COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sul libro di Giosuè

conquista di Gerico

Giovedì – sabato della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

INVITO A PASSARE NELLA TERRA PROMESSA
Lectio divina di Giosuè 1,1-9

1. IN ASCOLTO DEL TESTO

Con l’aiuto dello Spirito Santo, allora, poniamoci nella giusta disposizione per leggere il testo biblico di Giosuè 1, 1-9 :

«1 Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, aiutante di Mosè: 2 “Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. 3 Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. 4 Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l’Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. 5 Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò. 6 Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai assegnare a questo popolo la terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. 7 Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa. 8 Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo. 9 Non ti ho forse comandato: Sii forte e coraggioso? Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada”».

Alla proclamazione del testo segue qualche minuto di silenzio, per rileggerlo con attenzione e sentirlo rivolto al nostro oggi e farlo risuonare nel nostro cuore.

2. MOMENTO DELLA LECTIO

Il brano appena proclamato si trova nella prima grande parte del Libro di Giosuè, che inizia al capitolo 1, versetto 1, e termina al capitolo 12, versetto 24. In questa parte distinguiamo i primi 5 capitoli: essi descrivono i preparativi per la conquista della terra promessa, che si estende a ovest del fiume Giordano. Nei capitoli successivi, poi, se ne narra la conquista.

Ormai Mosè è morto e il Signore si rivolge a colui che ne è l’erede, Giosuè, che si era distinto per lo zelo. Egli era della tribù di Efraim. Scelto da Mosè come aiutante personale, egli guidò alcuni uomini in battaglia contro popolazioni nemiche e partecipò all’esplorazione della terra di Canaan. Accompagnò Mosè sul monte Sinai e imparò da lui la mitezza.

Per tutti questi motivi, era il più adatto a guidare il popolo nella fase finale del rientro nella terra che Dio aveva donato ai padri.

Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti [v. 2]. È ripreso qui, chiaramente, il racconto del Pentateuco, ricordando la morte di Mosè e la scelta di Giosuè come successore. Da parte sua, il Signore non vorrebbe perdere altro tempo: Giosuè deve muoversi e organizzare l’ingresso del popolo nella terra donata ai padri, compiendo un altro “passaggio”, che richiama quello del Mar Rosso. Si tratta del passaggio del fiume Giordano, per il quale fu ripetuto il “miracolo” di far camminare il popolo all’asciutto. Come, dunque, il passaggio tra le acque aveva segnato l’inizio del cammino dell’esodo, così un altro passaggio tra le acque ne segna il termine.

Come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò [v. 5]. Dio rassicura Giosuè e lo incoraggia, confortandolo con la promessa che mai lo abbandonerà. È interessante il confronto con Mosè: non ci sarà differenza di trattamento, perché allo stesso modo in cui Dio si è comportato con il grande profeta, insignito del titolo di èbed Adonai, “servo del Signore”, così avverrà con colui che ne è stato fedele servitore fino alla fine. La promessa divina di non abbandonare mai il suo servo sarà sempre fatta anche ai profeti, nell’Antico Testa-mento, e agli apostoli, nel Nuovo Testamento.

Sii coraggioso e forte [v. 6]. Nel nostro brano queste parole ricorrono 3 volte: in questo versetto, nel versetto 7 e nel 9. Ogni volta c’è una motivazione diversa. In questo caso, l’esortazione a essere forte e coraggioso riguarda il compito di assegnare la terra promessa al popolo. La forza non implica necessariamente la violenza; anzi, Dio richiede a Giosuè questa “virtù” affinché non gli venga meno l’energia di realizzare con giustizia il ruolo che gli è stato affidato. Per far rispettare il volere divino anche il coraggio è necessario. In realtà, Giosuè aveva già ascoltato da Dio queste parole, come si racconta in Dt 31,23, quando gli fu comunicato che avrebbe ereditato da Mosè la guida del popolo. Inoltre, “essere forte e coraggioso” era, nell’antico Israele, una prerogativa del re: ciò vuol dire che a Giosuè è assegnato un compito proprio di tale dignità.Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte [v. 8]. La seconda volta in cui s’invita Giosuè a essere forte e coraggioso riguarda l’osservanza della legge, come si legge nel versetto 7 e si ripete in maniera diversa nel v. 8. L’osservanza della legge è uno dei temi fondamentali del Deuteronomio, al quale il Libro di Giosuè è strettamente collegato. Questo fa comprendere che l’autore del libro risente dell’influsso della teologia deuteronomica, condividendone gli ideali. La fedeltà alla legge promulgata da Dio a vantaggio del suo popolo è un caposaldo dei Libri storici della Bibbia, per la quale non può esistere Israele senza un rapporto con Dio basato sulla giustizia. L’osservanza della legge garantisce a Israele il gradimento divino; in altre parole, compiere la legge significa rispettare quelle regole che consentono al popolo di essere sicuro dell’amicizia fedele del Signore.

A tale regola non sfuggono coloro che sono più vicini a Dio e ne diventano gli intermediari. Anzi, a maggior ragione, la loro fedeltà è da stimolo ed esempio per il resto del popolo, tentato sempre di dimenticare il suo Salvatore. A Giosuè, tra l’altro, viene raccomandato di “meditare il libro della legge giorno e notte”, come farebbe un vero sapiente che vuole avere successo nella missione da realizzare. In ebraico, l’atto del “meditare” indica il “mormorare” a bassa voce durante la lettura. Si legge a bassa voce, dunque, per studiare, per imparare e per riflettere su quanto si è appreso.Il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada [v. 9]. Il testo si conclude con una ripetuta rassicurazione. Il “forte e coraggioso” protagonista, che il Signore ha scelto, può stare tranquillo perché lo accompagnerà dovunque. Egli non deve, per-ciò, farsi paralizzare dalla paura e farsi deprimere dallo spavento, perché, nono-stante le inevitabili prove e i soliti problemi, non sarà mai lasciato solo. Anche a Giosuè, dunque, viene detta quella frase che Dio ripete a ogni suo servo: “io sono con te!”. È da qui che quale nasce la fiducia nella fedeltà divina, che serve per affrontare il difficile ingresso nella terra promessa.

3. MOMENTO DELLA MEDITATIO

La lectio – ciò che abbiamo appena fatto – serve a illustrare il senso del brano, permettendo di raccogliere tutto quello che si rivela utile al passo che stiamo per compiere, la meditatio, durante la quale si confronta il testo con le altre parti della Scrittura e, soprattutto, con la realtà della nostra vita cristiana.

Com’è diventata ormai consuetudine, preferiamo concentrare l’attenzione su tre termini che emergono dal testo: in primo luogo il nome Giosuè; in secondo luogo la forza; infine, la meditazione.

Cominciamo dal primo termine, il nome di Giosuè. I suoi familiari lo chiamarono Hoshèa, che vuol dire “salvezza” (Nm 13,8), secondo lo stile che contraddistingue molti personaggi biblici, a cui è imposto un nome che rivela anche il senso della missione che gli sarà conferita. Per Giosuè avviene pure un altro fatto, anch’esso frequente nella Bibbia: la modifica del nome. Ad Abramo e Sara fu Dio stesso a cambiare il nome, e a Cefa fu Gesù. In qualche altra occasione, come la nostra, è stato invece un uomo. Infatti, fu Mosè che, accogliendo questo giovane al suo servizio, aggiunse al suo nome quello di Dio, lo stesso che gli era stato rive-lato presso il roveto ardente. Il nome, allora, fu cambiato in Yehoshùa, cioè “il Signore salva” (Es 33,11), che è la forma completa in ebraico del nome – a noi ben noto – di Gesù.

Con tale nome, Giosuè ricorda a se stesso e al suo popolo che esiste un unico salvatore, Dio, e ci rimanda a Gesù, il cui nome fu indicato a Maria e Giuseppe dall’angelo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21).

L’antico segretario di Mosè, allora, può essere a buon diritto considerato prefigurazione di Gesù, perché anch’egli si adopera per la salvezza del suo popolo. Così lo descrive il Libro del Siracide: «Valoroso in guerra fu Giosuè, figlio di Nun, successore di Mosè nell’ufficio profetico; secondo il suo nome, egli fu gran-de per la salvezza degli eletti di Dio, compiendo la vendetta contro i nemici insorti, per assegnare l’eredità a Israele» (46,1). La terra promessa è l’eredità che Dio ha assegnato al suo popolo.

Colui che Giosuè prefigura, Gesù, è venuto per la salvezza dell’umanità e, ingaggiando il difficile duello con la morte, è diventato il “buon pastore” che ci conduce dalle tenebre alla pienezza della luce e della vita, a quella terra promessa che è il paradiso. Lì ci sarà assegnato un posto, al fine di rendere lode al Padre in eterno.

Il secondo tema che emerge dal nostro testo è la forza la quale, insieme al coraggio, è una caratteristica della figura del monarca. La forza si distingue dalla violenza; infatti, mentre la prima è una virtù detta “cardinale”, perché costituisce uno dei cardini su cui poter far reggere la nostra personalità, la seconda arreca sol-tanto dei danni. Il forte è cosciente di dover usare la propria forza con moderazione, ragionevolezza, prudenza ed equilibrio. Il violento, invece, non sa governare se stesso, non conosce la temperanza e la pazienza, non tiene in alcun conto la giustizia, perché agisce per il proprio interesse e gode nel danneggiare gli indifesi. Quanto al coraggio, vale un ragionamento analogo: il coraggioso misura le proprie forze e non agisce avventatamente, mentre il temerario rischia di condurre se stesso e gli altri alla rovina.

Come non vedere anche in tali caratteristiche la prefigurazione di Gesù, Re dell’universo, che con la sua forte mitezza è capace di sfidare i suoi avversari, di parlare con franchezza, di affrontare coraggiosamente la morte avendo fiducia di risorgere a vita nuova?

A noi, gregge del suo pascolo, viene chiesto di essere oggi coraggiosi e forti, di prendere coscienza della nostra regalità acquisita nel Battesimo. A tal proposito, v’invito a leggere la mia ultima Lettera pastorale, Per amore del mio popolo, dove incito i cristiani ad avere più speranza e forza nel perseguire il compito dell’evangelizzazione e della ricerca del bene comune, per tradurre nel quotidiano lo spirito del Giubileo che abbiamo chiuso qualche mese fa.

Dalla forza passiamo al terzo tema, la meditazione, raccomandata a Giosuè per eseguire bene e avere successo nel suo compito, come a noi che stiamo vivendo questa Quaresima. Proprio per incoraggiare la meditazione della parola di Dio ho ritenuto opportuno istituire la lectio divina che propongo ogni anno nei diversi decanati della diocesi. Siamo animati, infatti, da tante buone intenzioni e desideriamo metterci a servizio della missione che Gesù ha affidato alla Chiesa, ma sen-za un contatto assiduo, profondo e sapiente con la Parola nulla possiamo realizza-re di buono. È l’insegnamento dei saggi dell’antico Israele a suggerircelo: «Nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte» (Sal 1,2).

Anche Gesù ci invita a essere come quello scriba che, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile al padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (Mt 13,52).

La meditazione è ripetere continuamente quella frase o quella parola della Scrittura che può illuminare il nostro oggi, che può consolare il nostro animo e rendere salde le nostre ginocchia vacillanti. Meditare significa avere nel cuore il terreno buono nel quale il seme della Parola può produrre frutti abbondanti che conducono alla santificazione, che è il traguardo al quale ogni battezzato deve a-spirare e impegnarsi a conseguire.

4. MOMENTO DELL’ORATIO

E ora, prima di sostare un po’ in silenzio, per trasformare in preghiera i pensieri e i desideri che lo Spirito ci ha messo nel cuore, recitiamo insieme alcuni versetti del Sal 119

don Luigi Stradella
Parrocchia SS. Pietro e Paolo
Ponticelli, 29 febbraio 2012

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SICHEM

LA GRANDE ASSEMBLEA DI SICHEM
Lectio divina di Giosuè 24,1-13

1. IN ASCOLTO DEL TESTO

Con l’aiuto dello Spirito Santo, allora, poniamoci nella giu-sta disposizione per leggere il testo biblico.

«1 Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. 2 Giosuè disse a tutto il popolo: “Così dice il Signore, Dio d’Israele:

Nei tempi antichi i vostri padri, tra cui Terach, padre di A-bramo e padre di Nacor, abitavano oltre il Fiume. Essi serviva-no altri dèi. 3 Io presi Abramo, vostro padre, da oltre il Fiume e gli feci percorrere tutta la terra di Canaan. Moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Isacco. 4 A Isacco diedi Giacobbe ed Esaù; assegnai a Esaù il possesso della zona montuosa di Seir, mentre Giacobbe e i suoi figli scesero in Egitto.

5 In seguito mandai Mosè e Aronne e colpii l’Egitto con le mie azioni in mezzo a esso, e poi vi feci uscire. 6 Feci uscire dall’Egitto i vostri padri e voi arrivaste al mare. Gli Egiziani in-seguirono i vostri padri con carri e cavalieri fino al Mar Rosso, 7 ma essi gridarono al Signore, che pose fitte tenebre fra voi e gli Egiziani; sospinsi sopra di loro il mare, che li sommerse: i vostri occhi hanno visto quanto feci in Egitto. Poi dimoraste lungo tempo nel deserto. 8 Vi feci entrare nella terra degli Amorrei, che abitavano ad occidente del Giordano. Vi attaccarono, ma io li consegnai in mano vostra; voi prendeste possesso della loro terra e io li distrussi dinanzi a voi. 9 In seguito Balak, figlio di Sippor, re di Moab, si levò e attaccò Israele. Mandò a chiamare Balaam, figlio di Beor, perché vi maledicesse. 10 Ma io non volli ascoltare Balaam ed egli dovette benedirvi. Così vi liberai dalle sue mani.

11 Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico. Vi attaccarono i signori di Gerico, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, gli Ittiti, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei, ma io li consegnai in mano vostra. 12 Mandai i calabroni davanti a voi, per sgominare i due re amorrei non con la tua spada né con il tuo arco. 13 Vi diedi una terra che non avevate lavorato, abitate in città che non ave-te costruito e mangiate i frutti di vigne e oliveti che non avete piantato”».

Alla proclamazione del testo segue qualche minuto di silenzio, per rileggerlo con attenzione e sentirlo rivolto al nostro oggi e farlo risuonare nel nostro essere.

2. MOMENTO DELLA LECTIO

Il brano appena proclamato si trova nell’ultima parte del Libro di Giosuè, che inizia al capitolo 23, versetto 1, e termina al capitolo 24, versetto 33. In questa parte troviamo “i discorsi d’addio e la morte di Giosuè”. Prima di morire, il grande condottiero d’Israele si preoccupò di conferire le ultime disposizioni al popolo che aveva guidato nella terra promessa. Momento solennissimo fu l’assemblea di Sichem, durante la quale fu rinnovata l’alleanza con il Signore.

Ormai il popolo si era insediato nella terra, aveva compiuto definitivamente il passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria e doveva confrontarsi con altri problemi, derivanti dalla nuova situazione. Si prospettava, dunque, un periodo in cui sarebbe stata più utile che mai l’alleanza con Dio quale ancoraggio sicuro nella buona e nella cattiva sorte.

Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi [v. 1]. Tutte le personalità autorevoli d’Israele furono convocate a Sichem, un’antica città della Samaria. Nei suoi dintorni c’era la quercia di More, presso la quale Abramo si fermò venendo da Carran. Anche Giacobbe, di ritorno dalla sua permanenza presso lo zio Labano, si fermò davanti a questa città. Qui gli ebrei seppellirono le ossa del patriarca Giuseppe, che avevano portato con loro dall’Egitto. Sichem fu per molto tempo un importante centro amministrativo, ma all’epoca di Gesù non era altro che un villaggio. Soltanto verso il 70 d.C. risorse come città e fu intitolata all’imperatore romano Vespasiano con il nome di Flavia Neapolis, da cui proviene il suo nome attuale: Nablus.

Nei tempi antichi i vostri padri […] servivano altri dèi [v. 2]. In tre versetti Giosuè, facendosi voce di Dio, richiama alla memo-ria dei suoi ascoltatori la storia delle origini. Si comincia con Terach, padre di Abramo; si prosegue con la loro precedente situazione religiosa, che era idolatrica. Poi si parla di Abramo e dei suoi discendenti. Il richiamo alla storia degli antenati serve a ricordare che esiste un’elezione divina, che comincia da molto lontano e che prosegue sempre con coerenza. Israele deve sen-tirsi partecipe di questa storia, voluta e guidata da Dio.

In seguito mandai Mosè e Aronne e colpii l’Egitto [v. 5]. La me-moria storica include anche i fatti più recenti e senz’altro più noti agli ascoltatori. Infatti, per bocca di Giosuè, il Signore rammenta la missione di Mosè e Aronne, che condussero fuori dall’Egitto il popolo. L’intervento divino si rivelò di cruciale importanza quando Israele attraversò all’asciutto il Mar Rosso, mentre gli inseguitori egiziani furono sommersi.

La narrazione riprende con un breve accenno al periodo del peregrinaggio nel deserto del Sinai e al contrasto vittorioso con il popolo degli Amorrei, che si opponeva al popolo di Dio. È dedicato maggiore spazio, invece, al celebre episodio di Balaam, il profeta incaricato di maledire Israele: «ma io non volli ascolta-re Balaam ed egli dovette benedirvi. Così io vi liberai dalle sue mani» (v. 10).

Attraversaste il Giordano e arrivaste a Gerico [v. 11]. Le parole di Dio continuano a delineare il percorso che ha condotto Israele nella terra promessa. È interessante notare ancora l’insistenza del Signore nel ricordare che tutta la storia del popolo dipende dalla sua iniziativa, attuata attraverso la mediazione di uomini “suoi amici” quali i patriarchi e condottieri, fino a Giosuè.

Tra le azioni salvifiche, viene rammentato il passaggio del Giordano avvenuto presso la città di Gerico, dove si svolse un’importante battaglia – narrata nel capitolo sesto di questo stesso Libro – che consentì al popolo ebraico di avere via libera per iniziare la conquista della terra di Canaan. Oltre ai signori di Gerico, Dio elenca i nomi degli altri popoli presenti nella terra con i quali c’è stato uno scontro armato durante la fase della conquista. In tal modo, Dio ribadisce che altri popoli hanno dovuto far spazio a Israele ed essere distrutti o integrati affinché si realizzasse la promessa del dono della terra “in cui scorre latte e miele”.

È vero che anche il popolo ha combattuto; tuttavia, è stato determinante il contributo del Signore, che “ha steso la potenza del suo braccio”. Dio si è schierato dalla parte d’Israele, come aveva già fatto contro gli egiziani, e ha colpito questi popoli che si vantavano della loro forza e pensavano di essere al sicuro nel-le loro città fortificate, commettendo l’errore di sottovalutare gli ebrei e, soprattutto, l’opera di Dio che combatteva al loro fianco.

Vi diedi una terra che non avevate lavorato [v. 13]. La generosità del Signore è tale da non contemplare soltanto il dono della terra, ma da comprendere anche il fatto di ricevere una terra ben coltivata e organizzata, per la quale gli ebrei non hanno affatto lavorato. È un ulteriore segno della grande predilezione di Dio per questo suo popolo, che potrebbe essere tentato di abbandonarlo perché ha acquisito l’abbondanza dei beni.

Dio non cerca di suscitare riconoscenza per quello che ha fatto, ma vuol indurre a capire che il percorso storico fatto dipende esclusivamente dal suo amore incondizionato e infinito per Israele.

3. MOMENTO DELLA MEDITATIO

La lectio ci ha illustrato il senso letterale del brano, che costituisce il passo essenziale per questo momento successivo, la meditatio, ossia il confronto del testo con la nostra vita cristiana. Preferisco, com’è ormai consuetudine, concentrare l’attenzione su tre temi che il brano suggerisce: in primo luogo la convocazione; in secondo luogo il ricordo storico; infine, la guida della storia da parte di Dio.

Cominciamo dal primo, dalla convocazione, con la quale Giosuè radunò attorno a sé i rappresentanti del popolo ebraico prima di morire. Egli volle farsi interprete della parola divina, invitando i suoi interlocutori ad ascoltarla con la dovuta attenzione e reverenza. A questo punto, posso dirvi ciò a cui facevo cenno all’inizio. Egli convocò un “consiglio”, nel quale tenne un di-scorso lungo e appassionato con cui “consigliò” di non abbandonare Dio e la fedeltà alla sua alleanza.

Giosuè diviene “consigliere” e, in tal modo, diventa prefigurazione di Gesù, il “Consigliere ammirabile” (Is 9,5), del quale occorre accogliere la Parola che ci guida alla salvezza. Anche la Madre del Signore ha un ruolo importante: è stata la prima, in-fatti, ad accogliere la “Parola” e ad ascoltarla, meditandola nel suo cuore; ella ci “consiglia” di ascoltarlo, come suggerì ai servi di Cana di Galilea: «Fate quello che Egli vi dirà» (Gv 2,5). Quest’unico ammonimento diretto di Maria che leggiamo nei Vangeli vale pienamente la grandezza del titolo di “Madre del Buon Consiglio”, con cui in questo Tempio è venerata.

Trovandoci tra Torre del Greco e Torre Annunziata, voglio anche rammentare l’insegnamento di due illustri figli di queste città. Il primo è il beato Vincenzo Romano, il parroco di Santa Croce, la cui vita si potrebbe riassumere nel ministero della Parola. Nei suoi Scritti egli così amava ripetere: «Uno dei più terribili castighi che il Signore minacci a un popolo è la carestia della parola di Dio. Se essa viene meno è impossibile, infatti, ascoltare Dio che chiama alla conversione e ricevere la luce che illumina il cammino».

Il secondo è il venerabile Ignazio Jennàco, docente di Sacra Scrittura nel Seminario di Napoli, del quale uno storico narra che «riteneva a memoria tutte le sacre pagine, di guisa che ogni discorso, omelia, istruzione condiva con la parola ispirata. Nel predicare aveva di mira, come l’Apostolo delle Genti, far conoscere Gesù Cristo, nascondendo il suo sapere, e prescelse una parola facile, piana, familiare, per cui abbondantissimo frutto dava la sua predicazione. Era Dio, non l’uomo, che parlava».

Il secondo tema che emerge dal testo è il ricordo storico: è Dio stesso a richiamare alla memoria del suo popolo il legame stretto fin dal tempo dei patriarchi. Perciò si parla di Abramo, la cui migrazione non fu soltanto geografica, ma anche, se non soprattutto, “religiosa”: egli abbandonò le divinità dei suoi padri e si affidò a Dio che lo chiamò a uscire dalla sua terra. Quel momento è stato “l’atto di nascita” di Israele, che è diventato un popolo vero e proprio in Egitto, da dove Dio lo ha tratto per collocarlo in Canaan.

Anche la Chiesa è invitata a ricordare la sua lunga storia, durante la quale il mondo ha visto i martiri del passato e del presente, i numerosi santi che appartenevano alle diverse “categorie” del popolo di Dio, i grandi maestri e teologi, la fede umile e semplice di tanti cristiani che hanno affrontato con grande for-za innumerevoli prove. Il ricordo del nostro passato è sotto i nostri occhi ogni giorno, quando entriamo nelle chiese o vediamo un’edicola dedicata alla Madonna o a un santo agli angoli delle nostre strade. Se questo ci hanno lasciato le precedenti generazioni, che lasceremo noi alle successive?

Dalla riflessione sul ricordo storico sorge la consapevolezza della guida della storia da parte di Dio. Sorvoliamo molto spesso su questo, che non è affatto un particolare trascurabile, bensì una realtà innegabile. Sì, cari fratelli, la storia è guidata da Dio, anche se abbiamo l’impressione di esserne noi i veri condottieri. Il te-sto proclamato stasera c’insegna, invece, che Dio – partendo da lontano, di solito dalle periferie storiche e geografiche, con tenacia e pazienza, attraverso uomini che non sembrano avere peculiari qualità – traccia un cammino che lentamente, ma inesorabilmente, giunge a realizzare un progetto.

Dovremmo abituarci anche noi, che ci diciamo “credenti”, a leggere la storia con gli occhi di Dio per scorgervi le sue impronte. Siamo scoraggiati, ci sembra che tutto stia andando in frantumi e non abbiamo fiducia nelle giovani generazioni, che confiniamo nelle “riserve” dell’università e della disoccupazione, senza dar loro opportunità di esprimersi e sperimentarsi. Così facendo non ci accorgiamo di ostacolare il progetto di Dio, che è un “progetto di libertà”? Non abbiamo ancora capito che opporsi a Dio è inutile: si rischia di fare la fine dei popoli che combatterono contro Israele e furono sbaragliati. Apriamo il nostro cuore e mettiamoci in discussione!

4. MOMENTO DELL’ORATIO

Prima di sostare un po’ in silenzio, per trasformare in preghiera i pensieri e i desideri che lo Spirito ci ha messo nel cuore, recitiamo insieme alcuni versetti del Sal 105.

don Luigi Stradella
Basilica del Buon Consiglio
Torre del Greco, 21 Marzo 2012

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ISRAELE SCEGLIE IL SIGNORE
Lectio divina di Giosuè 24,19-28

1. IN ASCOLTO DEL TESTO

Con lo stesso animo del popolo d’Israele, pieno d’entusiasmo e di gioia nel momento di scegliere di essere fedeli al Signore, poniamoci in ascolto del testo biblico:

«19 Giosuè disse al popolo: “Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso; egli non perdonerà le vostre trasgressioni e i vostri peccati. 20 Se abbandonerete il Si-gnore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà”.

21 Il popolo rispose a Giosuè: “No! Noi serviremo il Signore”.

22 Giosuè disse allora al popolo: “Voi siete testimoni contro voi stessi, che vi siete scelti il Signore per servirlo!”. Risposero: “Siamo testimoni!”.

23 “Eliminate allora gli dèi degli stranieri, che sono in mezzo a voi, e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!”.

24 Il popolo rispose a Giosuè: “Noi serviremo il Signore, no-stro Dio, e ascolteremo la sua voce!”.

25 Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge a Sichem. 26 Scrisse queste parole nel libro della legge di Dio. Prese una grande pietra e la rizzò là, sotto la quercia che era nel santuario del Signore. 27 Infine, Giosuè disse a tutto il popolo: “Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonianza per voi, perché non rinneghiate il vostro Dio”.

28 Poi Giosuè congedò il popolo, ciascuno alla sua eredità».

Alla proclamazione del testo segue qualche minuto di silenzio, per rileggerlo con attenzione e sentirlo rivolto al nostro oggi e farlo risuonare nel nostro essere.

2. MOMENTO DELLA LECTIO

Il capitolo 24 del Libro di Giosuè presenta, nei versetti 14 e 15, un’esortazione a scegliere il Signore; la risposta del popolo nei versetti dal 16 al 24; infine, si conclude con la stipula dell’alleanza, dal versetto 25 al 28, e con la morte di Giosuè. Noi ci soffermeremo stasera sui versetti dal 19 al 28, e vedremo come il popolo aderirà a Dio e stringerà alleanza con lui.

È interessante notare che il grande condottiero e i rappresentanti di Israele intreccino un dialogo in cui il primo avverte i secondi circa la “gravità” dell’impegno che si assumono. Sembra che Giosuè voglia distoglierli dal fare alleanza, temendo che essi non riescano a conservarsi fedeli a Dio. I rappresentanti del popolo, invece, nella foga del loro entusiasmo, forse, non si rendono conto della serietà dell’impegno loro richiesto. La storia successiva ci testimonia l’infedeltà all’alleanza e dimostra che Giosuè aveva ragione a essere prudente, se non quasi pessimi-sta.

Voi non potete servire il Signore, perché è un Dio santo, è un Dio geloso [v. 19]. È Giosuè che parla, cosciente della scarsa attitudine del suo popolo a mantenere promesse. Egli ne conosce bene l’indole ed è stato testimone di quello che Mosè, suo maestro, ha dovuto sopportare: mormorazioni, calunnie, contestazioni rivolte a Dio e a lui. Servire il Signore, infatti, non vuol dire prestargli soltanto un culto basato su sacrifici e offerte, ma avere un rapporto fondato sulla fedeltà e sulla giustizia.

Due sono i motivi che sconsigliano dal servire il Signore: la sua santità e la sua gelosia. Numerose volte nella Bibbia Dio è proclamato “santo”, per cui diventa “pericoloso”, perché non ci si può accostare a lui indegnamente. Come prova, vi leggo i ver-setti 19 e 20 del capitolo quarto del Libro dei Numeri: «Fate questo per loro, perché vivano e non muoiano nell’accostarsi al Santo dei Santi: Aronne e i suoi figli vengano e assegnino ciascuno di loro al proprio servizio e al proprio incarico. Non en-trino essi a guardare neanche per un istante il santuario, perché morirebbero».

Collegata alla santità è la “gelosia”, cioè la pretesa di esclusività che Dio rivendica. In altre parole, il Signore non sopporta l’idolatria, come abbiamo ascoltato: «Se abbandonerete il Signore e servirete dèi stranieri, egli vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi annienterà» (v. 20).

Il popolo rispose a Giosuè: “No! Noi serviremo il Signore” [v. 21]. Nonostante gli avvertimenti di Giosuè, il popolo risponde con sicurezza e spontaneità che desidera “servire” il Signore, costringendo il condottiero a ribadire la responsabilità nell’assumere tale compito. Egli aggiunge perfino che il popolo diventa “testimone contro se stesso”! Aver scelto il Signore come proprio Dio implica necessariamente una fedeltà salda e un cuore indiviso, tale da richiedere il ripudio delle divinità straniere.

“Eliminate allora gli dèi degli stranieri […], e rivolgete il vostro cuore al Signore, Dio d’Israele!” [v. 23]. In tal modo si esprime Giosuè, il quale, fin dall’inizio del capitolo 24, aveva ricordato che il patriarca Abramo era stato chiamato da Dio e aveva rinunciato alle divinità dei suoi padri. Allo stesso modo si erano comportati gli altri patriarchi, tra cui Giuseppe, che aveva conservato la sua fede in Dio nell’Egitto dalle innumerevoli divinità. Il popolo, da parte sua, conferma la propria decisione di servire il Signore, ripetendo le parole che erano già state pronunciate dai padri ai piedi del monte Sinai, come si legge nel Libro dell’Esodo.

  1. Giosuè in quel giorno concluse un’alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge [v. 25]. In quel giorno solenne, Giosuè compie un atto che lo avvicina ai grandi padri d’Israele. In ebraico ricorre un’espressione, karàt berìt (“tagliare un’alleanza”), adoperata anche in Gen 15,18 e in altre occasioni in cui si racconta la storia di Abramo e delle sue alleanze con Dio e con personaggi che diventano suoi amici; lo stesso accade durante il racconto delle vicende di Mosè nel Libro dell’Esodo; in seguito, “taglierà un’alleanza” anche Salomone nel Primo Libro dei Re (5,26).

La stipula dell’alleanza è completata dalla consegna di una legge e di statuti, che non sono altro se non quelli consegnati in precedenza da Mosè. È un rinnovo dell’alleanza, insomma, in cui si conferma l’adesione ai comandamenti. Addirittura, l’autore del Libro che stiamo leggendo attribuisce a Giosuè la stesura del testo dell’alleanza, così come aveva fatto il suo maestro Mosè, secondo Es 24.

Il testo insiste anche su un altro particolare: l’alleanza è “per” il popolo, cioè al servizio della sua felicità, che si radica nella fedeltà a Dio attraverso l’osservanza della legge e dei comanda-menti. Giosuè compie anche un altro gesto: prende una grossa pietra e la rizza vicino alla quercia presso la quale si trova. Si tratta di un’usanza ben nota ai patriarchi, i quali, oltre a credere al grande valore della parola pronunciata, attribuivano importanza perfino a elementi inanimati come gli alberi o le pietre, che nei tempi antichi erano considerati, da diversi popoli, luoghi di abitazione delle divinità.

“Ecco: questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto” [v. 27]. La pietra funge, quindi, da “testimone” della stipula dell’alleanza, così come era avvenuto tra Giacobbe e lo zio Labano in Gen 31,44-45 e durante la celebrazione dell’alleanza conclusa da Mosè. La pietra è testimone non perché abbia la possibilità di parlare, bensì per la sua “stabilità”. Se la vita di un uomo è breve, la pietra dura, in-vece, più a lungo. Inoltre, guardarla fa ricordare gli impegni assunti. Come ci dice anche la tradizione latina, pacta sunt servanda, “i patti vanno rispettati”, altrimenti viene meno una delle basi più importanti della vita sociale, la fedeltà alla parola data. Soltanto dopo che si è assicurato di questo, Giosuè congeda tutti mandandoli ciascuno alla propria eredità, ossia alla propria casa, al proprio campo. Egli ha completato la sua opera; da quel momento altri dovranno subentrare e far rispettare l’alleanza “tagliata” con Dio.

3. MOMENTO DELLA MEDITATIO

Abbiamo esplorato con la lectio il senso del brano e ora, con la meditatio, ci inoltreremo nel confronto tra il testo e le altre parti della Scrittura per illuminare la realtà della nostra vita cristiana. Ci soffermeremo su tre temi che emergono dal testo: in primo luogo il servire il Signore; in secondo luogo il rinnovamento dell’alleanza; infine, la testimonianza.

“Servire il Signore” è un’espressione biblica tipica con cui era indicato il culto a Dio. Il verbo “servire” in ebraico si pronuncia ‘avad, con il quale si definisce la condizione di schiavitù: esperienza mortificante e degradante. Tuttavia, viene adoperato anche per il rapporto tra Dio e Israele. Sembra un paradosso, ma servire il Signore non conduce il popolo alla degradazione, bensì gli restituisce la libertà. In altre parole, attraverso il culto a Dio, Israele ritrova se stesso, rilegge la sua storia, esprime la sua identità e diventa protagonista del suo futuro.

Il culto al Signore, però, non si esaurisce nel tempio, con i sacrifici perfetti e i paramenti belli e preziosi, ma coinvolge la vita. Anzi, talvolta il Signore è costretto a dire che non gradisce un culto che unisce “delitto e solennità”, come si legge nel profeta Isaia, che aggiunge: «Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (1,16-17).

Il culto vero, quello che unisce la fede, la celebrazione e la vita, san Paolo lo sintetizza in queste parole, che si trovano nella Lettera ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (12,1). Non esiste altra strada per seguire in modo autentico Gesù, il quale si mostra a noi come esempio insuperabile nell’offerta di se stesso al Padre per la nostra salvezza. Riflettendo su questo versetto, sant’Agostino dice: «Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dall’infelicità e così divenire felici» (De civitate Dei 10,6).

Come non ricordare, a questo punto, il cammino spirituale che abbiamo percorso come Chiesa nel recente Giubileo per Na-poli? E come non ritornare con la mente e il cuore alla riflessione sulle opere di misericordia corporale? Anche qui, l’esempio di san Ciro ci sostiene a essere vicini all’umanità piagata nel corpo e nello spirito.

Il secondo tema che analizziamo è il rinnovamento dell’alleanza. Giosuè sentì l’esigenza di chiedere ai suoi connazionali la conferma all’alleanza stipulata con la mediazione di Mosè. Nella storia, il rinnovamento dell’alleanza è stato più volte auspicato. Mi ritornano alla mente le parole del profeta Geremia: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova […]. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Al-lora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (31,31.33).

Gesù ha veramente rinnovato l’alleanza nel suo sangue, come ha detto nell’ultima cena istituendo l’Eucaristia: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,20). È un’alleanza che non rinnega l’antica, perché si basa sempre sulla rivelazione dell’amore che Dio ha per noi; per mezzo di Gesù, l’istituzione dell’alleanza viene perfezionato a cominciare dal fatto che egli, in quanto mediatore, offre se stesso e dona alla Pasqua un valore con il quale si ricapitola l’intera storia.

Dal rinnovamento dell’alleanza giungiamo al terzo tema: la testimonianza. Giosuè pose una pietra che, con la sua saldezza, garantiva i contraenti, ma il testimone della nuova alleanza è nel cuore; è li che è stata scritta la legge! Un grande teologo vissuto nella nostra terra, san Tommaso d’Aquino, c’insegna: «“Legge dello Spirito” si può dire l’effetto proprio dello Spirito Santo, cioè la fede che opera mediante l’amore. E questa insegna interiormente ciò che riguarda l’agire […]. Questa legge dello spirito viene detta legge nuova, la quale è lo stesso Spirito Santo, o è prodotta nei nostri cuori dalla Spirito Santo» (Commento all’Epistola ai Romani 603).

Lo Spirito Santo, dunque, è il vero testimone di questa nuova alleanza che trasforma il cuore dell’uomo approdato alla condizione di “figlio di Dio” e avente, ormai, il titolo per gridare con forza “Abbà”, cioè “Padre”, e considerarsi a tutti gli effetti ere-de di Dio e coerede del fratello Gesù. Non dimentichiamo, per-ciò, di adempiere con fedeltà la nostra testimonianza nell’amore, sia nelle piccole come nelle grandi cose: in famiglia e nella comunità ecclesiale, nei rapporti interpersonali e nella lealtà verso le istituzioni e la società civile, come ho avuto modo di sottolineare in diversi interventi pubblici. È lo Spirito che ha animato san Ciro, il quale non ha rifiutato di dare il suo sangue per unire il suo sacrificio a quello di Cristo.

4. MOMENTO DELL’ORATIO

Trasformiamo, adesso, in preghiera i pensieri e i desideri che lo Spirito ci ha messo nel cuore e recitiamo insieme alcuni ver-setti del Sal 89

don Luigi Stradella
Parrocchia S. Maria della Natività e S. Ciro
Portici, 14 Marzo 2012

http://www.caritas.na.it


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Questa voce è stata pubblicata il 15/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

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