COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XIX Domenica Tempo ordinario (A) Commento

XIX domenica – tempo ordinario
Anno A
Matteo 14,22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». […]

(Letture: 1 Re 19,9.11-13; Salmo 84; Romani 9,1-5; Matteo 14,22-33)

Signore salvami

La mano tesa di Dio quando crediamo di affondare
Ermes Ronchi
ronchi

Gesù dapprima assente, poi come un fantasma nella notte, poi voce sul vento e infine mano forte che ti afferra. Un crescendo, dentro una liturgia di onde, di tempesta, di buio.
È commovente questo Gesù che passa di incontro in incontro: saluta i cinquemila appena sfamati, uno a uno, con le donne e i bambini; profumato di abbracci e di gioia, ora desidera l’abbraccio del Padre e sale sul monte a pregare. Poi, verso l’alba, sente il desiderio di tornare dai suoi. Di abbraccio in abbraccio: così si muoveva Gesù.
A questo punto il Vangelo racconta una storia di burrasca, di paure e di miracoli che falliscono. Pietro, con la sua tipica irruenza, chiede: se sei figlio di Dio, comandami di venire a te camminando sulle acque.
Venire a te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile di un prodigio fine a se stesso, esibizione di forza che non ha di mira il bene di nessuno. E infatti il miracolo non va a buon fine.
Pietro scende dalla barca, comincia a camminare sulle acque, ma in quel preciso momento, proprio mentre vede, sente, tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare. Uomo di poca fede perché hai dubitato? Pietro è uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio in quanto lo cerca. I miracoli non servono alla fede. Infatti Dio non si impone mai, si propone. I miracoli invece si impongono e non convertono. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sull’acqua eppure proprio nel momento in cui sperimenta la vertigine del prodigio sotto i suoi piedi, in quel preciso momento la sua fede va in crisi: Signore affondo!
Quando Pietro guarda al Signore e alla sua parola: Vieni!, può camminare sul mare. Quando guarda a se stesso, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, si blocca nel dubbio. Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in primo piano progetti buoni, noi avanziamo. Mentre la paura dà ordini che mortificano la vita, i progetti danno ordini al futuro.
Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie, se guardiamo ai nostri complessi, ai fallimenti di ieri, ai peccati che ricorrono, iniziamo la discesa nel buio.
Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi. Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; dentro il dubitare, crede: Signore, salvami!
Dubbio e fede. Indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ora so che qualsiasi mio affondamento può essere redento da una invocazione gridata nella notte, gridata nella tempesta come Pietro, dalla croce come il ladro morente.


Banksy, La zattera della medusa (da Géricault), Calais, 2016, stencil e pittura acrilica su muro

“Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”
Enzo Bianchi

Nella XVIII domenica per annum (sulla quale quest’anno ha prevalso la festa della Trasfigurazione del Signore, 6 agosto) è prevista la lettura del racconto della moltiplicazione dei pani secondo Matteo (cf. Mt 14,13-21). Le folle, sapendo che Gesù è andato in disparte, in un luogo solitario, lo seguono dalle loro città e lo precedono sull’altra riva del lago di Genesaret. Scendendo dalla barca Gesù, sorpreso di vedere tante persone, è colto da viscerale compassione e, dopo aver donato “la parola del Regno” e aver guarito i malati, dona loro il pane condiviso, in modo che tutti siano saziati.

Subito dopo, rinviate le folle alle loro case, costringe i discepoli a salire sulla barca e a fare ritorno alla riva da cui erano partiti. Rimasto solo, sale sul monte, in disparte, a pregare, e venuta la sera è ancora là in preghiera solitaria. Secondo il quarto vangelo, dopo la moltiplicazione dei pani, quella gente in attesa di un liberatore politico che faccia regnare la giustizia e colmi tutti i poveri di cibo, vorrebbe proclamare Gesù Re Messia, ed è per questo che Gesù si ritira sul monte tutto solo (cf. Gv 6,14-15). Ecco dunque Gesù in solitudine e in preghiera, sulla montagna, luogo non abitato, dove trova silenzio e quiete, montagna che per la Bibbia è il luogo delle grandi rivelazioni di Dio. Sappiamo che Matteo presenta la montagna come luogo della tentazione di Gesù (cf. Mt 4,8-19), della proclamazione del discorso del Regno (cf. Mt 5-7), della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-8), della missione consegnata ai discepoli dal Risorto (cf. Mt 28,16-20). Ma qui è luogo di solitudine e di preghiera.

Per noi umani la solitudine può essere buona o cattiva ma non possiamo dimenticare che essa è una dimensione essenziale della nostra vita, perché non è solo la verità più profonda che incontreremo nella morte ma resta una dimensione da cercare, da vivere per essere pienamente noi stessi nella libertà, per potere, in assenza di voci umane, ascoltare la voce di Dio che parla a ciascuno di noi nel cuore. Gesù nella solitudine è un’icona che dovremmo tenere più presente, proprio perché, nella sua umanità piena e assoluta, assunta nell’incarnazione, ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, ha sentito e vissuto la propria vocazione messianica in un modo altro rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore; ha lottato nella solitudine contro le tentazioni, vincendo Satana grazie all’unico sostegno della Parola di Dio, custodita, interpretata e pregata nel cuore. Nella solitudine Gesù si è preparato ad acconsentire alla logica della croce, al perdono dei suoi nemici, all’amare i suoi discepoli fino alla fine (cf. Gv 13,1). Ha vissuto almeno trent’anni di solitudine prima della sua missione pubblica, dunque la solitudine non è stata per lui luogo di assenza ma di presenza di Dio.

E la vera solitudine, per essere luogo di tale presenza, deve essere piena di preghiera. Ecco perché i vangeli testimoniano a più riprese che Gesù si ritirava in disparte per pregare. Ma cos’era la preghiera di Gesù? Innanzitutto ascolto di Dio, del padre, l’“Abba” (Mc 14,36), come egli lo invocava, educato dall’ascolto delle sante Scritture del suo popolo. Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava, operazione che per lui, come per ogni essere umano, avveniva nel cuore, organo centrale in cui ciascuno può discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiunge l’uomo, dunque non può essere efficace. In questa sosta sulla montagna, dopo il segno-miracolo della moltiplicazione dei pani e dopo aver ricevuto “l’applauso” dalle folle, Gesù ancora una volta ascolta il Padre e sceglie nuovamente di essere il Messia povero, debole, che accetta anche il fallimento umano della sua missione, il Messia preda delle sofferenze, del rigetto e della morte ignominiosa del maledetto sulla croce (cf. Gal 3,13). Questo è il Gesù che la chiesa e ciascuno di noi dobbiamo avere presente nel nostro vivere quotidiano, nella nostra lotta, nei nostri fallimenti, nelle nostre fragilità.

Ma ecco che improvvisamente il Gesù solitario e orante sulla montagna diventa il Gesù Signore sulle acque in tempesta. La barca dei discepoli, durante la traversata notturna del lago, si trova in mezzo alla tempesta, è sbattuta dalle onde a causa del forte vento contrario. Sembra una notte interminabile in cui i discepoli lottano contro i marosi, nel buio fitto e nella paura. Come non vedere in questa barca un’icona della comunità di Gesù, della chiesa? I padri della chiesa hanno sempre interpretato così questa barca lontana dalla riva e sbattuta dalle onde (apò tês ghês apeîchen basanizómenon hypò tôn kymáton). In ogni ora della storia la barca dei discepoli di Gesù incrocia venti contrari e tempeste: non può essere diversamente in questo mondo, dove contro i discepoli di Gesù si scatenano spesso opposizioni, inimicizie, persecuzioni. Qualcuno dice che quello attuale è un tempo in cui “la barca si è riempita di acqua fino quasi a capovolgersi”, ed è vero; ma io direi che sempre, oggi come ieri, finché la barca non approderà alle rive del regno di Dio, sarà così. Il vero problema non sta nella tempesta ma nella paura di quanti sono sulla barca, perché la paura è segno di poca fede nel Signore il quale, anche se non è sulla barca, è tuttavia il Signore della terra e del mare, di tutta la storia che, nelle sue mani, resta e resterà storia di salvezza.

Verso la fine della notte i discepoli sulla barca vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro; ma invece di cogliere in quella figura Gesù il Signore, pensano che sia un fantasma e hanno paura fino a gridare. Ma Gesù, stando sulle acque, li rassicura: “Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”. Non è un fantasma che mette paura, ma è Gesù, Signore sugli abissi della morte, sui vortici e sui marosi della vita, che viene e chiede di sconfiggere la paura, di esercitare il coraggio e la fede, la fiducia, perché lui è “Io sono”. Ecco apparire sulle labbra di Gesù il Nome santo e glorioso di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14) e ripetuto dai profeti: “Io sono” (Egó eimi). Colui che sembra assente, in verità è presente più che mai, e la sua barca resta la sua barca, sia che lui non vi sia sopra, sia che si trovi su di essa e dorma appoggiato a un cuscino (cf. Mc 4,37; Mt 8,24). E sempre, quando Gesù ci viene incontro, prima che discerniamo pienamente la sua presenza, ci dice: “Coraggio, non temete!”.

Pietro, secondo Marco e Matteo il primo chiamato (cf. Mc 1,16; Mt 4,18), reagisce dicendo: “Signore (Kýrie), se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Egli vorrebbe essere dotato dei poteri di Gesù, vorrebbe essere Signore delle acque, e allora quasi lo tenta: lo chiama Signore, con fede, ma cosa vuole provare? Gesù gli risponde: “Vieni!”, e Pietro scende dalla barca e cammina sulle acque verso di lui; ma non appena sente la potenza del vento, ha paura e comincia a sprofondare, gridando: “Signore, salvami!”. Ha provato, ma non è stato capace di rimanere in piedi sulle acque del mare di Galilea e, affondando, deve comprendere la propria debolezza, la propria incapacità di stare a galla, il che lo porta a invocare il Signore. Lo ripeto, Pietro comprende la propria fragilità e debolezza: quella di un “uomo di poca fede” – come Gesù lo definisce – che ha paura, che a volte tenta il Signore, ma che in ogni caso è riportato alla consapevolezza della propria miseria. È così che impara la verità di quell’esclamazione profondamente cristiana che sarà coniata da Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas!”, “O desiderabile, beata debolezza!” (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7).

Sì, Gesù accetta la debolezza della nostra fede e ci tende la mano ogni volta che noi cadiamo o sprofondiamo. Pietro conoscerà ancora questa esperienza, quando, dopo aver rinnegato Gesù, si sentirà nuovamente tendere da lui la mano, attraverso lo sguardo del Signore che si volta verso di lui (cf. Lc 22,61). “Kýrie eleíson!”, “Signore, abbi pietà di me!”, ecco la preghiera del cristiano sempre, preghiera che nel profondo del cuore deve essere presenza costante, pronta a diventare parole che si fanno invocazione, in ogni momento di consapevolezza della propria fragilità.

Poi Pietro e Gesù risalgono sulla barca e il vento cessa. Allora tutti gli altri si prostrano davanti a Gesù e confessano: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”, mostrando di aver compreso la parola di Gesù (“Io sono”) e riconoscendo in lui il Signore, il Kýrios. Il cammino della chiesa, di ogni comunità cristiana, di ciascuno di noi, conosce e conoscerà contrarietà, ore di paura, sofferenze e fatiche. Chi pensa che Gesù Cristo sia un “fantasma”, un abbaglio, mostra di non avare la fede necessaria per dirsi ed essere suo discepolo e non riesce ad andare verso di lui, a raggiungerlo. Ma chi ha fede, a costo di camminare su acque in tempesta – metafora efficacissima –, riesce a stare dietro a Gesù, a incontrarlo come il Signore che gli dice: “Non avere paura, Io sono!”.


Banksy, La zattera della medusa (da Géricault), Calais, 2016, stencil e pittura acrilica su muro.

Banksy, Steve Jobs, Calais, 2016Il vangelo di questa domenica ci parla di una barca in difficoltà e dell’aiuto che il Signore mette nell’infondere coraggio ai naviganti impauriti. Che questo vangelo abbia molto da dire alla nostra stretta attualità è scontato, la chiave che scelgo è quella dell’ironia dello street artist Banksy. Nel 2016 decide di lavorare a tre immagini nella zona portuale di Calais, città ormai famosa per la così detta “giungla”, ovvero il grande campo di fortuna costruito dai rifugiati in attesa di potersi imbarcare verso il Regno Unito. Racconto brevemente le prime due per poi soffermarmi sulla terza che fa da illustrazione al commento al vangelo.
La prima rappresenta Steve Jobs, il fondatore della Apple, che scappa con un sacco in una mano e nell’altra uno dei primi modelli dei suoi computer: Macintosh 128k del 1984. Per coglierne la satira basta il commento scritto dallo stesso Banksy:

«Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese, ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs»

Banksy, porto di Calais, 2016Il secondo lavoro a ridosso del porto rappresenta un bambino con alle spalle una valigia che guarda con un cannocchiale rivolto verso il mare, che è l’orizzonte non solo immaginario, ma anche fisico della spiaggia. Quindi guarda verso il Regno Unito, o simbolicamente verso il futuro. Sul cannocchiale però poggia minaccioso un avvoltoio che punta verso di lui, a ricordare che il suo destino non sarà per nulla facile.

Il terzo lavoro è una citazione di un famoso quadro francese “La zattera della medusa” (1819) di Théodore Géricault.

Banksy, Zattera della medusa (contesto), Calais, 2016

Questo quadro è un emblema della fierezza francese al pari della “Vittoria che guida il popolo” (1830) di Eugène Delacroix che riprende lo schema compositivo della zattera. La scelta della citazione ha quindi dei chiari richiami all’orgoglio nazionale dei francesi e a quei principi di “libertà, uguaglianza e fraternità” che a Calais sembrano dimenticati.Banksy confronto con  Gericault
Il quadro originale di Géricault narra di un episodio avvenuto nel 1816 in cui per una serie di negligenze la fregata francese Méduse rimase incagliata sulle coste della Mauritania. Oltre 250 persone si salvarono grazie alle scialuppe, le rimanenti 150, la ciurma, dovettero essere imbarcate su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7; di queste ultime persone soltanto 12 si salvarono. Lascio al lettore tutti i collegamenti tra la storia del 1816 e i barconi di oggi.
L’occhio di Banksy è attento alla scelta del muro sul quale è già colorato uno zoccolo azzurro sul quale appone l’immagine della zattera trasformando quella striscia di colore nella linea dell’orizzonte.
Su quella linea si staglia una nave che continua sulla sua rotta mentre i naufraghi cercano di attirarne l’attenzione.
Anche su questa immagine Banksy ha lasciato un suo caustico commento:

«Non tutti siamo fortunati allo stesso modo».

E noi, discepoli di Gesù, riusciremo ancora a tendere una mano e a dire “Coraggio, non abbiate paura”?

Per approfondire:
Sito ufficiale di Banksy

a cura di Elia Fiore

Nella XVIII domenica per annum (sulla quale quest’anno ha prevalso la festa della Trasfigurazione del Signore, 6 agosto) è prevista la lettura del racconto della moltiplicazione dei pani secondo Matteo (cf. Mt 14,13-21). Le folle, sapendo che Gesù è andato in disparte, in un luogo solitario, lo seguono dalle loro città e lo precedono sull’altra riva del lago di Genesaret. Scendendo dalla barca Gesù, sorpreso di vedere tante persone, è colto da viscerale compassione e, dopo aver donato “la parola del Regno” e aver guarito i malati, dona loro il pane condiviso, in modo che tutti siano saziati.

Subito dopo, rinviate le folle alle loro case, costringe i discepoli a salire sulla barca e a fare ritorno alla riva da cui erano partiti. Rimasto solo, sale sul monte, in disparte, a pregare, e venuta la sera è ancora là in preghiera solitaria. Secondo il quarto vangelo, dopo la moltiplicazione dei pani, quella gente in attesa di un liberatore politico che faccia regnare la giustizia e colmi tutti i poveri di cibo, vorrebbe proclamare Gesù Re Messia, ed è per questo che Gesù si ritira sul monte tutto solo (cf. Gv 6,14-15). Ecco dunque Gesù in solitudine e in preghiera, sulla montagna, luogo non abitato, dove trova silenzio e quiete, montagna che per la Bibbia è il luogo delle grandi rivelazioni di Dio. Sappiamo che Matteo presenta la montagna come luogo della tentazione di Gesù (cf. Mt 4,8-19), della proclamazione del discorso del Regno (cf. Mt 5-7), della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-8), della missione consegnata ai discepoli dal Risorto (cf. Mt 28,16-20). Ma qui è luogo di solitudine e di preghiera.

Per noi umani la solitudine può essere buona o cattiva ma non possiamo dimenticare che essa è una dimensione essenziale della nostra vita, perché non è solo la verità più profonda che incontreremo nella morte ma resta una dimensione da cercare, da vivere per essere pienamente noi stessi nella libertà, per potere, in assenza di voci umane, ascoltare la voce di Dio che parla a ciascuno di noi nel cuore. Gesù nella solitudine è un’icona che dovremmo tenere più presente, proprio perché, nella sua umanità piena e assoluta, assunta nell’incarnazione, ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, ha sentito e vissuto la propria vocazione messianica in un modo altro rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore; ha lottato nella solitudine contro le tentazioni, vincendo Satana grazie all’unico sostegno della Parola di Dio, custodita, interpretata e pregata nel cuore. Nella solitudine Gesù si è preparato ad acconsentire alla logica della croce, al perdono dei suoi nemici, all’amare i suoi discepoli fino alla fine (cf. Gv 13,1). Ha vissuto almeno trent’anni di solitudine prima della sua missione pubblica, dunque la solitudine non è stata per lui luogo di assenza ma di presenza di Dio.

E la vera solitudine, per essere luogo di tale presenza, deve essere piena di preghiera. Ecco perché i vangeli testimoniano a più riprese che Gesù si ritirava in disparte per pregare. Ma cos’era la preghiera di Gesù? Innanzitutto ascolto di Dio, del padre, l’“Abba” (Mc 14,36), come egli lo invocava, educato dall’ascolto delle sante Scritture del suo popolo. Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava, operazione che per lui, come per ogni essere umano, avveniva nel cuore, organo centrale in cui ciascuno può discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiunge l’uomo, dunque non può essere efficace. In questa sosta sulla montagna, dopo il segno-miracolo della moltiplicazione dei pani e dopo aver ricevuto “l’applauso” dalle folle, Gesù ancora una volta ascolta il Padre e sceglie nuovamente di essere il Messia povero, debole, che accetta anche il fallimento umano della sua missione, il Messia preda delle sofferenze, del rigetto e della morte ignominiosa del maledetto sulla croce (cf. Gal 3,13). Questo è il Gesù che la chiesa e ciascuno di noi dobbiamo avere presente nel nostro vivere quotidiano, nella nostra lotta, nei nostri fallimenti, nelle nostre fragilità.

Ma ecco che improvvisamente il Gesù solitario e orante sulla montagna diventa il Gesù Signore sulle acque in tempesta. La barca dei discepoli, durante la traversata notturna del lago, si trova in mezzo alla tempesta, è sbattuta dalle onde a causa del forte vento contrario. Sembra una notte interminabile in cui i discepoli lottano contro i marosi, nel buio fitto e nella paura. Come non vedere in questa barca un’icona della comunità di Gesù, della chiesa? I padri della chiesa hanno sempre interpretato così questa barca lontana dalla riva e sbattuta dalle onde (apò tês ghês apeîchen basanizómenon hypò tôn kymáton). In ogni ora della storia la barca dei discepoli di Gesù incrocia venti contrari e tempeste: non può essere diversamente in questo mondo, dove contro i discepoli di Gesù si scatenano spesso opposizioni, inimicizie, persecuzioni. Qualcuno dice che quello attuale è un tempo in cui “la barca si è riempita di acqua fino quasi a capovolgersi”, ed è vero; ma io direi che sempre, oggi come ieri, finché la barca non approderà alle rive del regno di Dio, sarà così. Il vero problema non sta nella tempesta ma nella paura di quanti sono sulla barca, perché la paura è segno di poca fede nel Signore il quale, anche se non è sulla barca, è tuttavia il Signore della terra e del mare, di tutta la storia che, nelle sue mani, resta e resterà storia di salvezza.

Verso la fine della notte i discepoli sulla barca vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro; ma invece di cogliere in quella figura Gesù il Signore, pensano che sia un fantasma e hanno paura fino a gridare. Ma Gesù, stando sulle acque, li rassicura: “Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”. Non è un fantasma che mette paura, ma è Gesù, Signore sugli abissi della morte, sui vortici e sui marosi della vita, che viene e chiede di sconfiggere la paura, di esercitare il coraggio e la fede, la fiducia, perché lui è “Io sono”. Ecco apparire sulle labbra di Gesù il Nome santo e glorioso di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14) e ripetuto dai profeti: “Io sono” (Egó eimi). Colui che sembra assente, in verità è presente più che mai, e la sua barca resta la sua barca, sia che lui non vi sia sopra, sia che si trovi su di essa e dorma appoggiato a un cuscino (cf. Mc 4,37; Mt 8,24). E sempre, quando Gesù ci viene incontro, prima che discerniamo pienamente la sua presenza, ci dice: “Coraggio, non temete!”.

Pietro, secondo Marco e Matteo il primo chiamato (cf. Mc 1,16; Mt 4,18), reagisce dicendo: “Signore (Kýrie), se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Egli vorrebbe essere dotato dei poteri di Gesù, vorrebbe essere Signore delle acque, e allora quasi lo tenta: lo chiama Signore, con fede, ma cosa vuole provare? Gesù gli risponde: “Vieni!”, e Pietro scende dalla barca e cammina sulle acque verso di lui; ma non appena sente la potenza del vento, ha paura e comincia a sprofondare, gridando: “Signore, salvami!”. Ha provato, ma non è stato capace di rimanere in piedi sulle acque del mare di Galilea e, affondando, deve comprendere la propria debolezza, la propria incapacità di stare a galla, il che lo porta a invocare il Signore. Lo ripeto, Pietro comprende la propria fragilità e debolezza: quella di un “uomo di poca fede” – come Gesù lo definisce – che ha paura, che a volte tenta il Signore, ma che in ogni caso è riportato alla consapevolezza della propria miseria. È così che impara la verità di quell’esclamazione profondamente cristiana che sarà coniata da Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas!”, “O desiderabile, beata debolezza!” (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7).

Sì, Gesù accetta la debolezza della nostra fede e ci tende la mano ogni volta che noi cadiamo o sprofondiamo. Pietro conoscerà ancora questa esperienza, quando, dopo aver rinnegato Gesù, si sentirà nuovamente tendere da lui la mano, attraverso lo sguardo del Signore che si volta verso di lui (cf. Lc 22,61). “Kýrie eleíson!”, “Signore, abbi pietà di me!”, ecco la preghiera del cristiano sempre, preghiera che nel profondo del cuore deve essere presenza costante, pronta a diventare parole che si fanno invocazione, in ogni momento di consapevolezza della propria fragilità.

Poi Pietro e Gesù risalgono sulla barca e il vento cessa. Allora tutti gli altri si prostrano davanti a Gesù e confessano: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”, mostrando di aver compreso la parola di Gesù (“Io sono”) e riconoscendo in lui il Signore, il Kýrios. Il cammino della chiesa, di ogni comunità cristiana, di ciascuno di noi, conosce e conoscerà contrarietà, ore di paura, sofferenze e fatiche. Chi pensa che Gesù Cristo sia un “fantasma”, un abbaglio, mostra di non avare la fede necessaria per dirsi ed essere suo discepolo e non riesce ad andare verso di lui, a raggiungerlo. Ma chi ha fede, a costo di camminare su acque in tempesta – metafora efficacissima –, riesce a stare dietro a Gesù, a incontrarlo come il Signore che gli dice: “Non avere paura, Io sono!”.


Banksy, La zattera della medusa (da Géricault), Calais, 2016, stencil e pittura acrilica su muro.

Banksy, Steve Jobs, Calais, 2016Il vangelo di questa domenica ci parla di una barca in difficoltà e dell’aiuto che il Signore mette nell’infondere coraggio ai naviganti impauriti. Che questo vangelo abbia molto da dire alla nostra stretta attualità è scontato, la chiave che scelgo è quella dell’ironia dello street artist Banksy. Nel 2016 decide di lavorare a tre immagini nella zona portuale di Calais, città ormai famosa per la così detta “giungla”, ovvero il grande campo di fortuna costruito dai rifugiati in attesa di potersi imbarcare verso il Regno Unito. Racconto brevemente le prime due per poi soffermarmi sulla terza che fa da illustrazione al commento al vangelo.
La prima rappresenta Steve Jobs, il fondatore della Apple, che scappa con un sacco in una mano e nell’altra uno dei primi modelli dei suoi computer: Macintosh 128k del 1984. Per coglierne la satira basta il commento scritto dallo stesso Banksy:

«Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese, ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs»

Banksy, porto di Calais, 2016Il secondo lavoro a ridosso del porto rappresenta un bambino con alle spalle una valigia che guarda con un cannocchiale rivolto verso il mare, che è l’orizzonte non solo immaginario, ma anche fisico della spiaggia. Quindi guarda verso il Regno Unito, o simbolicamente verso il futuro. Sul cannocchiale però poggia minaccioso un avvoltoio che punta verso di lui, a ricordare che il suo destino non sarà per nulla facile.

Il terzo lavoro è una citazione di un famoso quadro francese “La zattera della medusa” (1819) di Théodore Géricault.

Banksy, Zattera della medusa (contesto), Calais, 2016

Questo quadro è un emblema della fierezza francese al pari della “Vittoria che guida il popolo” (1830) di Eugène Delacroix che riprende lo schema compositivo della zattera. La scelta della citazione ha quindi dei chiari richiami all’orgoglio nazionale dei francesi e a quei principi di “libertà, uguaglianza e fraternità” che a Calais sembrano dimenticati.Banksy confronto con  Gericault
Il quadro originale di Géricault narra di un episodio avvenuto nel 1816 in cui per una serie di negligenze la fregata francese Méduse rimase incagliata sulle coste della Mauritania. Oltre 250 persone si salvarono grazie alle scialuppe, le rimanenti 150, la ciurma, dovettero essere imbarcate su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7; di queste ultime persone soltanto 12 si salvarono. Lascio al lettore tutti i collegamenti tra la storia del 1816 e i barconi di oggi.
L’occhio di Banksy è attento alla scelta del muro sul quale è già colorato uno zoccolo azzurro sul quale appone l’immagine della zattera trasformando quella striscia di colore nella linea dell’orizzonte.
Su quella linea si staglia una nave che continua sulla sua rotta mentre i naufraghi cercano di attirarne l’attenzione.
Anche su questa immagine Banksy ha lasciato un suo caustico commento:

«Non tutti siamo fortunati allo stesso modo».

E noi, discepoli di Gesù, riusciremo ancora a tendere una mano e a dire “Coraggio, non abbiate paura”?

Per approfondire:
Sito ufficiale di Banksy

a cura di Elia Fiore
http://www.monasterodibose.it/


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10/08/2017 da in Anno A, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario.

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.347 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
agosto: 2017
L M M G V S D
« Lug    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

  • 135,031 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Aborto Advent Advento Africa Afrique Alegria Ambiente America Amor Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Asia Bibi Ateismo Avent Avvento Bellezza Benedetto XVI Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Bruno Forte Capitalismo Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Cinema Confessione Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cristãos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dialogue Dio Diritti umani Domenica del Tempo ordinario (A) Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enciclica Enzo Bianchi Epifania Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Fame Famiglia Famille Family Família Fede Fondamentalismo France Gabrielle Bossis Gender Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giovedì Santo Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio della Domenica - A Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libia Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Litany of Loreto Litany of Mary Livre de la Genèse Livro do Gênesis Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Mission Missione Morte México Natale Navidad Nigeria Noël October Oração Pace Padre nostro Padri del Deserto Paix Pakistan Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paraguay Paul VI Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione anti-cristiani Persecuzione dei cristiani Pittura Pobres Pobreza Politica Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Sacramento della Misericordia Santità Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Solidarietà Spiritualità Stati Uniti Sud Sudan Synod Terrorismo Terrorismo islamico Testimoni Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Viaggio apostolico Violenza Virgin Mary Von Balthasar
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: