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XX Domenica del Tempo Ordinario (A) Lectio

XX Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 15,21-28

XXAAAAa

Donna, grande è la tua fede! (Mt 15,21-28) 

Una fede “grande” che seduce il messia.

Assistiamo ancora una volta al “ritirarsi” di Gesù, come già successo in Mt 12,15 e Mt 14,13. Dopo lo scontro, Gesù Cristo si apparta. Questa volta, però, Matteo mette in evidenza un cambio di scenario: Gesù si dirige verso un territorio fenicio, pagano, “cananeo” appunto come dice il testo, e più precisamente verso le regioni di Tiro e Sidone. Qui incontra una donna che vuole “strappargli” un miracolo. Ma Gesù “non le rivolse neppure una parola”, mette in evidenza Matteo, resistendo e rimanendo fedele al progetto di occuparsi solo dell’Israele di Dio. Ma, difronte alla perseveranza e alla qualità della fede della donna, Cristo la rende partecipe dei tesori destinati a Israele.

Possiamo dividere questa pericope in 3 sezioni:

  1. La cornice letteraria (v.21).
  2. La richiesta della donna e il dialogo tra i discepoli e Gesù (vv. 22-24).
  3. Il dialogo tra la donna e Gesù, e il miracolo (vv. 25-28).

La cornice letteraria (v.21)

Gesù si reca nella zona di Tiro e Sidone. Si tratta della coppia di città pagane più menzionata nel Primo Testamento cui, a causa dei peccati in esse commessi, sono rivolte molte invettive profetiche. La novità inoltre non interessa solo la geografia ma anche l’interlocutore di Gesù: dalle autorità giudaiche infatti si passa a una donna, e per di più pagana. È un’eccezione alla sua strategia di evangelizzazione che prevede il rivolgersi esclusivamente alle pecore perdute della casa di Israele.

Una richiesta “fastidiosa” (vv. 22-24)

Entra in scena una donna cananea, una straniera, di cui il testo fornisce un ulteriore dettaglio informando i lettori circa il fatto che essa è “uscita” da quelle regioni. È una donna dunque che compie un esodo per andare verso Gesù e rivolgergli la sua accorata richiesta. L’intensità della sua supplica è tale da risultare importuna, soprattutto ai discepoli che chiedono al loro rabbi di esaudirla perché taccia al più presto. Il testo sembra cogliere qui la tensione tra un’attitudine tipicamente maschile di risolvere nell’immediato le questioni piuttosto che dedicare tempo all’ascolto delle istanze di una donna e la perseveranza tipicamente femminile che non si arrende fino a quando non riceve l’ascolto desiderato. Della donna non ci sono offerti altri dettagli: sappiamo solo che si rivolge a Gesù come 1’orante dei Salmi, che lo chiama «figlio di Davide» e che impetra la guarigione della sua bambina oppressa dal demonio. La donna riconosce in Gesù quel messia di Israele che è in grado di guarire i malati. I discepoli vogliono allontanare la donna, come hanno fatto già con le folle in Mt 14,15 e come faranno con i bambini in Mt 19,13. Anche Gesù sembra sulla loro stessa lunghezza d’onda: i destinatari della sua azione salvifica sono «le pecore perdute della casa di Israele», cioè i membri del popolo di Israele e non gli stranieri (v. 24)!(

Quando la fede è … donna (vv. 25-28)

Gesù aveva manifestato la disponibilità a guarire il figlio del centurione che era che era un pagano (Mt 8,7) e forse la donna ne è a conoscenza. Fatto sta che non si scoraggia di fronte alla visione particolarista di Gesù e ribadisce la sia richiesta. Gesù allora spiega il suo rifiuto ricorrendo alla metafora dei «cagnolini» (kynária) e dei «figli» (tékna). «Cani» era il termine con cui venivano designati i pagani, gli stranieri, e sottolineava la differenza con i figli, cioè gli ebrei, che si ritenevano gli unici destinatari del banchetto messianico. I cani domestici non mangiano il pasto dei figli, ma gli avanzi. La donna straniera quindi viene assimilata da Gesù a un cagnolino che vuole a tutti i costi il pasto dei figli (l’eredità che spetta a Israele, cioè la salvezza). Di fronte a questo paragone che avrebbe potuto urtare la sensibilità di chiunque, e quanto più di una donna, già stremata da tutte le umiliazioni che in passato doveva subire a motivo della sua condizione, la cananea non si offende, ma sorprendentemente accetta il ruolo che le è stato assegnato e lo fa per “muovere” Gesù a compassione, per sciogliere la durezza di quelle parole e “convertirlo” nella sua decisione sì da venirle finalmente incontro. La sua obiezione è che ai cagnolini in realtà sono sufficienti le briciole che cadono dalla tavola del padrone.

Di fronte alla forza della sua insistenza e della sua fiducia, Gesù si lascia “vincere” e cede alla richiesta. Egli resta affascinato dalla fede di questa donna come gli era accaduto con il centurione (Mt 8, 10). È talmente conquistato dalla sua fede umile e tenace da definirla «grande». Una fede così limpida non lascia indifferenti le viscere di colui che si commuove per il dolore e la sofferenza degli uomini.

Gesù allora accoglie la richiesta di questa madre e donna di fede e il suo moto di compassione si trasforma in guarigione istantanea per la sua piccola. La “briciola” data al “cagnolino ” presenta lo stesso effetto che il pane ha sui figli: sazia. Non sono infatti i titoli, lo status, l’appartenenza religiosa di cui un uomo può fregiarsi, ma solo la qualità della sua fede che permette alla potenza della Parola autorevole di Gesù di sprigionarsi e operare. Il fascino della fede della donna cananea registra nel vangelo un ampliamento dell’orizzonte dell’evangelizzazione. La salvezza lambisce i confini delle nazioni e inizia a oltrepassarli. Si apre così, attraverso l’intercessione della donna e il suo cuore di madre, una dilatazione del raggio d’azione del messia. Uno spiraglio si è aperto per i pagani, come in una sorta di anticipazione di ciò che accadrà dopo la morte di Gesù, quando l’opera di evangelizzazione abbraccerà tutte le nazioni (Cf Mt 28)19-20).

by Maria Chiara Zulato
http://www.figliedellachiesa.org


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Questa voce è stata pubblicata il 18/08/2017 da in Anno A, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Tempo ordinario.

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