COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Assunzione della Beata Vergine Maria – Commento

Assunzione della Beata Vergine Maria.

15 Agosto – Assunzione della Vergine Maria
Luca 1,39-56

Ci sono giorni – e questo è uno di quelli – in cui, o si cancella il mondo – ma questa festa non è fatta per cancellare il mondo – o si fa fatica a parlare. Ma, prima ancora che a parlare, a racimolare pensieri, perché le immagini sono altre.

Forse a molti di noi sarà venuto spontaneo pensare come questa dell’Assunta fosse un tempo una festa serena nel cuore dell’estate. Ma forse non fu sempre, così. Certo oggi non è così. Ci è stato chiesto di farne una giornata di preghiera per i cristiani perseguitati. Ecco dove spingono i pensieri. Vorrei sommessamente aggiungere: non solo i cristiani, perché perseguitati da questa follia non sono solo i cristiani, ma anche gli yazidi, gli stessi islamici e tante altre minoranze religiose. C’è un filo rosso che li stringe soffocandoli, quello della volontà di sterminio di ogni religione altra, di ogni fede altra. E noi oggi siamo qui a pregare e a invocare – è bello che per i cristiani sia così – la difesa non solo di noi stessi, ma della libertà religiosa di tutti, della vita spirituale di chiunque, del diritto di chiunque di scegliere una via, la sua via senza offesa, anzi nel rispetto più profondo, della fede o della non fede dell’altro, della vita spirituale di tutti.

E lo facciamo nel giorno in cui la liturgia ci parla di una donna umile – svestiamola delle vesti che non ha mai vestito, pensiamola con i suoi abiti veri, umile donna, potremmo dire mai notata, una delle donne del villaggio, dove andava ad attingere acqua al pozzo come tutte -.

La liturgia ci racconta del suo salire i cieli in modi a noi sconosciuti. Non so se anche voi ha colpito il fatto che la liturgia oggi, non potendo indugiare con i suoi occhi sul suo salire i cieli, avvolto di mistero, ci abbia raccontato, di Maria, il suo salire i monti di Giuda, verso la casa della cugina Elisabetta, per esserle di aiuto. “La raggiunse in fretta” dice il vangelo di Luca. Il suo grembo era appena rigonfio, per via di una voce di angelo, rigonfio forse – erano i primi giorni! – più nel pensiero che nell’arco dolce del corpo.

Aveva sposato la piccolezza, la sua e quella degli altri. E l’averla sposata ebbe come ultimo approdo il salire i cieli o, forse meglio, un Dio che ti porta in alto. Lo fa lui, opera sua: assunta, al passivo! Nel viaggio che di più non si può: “Grandi cose” cantò sull’uscio della cugina anziana d’anni “grandi cose ha fatto per me l’onnipotente”. Una voce di speranza, in uno spaccato della storia del mondo che oggi l’affresco del libro dell’Apocalisse ci presentava con le sue luci ma anche con le sue ombre inquietanti.

Leggevamo la pagina del libro e ci sembrava di leggere vicende purtroppo dei nostri giorni. Il libro ci ricordava lo scontro nella storia tra il popolo degli umili e il popolo degli arroganti, insediato al centro del potere: il drago dalle sette teste sembra onnipotente. Che cosa possono la donna inerme e il suo piccolo bambino, che cosa possono gli umili della storia nei confronti delle trame astute devastanti dei potenti, dei prepotenti di questo mondo? Non sembrano forse destinati ad essere divorati? L’Apocalisse, che svela il senso ultimo delle cose, che svela le cose meno vistose ma più vere, ci invita, e sembra un paradosso, a non lasciarci sedurre da quanto a prima vista appare. Sembra vincente l’arroganza, la prepotenza, il denaro. Sembrano vincere i violenti. Dio esalta gli umili. Che non sono, badate bene, i remissivi, i paurosi, i pavidi. Non appare tale Maria nel suo canto. Gli umili hanno una loro forza, che non è quella delle istituzioni, non è quella delle leggi, e tanto meno quella delle armi, ma quella dello Spirito.

Lasciatemi dire: vanno difesi gli umili, vanno custoditi come il vero tesoro della terra, per questo dobbiamo prendere le loro difese: sono loro a segnare la strada per una umanità degna di questo nome, lontana dalla disumanità, sono loro la speranza della terra.

Guai se alla violenza rispondessimo con la stessa logica della violenza. Proprio in questi giorni inviati di quotidiani, incrociando popolazioni a rischio di sterminio, esprimevano nel loro servizi lo stupore per l’assenza in loro, nei loro occhi, di un minimo sentimento di violenza.

E in questo, lasciatemi dire, le donne – Maria era una donna – insegnano. E io vorrei ricordare, per debito, due di loro in tempi a noi più vicini. Due figure.

Vorrei innanzitutto ricordare le parole, di una intensità incredibile, di Etty Hillesum, giovane ragazza morta a soli 29 anni, nel novembre dell’anno 1943, nel campo di sterminio di Auschwitz. In una pagina del suo diario, scrive: “Se in un’epoca come questa non si crolla per la tristezza, o non ci si indurisce e si diviene cinici, o non si tende alla rassegnazione – e tutto questo per proteggere se stessi – allora si diventa sempre più teneri e dolci, e sciolti, comprensivi e affettuosi” (Etty Hillesum a Julius Spier, luglio 1942).

Altra donna, Adalgisa. Racconta di lei una mia cara amica, Gabriella Caramore, che scrive: “Qualche mese fa mi è stato raccontato un episodio. Siamo negli ultimi terribili giorni della Seconda guerra mondiale. In un paese della provincia di Parma. Un gruppo di camicie nere uccide spietatamente, davanti agli occhi della madre, un giovane che probabilmente fa parte di una formazione partigiana. Non passa molto tempo, la situazione si rovescia. I partigiani arrivano a catturare l’autore di quell’orribile assassinio, lo portano davanti alla madre che ne era stata l’impietrita testimone, come per offrirlo alla sua vendetta. Decida lei come pareggiare i conti. Il paese è in subbuglio, tutti pensano che finalmente sarà fatta giustizia. Ma Adalgisa Corradini, questo è il nome della donna, è già colma del suo dolore. Un’altra morte non arriverebbe a placarlo. Neppure la morte di chi le ha tolto il figlio. Adalgisa si fa strada fra la folla che assedia l’autore del delitto. Guarda negli occhi l’assassino di suo figlio. “Ce l’hai una madre a casa che ti aspetta? Se ce l’hai, torna da lei”. I partigiani restano sbigottiti, ma nessuno osa contrariare il comportamento fermo di Adalgisa e il suo singolare verdetto. Forse è solo così che si può cambiare strada, con un gesto imprevedibile, per certi versi illogico, che non mira a pareggiare i conti, ma spezza la catena delle vendette. Questo episodio mi è venuto in mente nelle settimane passate, assistendo al cieco crescendo di orrore (…) Solo gesti come quello di Adalgisa – difficili e rari! – potrebbero interrompere le sequenze di morte e di guerra, tenendo accese scintille di umanità”.

Maria di Nazareth, Etty Hillesum, Adalgisa Corradini, donne. Donne che tengono accese scintille di umanità. Nei nostri occhi.

Don Angelo Casati

Il cielo, patria mia – Assunzione della B. V. Maria

La condizione di ogni uomo sulla terra è quella di un pellegrino che spesso rischia di diventare un viandante senza meta. Non poche volte, infatti, messo com’è alla prova sotto il peso di molte tribolazioni o sedotto dal fascino di realtà che sembrano essere promettenti, accade che l’uomo finisca per smarrire il senso stesso del suo essere stato creato e la terra e il mondo siano letti come una interminabile esperienza di prigionia in cui una volontà dispotica ci ha posti a scontare una ingiusta pena.

Non poche volte, poi, unica compagna certa sembra essere la prospettiva disperante della morte. Paolo ce lo ha ricordato: “l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1Cor 15,26). Avere permanentemente un nemico alle costole è motivo di grande apprensione. Tutto è molto precario ed esposto al rischio, nulla ha stabilità e sicurezza. L’ansia ci rode, l’irrequietudine ci mette in agitazione, avvertiamo forte il bisogno di autodifenderci perché percepiamo tutto e tutti come una minaccia. Quante energie sprecate perché un atteggiamento di chiusura sembra avere la meglio tanto da impedirci di vivere i rapporti nella gratuità e all’insegna dell’amore come dono di sé! La gioia resta solo un pio desiderio e non un’esperienza di cui essere protagonisti. E così altaleniamo tra il fascino del caduco e l’angoscia di ciò che non può mantenere ciò che promette.

Questo è il destino dell’uomo? È a questo che siamo chiamati?

La festa odierna, tuttavia, viene ad annunciarci che Dio stesso si riserva di decidere sul nostro conto un’altra sorte: non già la fragilità e la morte bensì la pienezza della vita chiamata a partecipare dell’eternità stessa di Dio. Questo, però, non evitando la fragilità e la morte ma passando attraverso di esse.

È di questo che ci parla la solennità dell’Assunzione di Maria. Questa prospettiva della meta, tutta da riprendere a frequentare da parte nostra come singoli e come comunità, è motivo di consolazione perché ci libera dai ricatti dell’angoscia.

Dio non altera il corso naturale degli eventi attraverso quello che la psicologia chiama il meccanismo dell’evitamento. Certo, faremmo nostro volentieri un percorso che garantisca l’approdo alla meta bypassando tutto ciò che fa parte del percorso ordinario di ogni uomo. Eppure, anche il Figlio di Dio ha conosciuto il rinnegamento, il tradimento, l’angoscia, la solitudine, il dolore, la morte. Ma Dio lo ha risuscitato diventando primizia di coloro che attraversano la sua stessa esperienza di morte.

La storia di chi crede in Dio non è una storia preservata dall’esperienza del limite ma è una esistenza trasfigurata: pur restando la stessa, nulla, tuttavia, è come prima. Il cuore del credente è un cuore liberato da tutto ciò che intristisce così da porsi in sintonia con il cuore stesso di Dio. Paolo dirà che “noi veniamo trasformati in quella medesima immagine (quella del Signore Gesù), di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18) fino a far sì che persino il nostro corpo diventi un corpo glorioso. Il nostro non è un cammino a tentoni: abbiamo davanti un’immagine sicura – il Signore Gesù – verso cui dobbiamo volgere costantemente lo sguardo. Proprio come ha fatto Maria. Quando questo accade, quelli che noi leggiamo come incidenti di percorso, secondo questo processo di trasformazione che lo Spirito del Signore opera in noi, diventano, invece, non pietre di scarto ma materiale preziosissimo perché possiamo gustare la vita di Dio in pienezza. Il cielo diventa così la meta verso cui affrettare con speranza i nostri passi. Dio tutto raccoglie nel suo otre, persino le nostre lacrime.

Maria, con stupore e riconoscenza, riesce a leggere l’ordito della storia non come un insieme di eventi giustapposti, bensì come il segno di un intervenire incessante di Dio. Pur conoscendo sulla sua pelle tutta l’irrilevanza umana di una semplice ragazza di Nazareth, Maria non si stanca di mettere la sua vita nelle mani di Dio, con piena fiducia. Anche se l’imprevedibile e l’inaspettato sono di casa nel suo quotidiano, sa con certezza che Dio non cessa di scrivere pagine di misericordia proprio attraverso eventi a tutta prima contraddittori. E non è forse così per i tanti nostri fratelli che in questi giorni subiscono persecuzione a motivo di Cristo?

Alla luce della vicenda di Maria, nessuna pagina umana è da leggere come una pagina di maledizione: tutto di noi una pagina della storia di salvezza. Maria ci ricorda che tutto di noi ha un approdo sicuro in Dio: siamo destinati tutt’interi alla gloria e alla bellezza di Dio.

Ci accade sovente di pensare che l’esito finale della nostra vicenda terrena riguardi solo l’anima: questa festa ci annuncia, invece, che anche il nostro corpo – in un modo che solo Dio conosce – sarà partecipe della felicità eterna. A noi non interessa il come, importa, invece, il fatto che questo accada così come il Signore ha promesso.

  • È col nostro corpo, infatti, che abbiamo manifestato amore e tenerezza.
  • È col nostro corpo che abbiamo vissuto l’amicizia e l’affetto.
  • È col nostro corpo che abbiamo lavorato per un diverso modo di intessere i rapporti tra gli uomini.
  • È col nostro corpo che abbiamo offerto il perdono e abbiamo usato misericordia.
  • È il nostro corpo che è stato il tramite della gioia e della consolazione.
  • È col nostro corpo che abbiamo sofferto.
  • È col nostro corpo che parteciperemo della gloria di Dio.

“Quel che nessuno ha mai visto e udito, quel che nessuno ha mai immaginato, Dio lo ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).

Don Antonio Savone

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