COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sul libro dei Giudici (1)

Lunedì – Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

GIUDICI

Il libro dei Giudici
P. Francesco Rossi de Gasperis

Prima riflessione

Per questi nostri incontri abbiamo scelto di leggere il libro dei Giudici, uno dei più difficili e più densi. Vorrei cominciare facendo un breve riassunto del significato di questo scritto.

Nel libro dei Giudici troviamo tanta storia, tanta psicologia, tanta cultura umana e quindi una grande ricchezza anche dal punto di vista letterario, ma, se affrontiamo la Bibbia come vuole essere, cioè come una Scrittura che vuole darci una conoscenza di Dio che interviene per la nostra salvezza, questo libro ci aiuta soprattutto a comprendere chi è il Signore, al di là di tutte le componenti umane del nostro approccio. È un po’ come il libro di Giobbe che pone la domanda: “Ma tu chi sei? Perché sei così? Perché mi tratti in questo modo?”.

La Bibbia è una sorta di perpetua ripetizione della lotta di Giacobbe con il Signore al guado dello Iabbok: passare tutta la notte abbracciati a qualcuno con cui si lotta e con cui si fa l’amore, ripetendo la domanda: “Tu chi sei? Come ti chiami?”.

Ecco, questo mi sembra l’approccio più giusto e più adeguato per tutta la Scrittura, e quindi anche per il libro dei Giudici. Mi sembra davvero una buona lettura per aprire l’anno della fede, che sembra proprio interpellare su quelle domande: “Perché io credo in Te? Non credo in dogmi o in simboli, ma proprio in Te, e Tu chi sei?” Con l’anno della fede, poi, avanza anche l’anno della nuova evangelizzazione, per cui si tratta di fare conoscere agli altri il Signore per quello che è. È Qualcuno che si interessa della ‘nostra’ salvezza, e non solo della ‘mia’, e che affida a noi, a questa piccola Chiesa, il compito di far conoscere il suo Nome. Poi sarà il Nome stesso che si farà conoscere nelle coscienze degli uomini, perché noi non possiamo aprire le coscienze altrui, visto che a malapena riusciamo a tenere gli occhi sulla nostra.

Dicevo che quello dei Giudici è uno dei libri più densi perché si dispiega in tutta la vicenda umana: la psicologia umana, l’umana malizia, la ristrettezza mentale, gli egoismi… È un libro in cui, sia pure in buonafede, un padre sacrifica la propria figlia, e che termina con una donna tagliata a pezzi.

È quindi un libro anche violento, che presenta le guerre tra le tribù e la quasi totale distruzione di quella di Beniamino; è un libro pieno di tutte le passioni umane e in cui non c’è un mediatore.

Da una parte c’è Dio, il più possibile solo, e gli uomini sembrano abbandonati a loro stessi; Dio fa il suo gioco senza intromettersi sistematicamente nelle vicende umane. Si potrebbe dire che Egli è libero da tutti i suoi mediatori per quanto è possibile, ma in qualche modo una mediazione gli è necessaria per intervenire nella storia dell’uomo, e questa mediazione, questo contatto, è rappresentato appunto dai giudici. Costoro sono il minimo indispensabile, tanto che appena hanno finito il loro servizio, spariscono e ritornano nell’anonimato.

Dunque troviamo da una parte tutte le passioni umane, e dall’altra tutta la purezza di Dio, che vuole farsi conoscere per quello che è e non per come appare da quello che di Lui si afferma mediante i dogmi, le dottrine e i catechismi. Tutto questo, se vogliamo, verrà appresso e comincerà con la storia della monarchia, ma sappiamo che poi sparirà.

Quello dei Giudici è quindi anche un libro escatologico perché, in fondo, noi andiamo verso la rivelazione del regno di Dio senza mediatori umani, ma con un solo Mediatore che è il Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore, l’Uomo che appartiene alla sfera di Dio.

È un libro esplicitamente trinitario, poiché il suo soggetto è lo Spirito, che viene richiamato come in un ritornello: «Lo spirito del Signore fu su…». C’è quindi il Dio misterioso, il Padre, che si rivela attraverso la forza dello Spirito, il quale ci conduce attraverso tutte le più piccole mediazioni umane per arrivare poi, nel Nuovo Testamento, a Cristo Gesù, vero Mediatore e unico Giudice. Sarà però necessario capire bene che cosa significa ‘giudice’ e che cosa è il ‘giudizio’ secondo il Signore.

Un altro ritornello del libro dei Giudici, specialmente negli ultimi capitoli è: «Allora non c’era un re in IsraeleQuando non c’era ancora un re in Israele…». E chi c’era, allora? C’era Dio. Ma questo riguarda un passato o un futuro? Anche tutti noi, infatti, andiamo verso la rivelazione di un Regno in cui non c’è più un re o, meglio, ce n’è uno solo, ed è il Signore, il Figlio, il Re dei re.

Quello dei Giudici è perciò un libro del passato e del futuro. Non è solo un libro storico, anche se effettivamente racchiude in sé della storia relativa a tutti i popoli della terra. I protagonisti di tutta la Bibbia sono sempre tre: il Signore, Israele, e infine tutti i popoli della terra (Ammoniti, Gebusei, Amorrei, Cananei…), gli abitanti del Medio Oriente antico, che costituiscono il quadro geografico e politico del libro dei Giudici. Israele è il popolo di Dio, mandato tra le nazioni per farlo conoscere.

È un concetto molto attuale anche per noi oggi, poiché la mediazione della Chiesa si fa sempre più esigua, dal momento che essa diventa sempre di più una minoranza, anche se è tentata di credersi maggioranza e di desiderare che il mondo sia fatto a immagine sua. Questo è falso ed è drammaticamente impossibile. Per fortuna, direi, dal momento che se facessimo il mondo a nostra immagine e somiglianza sarebbe un vero disastro: siamo noi al servizio del mondo, e non il mondo a servizio nostro! La Chiesa si sta assottigliando sempre di più e, dove la sua testimonianza si deve fare più pura e più incisiva, noi siamo più liberi di essere come dobbiamo essere, senza metterci la maschera dell’uomo in generale: noi siamo cristiani, siamo segnati dal nome di Gesù. Questa situazione ci favorisce, ci rende più liberi di essere cristiani! Il libro dei Giudici, premonarchico, appartiene all’antica alleanza, ad un tempo di cui abbiamo poca documentazione storica, ma si apre pienamente alla nuova alleanza, anche se in questa c’è un solo Mediatore, un solo Sacerdote: Gesù Cristo, Parola del Padre.

Di ogni libro che costituisce la Bibbia si può fare un’analisi storico-critica e letteraria. Giudici è un libro problematico perché, di per sé, nella sequenza dei libri biblici, viene dopo quello di Giosuè che, a sua volta, viene dopo i libri di Mosè. Apparentemente, quindi, è il seguito del libro di Giosuè.

Qui però ci sono già problemi molto seri dal punto di vista storico-critico, problemi che però non approfondiamo, dal momento che non siamo qui per studiare storicamente e letterariamente la Bibbia, ma per una lectio divina, cioè per una lettura di fede. Noi leggiamo la Bibbia come l’ha conosciuta e letta Gesù.

Non dobbiamo mai dimenticarlo, perché oggi si studia la Bibbia a tutti i livelli e qualche volta ci si ferma esageratamente sul piano storico, letterario o geografico. In questo caso diventa un fatto di cultura, e dal punto di vista culturale ci sono diverse teorie. Se leggiamo di seguito il libro di Giosuè e quello dei Giudici, si ha uno shock, un impatto psicologico, perché il libro di Giosuè si chiude con una conquista già realizzata. Ci racconta una sorta di guerra-lampo. Giosuè, successore di Mosè, dopo la morte di questi si pone alla testa del popolo uscito dall’Egitto, conquista la terra promessa, passa il Giordano, sconfigge i re del nord e del sud. I popoli precedenti vengono spazzati via con un’azione di guerra rapida e vittoriosa, e le varie tribù d’Israele si spartiscono il territorio. La conquista, dunque, è un fatto compiuto.

Quando si legge il libro dei Giudici, che inizia con la morte di Giosuè, si scopre che i popoli precedenti non se ne sono andati affatto, anzi occupano le vie di comunicazione, e le tribù d’Israele sono costrette a vivere sulle cime delle colline e si difendono a fatica. La conquista di Giosuè è quindi ridotta ai minimi termini e la vita degli israeliti nella terra promessa è difficile a causa delle continue minacce. E si dice che il Signore aveva lasciato di proposito i popoli nemici: «Avevo anche detto: “Non infrangerò mai la mia alleanza con voi, e voi non farete alleanza con gli abitanti di questa terra; distruggerete i loro altari”. Ma voi non avete obbedito alla mia voce. Che cosa avete fatto? Perciò anch’io dico: non li scaccerò dinanzi a voi; ma essi vi staranno ai fianchi e i loro dèi saranno per voi una trappola» (Giudici 1,1-3). Così il Signore si serve dei popoli precedenti, rimasti nel territorio, per pungolare Israele e riportarlo alla fedeltà, alla purificazione dall’idolatria che pervade gli altri popoli.

La conquista non è affatto un evento così rapido e vittorioso come può sembrare nel libro di Giosuè. Storicamente, come sono andate le cose? Ci sono diverse teorie, e oggi gode di un certo successo, dal punto di vista letterario e storico, la tesi che sostiene che tutta la storia dell’esodo e della conquista sarebbe una specie di invenzione elaborata negli ultimi tempi della monarchia, nell’esilio e nel postesilio, da coloro che hanno scritto la cosiddetta ‘storiografia deuteronomica’, a partire da Giosuè fino alla fine del regno di Gerusalemme con l’esilio babilonese. La situazione da loro vissuta – soprattutto dal regno di Giosia fino a dopo l’esilio – viene riproiettata indietro nella storia dell’esodo e della conquista.

In altre parole, ci sono degli storici estremi che sostengono che l’esodo non c’è mai stato, come non c’è mai stata la conquista della terra promessa; tutto questo sarebbe stato ricostruito a partire da quello che è accaduto dopo. Il ritorno dall’esilio in Babilonia ha fatto da ‘carta-carbone’ per raccontare la storia prima della conquista e della monarchia.

Non credo che si debba prendere sul serio questo modo di ragionare e farlo nostro, perché noi dobbiamo leggere la Bibbia accogliendo seriamente tutta la storia. Dire che Mosè non è mai esistito significa dire che la lettera agli Ebrei è un falso, poiché è tutta costruita sul parallelo tra Mosè e Gesù. Gesù è ben cosciente di Mosè e della conquista! Leggiamo nella lettera agli Ebrei, quando si illustra tutta la storia del popolo come ‘popolo della fede’: «E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti» (Eb 11,32).

Quindi il Nuovo Testamento prende sul serio l’Antico e i suoi protagonisti. Tutto questo era nella coscienza di Gesù che, nell’episodio di Emmaus, dice ai due discepoli avviliti: «“Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Luca 24,25-27).

A noi interessa la storia canonica della Bibbia come la prende la Chiesa dalla tradizione d’Israele. Non ci interessa sapere come sono andati storicamente gli avvenimenti, ma come questi sono raccontati nella parola di Dio, e come di questa sua parola il Signore si serva per formare il suo popolo, sapendo che sotto questo racconto c’è sicuramente una storia.

Non ci interessa sapere a quanti chilometri di distanza tra Gerusalemme e Gerico sia accaduto il fatto del buon samaritano, ma ci interessa conoscere che cosa ci vuole raccontare Gesù mediante quella parabola. Ci interessa di conoscere chi è il Signore, e non di sapere quanti anni avesse Iefte quando ha sacrificato la propria figlia! Nella lettura della Bibbia bisogna mantenere sempre questo ‘asse’ per comprendere quello che Dio ci vuole insegnare attraverso una storia, senza andare a cercare documenti che non ci sono.

Nella storicità della Bibbia c’è un massimo e un minimo, e l’elaborazione di questa storia che gli autori del tempo dell’esilio hanno scritto con la loro opera deuteronomica è certamente seria, ricca e abbondante, e ha rispettato il passato, il presente e il futuro. Sotto questo racconto c’è davvero il tessuto storico che attesta l’evento dell’esodo di un gruppo di israeliti dall’Egitto (anche se non di tutti), gruppo che poi ha costituito il nucleo centrale della popolazione nella terra promessa. Ci deve essere stato un condottiero (o più condottieri) come Mosè, e ci deve essere stata una conquista, attuata forse con scorrerie di bande guidate da persone come Giosuè. È vero tuttavia che questa storia è stata celebrata in modo epico, in modo letterario, durante e dopo l’esilio, per dare ragione del ritorno dall’esilio stesso.

Tutti e due i periodi vanno considerati, senza poter evidentemente determinare quale capitolo rispecchi più fedelmente la situazione. Gli studiosi che sostengono la tesi dell’invenzione non vanno neppure d’accordo tra di loro, perché ciascuno interpreta la cosa a modo proprio. Tutto questo fa parte della storia della letteratura e dei popoli, e a noi non interessa direttamente. A noi interessa la parola di Dio, ossia ciò che Dio ci vuole insegnare raccontandoci quegli avvenimenti.

Purtroppo oggi, anche nella Chiesa, si moltiplica questo costume critico. Immaginate che Gesù ci stia parlando e ci racconti le sue parabole per farci conoscere chi è il Padre, e che qualcuno si alzi per chiedergli come si chiamasse quel ricco epulone a cui si rivolgeva Lazzaro, o di chi fosse figlio.

Che cosa c’entra? Gesù ti sta insegnando qualcosa che deve cambiare la tua vita! La Bibbia deve essere letta così, e non come un libro di storia o di letteratura. È parola di Dio, e non sta nelle notizie topografiche, familiari o sociologiche, bensì nell’insegnamento che deve penetrare nel tuo cuore per cambiare la tua vita e farti diventare figlio di Dio.

È importante, anche dal punto di vista letterario, notare che nel libro dei Giudici si parla molto di più delle tribù settentrionali che di quelle centrali, come quella di Giuda. Gerusalemme, poi, non fa storia. Possono essere dei racconti con una base storica, tramandati e posti poi nel canone ebraico dagli esuli del Regno del Nord; si parla della Galilea, della tribù di Efraim e di Manasse.

Come dicevo, l’inizio di questa storia interessa noi oggi, in particolare, perché ci risulta che l’Europa non è affatto stata conquistata dal cristianesimo. Si vede bene che gli europei non sono cristiani! La Chiesa si è radicata in un modo certamente privilegiato in Europa rispetto all’Oriente, ma non l’ha cristianizzata. Ci si sta rivelando, ai giorni nostri, una situazione che rispecchia la realtà: l’Italia non è stata cristianizzata, non è cristiana. La cultura italiana è certamente stata toccata dal cristianesimo, e noi vediamo più chiese che moschee (che pure sono in aumento), ma la società italiana, lo Stato italiano, non si muove secondo i costumi cristiani.

Il libro dei Giudici ci rivela che la conquista non è stata realizzata al cento per cento, ma nemmeno al trenta per cento. E possiamo dire di noi quello che il libro dice del popolo d’Israele: il Signore ha lasciato molta gente non cristiana accanto a noi per pungolarci e insegnarci ad essere cristiani tenendo presenti coloro che non lo sono, senza farci prendere da patemi d’animo pensando di essere soli. Tra i dialoghi del Cardinale Martini hanno riportato una cosa che lui diceva: “Insomma, nella Chiesa ci sono io, ci sei tu, e poche persone sono buone. Ma queste poche persone buone sono la Chiesa, non quelle che hanno il passaporto cattolico!”. (…)

Oggi mi pare che ciascuno si metta in piedi e cammini per conto suo, con la sua coscienza e la sua intelligenza. Vogliamo leggere il libro dei Giudici tenendo presente questa situazione perché fa parte di questo testo e della nostra realtà. (…)

Una cosa su cui (il Cardinale Martini) insisteva molto (non dottrinalmente, ma vivendo) era l’importanza data alle persone. In un dialogo avuto con lui a Gerusalemme ci siamo trovati a parlare degli omosessuali e delle persone risposate, e lui diceva: “Dottrinalmente è una cosa, ma quando tu ti trovi davanti alle persone e vedi tutta la loro ricchezza umana e la loro sofferenza, come fai a giudicare solo con i princìpi?”. Esistono le persone, non i princìpi! E i princìpi sono per le persone, e non viceversa.

È un po’ il problema del libro dei Giudici. Ricordavo la figura di Iefte che sacrifica la propria figlia; ebbene, quella è una storia di falsa buonafede. Non si può far voto di sacrificare la prima persona che si incontra in cambio della vittoria: «Iefte fece voto al Signore e disse: “Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto”. Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore li consegnò nelle sue mani. Poi Iefte tornò a Mispa, a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con tamburelli e danze. Era l’unica figlia… Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”». Ed è la ragazza a rincuorarlo: «Ella gli disse: “Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici”» (Gdc 11,30ss).

La giovane, condannata a morire dal voto del padre, consola il padre perché sente che ha promesso in buonafede e prima di tutto viene il Signore.

Ecco, noi camminiamo su un campo di uova che sono in gran parte cose da noi fatte o credute in falsa buonafede. Non è malafede! Sono cose viste come buone e sante solo perché la nostra coscienza le avverte così. Certamente tutti hanno la coscienza di fare qualcosa di buono e di sensato.

Seconda riflessione

Diciamo subito che nella Bibbia ci sono parole che hanno un significato ben preciso, ma in italiano non trovano una traduzione adeguata.

Che cosa significa ‘giudicare’ o ‘giudice’? La traduzione italiana ‘giudice’ non è buona, perché ci rimanda immediatamente al tribunale e a chi pronuncia una sentenza, e questo non ha niente a che vedere con il significato biblico. Forse il termine italiano più vicino (ma potrebbe essere incomprensibile) sarebbe ‘vindice’, cioè quello che prende le difese di qualcuno Il verbo ‘giudicare’ in ebraico significa ‘rendere diritto quello che è storto’, cioè non ‘pronunciare una sentenza’, bensì ‘compiere un’azione’; essere ‘giudice’ è rendere ‘giustizia’ con un atto concreto (la radice dei tre termini è uguale, costituita da tre consonanti variabili con l’inserimento diverse vocali).

Essere giudice vuol dire ‘intervenire per una causa’, per il bene di qualcuno. E c’è anche l’idea di conoscenza, perché per fare giustizia – correggendo ciò che è distorto, oppure eliminando un oppressore – bisogna sapere come stanno le cose: prima di decidere bisogna conoscere.

Nella Bibbia si fa giustizia soprattutto alle vedove e agli orfani, poiché a quel tempo erano le persone più esposte alla prepotenza di qualcuno, le più indifese. Nel mondo biblico, maschilista, la donna che non aveva accanto a sé un uomo era priva di protezione. L’orfano e la vedova erano l’immagine esemplare dell’essere indifeso e quindi passibile di ogni torto e violenza, per cui il giudice diventava il ‘salvatore’, il mashiah La radice di questo termine, in ebraico, dà origine a tanti nomi propri, tra cui Osea, Giosuè, Isaia, Gesù, che è il Salvatore. Il Signore stesso, YHWH, è il vero Giudice tra Israele e i suoi nemici, Colui che prende le difese del popolo contro gli avversari.

Quando leggiamo che un personaggio «fu giudice d’Israele per…[un certo numero di anni]» (vedi, ad esempio, Gdc 10,2), pensiamo a qualcuno che può salvare, liberare, rivendicare i diritti della persona sottoposta a giudizio e impossibilitata a difendersi.

Ricordiamo come Paolo conclude il suo discorso nell’Areopago di Atene: «Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (Atti 17,30-31). Con la sua risurrezione, Gesù diventa il ‘giudice del mondo’. Ciò non vuol dire che sottopone ad un esame tutti gli uomini, distinguendo i buoni e i cattivi: questo appartiene al nostro linguaggio. Il Giudice è colui che è liberatore del mondo, cioè prende nelle proprie mani il destino di ciascuno a suo favore per la sua salvezza. È la stessa conclusione a cui giungono i samaritani, i quali dicono alla donna del pozzo: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Giovanni 4,42).

Essere giudice e salvatore è la stessa cosa. Il che non vuol dire – da tutto quello che sappiamo del Nuovo Testamento – che tutto finirà bene e si metterà uno strato di vernice bianca su ciò che è nero, per cui tutti saranno ritenuti buoni e verranno salvati. No, questa non è la conclusione del Nuovo Testamento: la cosa è molto più complessa. Come Giudice, Gesù ammonisce: “Finora ti sei comportato secondo la tua coscienza, compiendo cose buone e cose cattive. Quando facevi cose cattive credevi forse di farle buone, ma adesso le giudichiamo con la mia coscienza, che è quella vera. Non si tratta solo del bene, ma del vero bene».

Questo è il giudizio finale che il Giudice pronuncerà su di noi, sulla nostra coscienza, mostrandoci perché una cosa è buona o non lo è. E questa è la vera liberazione dell’uomo dalla sua falsa buona coscienza per dargli la vera buona coscienza. Se volete, questa è di fatto la devozione al cuore di Gesù, che noi restringiamo in una maniera un po’ pietistica. Il cuore di Gesù è la sua coscienza, la sua liberà, il suo invito a condividerle. Non ci salva perché siamo cattivi, ma perché in qualche modo ci deve rendere buoni.

Nel libro dei Giudici si parla di dodici giudici, sei maggiori e sei minori. Il numero ‘dodici’ gioca sempre un grande influsso nella coscienza d’Israele e si presenta in vari modi.

I giudici buoni, i maggiori, di cui si parla di più (mentre gli altri sono soltanto nominati) sono Otnièl (Gdc 3,9), Eud (3,15), Barak e Dèbora (4,4ss); Gedeone (6,11ss), Iefte (11,1ss), Sansone (13,24ss). Degli altri si dicono solo i nomi e gli anni in cui hanno giudicato Israele, cioè ne hanno preso le difese.

Verso la fine del libro, poi, abbiamo due capitoli che ci raccontano la migrazione di una tribù del sud, quella di Dan, che si sposta all’estremo nord del paese. Si incomincia a praticare il culto nel tempio di Dan, che diventerà poi un tempio del regno del nord, sotto Geroboamo. Negli ultimi tre capitoli, dal cap. 19 al 21, si racconta la tragica storia della donna fatta a pezzi. Si tratta della concubina di un levita, che viene violentata per un’intera notte a Gabaa, città della tribù di Beniamino.

La donna muore e il levita fa a pezzi il suo corpo, distribuendoli alle varie tribù d’Israele per sollevare una rivolta contro quella di Beniamino, i cui membri avevano fatto scempio della donna: «Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. Le tribù d’Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti» (Gdc 20,11ss).

E il libro dei Giudici si conclude con questa guerra civile tra le undici tribù e quella di Beniamino, che poi viene salvata con vari stratagemmi, come il rapimento di giovani donne appartenenti ad un’altra tribù, durante una festa.

Si potrebbe definire il libro dei Giudici come una “Gaudium et spes” del mondo antico, cioè il popolo di Dio in mezzo alle nazioni. Il ricordo di questi giudici resta come una lode al Signore e in Siracide, dove si fa un riassunto, una rilettura spirituale della storia d’Israele, leggiamo: «Ci sono poi i giudici, ciascuno con il suo nome: di coloro il cui cuore non commise infedeltà e di quanti non si allontanarono dal Signore, sia il loro ricordo in benedizione! Le loro ossa rifioriscano dalla loro tomba e il loro nome si rinnovi nei figli, perché essi sono già glorificati» (Sir 46,11-12).

Il Siracide è una sorta di raccolta di massime eterne del popolo di Dio. È una storia del popolo pregata e c’è questo ricordo santo dei giudici come un capitolo fondamentale che nella memoria storica segna il passaggio dall’anarchia alla monarchia. Sociologicamente si potrebbe dire che la monarchia è un progresso rispetto all’anarchia precedente, ma in realtà non è così, perché l’anarchia è invece un progresso rispetto alla monarchia, quando questa finisce per trasformarsi in tirannia.

Un’anarchia è buona se va verso un vero giudice, e il vero Giudice è il Figlio di Dio fatto uomo; una monarchia è buona se il re ha lo spirito del vero Re, il Signore. Questo è il problema fondamentale che dovremmo vivere, più che tenere presente nella nostra mente. Che cosa significa che il Signore è Re? Vuol dire che in qualche modo deve mescolarsi con noi; in qualche modo la sua signoria ci tocca e siamo indotti a dichiarare che il Signore è Re e noi riconosciamo la sua regalità.

C’è dunque una mediazione, tra Dio e noi, ed è il suo Regno. A questo risponde la Trinità, con l’Incarnazione di cui abbiamo parlato. Quella domanda che il Signore pone: “Che facciamo per loro?”, indica che noi gli interessiamo e ci crea per qualche scopo e non per lasciarci lì allo sbando. Ci mette al mondo per un bene che diventa la nostra salvezza. Il Regno è un intermediario tra noi e Lui: noi siamo il suo popolo, ed Egli vuole che questo suo popolo contribuisca a che tutta l’umanità diventi sua. (…)

Quale è lo scenario che si apre con il libro dei Giudici e, prima, con quello di Giosuè? È lo scenario di chi arriva nella terra promessa e si rende conto che ci sono già degli altri abitanti. La grande scoperta di questi due libri è l’altro, che già esiste là dove io sono arrivato. Mi trovo messo al mondo e constato che ci sei anche tu. E ‘tu’ chi sei? Questo è il problema! E dove mi devo mettere io, se ci sei tu? E io, dove devo mettere te? Bisogna trovare il posto giusto: questo è assolutamente primario.

La prima scoperta è l’uomo e la donna. Tu ci sei, e ‘sei-non sei’ come me. Nonostante tutto, tu mi minacci e mi interessi: mi minacci con la tua diversità e proprio per la tua diversità mi interessi.

Questo poi si riverbera ad altri livelli, a livello di popoli, di nazioni, di continenti, ma il rapporto uomo-donna è assolutamente originario di questa scoperta dell’altro. E allora la mia vita si può trasformare – come si legge anche nella Bibbia – in una conquista del proprio posto, cioè della possibilità di disporre degli altri. Da qui poi nascono tutti i problemi di sopraffazione, di guerre, di contese, di organizzazione dell’esistenza. (…)

Nel libro dei Giudici sono citati gli Egiziani, i Cananei, i Filistei, i Fenici di Sidone e di Tiro, gli Aramei di Moab e di Ammon, gli Edomiti, i Madianiti, gli Amaleciti, poi gli Aramei di Soba e di Damasco, ecc., e in altri testi incontriamo gli Assiri, i Babilonesi, i Persiani, i Greci, i Siriani ellenistici e i romani. È davvero l’intero il mondo allora conosciuto. E tutto si ripercuote nella storia d’Israele, che è un piccolo popolo emigrato dall’Egitto e che si trova in balìa di tutte queste invasioni in un tempo storicamente accertato, il tempo delle migrazioni dei popoli, della sistemazione dei vari continenti. Sono aggressioni sociologicamente appurate. Oggi se ne verificano di meno perché c’è una sedimentarizzazione più stabilita.

Tutto questo, come viene letto teologicamente? Quale è la volontà di Dio nello svolgersi di questi avvenimenti? Quale è il loro significato? Come interpretarli? Il Signore vuole che ci siamo tutti e che nessuno sia trattato come oggetto, ma tutti ci rispettiamo come soggetti liberi e ci appelliamo alla libertà dell’altro. È certamente un progresso il parlare di ‘dialogo’, anche se si può dialogare dicendosi cattive parole. È un momento fondamentale quello di dare la parola a tutti, eppure è facile, anche ai nostri giorni, cercare qualcuno a cui dare la parola anche a nome nostro. Abbiamo bisogno del ‘re’, di qualcuno che si prenda cura di noi perché è una cosa troppo faticosa. Questo è il compito dei protagonisti di Giudici.

In Isaia 43,10-13 il Signore dice quello che vuole fare per tutti gli uomini: «Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – e il mio servo, che io mi sono scelto, perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io. Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà. Io, io sono il Signore, fuori di me non c’è salvatore. Io ho annunciato e ho salvato, mi sono fatto sentire e non c’era tra voi alcun dio straniero. Voi siete miei testimoni – oracolo del Signore – e io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità. Nessuno può sottrarre nulla al mio potere: chi può cambiare quanto io faccio?».

Il piano di Dio rimane e nessuno può farlo fallire. Noi possiamo fare tutto quello che ci pare, e il Signore può fare quello che gli pare di tutto ciò che noi compiamo. Lo farà magari con infiniti giri, ma lo farà certamente.

Nel libro dei Giudici c’è un altro detto che si ripete: «Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore…». Sono i due piani della contemplazione di S. Ignazio: che cosa succede nel mondo e come Dio giudica. E nel mondo – anche nel popolo di Dio – succede che il bene dura poco.

Ricordo che, subito dopo la guerra, Padre Lombardi predicava l’era di Gesù, il mondo nuovo. Queste sono tutte false profezie. Parlare di un mondo migliore è una falsa profezia, perché gli uomini non migliorano: ci sarà sempre qualcuno che rema al contrario. È inutile pensare di stabilire la giustizia e non si può immaginare uno Stato in cui si faccia giustizia, poiché lo Stato comprende tutti, i giusti e gli ingiusti. E ci sono i giusti che purtroppo talvolta diventano ingiusti, e ci sono gli ingiusti permanenti, che mai diventano giusti. È come quando si afferma che gli uomini sono menzogneri: ci sono gli uomini veritieri ai quali talvolta sfugge qualche bugia, e poi ci sono quelli che sono bugiardi sempre, vivono nella bugia (magari in buonafede). Ci sono interessi di ogni genere, che spingono a fare delle cose ingiuste. Tutto questo perché c’è la libertà, il libero arbitrio.

E allora che cosa succede? Succede che le azioni umane hanno le loro conseguenze, sicché il popolo di Dio cade in possesso dei suoi nemici. Il mondo è questo ammasso di bene e di male, di giusto e di ingiusto, di cui non si riesce a individuare un responsabile. Chi ha incominciato? Certo, ci potrebbero essere dei vigilanti, ma se poi i vigilanti sono cattivi… Oggi si sente parlare di carabinieri che fanno parte della cosca mafiosa! Il ritornello del libro dei Giudici non si stanca mai e ogni tanto segnala che «i figli d’Israele fecero ciò che è male agli occhi del Signore». Allora il Signore li lascia nelle mani dei loro nemici. Certo, bisogna stare attenti quando si usa il linguaggio della Bibbia e si attribuisce a Dio tutto quello che succede. Ricordiamo sempre che quello che succede è per responsabilità nostra, avviene al nostro livello, e noi paghiamo le conseguenze di quello che facciamo. Il Signore non ha nessun bisogno di aggravare le nostre malefatte. Quello che si fa, si paga, perché la vita umana è seria, non è un giochetto nel parco dei divertimenti! Il popolo di Dio, quindi, prima o poi cade nelle mani dei suoi nemici. E allora «gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore», un liberatore, un giudice. Qui mi pare di interpretare una realtà che è anche la nostra oggi. C’è la fede e la religione, e normalmente la religione dovrebbe andare d’accordo con la fede, perché sarebbe la pratica della fede nella vita corrente, pratica che viene formulata dalle culture umane. Il modo in cui si prega o si sta insieme in chiesa o meno, i pellegrinaggi, sono pratiche religiose che spesso non sono fatte in buonafede e vanno a finire in modo idolatrico, producendo delle conseguenze inaspettate.

Il popolo però si ricorda di avere una fede e di credere in Dio, e allora lo invoca perché lo salvi dalle sciocchezze che sta combinando. Ricordo che nel grande incontro con il Papa a Madrid, mentre due milioni di persone erano in adorazione silenziosa con lui davanti al Santissimo, scoppiò un acquazzone spaventoso e l’acqua a dirotto inzuppò le diciotto tende in cui erano depositate le particole per la comunione del giorno dopo rendendole inutilizzabili. Io pensai che questo era l’intervento del Signore che faceva il suo gioco, come a dire: “Lasciate perdere le ostie! Ci siete voi, qui, vi volete bene e state sotto l’acqua scrosciante per pregarmi. Siete di tutte le nazioni e parlate lo stesso linguaggio: questa è l’Eucarestia, questo è l’amore, è il dare la vita gli uni per gli altri! Qui c’è molto di più della comunione, del trascorrere un’ora inginocchiati in adorazione!”.

Lasciate perdere i segni: c’è la realtà! La religione è l’espressione che diamo alla fede nella nostra vita quotidiana: la comunione, il rispetto reciproco, l’amore, il dare la vita gli uni per gli altri. Questa è l’Eucarestia! Nel libro dei Giudici abbiamo una sorta di gioco. Il popolo di Dio compie il male cedendo all’idolatria che ha imparato stando in mezzo alle nazioni; e questo è tutto il discorso della conquista, della vita sulla terra, del fatto delle culture, perché gli altri che ci sono, sanno come vivere, come comportarsi sulla faccia della terra. Ci sono cose che sappiamo anche noi, che tutti sanno, ma soprattutto chi è radicato nella terra, nella natura – talmente radicato nella creazione da non pensare ad altro –, è impressionato da certi fatti ‘terrestri’, dalla ‘terrestricità’ della nostra vita. Dobbiamo davvero renderci conto che la nostra è una vita terrena, ma anche terrestre.

Ad esempio, abbiamo bisogno dei beni perché dobbiamo nutrirci. Ecco allora la terra, la coltivazione, la globalizzazione: abbiamo ogni tipo di frutto in qualsiasi stagione e i prodotti di qualsiasi zona del mondo. Un altro aspetto della specificità è il sesso: siamo uomini e donne. E questo fatto ha un fascino terribile: io non posso vivere senza di te e tu non puoi vivere senza di me; poi, da anziani, prima te ne vai e meglio è! Questo gioco dell’uomo e della donna si trova anche tra gli animali… La vita terrena ha una sua animalità fondamentale per il rapporto con la terra, con gli altri uomini e donne, e anche con se stessi: “Io voglio far carriera. La mia vita deve avere un significato perché io voglio lasciare qualcosa. Mi voglio fare un nome, altrimenti che cosa resterà di me? Niente!”.

Tutto questo, ad un certo punto, diventa così importante che può portare all’idolatria. Si dice, del resto, che l’uomo è un ‘animale ragionevole’, ma questa ragionevolezza non toglie l’animalità, tanto che quando abbiamo fame o sete non guardiamo in faccia a nessuno! Nei campi di concentramento si rubava, e ci sono state persone che si sono suicidate al pensiero di essere diventate così cattive da rubare il pane agli altri.

Ricordiamo che il Cardinal Martini aveva istituito la “Cattedra dei non credenti” perché per noi i non credenti sono estremamente interessanti. Egli sosteneva che ciascuno di noi porta dentro di sé un non credente, perché ciascuno porta dentro di sé una sorta di nostalgia di essere uomo e basta, animale e basta. Queste forme ci sono anche tra di noi oggi, come le comunità di naturalisti: la natura e basta. È gente conosce tutte le piante e gli animali, e ci sono anche degli specialisti in ‘terrestrità della terra’. L’esistenza di questo modo di essere ‘esseri umani’ è per noi certamente interessante e ci pungola nel fianco perché dentro di noi c’è questa stessa partecipazione.

Noi non siamo angeli e non ci è stato dato di diventarlo. Noi siamo esseri umani e siamo tentati di ridurci allo stato animale. Ci sono degli istinti forti, come quello di una mamma per il proprio bambino: “Questo figlio è mio e lo sarà fino alla fine!”. Il desiderio di possesso è una forma di terrestrirà, e troppo spesso non pensiamo che dobbiamo lasciare tutto qui! Il dialogo tra credente e non-credente è stimolante per tutti e due, perché talvolta si scopre che il non-credente crede a qualche cosa a cui il credente non crede più. È così, altrimenti come si spiega che si affermino certi valori e poi ci si comporti in modo assolutamente contrario?

Tornando al libro dei Giudici, vediamo che quando il popolo invoca il Signore perché lo salvi, Egli gli manda un ‘giudice’, che tuttavia non è un liberatore definitivo, perché questa storia ha un dinamismo interno che la porta avanti, la fa crescere. Il giudice scelto da Dio è assolutamente temporaneo, e ha il compito di sistemare quella situazione. È semplicemente una persona su cui scende lo Spirito, e che per questo diventa mediatore.

Per la verità si potrebbe dire che il vero mediatore è lo Spirito, ma lo Spirito è Spirito e non fa parte di quella comunità umana in cui si deve operare la salvezza. Perciò è necessario un essere umano dotato di una forza non-umana, cioè di quella forza che gli viene infusa dallo Spirito. Bisogna notare che, in ebraico, lo Spirito (ruah) è al femminile e raccoglie in sé tutte le migliori qualità femminili. Non è un ‘maschio potente’, ma è un ‘soffio’ di Dio, come un bacio. È lo spirito di tenerezza, di delicatezza, non di irruenza. È irresistibile, forte, penetrante.

Nel libro dei Giudici, si diceva già, c’è una sorta di schema che si ripete: Israele fa il male agli occhi del Signore, paga le conseguenze di questo male compiuto, invoca il Signore per avere la liberazione, il Signore manda il suo Spirito su qualcuno che diventa il liberatore del popolo. Rimane in questo ruolo soltanto per un certo tempo, perché non è bene che gli uomini si attacchino ad altri uomini, per evitare forti delusioni. Di recente ho incontrato una persona che soffriva per il tradimento da parte di chi doveva aiutarla. Era dolorosamente sfiduciata, e io le ho suggerito di non mettersi mai nelle mani di qualcuno. Le ho raccomandato di cercare l’aiuto di tutti coloro che possono sostenerla, ma non affidare la propria libertà ad un altro. L’unico Altro degno di fiducia totale è Cristo Gesù. La reazione di quella persona alle mie parole è stata piuttosto negativa: allora non ci si può fidare di nessuno? È proprio così, bisogna dirlo, purtroppo. Può sembrare un atteggiamento pessimista, ma io non credo che lo sia, perché un Signore che salva c’è ed è alla portata di tutti. Ti puoi affidare con piena serenità al Figlio di Dio che si è fatto uomo, ti conosce come persona umana e sa come condurti.

Il ‘giudice’ impersona quindi la mediazione, ma poi se ne va, perché nessuno può prendere il posto del Signore. Può essere che il Signore mi domandi di obbedire a un uomo o a una donna, ma non devo mai scambiare questa persona per il Signore. Nessuno deve prendersi per quello che non è! Questo riguarda i genitori e i superiori in genere: il Signore è uno solo! Certo si parla dei Padri fondatori di comunità e dell’eredità del loro messaggio, ma anche tutto ciò deve restare al posto suo.

Dal punto di vista semantico, sia nella Bibbia, sia nella nostra vita ecclesiale, tutto il nostro vocabolario (come quello liturgico) riproduce il vocabolario dell’esodo. C’è, ad esempio, la Festa dei Tabernacoli, delle Tende (Suqqot), che ogni anno fa rivivere per nove giorni, a tutte le famiglie ebree, la vita nel deserto. Costruiscono una capanna sul terrazzo o in giardino e vi vivono, per ricordare che l’esistenza è sotto le ‘tende’.

E tutto il nostro vocabolario del pascolo, della via retta, dell’uscire e dell’entrare, richiama quello del deserto, perché anche nella terra promessa e conquistata si continua a vivere con le categorie del deserto. In Levitico 25,23 si legge: «[Il Signore disse:] La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti». Israele sarà straniero e pellegrino anche nella terra promessa. Il pellegrinaggio del popolo non è soltanto sociologico, ma è esistenziale, tant’è vero che poi, nella lettera agli Ebrei 11,8, si dirà che Abramo «per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende».

Noi stessi siamo gente pellegrina che cammina per arrivare in una terra promessa. La parrocchia non è una casa, ma una tenda che ospita la Chiesa pellegrina sulla terra. Vedete come tutto questo contrasti con la nostra tendenza alla ‘terrestrità’, con il nostro desiderio di ‘farci una casa’ in cui chiuderci, in modo che nessuno ci venga a trovare. Noi viviamo questa contraddizione che forma la nostra psicologia, per cui si diventa sempre più casalinghi o sempre più pellegrini.

È la situazione abituale che noi incontriamo anche nel libro dei Giudici, con il conflitto tra la fede monoteistica nel solo Dio e la religione idolatrica. Anche noi spesso ci dissetiamo ad un’acqua che non è di sorgente, come dice Geremia: «Il mio popolo ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Ci si accontenta di un’acqua minerale, non pura

Gruppi di lettura continua della Bibbia in Bergamo
Settimana Biblica 2012 Bergamo 24 – 29 settembre 2012 Il libro dei Giudici
Relatore: p.j. Francesco Rossi de Gasperis
Il testo non è stato rivisto dal relatore

http://odos.altervista.org/alterpages/files/Giudici2012-1.pdf


 

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Questa voce è stata pubblicata il 20/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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