse gli Israeliti prima di morire» (33,1).

In base a queste ricorrenze, il Deuteronomio viene suddiviso in:

  • Dt 1,1-4,43 primo discorso di Mosè
  • Dt 4,44-28,68 secondo discorso di Mosè
  • Dt 28,69-32,47 terzo discorso di Mosè
  • Dt 33,1-34,12: la benedizione di Mosè

Per queste ragioni, accanto alla suddivisione secondo quattro discorsi, si può osservare anche che i capp. 1-4 sono caratterizzati dal prevalente ricordo del passato, mentre i capp. 31-34 si aprono sul futuro. Lo schema complessivo sarebbe allora il seguente:

Al centro, il secondo e il terzo discorso svolgono il tema dell’alleanza, i capp. 5-28 ripresentano quella dell’Oreb, mentre i capp. 29-30 presentano quella stipulata a Moab.

Rispetto a questa articolazione va notato che il terzo discorso comprende più probabilmente i soli capp. 29-30, dal momento che in Dt 31-32 cambia lo stile del discorso che viene ripetutamente interrotto dal narratore, si introducono nuovi temi, come la successione di Giosuè (31,3.7.14-15), la scrittura del libro dell’alleanza e la sua lettura periodica (31,9-13.24-27), si annuncia il Cantico del cap. 32 (31,16-21.26-29). D’altronde, anche il titolo di 33,1 vale solo per il cap. 33, visto che in Dt 34 si narra la morte di Mosè.

  • Dt 1,1-4,43 primo discorso di Mosè: sezione narrativa
  • Dt 4,44-28,68 secondo discorso di Mosè: l’alleanza dell’Oreb
  • Dt 28,69-30,20 terzo discorso di Mosè: l’alleanza di Moab
  • Dt 31,1-34,2 sezione narrativa;
  • 33,1-29 la benedizione di Mosè

Il contenuto dei discorsi

  • Dt 1,1-4,43: il primo discorso di Mosè

Il primo discorso si può facilmente dividere in due grandi parti: i capp. 1-3 e il cap. 4. La prima sezione si occupa di rievocare il passato; la seconda, di carattere esortativo, partendo dalla memoria della grande teofania all’Oreb, prospetta il futuro nella terra, arrivando fino a menzionare l’esilio.

Nei primi tre capitoli Mosè ricorda a Israele l’itinerario percorso dall’Oreb alla terra di Moab e in particolare si sofferma sulle ragioni per cui il popolo ha dovuto camminare quarant’anni nel deserto (1,19-46) e poi sulle tappe dell’avvicinamento a Moab (2-3). È in questa parte che vengono ripresi alcuni episodi già narrati nel libro dei Numeri (13-14; 20,14-21; 21,21-35): l’attraversamento pacifico dei territori di Edom, Moab e Ammon (2,2-23) e la conquista e la suddivisione tra le tribù di Ruben, Gad e Manasse dei territori di Galaad (2,24-37) e Bashan (3,1-7).

Il motivo fondamentale appare quello della terra verso la quale Israele è diretto, che si perde per la ribellione, a cui ci si avvicina nuovamente una volta che si sono superate le conseguenze della disobbedienza. È la terra nella quale Mosè vorrebbe entrare e che invece gli viene preclusa (3,23-28). È rilevante lo spazio dato anche alla conquista che avviene in obbedienza alle indicazioni del Signore, tramite una guerra che ha i tratti della guerra santa.

Il cap. 4 rievoca invece la stipulazione dell’alleanza all’Oreb, richiamando, in particolare, la necessità che Israele obbedisca alla voce del Signore, rinunciando all’immagine di Dio.

  • Dt 4,44-28,68: il secondo discorso di Mosè

Il secondo discorso occupa la parte più considerevole del libro e può essere suddiviso in tre sezioni di diversa ampiezza attraverso la ripetizione della formula «statuti e precetti» che ricorre in 5,1; 11,32; 12,1; 26,16 con funzione di inclusione. Abbiamo pertanto questa articolazione: 5-11; 12-26; 27-28.

La prima sezione è di carattere esortativo: Mosè si dilunga a invitare Israele a obbedire ai comandi che sta per trasmettere, perché questa è l’unica via possibile per abitare nella terra, vivere in pienezza, essere felici, tutte modalità che rendono concreta e visibile la liberazione donata dal Signore e la relazione di alleanza stretta all’Oreb. Sono tra i capitoli più noti del libro, nei quali si può ancora individuare una scansione attraverso l’utilizzo della formula «ascolta, Israele» che ricorre in 5,1; 6,4; 9,1; 10,12 (nella modalità «e ora, Israele, che cosa ti chiede…»).

L’invito all’ascolto segna come il ritmo del discorso di Mosè, che, dopo aver rievocato la stipulazione dell’alleanza e il Decalogo (cap. 5), affronta il tema del comandamento principale, che commenta e concretizza l’alleanza, via via individuato nell’amore del Signore (cap. 6), nell’eliminazione di ogni idolatria (cap. 7), nella memoria del deserto quando si vive nel benessere (cap. 8).

I capp. 9,1-10,11 rievocano la trasgressione del vitello d’oro, che mette in evidenza come Israele non possa vantare alcuna giustizia, ma vive per la gratuita misericordia di Dio. La sezione termina ancora con un comandamento principale, amare lo straniero (10,12-22) a cui segue l’invito a scegliere tra le due strade possibili, quella del bene e della vita, obbedendo, o quella del male e della morte, rifiutando i comandi (cap. 11).

La seconda sezione, i capp. 12-26, comprende il Codice deuteronomico (12,1-26,16) e termina con il resoconto che attesta la conclusione di un’alleanza tra il Signore e Israele (26,17-19).

Infine, i capp. 27-28 presentano le benedizioni e le maledizioni collegate con la stipulazione dell’alleanza.

In particolare, Dt 27 contiene la descrizione di un rituale di benedizione e maledizione da compiersi, dopo la conquista della terra, sui monti Garizìm ed Ebal; viene inoltre enfatizzato molto il tema della scrittura della legge di Mosè, che garantirà la continuità tra l’esperienza dell’esodo e l’insediamento in Canaan.

Dt 28, invece, il capitolo più lungo di tutto l’Antico Testamento, riprende più da vicino il formulario classico delle benedizioni (vv. 1-14) e maledizioni dell’alleanza con uno sviluppo molto ampio di questa seconda dimensione, vv. 15-28, allo scopo di motivare l’obbedienza attraverso la descrizione delle orribili sciagure e delle tragiche conseguenze che accadranno in caso di trasgressione dei comandamenti.

  • Dt 28,69-30,20: il terzo discorso di Mosè

Come accennato, il terzo discorso occupa solo i capp. 29-30; il titolo offre il contenuto delle parole di Mosè che presenta l’alleanza stipulata nelle piane di Moab prima dell’ingresso nella terra, un’alleanza che non sostituisce quella dell’Oreb, ma che non è neanche un semplice rinnovamento. L’andamento del discorso, infatti, che riprende il formulario dell’alleanza, non solo tratteggia la situazione di Israele a Moab, ma guarda anche avanti, al tempo nella terra, alla trasgressione del patto (29,18-26), all’esilio (29,27) e anche al ritorno (30,3-5) con una nuova alleanza di cui è segno la circoncisione del cuore operata dal Signore stesso (30,6), che rende possibile l’obbedienza (30,8-10).

L’appello finale è di nuovo quello di scegliere tra le due vie, e si fa accorato nella esortazione a scegliere la vita (30,19). Per rivolgere questa parola che non solo condanna l’idolatria, ma è anche di speranza, Mosè apporta significativi cambiamenti nel formulario, in particolare presenta le benedizioni e le maledizioni non come alternative, ma come eventi posti profeticamente sotto lo sguardo del popolo e inoltre ne inverte l’ordine: prima le maledizioni e poi le benedizioni, che diventano il sigillo dell’agire del Signore nei confronti del suo popolo.

Di Israele è presentato un elenco di partecipanti alla stipulazione del patto estremamente ampio, non soltanto perché sono menzionate tutte le categorie sociali, ma anche perché i confini si ampliano a includere le generazioni del passato e del futuro (29,9-14).

  • I capp. 31-34

I quattro capitoli conclusivi, di natura più narrativa, si interessano al tempo futuro, successivo alla morte di Mosè e quindi parlano della sua successione con l’investitura di Giosuè, della scrittura della Legge, che accompagnerà il popolo anche quando la sua guida non ci sarà più; riprendono inoltre i temi della terra e della sua conquista già presenti nei capp. 1-3. Al centro si trovano due capitoli poetici, il Cantico di Mosè (32,1-43) e le benedizioni che rivolge alle tribù di Israele (Dt 33). Il cap. 34° conclude il libro e anche tutto il Pentateuco narrando la morte di Mosè.

La dimensione narrativa

Nonostante la prevalenza dei discorsi, è possibile ritrovare una dimensione narrativa. Il Deuteronomio infatti è la storia di un profeta, Mosè, che vive una relazione diretta con Dio (34,10) e che lungo il libro consegna al popolo le parole ricevute dal Signore e messe da lui per iscritto. È la storia di un profeta la cui parola raggiunge il popolo tramite lo scritto e tramite un altro profeta, Giosuè, che avrà il compito di condurre Israele oltre il Giordano, nella terra. È la storia di un profeta che crea una serie di mediazioni, i giudici (1,6-18), il libro (31,9.24), il suo successore, e che comunica le parole ricevute non semplicemente ripetendole, ma insegnando, e dunque interpretando e attualizzando quanto ha per primo ascoltato.

Inoltre, il secondo discorso, presentato come Torah, cioè come istruzione (4,44), combina le due modalità espressive di racconto e di legge che vanno articolate fra loro. Il racconto, infatti, è per lo più il fondamento della legge, in quanto ne spiega la necessità, la genesi e il senso; la storia parla del dono che è fondatore di ogni relazione. Per questo motivo Mosè, prima di comunicare le leggi, riprende e narra nuovamente quegli eventi che hanno rivelato l’agire del Signore a favore del suo popolo.

Il richiamo a Genesi

Infine, va osservato che dal punto di vista della struttura, la conclusione di Deuteronomio corrisponde a quella di Genesi: la morte di Giuseppe conclude il tempo dei patriarchi (Gen 50), la morte di Mosè conclude quello della permanenza di Israele nel deserto e della costituzione del popolo di Israele come popolo del Signore; alle benedizioni, che Giacobbe aveva rivolto ai suoi figli prima di morire in Gen 49, corrispondono quelle di Mosè in Dt 33.

L’insieme di queste note lascia intravedere che è difficile catalogare il Deuteronomio, dal momento che raccoglie più aspetti intrecciati tra loro. Dunque, siamo davanti a un libro che dedica molta attenzione alle leggi (i capp. 12-26), che offre un’ampia riflessione sull’alleanza, il suo significato e le sue esigenze, che raccoglie le istruzioni e le esortazioni di Mosè perché il popolo sia fedele e obbedisca al suo Dio, che perciò cerca come rendere presente e attuale la relazione tra il Signore e Israele, perché si possa vivere felici nella terra donata dal Signore.

Proviamo allora ad approfondire brevemente alcuni di questi aspetti, così da introdurre in modo più proficuo la lettura e l’interpretazione dei testi.

Il Deuteronomio e i trattati di alleanza

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, lo studio e l’interpretazione del Deuteronomio sono stati influenzati dalla scoperta del formulario tipico degli antichi trattati di alleanza ittiti e assiri. Lo schema generale, seguito da questi trattati, pur con alcune variazioni, è il seguente:

  • Preambolo: i titoli del sovrano;
  • Prologo storico: presentazione della storia dei rapporti fra sovrano e vassallo;
  • Principio e fondamento: dichiarazione sulla nuova relazione fra sovrano e vassallo basata sulla lealtà;
  • Le singole stipulazioni del trattato: obbligazioni del sovrano e del vassallo;
  • L’invocazione degli dei (del sovrano e del vassallo) come testimoni;
  • Benedizioni e maledizioni.Questi elementi si ritrovano, diversamente combinati all’interno del libro, sia in singole unità, come il cap. 4 o i capp. 29-30, sia considerando l’insieme del testo (i primi capitoli ricapitolano la storia passata; i capp. 5-11 raccontano la stipulazione e il senso dell’alleanza e la sua legge fondamentale, il decalogo; i capp. 12-26 presentano le stipulazioni particolari e i capp. 27-28 le benedizioni e le maledizioni).Sebbene la categoria politica di alleanza, come emerge dai trattati di vassallaggio dell’Antico Vicino Oriente, non si possa applicare meccanicamente, tuttavia è il Deuteronomio che introduce una teologia dell’alleanza con il Signore per interpretare il legame tra Dio e il suo popolo. Essa viene concepita come un patto bilaterale e condizionato che implica l’adesione di entrambi i contraenti.
  • Una delle principali conseguenze che si determinano è il fatto che Israele non farà alleanza con alcun altro re o popolo ma solo con il Signore, Colui che lo ha fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavitù (cf. Dt 5,6). Il Signore, dunque, è principio della stessa relazione di alleanza, ed è il fondatore del diritto e della libertà di Israele, donata al popolo solo perché Dio ama Israele (cf. Dt 7,6-10).
  • Inoltre, si può ritrovare una serie di influenze nel linguaggio del Deuteronomio, in particolare si può segnalare l’uso del verbo «amare», che ha un significato giuridico: nei trattati esprime infatti il tipo di relazione che si instaurava tra il sovrano e il suo vassallo e questa connotazione si ritrova nell’uso che ne fa il nostro libro per parlare del rapporto tra il Signore e Israele.
  • Talvolta compare la menzione del dovere del vassallo di conservare una copia del documento del trattato in un santuario e di leggerlo a intervalli di tempo regolari.

Il Deuteronomio come costituzione di Israele

Alcuni studiosi ritengono che il Deuteronomio, come documento dell’alleanza, presenti una via di vita per il popolo di Israele e possa essere considerato l’ordinamento politico del popolo dell’alleanza, in quanto comunità socio-politica. In questa prospettiva il culmine del libro sarebbe costituito da 30,15-20 con l’appello di Mosè rivolto alla comunità a scegliere il Signore.

All’interno di questa prospettiva va colto il ruolo centrale del Codice deuteronomico (capp. 12-26) di cui occorre considerare non solo il suo legame con il Codice dell’alleanza (Es 21-23), rispetto al quale si presenta più innovativo e capace di intercettare le diverse esigenze del tempo, ma soprattutto gli aspetti originali, rappresentati per esempio dalle leggi sulle autorità che stabiliscono la divisione dei poteri (16,18-18,22), e le norme a tutela dei poveri, fondate sulla memoria della liberazione dalla schiavitù e volte a creare una comunità di fratelli.

Il Deuteronomio come testo di insegnamento

Proprio il termine «legge», in ebraico Torah, permette di evidenziare un’altra significativa dimensione del Deuteronomio. Torah, infatti, viene da una radice che significa «istruzione» o «insegnamento». Il ruolo di Mosè nel Deuteronomio è quello di un insegnante, di uno che trasmette l’istruzione divina. Così alcuni interpreti giustamente sottolineano il carattere didattico del libro e identificano il suo genere con la catechesi o l’insegnamento piuttosto che con l’ordinamento politico o la costituzione.

Il Deuteronomio manifesta un interesse spiccato per la sapienza, non solo attraverso il ricorrere di termini, ma anche di temi tipici della letteratura sapienziale. C’è l’interesse che Israele sia un popolo permeato della sapienza divina (4,6). Alcune leggi hanno paralleli con il libro dei Proverbi (cf. Dt 19,14; 27,17 e Pr 22,28; 23,10; Dt 25,13-16 e Pr 11,1; 20,10.23).

In particolare, i temi sapienziali tipici del Deuteronomio riguardano:

– il trattamento umano e la benevolenza verso il povero e il bisognoso, l’attenzione per il forestiero, l’orfano, la vedova e il levita che non ha eredità (14,27-29; 16,10-11.14; 18,1-5; 26,12-13). A costoro è riservata parte della mietitura (24,19-21), la giustizia non deve essere corrotta nei loro confronti (24,17; 27,19). Molte leggi del Deuteronomio hanno carattere umanitario, riguardano la vita e la dignità umana.

– l’insegnamento rivolto ai bambini (cf. 6,20-25).

– la benedizione è intesa come vita, benessere e longevità nella terra. La benedizione è ciò che fa vivere Israele. Il Deuteronomio richiama la benedizione del passato e l’anticipa nel futuro collegandola all’obbedienza.

– Riconoscere il vero dal falso profeta (cf. 13,2-6; 18,20-22).

Il libro è di fatto sia un ordinamento politico che un’istruzione, è una costituzione, ma è anche catechetico: questo carattere complesso è fondamentale per comprendere la sua importanza.

Lo stile del libro

A questi temi si collega quello dello stile del Deuteronomio, che è uno dei più originali e riconoscibili dell’Antico Testamento. Troviamo, infatti, come elemento distintivo, la ripetizione di termini e frasi, soprattutto quando si sta parlando della Legge e della sua obbedienza. Espressioni come «osservare i precetti», «amare, temere, servire, ascoltare il Signore», «imparare, fare, custodire», che indicano quale sia la giusta attitudine verso la legge, ma anche «comandi e statuti», «cuore», ecc. costellano il testo e in particolare i capp. 4-11, contraddistinti da un andamento esortativo.

L’esortazione si presenta non solo come un particolare genere letterario, ma anche e specialmente come un’attitudine o un tono che influenza tutto il testo. Dal punto di vista dello stile, questo è l’aspetto più caratteristico e forse anche il più importante del libro, perché è attraverso questa forma espressiva che vengono sottolineati i fondamentali principi religiosi e morali e si tenta di plasmare il cuore degli ascoltatori. Il Deuteronomio non può essere ridotto a un complesso elenco di leggi; al contrario, esso si propone di condurre ogni membro del popolo in una particolare relazione con Dio. Il messaggio allora deve essere personale e coinvolgere ogni ascoltatore, di conseguenza lo stile è al servizio di un risveglio della fede, concorre a ispirare obbedienza, ad amare il Signore con tutto il cuore e con tutta l’anima.

L’esortazione si trova perciò anche all’interno delle leggi vere e proprie, con la funzione di comunicare le motivazioni per l’osservanza delle norme stesse. Tutto ciò contribuisce a chiarire che cosa intenda il Deuteronomio per obbedienza. Abbiamo a volte l’impressione che l’invito a obbedire ai comandamenti si riduca a una conformità esteriore alla Legge, spesso suddivisa in molteplici e piccoli precetti. Il libro che leggiamo, invece, modifica tale convinzione e presenta l’obbedienza innanzitutto come un’interiore accettazione dei precetti dell’alleanza, una personale decisione morale, una risposta di amore che si concretizza nell’esecuzione anche di comandi minuziosi. Lo scopo, infatti, non è imporre qualcosa dall’esterno e costringere ad attuarlo, ma persuadere e incoraggiare.

Perciò ogni israelita e tutta la comunità si sente chiamato e coinvolto personalmente, attraverso un linguaggio che non è solo razionale, ma che intende pure suscitare emozioni. A questo scopo troviamo di frequente l’alternanza tra il singolare e il plurale della seconda persona, spesso spiegata come segnale di una pluralità di tradizioni, ma che può essere interpretato come la modalità che consente di esprimere il legame necessario tra la risposta personale e comunitaria all’appello della Legge. Analogamente, l’uso della prima persona plurale da parte di chi parla, ed espressioni come «i tuoi occhi», o «tu hai visto» danno a chi ascolta la sensazione di partecipare loro stessi a una importante esperienza comune. Così, la descrizione della terra e la preghiera di Mosè di potervi entrare, che a più riprese ritorna nel libro, ricevendo sempre una risposta negativa da parte del Signore, suonano come motivi per suscitare l’attaccamento verso quella promessa che sta per realizzarsi e per spingere a entrare nel paese «che il Signore ha giurato di darci».

Linee teologiche fondamentali

Questi elementi introducono l’evidenziazione di alcune delle linee teologiche del libro, che emergono sia nel Codice legislativo (Dt 12-26) sia nei capitoli di cornice all’ampio testo legale (Dt 1-11; 27-34).

Gli autori del Deuteronomio sono tra i più consapevoli teologi dell’Antico Testamento.

L’importanza deriva innanzitutto dal fatto che il libro è il testo conclusivo del Pentateuco e, inoltre, dal fatto di non costituire, rispetto all’insieme a cui appartiene, un passo in avanti nello sviluppo narrativo, ma di rappresentare una sorta di pausa di riflessione e di riappropriazione di quanto narrato.

Beauchamp parla del fenomeno letterario della deuterosi (ripetizione) cioè di quell’«atto della scrittura mediante la quale il discorso si ripiega su se stesso, indicando così l’inizio e la fine» (P. Beauchamp, L’uno e l’altro Testamento, Paideia, Brescia 1985, 172ss.). Il Deuteronomio, infatti, rilegge tutto l’insiem nostri  e della Torah e attraverso questo atto esprime anche il compimento profondo di ciò che leggiamo nei libri precedenti.

Tutto viene strettamente articolato e collegato, così da costruire un insieme armonico in cui riecheggia la storia dell’origine, cioè gli eventi dell’Esodo, il cammino del popolo nel deserto a cui si connettono il ripetuto peccato di incredulità e di idolatria, l’attesa dell’entrata nella terra e pure il fallimento dell’alleanza, e infine il compimento della storia con la prospettiva tracciata nei capp. 29-30, e nel Cantico del cap. 32, in cui si intravede il ritorno e una nuova alleanza, dopo la rottura della prima.

Già questi accenni suggeriscono la complessità della teologia del Deuteronomio.

Dalle esortazioni che Mosè rivolge al popolo a non avere altri dèi, cioè ad amare il Signore con tutto il cuore, a temerlo, servirlo, camminare nelle sue vie, si può ricavare innanzitutto che Dio si presenta con una forte esigenza di esclusività, che lo differenzia dalle divinità dei popoli antichi, piuttosto tolleranti di fronte alla pluralità dell’adesione religiosa. Il Signore invece rivendica l’unicità e la totalità della relazione con lui.

Da ciò deriva che anche il culto da rivolgere al Signore deve essere uno solo, cioè deve svolgersi in un unico luogo, l’unico santuario scelto dal Signore per far abitare il suo nome (cf. cap. 12), che determina l’eliminazione delle forme locali di devozione. Per questa ragione si impone una lotta determinata sia contro il sincretismo ufficiale e pubblico, sia contro il sincretismo privato nella religione delle famiglie (cap. 13).

L’unicità del Signore è pure il fondamento del modo con cui è inteso il popolo di Israele. Il Deuteronomio infatti mira a creare un unico popolo che sia costituito essenzialmente da fratelli, i quali vivono la comunione non solo in virtù dei legami di sangue, ma perché tutti si riconoscono membri del popolo di Dio. Il fondamento della comunione e della fraternità è la memoria della liberazione dall’Egitto e la chiamata a rispondere alla proposta di alleanza.

Questo principio, inoltre, produce una rilettura attualizzante di alcune prescrizioni del precedente Codice dell’alleanza del libro dell’Esodo (Es 20,22-23,33), risulta la chiave di interpretazione della maggior parte dei precetti legislativi contenuti nei capp. 12-26 del Codice (cf. 15,2.7.12; 17,15; 18,15.18; 22,1-4; 23,8; 24,7.14), soprattutto quelli che articolano e sviluppano i comandamenti relativi al prossimo del Decalogo (Dt 5,17-21) e che promuovono la cura per la vita del prossimo nei diversi ambiti dell’esistenza.

Quando e chi ha scritto il Deuteronomio

Il complesso che abbiamo cercato di delineare lascia intuire che il testo è il frutto di una riflessione e rielaborazione lunga che deve aver coinvolto personalità di rilievo, portatori di sensibilità e interessi diversi, dall’attenzione alla dimensione cultuale, a una precisa visione di esercizio del potere, a un ideale di società impegnata a tutelare le fasce più deboli.

La storia della redazione del Deuteronomio ha inoltre un legame con un episodio narrato in 2Re 22-23, di cui W. de Wette si è servito agli inizi del XIX secolo per datare il nostro testo. Secondo l’ipotesi dell’esegeta tedesco, il rotolo, rinvenuto nel tempio durante i lavori di restauro promossi dal re Giosia e che servì come base della riforma di questo re (di cui parla 2Re), dovrebbe essere messo in relazione proprio con il Deuteronomio, e in particolare con il Codice dei capp. 12-26. Numerosi provvedimenti presi da Giosia, infatti, trovano un fondamento nelle leggi deuteronomiche, come la centralizzazione del culto (2Re 23,5.8-9 e Dt 12,16); l’abolizione del culto degli astri (2Re 23,4-5.11; Dt 17,3); l’abolizione delle alture (2Re 23,13-20; Dt 12,23), la demolizione delle steli e dei pali sacri (2Re 23,4-5.13-15.19; Dt 12,2-3; 16,21-22); la proibizione della prostituzione sacra (2Re 23,7; Dt 23,18-19); l’abolizione di pratiche pagane come l’immolazione dei figli a Molok (2Re 23,10.24; Dt 18,10-11).

Questa tesi, secondo cui il Deuteronomio sia da riferirsi al libro scoperto nel tempio al tempo di Giosia, è rimasta una pietra angolare dell’esegesi biblica, sebbene restino aperte ancora numerose questioni: il libro è stato scritto prima e poi riscoperto, o va fatto risalire all’epoca della riforma? La seconda ipotesi sembra essere quella più verosimile: il rotolo riscoperto sarebbe stato scritto per promuovere e accreditare la riforma del re, sebbene si possa ipotizzare che siano state utilizzate tradizioni precedenti, adattate e rivisitate per essere più confacenti alla diversa situazione socio-politica.

Nel Deuteronomio si avvertono anche influssi della riflessione sapienziale e del movimento profetico che possono derivare da materiale proveniente dal Regno del Nord, portato a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria (722 a.C) e qui rielaborato. A questo ambito appartiene forse parte della parenesi dei capp. 5-11 e delle benedizioni e maledizioni dei capp. 27-28.

Infine è rimasta traccia degli eventi legati alla fine del regno di Giuda (597 a.C.), per esempio negli avvertimenti relativi alla sconfitta, nella descrizione degli orrori dell’assedio e dell’esilio che fanno parte della lista di maledizioni di Dt 28,25-68, ma anche nell’annuncio del ritorno nella terra in 30,1-10. È possibile allora ritenere che alcune sezioni del Deuteronomio contengano allusioni al primo assedio di Gerusalemme e ai primi anni dell’esilio a Babilonia.

Per queste ragioni è verosimile pensare che il Deuteronomio da un lato sia l’esito della riforma di Giosia più che il presupposto, e che la rielaborazione finale di tradizioni, che fino ad allora erano state conservate solo in forma sparsa e frammentaria, possano risalire al crollo del regno di Giuda e alla deportazione.

DABAR – LOGOS – PAROLA Lectio divina popolare
DEUTERONOMIO Introduzione e commento di Grazia Papola
giugno 2017 Mediagraf S.p.A. – Noventa Padovana, Padova
http://www.edizionimessaggero.it


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Questa voce è stata pubblicata il 10/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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